domenica, 13 Giugno 2021
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Quel gigantesco Mussolini a cavallo, nell’abside d’una chiesa, a 10.000 km. dall’Italia

Quel gigantesco Mussolini a cavallo nell’abside d’una chiesa, a 10.000 km.dall’Italia. In Canada, a Montréal nel Québec francofono, c’è un affresco che rappresenta “Benito Mussolini a cavallo” insieme ai suoi quadrumviri di Francesco Lamendola  

Se qualcuno ha voglia di ammirare un affresco che rappresenta Mussolini a cavallo, insieme ai suoi quadrumviri – Balbo, De Vecchi, De Bono e Bianchi , a uomini illustri, come Guglielmo Marconi, e al papa con il quale firmò i Patti Lateranensi, Pio XI, basta che prenda l’aereo e se ne vada in Canada, a Montréal, nel Québec francofono, poi entri nella chiesa dedicata a Maria Santissima del Soccorso: e sarà servito. Gli sarà dato allora di ammirare un’opera che, in Italia, o anche in qualsiasi altro Paese d’Europa, non potrebbe mai vedere: un’opera che glorifica il Duce, nel momento dl suo massimo fulgore; e che nessun evento politico e bellico, neppure lo scoppio della Seconda guerra mondiale, durante la quale l’Italia dichiarò guerra, il 10 giugno 1940, all’intero Impero Britannico, Canada compreso, nonché alla Francia (e, dunque, ai québecoisfrancofoni), è valso a farlo cancellare, come sarebbe accaduto inevitabilmente nel nostro Paese, subito dopo il 25 luglio del 1943. Le autorità canadesi si limitarono a farlo coprire con un telo, in attesa che la guerra finisse: tutto qui. Ma a farlo sparire per sempre, passandovi sopra una mano di vernice, non ci pensarono neppure; e nemmeno ci pensarono poi, a guerra finita, quando non esisteva più nemmeno il pericolo di attirarsi l’antipatia degl’immigrati italiani di quella città. Evidentemente, vi sono Paesi nei quali la storia è storia, anche se a qualcuno può non piacere, e non la si può cancellare con un tratto di penna, o con una falsificazione fotografica (come si faceva nell’Unione Sovietica di Stalin, dove le foto che rappresentavano il dittatore accanto a Zinov’ev e Kamenev, improvvisamente, lo mostravano tutto solo sul palco, ad arringare le folle plaudenti).

Così descrive questo curioso episodio la studiosa di etnologia Antonella Crudo nella sua interessante monografia Identità fluttuanti. Italiani di Montréal e politiche del pluralismo culturale in Québec e Canada (Cosenza Luigi Pellegrini Editore, 2005, pp. 54-57):

… Il Concordato, firmato in Italia tra il papa e Mussolini, diviene la carta vincente per sanzionare,m sul piano internazionale la legittimità del fascismo e viene accolto con grande entusiasmo nel cattolico Québec francese. A Montréal e in tutto il Nord America avrà come conseguenza il consolidamento del rapporto fra la Chiesa e il movimento fascista [sic; diremmo piuttosto “il regime fascista”, nota nostra] fino alla seconda guerra mondiale:

“Il quotidiano la Presse aveva pubblicato nella sua parte illustrata la foto di Mussolini. Era certamente un momento di gloria per lui. Il Québec, molto cattolico, era assai sensibile al significato sociale e simbolico della pace ritrovata tra la Chiesa e lo Stato. […] Rispetto alla figura di Mussolini, c’era una sorta d’attitudine reverenziale che sfiorava la religiosità. La maggior parte della comunità italiana accettava la versione ufficiale che stabiliva un legame molto stretto tra regime fascista e italianità. Solo una piccola parte, gli antifascisti, distingueva il fascismo come ideologia e un sentimento nazionale e patriottico “ (F. Salvatore, “Le fascisme et les Italiens de Montréal”, Guernica, Toronto, 1995, p. 189).

La Chiesa della Madonna della Difesa diviene uno dei centri di propaganda più attivi:
“Mussolini era molto ben visto.  L’appoggio al fascismo era quasi unanime tra gli italiani. Le cose sono cambiate dopo la dichiarazione di guerra. La parrocchia della Madonna della Difesa era il centro più attivo:  il sacerdote organizzava delle parate in camicia nera. Padre Maltempi era il più fervente propagandista del Fascismo a Montréal” (idem, p. 235).

