venerdì, 17 Settembre 2021
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Se la sono cantata e suonata per 70 anni; ora basta

Se la sono cantata e suonata per 70 anni, ora basta ! Pietro Scoppola e il monopolio della cultura italiana, che per 70 anni, dal 1945 a oggi, è stata sistematicamente occupata dalla sinistra catto-progressista e anti-cristiana di Francesco Lamendola  

Se la suonano e se la cantano, si usa dire, per indicare quelli che fanno tutto da soli: svolgere una determinata azione e poi dare un giudizio su di essa, ovviamente auto-celebrativo. E siccome la cultura italiana, per 70 anni, vale a dire dal 1945 a oggi, è stata sistematicamente occupata, a tutti i livelli, dai giornali e dalle televisioni fino alle case editrici e alle aule universitarie, passando per tutti i premi letterari, dalla sinistra, si può dire che per sette decenni i gloriosi esponenti del pensiero marxista, dell’estetica marxista, della narrativa marxista, se la sono, appunto, cantata e suonata, celebrandosi l’uno con l’altro, complimentandosi a vicenda e anche, non di rado, assestandosi velenose stilettate, ma sempre, si capisce, in famiglia, perché la musica era quella e nessuno poteva permettersi di cantare o suonare fuori dal coro, pena il bando perpetuo o, se ancora non era conosciuto dal pubblico, il silenzio totale da parte della critica. In questo grigio e mestissimo panorama, in cui non vi è nulla di cui si possa andar fieri, e che dovrebbe far arrossire di vergogna chiunque abbia un minimo di rispetto per la libertà della cultura e della ricerca, e soprattutto per l’umana dignità degli uomini di cultura, ammesso che sappiano di che cosa stiamo parlando, spicca una categoria d’intellettuali a sé stante, quella dei cattolici progressisti, i quali, appunto dal 1945, grazie a uomini come Dossetti, Lazzati, La Pira e alcuni altri, si sono ritagliata un posto non certo secondario, e anzi molto apprezzato, all’interno del salotto buono della sinistra di matrice marxista, dalla quale hanno ricevuto una quantità di riconoscimenti, attestati di stima e dichiarazioni d’amore, del resto tutte puntualmente ricambiate, con pari trasporto e passione.

All’interno della cultura catto-progressista, un posto d’onore spetta allo storico Pietro Scoppola (Roma, 14 dicembre 1926-Roma, 25 ottobre 2007), che fu caporedattore della prestigiosa rivista Il Mulino e che si distinse per il contributo decisivo, a giudizio di molti, alla vittoria dei “no” nel referendum abrogativo sulla legge del divorzio, nel 1974, cosa che gli valse l’eterna gratitudine di tutto il fronte laicista e sinistrorso, tanto da fargli perdonare il successivo passo falso (dal loro punto di vista), di aver sostenuto il referendum sulla legge 194: perdono tanto più volentieri concesso, dato che il referendum del 1974 vide la vittoria netta dei divorzisti e pure quello del 1981, la vittoria schiacciante degli abortisti. Tipico esempio di intellettuale non privo di addentellati e di ambizioni politiche, oltre che professore ordinario di Storia all’università La Sapienza, fu senatore, come indipendente, nelle file della Dc, poi vicino alla Margherita e infine all’Ulivo, nonché collaboratore de La Repubblica: sì, proprio La Repubblica, il giornale capofila del “partito” massonico-radicale, sempre in testa a tutte le battaglie anticristiane: l’ultimo giornale nel quale, secondo coerenza e secondo decenza, se la coerenza e la decenza non sono proprio opinioni del tutto soggettive, ci si aspetterebbe di trovare la firma di un cattolico. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo stimava molto (cosa che accresce ulteriormente i nostri dubbi e le nostre perplessità; questione di gusti personali, si capisce), tanto che, nel  suo Messaggio di cordoglio del 25 ottobre 2007, lo definì illuminato interprete del pensiero e del movimento cattolico, assertore e promotore di dialogo nello spirito della Costituzione: una filastrocca, quest’ultima, che sappiamo bene cosa vuol dire: cantarsela e suonarsela, come questi signori hanno fatto per settant’anni, senza un’ombra non diciamo di vergogna – il che sarebbe troppo – per il regime di smaccato monopolio culturale di cui erano al tempo stesso artefici, sorveglianti e beneficiari, ma anche solo d’imbarazzo, e motivo di un qualche sia pur lieve rossore, almeno di quando in quando.

