giovedì, 17 Giugno 2021
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Ma è proprio vero che gli Italiani nel 1943 non speravano più che nella sconfitta della patria?

Ma è proprio vero che gli Italiani nel 1943 non speravano più che nella sconfitta della patria? L’immagine ormai classica che la Vulgata storiografica ci ha tramandato circa l’Italia del 1943 è quella di un popolo rassegnato di Francesco Lamendola  

L’immagine ormai classica che la Vulgata storiografica ufficiale ci ha tramandato, circa l’Italia del 1943, è quella di un popolo stanco, scoraggiato, rassegnato alla sconfitta e, anzi, quasi desideroso di essa, purché la guerra finisse quanto prima e ritornasse la pace (senza peraltro riflettere che, da una guerra di quelle dimensioni e di quello spessore ideologico, non si può uscire così, da un giorno all’altro, in maniera indolore).

Insomma, il «Tutti a casa!» dell’8 settembre sarebbe stato solo il punto di arrivo di un processo di sfiducia nella vittoria e di desiderio di arrivare alla pace, sia pure passando per la sconfitta della Patria, che il popolo italiano avrebbe largamente condiviso, anche sotto la stretta della fame, dei lutti, dei disagi crescenti, dei massicci e devastanti bombardamenti alleati sulle grandi e medie città (iniziati, appunto, nel 1943, con la caduta del Nordafrica in mano al nemico), e, infine, con il succedersi delle sconfitte e l’avvicinarsi dell’invasione al suolo patrio, unita alla consapevolezza della enorme sproporzione delle forze in campo.

Ma è proprio vero che, nei primi mesi del 1943, la grande maggioranza del popolo italiano dava la guerra per perduta, e addirittura si augurava che ciò avvenisse al più presto possibile; è proprio vero che, dopo El Alamein, non c’era nel Paese alcuna volontà di resistenza, come c’era stata nel 1917, sul Piave, dopo la rotta di Caporetto? Questa, appunto, è l’immagine che gli storici ufficiali hanno voluto darci, supportati da una quantità di opere letterarie e cinematografiche che battevano e ribattevano sempre lo stesso tasto. Ma è proprio vero?

Intendiamoci. Nessun popolo è felice di trovarsi in guerra, ad eccezione di una minoranza rumorosa (studenti, artisti, intellettuali, piccoli borghesi frustrati), nel momento in cui essa viene dichiarata e tutti pensano che sarà breve, piena di gloria e, soprattutto, vittoriosa.

Le scene di delirante entusiasmo bellicista avvenute a Berlino, Vienna, Budapest, Parigi e Pietroburgo, nell’agosto del 1914, non si ripeterono né a Berlino, né a Parigi e a Londra, nel settembre del 1939: prevaleva, semmai, una sorta di cupo fatalismo; e si era solo al principio dell’immane conflagrazione, che avrebbe incendiato il mondo per quasi sei anni. Paradossalmente, gli unici a mostrare una certa baldanza guerresca, nel settembre del 1939, furono proprio coloro i quali, con la loro intransigenza e con la loro enorme sopravvalutazione di sé, avevano contribuito non poco a far precipitare gli eventi: i Polacchi. Ma bastarono pochi giorni, poche ore, perché i loro ardori si spegnessero sotto una tempesta di ferro e di fuoco.

Dunque, il secondo conflitto mondiale non fa eccezione alla regola; al contrario: le popolazioni civili sopportarono lo stato di guerra con stoicismo, ma senza entusiasmo, nonostante tutti gli sforzi della propaganda dei rispettivi governi e delle rispettive forze armate.

La mancanza di combustibile per l’inverno, il razionamento dei generi alimentari, le tragiche comunicazioni di decesso dei propri cari al fronte: tutto questo, unito ai bombardamenti aerei che, in quel conflitto, raggiunsero punte di barbarie inaudita e seminarono stragi apocalittiche fra le popolazioni civili (al principio del 1945, il Comando aereo britannico si vantava di aver ridotto ad un cumulo di macerie 45 delle 60 principali città tedesche), faceva sì che la guerra fosse sopportata come un male inevitabile, non attivamente sostenuta, se non da alcune minoranze o in situazioni particolari.