Tutti i parroci diranno ai loro parrocchiani che un buon italiano è un buon cattolico e un buon fascista. Un immenso affresco del duce a cavallo, affiancato dai quattro dei suoi più fedeli gerarchi, viene dipinta nella Chiesa della Madonna della Difesa, dimostrazione eclatante del ruolo attivo delle parrocchie nella propaganda fascista, simbolo del legame tra cattolicesimo e fascismo nella comunità italiana. L’affresco è realizzato dal pittore Guido Nincheri dietro i consigli dello scultore Guido Casini. Durante la seconda guerra mondiale viene coperto da un telone per ordine della polizia federale ma è ancora ben visibile oggi. Il sacerdote che mi ha fatto visitare la Chiesa, raccontandomi la sua storia, mi ha mostrato con un certo orgoglio l’affresco di Mussolini a cavallo. Un altro dei mie informatori, ex sacerdote alla Chiesa della Madonna della Difesa, alla richiesta di parlarmi dell’affresco di Mussolini e dei rapporti tra Chiesa e movimento fascista [sic], mi ha risposto che avevo toccato un punto molto delicato:

“A quei tempi gli italiani erano molto disprezzati […]. Col fascismo si sono sentiti protetti [….]. Quando a Nincheri è stato chiesto di affrescare la Chiesa, egli ha presentato i suoi piani che prevedevano la rappresentazione della Chiesa militante, della Chiesa purgante e della Chiesa trionfante, del potere civile e del potere religioso […]. Era il periodo del Concordato e, quindi, si voleva rappresentare l’accordo tra lo Stato e la Chiesa. Nincheri non voleva e anche un sacerdote gli ha chiesto di non farlo perché sarebbe stato un disastro […]. Tutto è andato bene finché non è scoppiata la guerra. È proprio in quel momento che il Mussolini a cavallo ha fatto paura a tutti i canadesi, tranne che agli italiani. Gli inglesi, con il loro potere, hanno arrestato e internato molti italiani, perché sospettati di fascismo, brava gente, e, tra questi, anche Nincheri. Sull’affresco è stato messo un grande telone e la comunità italiana, per molto tempo, è stata identificata, dagli inglesi e dai francesi, con Mussolini a cavallo. Ma Mussolini in Chiesa è soltanto un’opera d’arte e nelle chiese ci sono rappresentati tanti altri diavoli […]. È un simbolo, ma d’altra parte, rappresenta il Concordato. Personalmente non ci trovo niente di male, prima di tutto perché Nincheri l’ha fatto a malincuore, è stato accusato di fascismo ma non era fascista. È stato anche arrestato. Questo Mussolini a cavallo è passato alla storia, non c’è italiano o straniero che non vada a visitarlo, che faccia tanta paura!”.

Tuttavia, un altro sacerdote, mons. Chimichella, dichiara a Filippo Salvatore:

“L’affresco è stato l’espressione del sentimento che aveva animato il Concordato. Bisogna tuttavia avere il coraggio di riconoscere che la scelta di Mussolini, come autorità civile, è stato un errore” (F. Salvatore, op. cit., p. 191).

Va precisato che la chiesa della Madonna della Difesa, affidata ai Servi di Maria, è stata dichiarata, nel 2002, “monumento storico del Canada”, secondo gli auspici di un parroco “storico”, don Francesco Maddalena, servita friulano originario di Fanna (Pordenone), per cui pensiamo che l’eventualità di una cancellazione, magari parziale, dell’affresco raffigurante il Duce, sia da ritenersi definitivamente esclusa. Edificata nel 1919, sopra una precedente chiesa che era divenuta troppo piccola, la Madonna della Difesa fu voluta e finanziata dagli emigrati della Little Italy di Montréal, del cui insediamento costituiva il cuore vivo e pulsante. L’affresco di Nincheri, eseguito fra il 1930 e il 1933, è uno dei più grandi esistenti nel Canada; e se, come si è detto, gli costò, durante la guerra, un periodo di detenzione, per essersi rifiutato di modificarlo – in pratica, cancellando la figura di Mussolini -, in compenso l’incidente non incise in maniera irreparabile sulla sua carriera. Guido Nincheri (Prato, 29 settembre 1885-Providence, 1° marzo 1973), che, fra l’altro, in quella stessa chiesa ha lasciato altre due opere importanti, un affresco dedicato alla Santissima Trinità e un quadro raffigurante Santa Giovanna Falconieri, era emigrato a Montréal, fin dal 1915, ed ha lasciato una quantità imponente di opere negli Stati Uniti e in Canada, sia architettoniche, sia pittoriche, quasi tutte sparse nelle chiese cattoliche di quei due Paesi, compresa la Chiesa di Sant’Antonio da Padova a Ottawa, ed ha realizzato anche circa 200 vetrate, soprattutto nel Québec. Uno strano destino ha voluto che, di questa produzione varia e quasi sterminata, solo l’affresco raffigurante la celebrazione del Concordato, con tanto di Benito Mussolini in sella al suo cavallo, assurgesse a celebrità mondiale, e conferisse all’autore una duratura notorietà internazionale.