Come storico, Pietro Scoppola è stato il perfetto esponente del pensiero catto-progressista che, impavido, se la canta e se la suona, senza alcun problema a eludere i fatti, o a manipolarli, o a darne interpretazioni quanto mai tendenziose. A semplice titolo di esempio, dalla sua produzione trascegliamo questa paginetta esemplare, da La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni (Bari, Laterza, 1967, 1973, p. 346), relativa all’episodio di Crociata Italica del 1944:

La Repubblica sociale non era stata riconosciuta dalla Santa Sede; pur nel quadro di una neutralità formale l’orientamento dei vescovi  fu ad essa contrario, e si verificarono taluni contrasti fra il governo fascista repubblicano e l’autorità ecclesiastica. Quando all’inizio del 1944 fu preannunciata con compiacenza dalla rivista di Farinacci  “Regime fascista” la pubblicazione di “Crociata italica”, espressione di un piccolo gruppo di sacerdoti e di cattolici apertamente favorevoli al regime di Salò, mons. Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, si affrettò a diramare la seguente notifica: “Vediamo preannunciata la pubblicazione di un settimanale, “Crociata italica”, che si qualifica  politico-cattolico, diretta da don Tullio Calcagno.  Perché non sia sorpresa la buona fede dei cattolici,  è nostro dovere avvisarli che il predetto sacerdote  di diocesi lontana dalla nostra è sospeso da ogni sacro ministero e in nessun modo autorizzato alla pubblicazione  di un giornale; e pertanto il giornale sunnominato  non può essere considerato come cattolico”. Pochi mesi più tardi, il 10 aprile, giunse la notificazione della Conferenza episcopale triveneta, presieduta dal patriarca cardinale Piazza, che deplorava “l’attività di quei pochi sacerdoti, secolari e religiosi, i quali, rotto il freno della disciplina ecclesiastica, valendosi della loro qualifica sacerdotale, e del prestigio che ne deriva, conducono pubblica propaganda prettamente politica che, qualunque sia l’intenzione, non può accordarsi con la missione esclusiva e propria del sacerdote”. La notificazione denunciava il settimanale “Crociata italica” come inquinato da errori dottrinali e deplorava altresì prelevamenti e deportazioni di persone delle quali restava ignota la destinazione. Farinacci sulle pagine del suo “Regime fascista” attaccò la notificazione, ma non vi fu poi alcun seguito  di repressioni o proteste ufficiali.

Si tratta comunque di episodi marginali rispetto alla portata degli eventi  di quei tragici anni. Non è su questo terreno dei rapporti ufficiali o di vertice che gli anni della guerra sono particolar,ente  significativi: essi hanno ben maggiore interesse per quanto concerne la maturazione della coscienza  cattolica e la definitiva rottura fra il mondo  cattolico, nella sua grande maggioranza,  e il regime ormai prossimo alla crisi finale.

Questa breve pagina di prosa è un concentrato di ipocrisia ideologica, di moralismo a senso unico e di disinvolta tendenziosità storiografica. Tanto per cominciare, definire il settimanale Crociata italica, puramente e semplicemente, espressione di un piccolo gruppo di sacerdoti e di cattolici apertamente favorevoli al regime di Salò, è a dir poco riduttivo, perché, con la sua tiratura assai vicina alle 150.000 copie, esso fu, di gran lunga, il giornale più letto dell’Italia Settentrionale, il che, considerati i tempi e le disperate difficoltà economiche e d’ogni altro genere in cui versava la popolazione, sta a significare che esso, piaccia o non piaccia – specialmente ora, e specialmente a quanti hanno preteso di riscrivere la storia nazionale secondo la propria versione, esclusiva ed agiografica, ossia la versione dei vincitori – rappresentò un forte punto di riferimento per una fascia non indifferente degli italiani che vennero a trovarsi a nord della Linea Gustav, dapprima, poi della Linea Gotica, e smentisce la versione ufficiale, di comodo, secondo la quale gli uomini e soprattutto le idee della Repubblica Sociale erano quanto mai impopolari, isolati e mal tollerati. Al contrario, se il giornale di don Tullio Calcagno era così letto ed entrava in un così gran numero di case, nonostante l’anatema formale della Chiesa e la sua pretesa di bollarlo come non cattolico, ciò significa che un buon numero di cattolici non si riconosceva nella pretesa “neutralità” della Chiesa rispetto alle due parti in lotta nel gigantesco conflitto mondiale, neutralità, del resto, più proclamata che osservata, visto che centinaia di parroci e cappellani non la osservavano per niente, ma si schieravano decisamente, anche se occultamente, con le forze partigiane e con il più che probabile vincitore; ma pensava e sentiva che essa avrebbe dovuto tenere un vero atteggiamento di separazione della sua missione spirituale dalle vicende politiche, o, semmai, prendere le parti di chi difendeva, dopo tutto, oltre alla Patria invasa, bombardata, seminata di violenze e di stupri dalle truppe “liberatrici”, anche i valori più autenticamente cristiani, contro l’ateismo comunista e contro l’usura capitalista. E non si venga a obiettare che simpatizzare per la Repubblica Sociale significava condividere anche la politica nazista del genocidio antiebraico, sia perché l’entità della tragedia non era nota e gli Alleati, per primi, non ne parlavano affatto (altro che i “silenzi” di Pio XII, il quale dispose per il salvataggio di migliaia e di migliaia di ebrei in pericolo immediato di cattura e di deportazione), sia perché, dall’altra parte, c’erano i numeri e le modalità, non meno impressionanti, delle vittime di Stalin, per non parlare delle stragi della popolazione civile condotte dall’aviazione anglo-americana, sia in Europa, sia in Giappone, ove avrebbero avuto il mostruoso suggello dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki: il che rende assai problematico, se si vuol esser onesti, affermare che fosse poi così evidente, nel 1944, decidere da quale parte stesse il bene e da quale parte il male. E che le idee, o piuttosto gli ideali, di Crociata italica non fossero poi così isolati ed impopolari, lo dimostrano alcuni fatti che gli storici raramente si son presi il disturbo di porre sul piatto della bilancia, prima di sentenziare che la popolazione era tutta con i partigiani e contro i fascisti: per esempio, che l’”odiatissimo” ministro Alessandro Pavolini, nel colmo della guerra civile, girava in lungo e in largo per il Nord Italia, in automobile senza scorta, cosa che non osano fare nemmeno i ministri della Repubblica “democratica e antifascista” dei nostri giorni; oppure che quando lo stesso Mussolini venne a Milano per il discorso del Teatro Lirico (passato alla storia come il famoso discorso della riscossa, il 16 dicembre 1944, non solo una folla di migliaia di persone sfidò il freddo e i bombardamenti per andarlo a sentire, e lo applaudì in maniera calorosissima, ma egli poté attraversare le vie di Milano praticamente inerme, senza che un solo partigiano osasse mettere il naso alla finestra o tentare in alcun modo di rendergli le cose difficili: il che vorrà pur dire qualche cosa.