Certo, bisognerebbe distinguere caso per caso. I popoli dell’Unione Sovietica, vista la brutalità del comportamento della Wermacht, e specialmente delle SS, mantennero un elevato spirito combattivo, anche mediante una estesa guerriglia partigiana, e sostennero ogni sacrificio, con la consapevolezza di battersi per la vita e per la morte; ma non era stato così all’inizio dell’Operazione Barbarossa, quando molti di essi avevano accolto i Tedeschi a braccia aperte, come dei liberatori.

Ma torniamo al caso nostro, ossia allo stato effettivo del morale del popolo italiano al principio del 1943.

Certo, era basso; ed è altrettanto vero che molti, moltissimi, ascoltavano le trasmissioni di Radio Londra, sfidando la proibizione e le possibili sanzioni. Radio Londra era, ovviamente, la radio del nemico: il fatto che così tanti Italiani la ascoltassero, getta una luce particolare sul loro stato d’animo in quel frangente, ma non depone ancora, di per sé, a  favore della tesi che sarebbero stati tutti, o quasi tutti, ansiosi di vedere affrettata la sconfitta della patria, purché la guerra finisse. Radio Londra era ascoltata perché, generalmente, si pensava che le notizie da essa fornite fossero più attendibili di quelle della radio nazionale; e la gente era disperatamente affamata di notizie, di notizie vere, o che fossero almeno attendibili. Voleva potersi fare una propria idea della situazione; ma questo, in effetti, non è ancora un segno di disfattismo.

Per giudicare quale fosse lo stato d’animo degli Italiani nel 1943, bisogna fare un passo indietro e chiedersi quale fosse lo stato d’animo degli Italiani il 10 giugno del 1940. Ebbene, anche qui la Vulgata storica dominante ci ha presentato a lungo una verità di comodo, e cioè che la guerra fu impopolare fin dall’inizio; mentre studi recenti, ad esempio di Renzo De Felice, mostrano che gli arruolamenti volontari furono, in realtà, perfino più numerosi che nel 1915.

È vero, d’altra parte, che l’andamento sfavorevole della guerra e lo stato di crescente subalternità nei confronti del potente alleato germanico, crearono una progressiva disaffezione verso il fascismo e, alla fine, verso la stessa figura del Duce; e, in ciò, una buona parte di responsabilità spetta proprio al Partito Nazionale Fascista, che commise l’errore gravissimo di presentare la guerra del 1940 come una guerra del fascismo, più che come una guerra della nazione, e, più precisamente (quale in realtà fu) come la nostra quinta guerra d’indipendenza.

Però bisogna riconoscere che non solo il Duce e i suoi gerarchi, ma quasi tutti, nel giugno del 1940, e anche fuori d’Italia, pensavano che la guerra fosse ormai agli sgoccioli: se la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra fu una furberia per sedere all’ultima ora, e con poca spesa, al tavolo dei vincitori, bisogna riconoscere che furono ben pochi, allora, a intuire che le cose sarebbero andate in maniera completamente diversa, e che, presto o tardi, avremmo finito per trovarci, insieme alla Germania e al Giappone, contro quasi tutto il resto del mondo.

In ogni caso, quasi tutti gli storici, i saggisti e i pubblicisti che si sono occupati dell’anno più tragico della nostra storia nazionale, hanno affermato esplicitamente, o almeno suggerito, che l’opinione pubblica italiana era matura per il vergognoso voltafaccia dell’8 settembre, che tanto ha pesato, e tuttora continua a pesare, sulla credibilità e sulla dignità del nostro popolo e della nostra classe dirigente al cospetto del mondo, e specialmente degli ex alleati e degli ex nemici.

Prendiamo un libro a caso: «L’Italia del 1943» di Marco Innocenti (Milano, Mursia, 1993, p. 27), e leggiamo considerazioni del seguente tenore:

«Il Paese ha tollerato la guerra quando sembrava facile, ora che è diventata difficile si dibatte invano per uscirne. I popoli in guerra hanno una sensibilità particolare, quasi animalesca: è la sensibilità delle madri per i figli in pericolo. L’istinto dice che tutto è perduto, che bisogna salvare il salvabile, che la colpa è del Duce con quella maledetta scommessa che si è rivelata un boomerang e che ci ha rovinato.

