giovedì, 23 Settembre 2021
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Resistenza: un mito di cartapesta puntellato da sette decenni di conformismo culturale

Resistenza: un mito di cartapesta puntellato da 7 decenni di conformismo culturale. Il mito è andato in frantumi ma quanto c’è voluto perché ciò accadesse e quanto conformismo e opportunismo politico sono stati necessari di Francesco Lamendola  

Il mito della Resistenza è andato in frantumi: ma quanto c’è voluto perché ciò accadesse, e quanto conformismo culturale e opportunismo politico sono stati necessari, perché potesse reggersi e tramandarsi per qualcosa come settant’anni!

Due generazioni di Italiani sono cresciute a Nutella e Resistenza; per esse non c’era mai stata una guerra civile, ma sempre e solo la Resistenza; se qualcosa andava male, ci si chiedeva che cosa ne avrebbero pensato i padri della Resistenza, come avrebbero giudicato la nostra incapacità di far funzionare una società libera, essi che ci avevano affidata già bella e pronta, a prezzo del loro sangue e dei loro sacrifici; se, di tanto in tanto, qualcuno osava nominare le foibe, le persone sparite, la strage dei sette fratelli Govoni anziché quella dei sette fratelli Cervi, immediatamente si levava un coro di altissime proteste, si gridava che il purissimo ricordo della Resistenza era stata profanato e insozzato, che gli immondi ratti fascisti si erano riaffacciati, protervi e ancora ingordi di sangue umano, all’imbocco delle fogne in cui erano andati a nascondersi, dopo essere stati spazzati via dal piede poderoso e inflessibile degli eroi della Resistenza.

Non è stata una impresa da poco: far letteralmente sparire, come nel cappello magico di un prestigiatore, una guerra civile durata più di un anno e mezzo, con qualche decina di migliaia di morti, gran parte dei quali assassinati a guerra finita, compresi donne, ragazzi, preti, suore, e perfino un discreto numero di partigiani non comunisti; rimuovere fatti come l’eccidio della malga di Porzûs, o come la tragedia di Trieste, rimasta in balia, per quaranta terribili giorni, delle soldatesche slovene del maresciallo Tito; nascondere e cancellare tutto ciò, e fornire perfino una spiegazione “ragionevole” e “quasi” convincente dell’assassinio del filosofo Giovanni Gentile, o della fucilazione dell’eroe di guerra e grande invalido Carlo Borsani, o del sacerdote Tullio Calcagno: tutto questo è stato, a ben guardare, il risultato di un impegno enorme sul piano intellettuale, di una mobilitazione permanente delle coscienze, di una suggestione dell’immaginario collettivo sotto la spinta di una lettura ideologizzata della storia recentissima, quali mai si erano visti prima, neppure per il mito del Risorgimento, e quali mai più, probabilmente, si rivedranno.

Se poi si considera che l’Italia del secondo dopoguerra ha goduto di un lungo regime democratico, e, per alcuni decenni, di una ripresa economica e di un benessere diffuso, che, in certi momenti, hanno sorpassato perfino quelli delle nazioni uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale, conferendo alla lira una stabilità ed una forza che ne hanno fatto una delle monete più solide del mondo intero, allora si resta più che stupiti: si resta disorientati, senza parole. Nessun altro popolo d’Europa, probabilmente, ad eccezione di quelli che ebbero la sventura di cadere, prima o dopo il 1945, sotto la plumbea cappa del socialismo reale, ha mai conosciuto una mistificazione del proprio passato più grandiosa, più sistematica, più assoluta; nessuno, tranne il popolo russo o, forse, quello albanese, sono stati altrettanto volonterosi nel mandar giù, nel digerire e metabolizzare un cumulo altrettanto grande di mezze verità, di interpretazioni di comodo, di menzogne belle e buone, e, soprattutto, di vivere in un clima così intransigente, così becero, così giacobino, di conformismo culturale, con la grande maggioranza dei cosiddetti intellettuali impegnati a custodire e tramandare, in tutta la sua inverosimile “purezza”, questo mito di cartapesta, questa balla colossale, questa immane perversione della realtà e del rispetto che ogni società deve ai suoi morti, al suo passato, al suo stesso senso della giustizia.