Ma l’ipocrisia di Pietro Scoppola risiede soprattutto nel voler dipingere il clero e l’episcopato del Nord Italia come sempre più orientato in senso antifascista per una sorta di palingenesi o rinascita morale, mentre è vero il contrario, e cioè che, dopo aver firmato i Patti Lateranensi nel 1929 e aver goduto, per quindici anni, dei vantaggi innegabili che ciò comportava, la Chiesa, nel momento in cui si delineò chiaramente la sconfitta del fascismo, prese velocemente le distanze da esso, più o meno come aveva fatto, il 25 luglio 1943, la monarchia, e si preparò ad attuare un vero e proprio capovolgimento di fronte, in base a un cinico calcolo di convenienza politica: meglio convivere, nell’Italia “liberata”, con i socialisti e i comunisti senza Dio, e con i liberali nemici e spregiatori della religione, che restare intrappolati nell’abbraccio mortale col fascismo morituro. Coppola cita come esempio di vescovo “mediatore” fra le due parti in lotta Ildebrando Schuster, di Milano: esempio infelicissimo, dato che fu proprio lui a premere in modo decisivo affinché don Calcagno venisse scomunicato, nel marzo 1945, il che equivaleva a condannarlo a morte (il che puntualmente accadde, un mese dopo, mediante un barbaro assassinio che colpì anche altri sacerdoti suoi collaboratori, come don Edmondo De Amicis); per non parlare dei dubbi e delle ombre inquietanti che si allungano sulla sua figura intorno al famoso incontro all’Arcivescovado fra il Duce e i capi del Cln, che molto, troppo somiglia a un tranello predisposto a freddo. La verità è un’altra, e cioè che la vera colpa di don Calcagno, più ancora che di aver immaginato un’improbabile Chiesa italiana autocefala, cioè distinta da Roma, fu quella di denunciare in maniera fin troppo chiara il doppiogiochismo e il tradimento della Chiesa nei confronti del fascismo, che, in quel momento, piacesse o no, rappresentava il legittimo governo italiano nelle regioni del Centro-Nord, non ancora conquistate dai nemici esterni (perché quelli, non lo si dimentichi, dal 10 giugno 1940 erano i nemici e il voltafaccia dell’8 settembre 1943 non poteva cambiare la sostanza delle cose, cioè l’intenzione ostile e distruttiva con cui gli Alleati avanzavano lungo la Penisola per soggiogarla). Diceva infatti, firmando la sua condanna a morte, in un discorso radiofonico del novembre 1944:

Noi Crociati Italiani abbiamo proclamato e proclamiamo alto e forte, senza ambiguità, che la nostra Patria, l’unica vera Patria è l’Italia che il 22 maggio strinse il Patto d’acciaio con la Germania, il 10 giugno 1940 scese in guerra contro le plutocrazie d’occidente, Francia e Inghilterra, a fianco della Germania, l’8 settembre 1943 non abbandonò e non tradì l’alleata Germania… Noi Crociati Italici, Re d’Italia sarà Cristo e solo Cristo, che non tradisce. A Lui e per Lui all’uomo che con migliore diritto di ogni altro appare da lui mandato a guidarci, Benito Mussolini, noi ubbidiremo fino alla morte… 

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Giugno 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Novembre 2020

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