Sembra passato un secolo da quando, con la retorica delle frasi fatte, si diceva: “patria,  libertà, giustizia, verità siamo noi”. Da quando un legionario d’Africa scriveva a casa: “Se il Duce intraprende una lotta è vinta”, e un altro aggiungeva: “Presto vi manderò una cartolina dalle Piramidi”. Ora Mussolini cerca di illudere, ma non si illude più.  È debole, abulico, nervoso, lo sguardo opaco, i gesti distratti. Forse ritiene di potere ancora regolare gli umori e i sentimenti del Pese, ma si sbaglia. Usa la retorica di sempre, lo stesso linguaggio apocalittico, frasi gonfie, trionfalistiche, eroiche, vuote. Parlando alla Camera dei fasci, con parole che sanno di autogiustificazione, dice che questa è una guerra sacrosanta da cui non potevamo restare fuori. E davanti ai battaglioni M afferma che il popolo affronta la situazione “con una calma virile, romana”. Ma non è così. “La vittoria – annota Ciano nel suo diario – ha molti padri, la sconfitta è una povera orfanella.” Agli scolari delle elementari viene assegnato il tema “Perché odio tanti gli inglesi”, un manifesto della federazione del fascio di Milano dice: “Odiamo il nemico perché ci vuole umiliare nel nostro orgoglio di razza”.  Ma, in realtà, gli italiani non odiano nessuno. Gli italiani non sono inglesi o tedeschi, sono brava gente che bada a campare. I problemi quotidiani sono banali, poco eroici ma molto concreti: la ricerca dei viveri, le notizie dei figli e dei mariti al fronte, la paura dei bombardamenti, l’indirizzo di un borsaro  nero fidato, le speranze che finisca la guerra, le critiche al fascismo, ai gerarchi, al Duce.

Mussolini lo chiama disfattismo ma è  l’istinto di sopravvivenza che schiaccia la fiducia nella causa e la volontà di resistenza. All’inizio dell’anno il re ha visitato la Sicilia e ha scoperto l’aspetto più crudo della guerra: la gente che muore di fame. La stampa gronda retorica (“i siciliani formano un fronte unito di fede e di amore”) ma la Sicilia è in ginocchio, resiste per forza di inerzia, in un torpore inquieto che esploderà in gioia liberatoria tra pochi mesi, con lo sbarco degli americani.»

Innocenti, dunque, non si perita di tirare fuori dall’armamentario della sua patetica descrizione perfino il vecchio, ultra logoro stereotipo degli «Italiani brava gente», in chiave tra autocommiseratoria e autocelebratoria. E aggiunge: «brava gente che bada a campare»; come se i tedeschi, gli inglesi, i russi, i giapponesi, non avessero lo stesso problema, spesso anche in forme più drammatiche: quello della sopravvivenza quotidiana delle popolazioni civili.

Insomma, siamo a un passo dal vecchio, intramontabile adagio: «che sia Francia o Spagna, purché se magna»

Certo, è vero quello che dice Innocenti: che gli italiani non sono gli inglesi o i tedeschi; ma è una verità alquanto banale: ciascun popolo è soltanto se stesso; e, nel corso di una guerra lunga e difficilissima (altra cosa, evidentemente, é una guerra breve e vittoriosa, come fu quella d’Africa nel 1935-36, nonostante le sanzioni), è altrettanto evidente che finiscono per venire a galla proprio le caratteristiche più specifiche del carattere nazionale.

Ora, che nel popolo italiano vi fosse un deficit di sentimento nazionale, questo è talmente noto che non varrebbe la pena d’insistervi, se non si dimenticasse troppo spesso che anche le «gloriose» guerre del Risorgimento furono volute e fatte da una esigua minoranza; e che, ad esempio, dopo la disfatta di Novara del 1849, il clima che si venne a creare in Piemonte era molto simile a quello del 1943: un desiderio di uscire al più presto dalla guerra, e a qualunque costo, da parte delle classi dirigenti. Le quali ultime, fatti i loro bravi conti, giunsero alla conclusione che era maggiormente nel loro interesse cedere che resistere: nell’uno come nell’altro caso.