Personaggi infinitamente squallidi, infinitamente cinici, infinitamente crudeli, sono stati posti sugli altari della nuova religione della Resistenza: valga per tutti il caso del “Migliore”, quel Palmiro Togliatti che, all’indomani del barbaro assassinio di Gentile, osava definire il morto, sulle colonne de «L’Unità» di Napoli, “traditore volgarissimo”, “bandito politico”, “camorrista”, “corruttore di tutta la vita intellettuale italiana”, e concludeva: «Parlando di Giovani Gentile, condannato a morte da patrioti italiani e giustiziato come traditore della patria, non riesco a prendere il tono untuoso di chi, facendo il necrologio di una canaglia, dissimula il suo pensiero e la verità col pretesto del rispetto ai morti». Patria di Togliatti: l’Internazionale comunista; e non certo quella povera Italia, i cui brandelli martoriati della Venezia Giulia, Trieste compresa, egli voleva cedere all’imperialismo slavo del maresciallo Tito, tanto più che gli Italiani in fuga dalla sua “pulizia etnica” non meritavano alcuna solidarietà, visto che rifiutavano il Paradiso comunista e, con ciò stesso, mostravano di non essere altro che dei miserabili “fascisti”.

Così, per quasi settant’anni, abbiamo onorato, o, comunque, altamente stimato, i Togliatti e disprezzato i Gentile; per quasi settant’anni abbiamo fatto finta di non vedere quel che non era bello da guardare, e ci siamo compiaciuti di recitare instancabilmente la celebrazione del nuovo mito di fondazione della Repubblica “democratica e fondata sul lavoro”, la Resistenza appunto: sorta non dal sangue fraterno versato nel corso di una  crudelissima guerra civile, che ancora chiedeva di essere placato (come pure avevano detto e scritto perfino alcuni intellettuali onesti della sinistra, come Cesare Pavese), ma così, quasi miracolosamente, da una impennata di orgoglio del popolo italiano “contro il Tedesco invasore”; ignorando il fatto che quel Tedesco era stato nostro alleato e che aveva a sua volta versato il proprio sangue per aiutarci a difendere il nostro fronte a El Alamein, a proteggere le nostre città dal terrorismo aereo dei “liberatori” anglosassoni, a contendere la Sicilia alle armate d’invasione che vi erano sbarcate con l’appoggio organizzato della mafia.

Ha osservato Romolo Gobbi nel saggio – che, al suo apparire, quasi cinque lustri or sono, ha fatto tanto discutere –  «Il mito della resistenza» (Milano, Rizzoli, 1992, pp. 27-29):

«Gli unici che avevano come obiettivo dichiarato la caduta del fascismo, e cioè gli antifascisti [dopo il 25 luglio del 1943], non riuscirono a fare nulla; ma da quel momento cominciarono a elaborare un mito che giustificasse la loro successione al potere. Le manifestazioni che seguirono, in varie parti d’Italia, alla caduta di Mussolini, furono immediatamente interpretate come un segno di diffuso antifascismo. “L’annuncio coglieva di sorpresa il popolo che reagì come chi si sente liberato d’improvviso da un incubo. Il fascismo s’era adoperato per suscitare tante volte nelle piazze d’Italia, con le cartoline precetto, il consenso “spontaneo” alle sue iniziative: ora per la prima volta, dopo vent’anni, la prima manifestazione veramente schietta e spontanea era quella che applaudiva alla sua caduta, estesa in ogni centro maggiore o minore della nazione. Così grande, così irrefrenabile fu la gioia popolare da dimenticare la tragedia incombente, la frase minacciosa del proclama reale “la guerra continua”, persino la possibilità di dare sfogo alla propria collera e alla vendetta “(R. battaglia, “Storia della resistenza”, p. 70).

Ancora una volta gli “psicologi delle masse” entrano in azione con i loro strumenti misteriosi per far emergere la verità che piace a loro. il fascismo non aveva mai avuto il consenso delle masse, che appena ne ebbero l’occasione manifestarono il loro antifascismo a lungo represso. Ma se fosse stato davvero così, se tutto il popolo per vent’anni avesse subito la dittatura fascista contro la propria volontà, al momento delle sua caduta avrebbe sfogato la sua rabbia non solo contro i simboli dell’oppressione, ma anche contro gli oppressori. Il fatto che non si fosse verificato, in nessuna parte d’Italia, qualsiasi episodio di vendetta cruenta non può essere attribuito a una dimenticanza o a una “grande prova di generosità, e anche, se si vuole, d’ingenuità” (ibidem).

Secondo un altro psicologo delle masse: “nelle manifestazioni di ‘educato furore’, come nel tacito, diffuso consenso alla cacciata di Mussolini dal potere, si riscontra il livello a cui è giunta la coscienza politica delle moltitudini indifferenziate tenute per vent’anni lontane da ogni informazione, stordite dalla lunga propaganda nazionalistica…” (P. Spriano, Storia del Partito comunista, vol. 4, p. 262).