Vale la pena di ricordare, inoltre, che negli Stati Uniti, a Chicago, esiste tuttora la Balbo Avenue, dedicata al fascistissimo maresciallo dell’Aria Italo Balbo, per celebrare la sua trasvolata atlantica alla testa di uno storno di quindici idrovolanti Savoia Marchetti, effettuata nell’estate del 1933. Il suo arrivo sulle acque del Lago Michigan, davanti alla metropoli statunitense, entusiasmò l’intera cittadinanza: nessuno si mise a discutere se il personaggio fosse degno di un simile onore: e così la Settima Strada venne ribattezzata col suo nome per commemorare quella storica impresa, e, nonostante molta acqua sia passata sotto i ponti da quel lontano episodio, la Balbo Avenue si chiama ancora così, e gli abitanti di Chicago non se ne scandalizzano affatto. Lo stesso presidente americano, Franklin Delano Roosevelt, aveva invitato Balbo a colazione: i rapporti fra Stati Uniti e Italia erano piuttosto buoni, allora, fascismo o non fascismo; e non è neanche del tutto chiaro se fu il New Deal di Roosevelt ad influenzare certi aspetti della politica economica fascista all’indomani della Grande Depressione del 1929, oppure – come riteniamo più probabile – se non fu l’esatto contrario (anche se il discorso è quasi impronunciabile, oggi, perché troppo politicamente scorretto). Ad ogni modo, New Deal e colazioni diplomatiche a parte, la Italo Balbo Avenue è sempre lì, ad attestare che, in certe culture, non è considerato un sacrilegio rispettare la memoria degli avvenimenti storici passati, quando sono stati di notevole rilevanza interna o internazionale; indipendentemente dal giudizio politico che, a posteriori, se ne può dare. Sono i regimi dittatoriali che cambiano i nomi delle strade, delle piazze e delle scuole ad ogni svolta politica; e, accanto ad essi, l’Italia democratica e repubblicana uscita dalla guerra “di liberazione”, ossia dalla sanguinosa guerra civile del 1943-45, è l’unico grande Paese occidentale ad avere vissuto, negli anni della Guerra fredda, una sorta di regime di socialismo reale non dichiarato, che fu gestito non tanto dal Partito comunista, quanto dai sindacati confederati.

Quanto alla osservazione di monsignor Chimichella, ex sacerdote alla Chiesa della Madonna della Difesa di Montréal, secondo il quale bisogna tuttavia avere il coraggio di riconoscere che la scelta di Mussolini, come autorità civile, è stato un errore, ci piacerebbe sapere chi, al posto del Duce, avrebbe dovuto essere raffigurato nell’affresco, una volta che era stato deciso di celebrare la firma del Concordato, e di ritrarre i protagonisti di quello storico evento. Non è forse un’ipocrisia dire che è stato uno sbaglio scegliere di raffigurare Mussolini in veste di rappresentate dell’autorità civile, dal momento che quella era la sola figura possibile per rappresentare l’autorità civile concordataria? O si evitava di celebrare il Concordato nell’affresco di una chiesa cattolica, oppure si deve avere l’onestà di riconoscere che la scelta figurativa del povero Guido Nincheri era la sola possibile, non essendovene altre. Infelice, quindi, fu, eventualmente, la decisione di voler glorificare il Concordato in un’opera pittorica, all’interno di un edificio sacro; non quella di dipingere Mussolini, una volta che quella decisione era stata presa.

Ma qui, senza dubbio, il discorso si farebbe ancora più scottante e, per qualcuno, imbarazzante, dal momento che si sposta interamente nell’ambito della Chiesa cattolica. Gli Italiani, quando si parla di quel periodo e di quegli avvenimenti, pensano sempre alla Chiesa cattolica d’Italia; ma dimenticano che un peso notevole lo ebbero anche le chiese dei Paesi che ospitavano consistenti comunità di emigrati italiani, dal Brasile al Canada, dall’Argentina agli Stati Uniti. Dopo il 1945, gli storici hanno fatto finta di credere, per amore della riconciliazione democratica e repubblicana, che la Chiesa, nel suo complesso, si sia schierata abbastanza chiaramente contro Mussolini e contro il fascismo, almeno nella fase finale del regime, cioè dopo il 25 luglio del 1943. Tuttavia bisognerebbe ricordare che buona parte degli emigrati italiani erano di sentimenti fascisti, e che tali erano anche i sentimenti dei loro parroci, dei loro religiosi e dei loro vescovi; senza contare che la stessa politica ufficiale dei Paesi anglosassoni fu, almeno fino al 1935, cioè fino alla guerra d’Etiopia e alla vicenda delle sanzioni, sostanzialmente favorevole al fascismo, del quale sia Roosevelt, sia Churchill, non esitarono a tessere l’elogio. Di questo bisogna tener conto: che, se quell’affresco fu voluto, realizzato e difeso, anche dopo la caduta del fascismo, la ragione profonda va cercata nel fatto che, fra gli emigrati italiani, e anche fra il clero cattolico di origine italiana, il voltafaccia politico fu un po’ meno brusco, un po’ meno indecente, di quel che accade in Patria, dopo Piazzale Loreto e l’avvio delle magnifiche sorti e progressive sotto le bandiere della Libertà…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 10 Novembre 2020

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