Ma questo atteggiamento delle classi dirigenti fu realmente condiviso dalla grande massa del popolo italiano, nella specifica situazione politica, economica e militare del 1943? È questo ciò che bisognerebbe sforzarsi di dimorare, invece di ripeterlo come una verità scontata: perché, nello studio della storia, non esistono verità scontate, ma soltanto verità da dimostrare e da riesaminare continuamente, alla luce di nuovi fatti e di nuovi punti di vista che emergono continuamente (in questo senso, la storia è revisionista per definizione; e, se non lo è, vuol dire che è ideologia, nel senso più becero della parola).

Un punto di vista diverso è fornito dalle relazioni di alcuni testimoni oculari i quali, durante quei tragici mesi che precedettero lo sbarco in Sicilia e l’invasione della patria (preceduta dalla nota infiltrazione di elementi mafiosi esportati dalle galere statunitensi o riemersi dall’ombra in cui si tenevano nascosti, nell’isola stessa), furono realmente a contatto con gli umori della popolazione e anche dei militari, anzi, di quella categoria particolarmente sensibile dei militari che era costituita dai mutilati, dai ricoverati negli ospedali, dai degenti in seguito ad operazioni subite per le ferite di guerra.

Ha scritto Antonio De Pascale, un ufficiale di fanteria ferito durante la campagna di Grecia e ricoverato presso l’Istituto Rizzoli di Bologna, per la riabilitazione degli arti (nella rivista: «Storia del Novecento», n. 16. Maggio 2002):

«In breve tempo venimmo inclusi in un gruppo di ufficiali, feriti e mutilati, che per conto dell’Ufficio Storico del Ministero della Guerra, venivano chiamati a tenere incontri e conferenze presso varie istituzioni (fabbriche, scuole, caserme, accademie militari). […]

I nostri incontri nelle fabbriche, nelle scuole, si mostrarono interessantissimi. Potemmo constatare l’effettivo stato morale della gente. In primo luogo devo dire che la partecipazione del pubblico era sempre numerosa, in più mostravano sempre vivo interesse agli argomenti esposti, ed erano vivamente sentite, in loro, le istanze della guerra. Vorrei essere creduto, non è demagogia la mia. Gli astanti, molti di loro, arrivavano non dalla propria abitazione (a molti la casa era ridotta in macerie per i bombardamenti); molti avevano anche trascorsa la notte nei ricoveri. Da noi, reduci dal fronte, volevano sapere, sapere. Ebbi, in tali occasioni, la sensazione che erano ansiosi di conoscere la verità; sembrava come se ritenessero che da noi potevano apprenderla. Mostravano, verso di noi, oltre che riconoscenza e rispetto, affidamento e fiducia. Noi non ci mostravamo ermetici, si formava, di frequente, tra noi e i presenti, affetto, comprensione, quasi familiarità. Non è vero (come hanno voluto farci credere) che la guerra non era sentita dal popolo. Era la loro guerra. Era la guerra di un popolo (non ricco, ma laborioso), geniale, costretto ad esportare tale genialità. Sfruttato e depredato dallo straniero. Molti dei presenti erano stati colpiti da gravi lutti; con dignità e decoro portavano nel loro animo il dolore. Si recavano forse a tali convegni anche in nome dei loro cari, morti sui campi di battaglia, o assassinati sotto le macerie dalle bombe nemiche. Persone in tale stato (alcuni senza una casa; altri ansiosi di avere notizie dei loro cari al fronte; altri con congiunti gravemente feriti in ospedali lontani; altri colpiti, come ho detto, da gravi lutti) potevano benissimo starsene lontani, stanchi e disillusi, non partecipare a tali convegni; erano invece lì presenti, calorosamente partecipi.

Io, cosciente di non essere un eccelso oratore, gestivo il convegno invitando i partecipanti al dialogo. Ebbi il piacere di constatare, sempre nel pubblico, una viva partecipazione ai dibattiti, che si mostravano sempre calorosi e di frequente si prolungavano nel tempo più del previsto.