A parte il fatto che in questo caso si è riusciti anche a misurare un antifascismo “tacito” delle masse, il “furore educato” viene attribuito alla penetrazione della propaganda fascista tra il popolo. Ma invece di queste interpretazioni psicologiche contorte della volontà popolare sarebbe stato più semplice ammettere che non tutti furono contenti della caduta di Mussolini, che la maggior parte della gente fu colta di sorpresa dal cambiamento repentino di una situazione durata per vent’anni, e che quindi fu incapace di schierarsi, perché le mancavano le informazioni e le alternative, e, per ultimo ma non irrilevante, che una parte della popolazione era stata fascista e non riuscì a cambiare registro così rapidamente e che alcuni non lo cambiarono affatto. 

Insoddisfatto dall’antifascismo “tacito”, lo stesso storico, anch’egli ex partigiano, insinuò poi “che, pur essendo la spontaneità dell’adesione, il ‘pronunciamento’, il tratto dominante, le manifestazioni assumono un aperto carattere antifascista e antitedesco dove la cospirazione ha lavorato davvero, laddove c’è già un embrione della presenza politica unitaria antifascista, laddove la classe operaia già ha lottato, e si esaurisce in un gesto di soddisfazione in quelle città o regioni dove nessuna forza è in grado di orientare e illuminare la sensibilità popolare” (ivi, 263).

Non si capisce a quali situazioni si riferisca l’autore visto che poche pagine prima aveva scritto che “il Fronte nazionale non esiste di fatto, non ha un suo organo dirigente capace di assumere iniziative politiche e soprattutto di fare appello alle masse” (ivi, 255).

Si capisce invece dove vuole andar a parare quando parlando delle manifestazioni  scrive: “A Torino, come si vede, si registra una punta indirizzata contro i tedeschi che pare già un prodromo della resistenza” (ivi, 267). Dunque non solo gli scioperi del marzo 1943, ma anche le manifestazioni dopo il 25 luglio sono un’anticipazione della Resistenza: quando la Resistenza non era stata ancora concepita e tanto meno organizzata.»

Ma, si dirà, possibile che quel mito posasse interamente sulla menzogna o, peggio, sul nulla? È proprio vero che non c’è mai stata una resistenza; che non c’è mai stata una lotta del popolo italiano, o di una parte di esso, contro il fascismo e contro l’occupazione tedesca, o che, se c’è stata, essa è stata completamente differente da come ci è sempre stata tramandata?

Ebbene, non abbiamo certo bisogno di sostituire ad una menzogna, un’altra menzogna; ad un mito di cartapesta, un altro mito di cartapesta. Non sarebbe onesto, né intellettualmente, né moralmente, negare che vi siano stati uomini leali e generosi, dei puri e nobili idealisti, i quali hanno creduto nel valore della libertà e che, per amore di essa, hanno sofferto, combattuto e dato anche la vita. Non sarebbe vero, né verosimile, negare che alcune migliaia (alcune migliaia, si badi: non certo decine e centinaia di migliaia, non certo milioni!) di Italiani, nel tragico biennio del 1943-45, hanno ritenuto di dover prendere le armi e lottare apertamente, per non subire la suprema umiliazione di ricevere la “libertà” in premio dagli eserciti alleati, risoluti a testimoniare con la lotta e con il sacrificio l’idea di patria che essi avevano in mente.

Il punto, però, non è questo, ma un altro. Il punto è se la guerra civile sia il mezzo, giusto e legittimo, con il quale un popolo riafferma il suo amore per la libertà: imbracciando le armi fornite dallo straniero che calpesta il suolo della patria, e macchiando la propria terra di sangue fraterno, spesso innocente. Gli azionisti e i comunisti avevano perseguito scientemente l’obiettivo di scatenare la guerra civile sin dal 1936, al tempo della guerra di Spagna: «Oggi in Spagna, domani in Italia», era stato il loro motto, il motto di Nello Rosselli: che, all’indomani dell’8 settembre, essi ebbero l’occasione di realizzare. «Trasformare la guerra mondiale in guerra civile» era stata la parola d’ordine di Lenin nel 1917: nel 1943 divenne anche la loro. Per lavare l’”infamia” della dittatura fascista, per tornare a sedere con “dignità” nel consesso delle nazioni democratiche, occorreva versare il sangue di alcune decine di migliaia di Italiani (e poi si continua a citare come tipica espressione del cinismo di Mussolini la sua frase del giugno 1940: «Mi serve un pugno di morti per sedere al tavolo della pace»!); occorreva che l’Italia fosse definitivamente vinta e distrutta dalle plutocrazie occidentali, che a ciò s’erano adoperate in ogni senso fin dal 1935, ossia dall’epoca della guerra d’Etiopia, se non da prima ancora. Perciò i “resistenti” sono stati, oggettivamente, la quinta colonna degl’invasori anglosassoni: questo è ciò che non si poteva dire…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Novembre 2020

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