Il sentimenti patrio era ancora vivo nel popolo, in quei giorni…»

Vogliamo prendere questo memoriale con le dovute cautele, ed evitare di generalizzare il quadro, che esso delinea circa il morale della popolazione civile durante la fase più acuta e drammatica del conflitto? Benissimo; ma lo stesso criterio dovrebbe valere anche per le fonti di tendenza opposta. In tal caso, dovremmo giungere ad ammettere che la situazione era più variegata, più sfaccettata di come si tende a presentarla di solito; che non solo i fascisti convinti, ma anche strati non insignificanti della popolazione, per puro amor patrio, condividevano gli scopi della guerra e speravano, nonostante tutto, nella vittoria, ancora nel 1943.

Avevamo già toccato questo argomento nel contesto dell’articolo «Un quadro al giorno: “Incuneandosi nell’abitato” di Tullio Crali (1939)» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice), il pittore futurista che, nel corso della guerra, tenne una serie e di affollatissime conferenze in varie città d’Italia.

Crali non si limitava a dipingere, avrebbe voluto coinvolgere il pubblico nel nuovo clima artistico; e, in tale prospettiva, organizzava in piena guerra, dal 1941, una serie di affollate e apprezzate “serate futuriste” in varie città d’Italia, a cominciare da quelle della sua amata giovinezza: Trieste, Gorizia e Udine. Egli era un buon oratore, sapeva calamitare l’attenzione degli ascoltatori e possedeva un’energia infaticabile. È chiaro che le sue conferenze, sia per il momento storico, sia per il particolare tipo di pittura cui s’era votato anima e corpo, avevano anche una forte connotazione politica e propagandistica, a sostegno dello sforzo bellico.

La sua vigorosa attività di promozione culturale, negli anni drammatici della seconda guerra mondiale, dovrebbe invitare, forse, a rivedere – insieme, è chiaro, a numerosi ad altri elementi – l‘immagine oggi comunemente accreditata dagli storici, italiani e stranieri, di un’Italia precocemente stanca e prostrata dal conflitto, demotivata e quasi rassegnata alla sconfitta; immagine cui ha contribuito lo stesso Mussolini che, in privato (dopo l’insuccesso della campagna di Grecia, di cui fu il massimo responsabile), si lamentava che gli Italiani «non erano più quelli del 1918, quelli del Piave e di Vittorio Veneto».

Crediamo di fare cosa utile al lettore, per meglio ricostruire il clima  di quella drammatica stagione della vita italiana,  eppure calda e viva di entusiasmi patriottici e anche culturali, riportare la commossa rievocazione di una di quelle “serate futuriste” del tempo di guerra, attraverso le parole di un testimonio oculare: il giornalista e scrittore friulano Mario Quargnolo (dal suo volume «Udine, o cara», Edizioni del Messaggero Veneto, 1989, pp. 51-55):

«Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, arrivò a Udine, accolto in pompa magna dalle autorità provinciali giovedì 22 gennaio 1942. Esse (le autorità) intendevano rendere omaggio non tanto all’intellettuale di fama internazionale, quanto al fascista della prim’ora, all’accademico d’Italia (carica che gli ava diritto al titolo di eccellenza), all’amico di Mussolini. C’erano quindi tutti a rendergli onore, prima nel palazzo della Federazione fascista e poi nella sede dell’Unione provinciale professionisti e artisti di via Aquileia, dove ricevette in dono un catalogo sulle opere del Pordenone e una copia della pubblicazione Friuli migrante.

Ma il clou della giornata udinese di Marinetti era la manifestazione futurista, organizzata dal Guf provinciale (Gruppi universitari fascisti), nell’aula magna dell’istituto tecnico Zanon (oggi scuola media Manzoni) di piazza Garibaldi. Quel 22 gennaio 1942 si presentava particolarmente rigido. La cronaca rilevava infatti che il 13 sotto zero registrato sotto la loggia municipale e il 17 fuori porta Gemona avevano soltanto precedenti, ancor più gelidi, nel famoso inverno del 1929, cn la differenza (e questo i giornali non potevano dirlo e neppure suggerirlo) che allora, non essendovi guerra, i combustibili non erano soggetti al razionamento col contagocce.

La serata freddissima, comunque, non impedì il pienone. «Il salone e il loggiato dell’istituto tecnico rigurgitavano di autorità, di gerarchi, di letterati e artisti, di professori e studenti», informava il Popolo del Friuli. Giusto! Chi scrive queste righe e si faceva piccolo piccolo tra la folla del loggiato ricorda c’erano anche molti poliziotti in borghese, inevitabile codazzo agli spostamenti delle autorità di allora e di sempre. L’autorità numero uno presente era il federale Mario Gino, un brav’uomo con un occhio bendato forse per ferita di guerra. Costui abitava in un appartamento di via Vittorio Veneto (dove adesso ha sede la scuola di danza del Piccolo teatro); vi abitava, ovviamente, con la famiglia composta dalla moglie e, salvo errore, da due figli studenti, un maschio e una ragazza binda, entrambi dai costumi semplici, accertabili anche da chi non li conosceva di persona. Inoltre, uno che si chiamava Mario Gino suonava come ammonimento ai malparlanti, a coloro cioè che burocraticamente antepongono il cognome  al nome creando confusioni a non finire. (…)

Marinetti dunque si presentò al pubblico udinese ricordando i suoi legami col capoluogo friulano nel periodo della precedente guerra e delle lotte futuriste. Il nuovo teatro futurista diretto da Rodolfo De Angelis era stato accolto malamente a Udine al principio  degli anni Venti. Ricordava De Angelis: «A Udine, vengono sequestrate  alla porta (del teatro sociale, n. d. r.) sirene d’auto del peso di 50 chili l’una e ortofrutticoltura varia per diversi quintali». Ma le cose erano andate ancora peggio in altri centri. A Trieste volarono patate sul palcoscenico, a Bologna vi furono colluttazioni tra avversari e sostenitori, a Venezia da un palco di proscenio lanciarono sulla scena  un grosso cavolo ai piedi di Marinetti, che non si scompose e continuò: «Il signore ha lanciato  ai miei poiedi il prodotto del suo cervello». Tuttavia nel 1942 col fascismo saldamente al potere  non erano nemmeno pensabili contestazioni di questo tipo.  Disse, quella sera, Marineti: «Il futurismo ,esaltazione della macchina, centro della poesia,  si innalza contro l’Arcadia, le greggi, i salici, e le pastorellerie sdilinquite: è patriottismo guerriero, essenza di un paese guerriero. È anche – come molti lo hanno accusato – esagerazione, necessaria però e indispensabile, perché all’infuori dell’esagerazione non v’è che sciatta e inconcludente mediocrità. Esso, sovvertitore dei vecchi principii, è il misticismo dell’azione, volontà dell’azione a ogni costo. Chi fa fa sempre bene, chi non fa, fa male a priori: il fare è sempre motivo di lode contro il non fare. E la velocità è una nuova santità, perché vaga negli spazi siderali».

Marinetti, che allora aveva quasi sessantasei anni, annunciò inoltre di essere in attesa di via libera da parte del suo medico curante per arruolarsi volontario sul fronte russo. Dopo questa dichiarazione presentò il pittore, anzi l’aeropittore Tullio Crali, il quale diede spiegazioni intorno al suo quadro, esposto al pubblico, intitolato Il paracadutista. A proposito: pochissimi anni fa, su invito dell’Università popolare, tenne una conferenza a Udine proprio Crali, il quale non soltanto difese l’opera di Marinetti, ma volle altresì metterne in luce la tolleranza, la generosità, la calda umanità. Agli amici diceva infatti: «Prima l’arte e dopo la politica», rifiutando, per esempio, di giudicare negativamente, sul piano appunto politico, uno scrittore come Majakovskij, che era un comunista coi fiocchi. E – questo lo aggiungiamo noi – lui, fascista e futurista, aiutò in tutti i modi il commediografo Roberto Bracco che era antifascista e passatista, cioè ancorato a una vecchia concezione scenica liquidata sì da Pirandello, ma anche dalla teoria marinettiana.

E torniamo alla serata udinese. Crali annunciò i principii informatori della sua arte: movimento, velocità, sintesi, simultaneità. «Io comprendo l’aeropittura perché volo, ho volato e dipingo dopo aver volato. Nell’aeropittura noi futuristi abbiamo trovato una forma di respiro nuovo: combattendo la natura morta come qualcosa di debole e di impotente e vigliacco». A questo punto, sempre garbatamente, cominciarono i contraddittori. Un capitano dell’esercito si alzò e obiettò: «Ma signori! Come faranno i posteri a riconoscere il duce da un vostro ritratto?». Facilissima, anzi ovvia, la replica di Marinetti: “Se uno vorrà conoscere il vero volto del duce, ricorrerà alla fotografia, non alle interpretazioni degli artisti”. Il duce o, meglio, il Duce si intrufolava dappertutto in quel tempo, conseguenza diretta e inevitabile della dittatura. E in Russia? “La regione di Mosca, come ha detto il compagno Stalin, è molto piovosa”, solennemente annunciavano i testi scolastici sovietici.

La terza parte della serata fu occupata dall’aeromusicista  Aldo Giuntini, il quale, convinto che la musica “come tutte le forme d’arte deve essere rinnovata», eseguì al pianoforte alcuni suoi brani di sintesi-brevità (smateria secondo la sua denominazione). Il mare, cacciatorpediniere Nullo, Vincemmo a Passo Uarieu, battaglia di terra mare cielo (i futuristi non usavano virgole, ndr), la vittoria della gioia sul dolore, L’infinito. Spiegava il cronista del Popolo del Friuli: «Abbiamo notato un insieme di scale cromatiche ascendenti e discendenti, accordi tempestosi, note insistentemente ribattute, fotofonia, onomatopea, i sensi melodico e armonico sconvolti completamente con salti dal tonalismo diatonico o cromatico alle atonalità o politonalità, di ispirazione nettamente antiromantica». Vincemmo a Passo Uarieu, brano suggerito da un episodio della guerra italo-etiopica del ’35-’36 – tra vari rumori bellici vi trapelavano le note di una popolarissima canzonetta di quel conflitto mamma ritorno ancor nella casetta / sulla montagna che mi fa natale / son pien di gloria amata mia vecchietta / ho combattuto in Africa orientale…) – provocò un amabile scambio di opinioni tra Marinetti e il giovane professore Vittorio Marangone, che si trovava nel loggiato con un gruppo di suoi studenti. Parlò poi ancora il fondatore del futurismo definendolo «sintesi mediterranea, stretto rapporto tra l’arte e la forma del paese, la nostra divina penisola, che è la meno pazza che ci sia sulla terra, la più equilibrata, con curve, seni, colline. Perciò il futurismo è l’arte più equilibrata».

Quindi l’aeropittore Crali, cambiando ruolo, recitò alcune poesie di Marinetti: La mula di batteria, Agello Castoldi: 709 chilometri, Bombardamento di Adrianopoli, Sì sì così l’aurora sul mare, Aeropoema del tenente colonnello Gabriele Pepe. E infine Marinetti – trascriviamo dalla stampa – «rivolge un caldo, affettuoso saluto a Udine, città di vitalità esplodente eccezionale, promettendo di ritornare per declamare alcuni brani della sua opera Canti di eroi della guerra mussoliniana». Ed ecco la perorazione: «Voi udinesi mi siete oltremodo simpatici: siete futuristi in erba, o meglio, futuristi che non hanno ancora decollato. Viva il motore! Viva Benito Mussolini, motore del secolo!».

E dopo questo viva – da tutti noi, dal primo all’ultimo, ascoltato in piedi – la sala lentamente sfollò. Però, nonostante il freddo polare, le discussioni continuarono a lungo sotto i lampioni delle strade azzurrati per l’oscuramento. Si udivano i pro e, naturalmente, i contro. Va da sé, in ogni caso, che Udine mai decollò nel senso auspicato da Marinetti. Tuttavia quell’ormai lontana serata -per l’autorità dell’ospite, per la sua particolarità legata a un’epoca irripetibile, per certi indubbi fermenti culturali suscitati – non può essere dimenticata almeno da parte di colore che, pur da spettatori in sott’ordine, l’hanno vissuta.

Dobbiamo alla testimonianza diretta del dottor Walter Faglioni  questa curiosa coda. Terminata la manifestazione, le autorità e gli organizzatori si recarono, con Marinetti, ovviamente, nella sede del Guf situata in via Carducci nell’edificio del Popolo del Friuli. Qui consumarono una torta a forma di Gran Bretagna e mentre essa era tagliata a pezzi a viva voce commentavano: «Ecco lo smembramento dell’Inghilterra!»

Riassumendo. C’era la guerra, c’era il razionamento, c’era il freddo di un inverno rigidissimo, c’erano già lunghi elenchi di caduti, feriti e congelati sui vari fronti di combattimento: eppure la gente faceva a spintoni per assistere alle serate dedicate all’aeropittura di un artista come Tullio Crali, serate scandite dalle acclamazioni al Duce e che terminavano con un simbolico e festoso  «smembramento» della Gran Bretagna.

Non è facile davvero, a questo punto, e confrontando tante altre testimonianze di storia locale, continuare imperterriti a sostenere la tesi che la guerra del 1940-43 fu di gran lunga la più impopolare fra quante combattute dallo Stato italiano sorto dal Risorgimento; e che il popolo praticamente fin dall’inizio si dissociò dal regime, quasi ispirato da una visione premonitrice del futuro. La verità è che nel 1940, nel 1941, nel 1942 (almeno fino alla battaglia navale di Mezzo agosto e, poi, a quella di El Alamein, in Egitto), e, in certi casi, perfino all’inizio del 1943, c’erano ancora non poche persone che credevano nella possibilità della vittoria e che, comunque, erano disposte a sopportare i più duri sacrifici in nome dell’amor di patria.

Gli eventi successivi al 25 luglio del 1943, e, più ancora, quelli successivi all’8 settembre dello stesso anno, hanno spinto moltissimi studiosi a rileggere lo stato d’animo del popolo italiano, prima di quelle due date fatidiche, con il cosiddetto senno del poi; ma questa è una operazione storiografica assolutamente inaccettabile.

Per arrivare ad ammettere che il popolo italiano desiderava la sconfitta del proprio Paese in guerra, pur di liberarsi del fascismo, bisogna immaginare che esso fosse singolarmente privo di sentimento nazionale: nessun altro popolo d’Europa sarebbe mai arrivato a tanto, preso nel suo complesso. Nessuno avrebbe preferito vedere il proprio Paese sconfitto  e prostrato, piuttosto che vincitore, e sia pure sotto un regime politico inviso.

Ora, è vero che nel popolo italiano, per una serie di ragioni storiche più o meno note, il sentimento nazionale era più debole che altrove (come lo è tuttora, del resto); ma è altrettanto vero che non era del tutto assente: altrimenti, non si spiega come avrebbe potuto sopportare per oltre tre anni, i sacrifici durissimi di una guerra che si vorrebbe sia stata impopolare, e che tutti pensavano sarebbe durata solo qualche altro mese o settimana.

La verità, forse, è un’altra.

Forse, non era la maggioranza del popolo italiano a non credere più nella vittoria e ad augurarsi la sconfitta della patria, ma vasti settori delle classi dirigenti: quelli stessi, ad esempio, che temevano la nazionalizzazione delle grandi industrie (attuata poi, ma «in articulo mortis», da Mussolini nella fase finale della Repubblica Sociale Italiana), e che non volevano rinunciare ad antichi privilegi; quei massoni, quei finanzieri, quegli ammiragli, quegli esponenti della corte e del Vaticano, che erano rimasti inorriditi sentendo Mussolini compiacersi che i sacrifici della guerra stessero attuando quella radicale riforma sociale, alla fine della quale «il capitalista avrebbe dovuto mangiare esattamente come l’operaio».

Nessun capo di governo italiano aveva mai parlato così, dal 1861 al 1943; nessuno aveva mai pensato altrettanto seriamente di socializzare le industrie e di tassare e ridimensionare i grandi patrimoni, a cominciare dai profitti di guerra.

Era questa la classe dirigente che desiderava la sconfitta della patria, pur di non vedere messo in discussione il proprio ruolo egemone.

E che dopo la fine della guerra, per nascondere le tracce del proprio tradimento, fece di tutto per accreditare l’epopea alla rovescia del «tutti  a casa», come genuina ed universale espressione del sentimento popolare nel 1943.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/09/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Gennaio 2018

Del 10 Novembre 2020

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