martedì, 21 Settembre 2021
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Valli del Pasubio, 1944: un dramma dimenticato

Valli del Pasubio, 1944: un dramma dimenticato. Quando sedicenti “Combattenti per la libertà” si rivelano solo dei “Banditi travestiti da partigiani”. La sorte capitata ad una donna innocente e al marito giustiziato come “Spia” di Francesco Lamendola

Sovente sia i suoi celebratori, sia i suoi critici, ma soprattutto il pubblico delle persone comuni, che non hanno un’opinione ben precisa ma si lasciano trasportare dalla corrente, hanno della guerra civile un’idea abbastanza approssimativa. La associano alla guerriglia delle bande partigiane in montagna e alla controguerriglia delle forze tedesche e fasciste; agli assassinii mirati che, nelle città, colpivano singoli esponenti della Repubblica Sociale o anche solo uomini delle istituzioni civili, magari dei podestà la cui colpa era stata quella di opporsi a malversazioni o prepotenze e che perciò non erano affatto odiati, semmai stimati e benvoluti dalla popolazione, e perfino gli inermi esponenti del mondo della cultura, come nel caso del filosofo Giovanni Gentile. Pertanto dire “guerra civile”, come la chiamano gli uni, o “resistenza”, come l’hanno ribattezzata gli altri, evoca l’immagine dell’attentato di via Rasella e la strage delle Fosse Ardeatine; oppure la repubblica dell’Ossola e le insurrezioni finali delle grandi città del Nord; oppure, ancora, le rappresaglie di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema; o i sette fratelli Cervi fucilati dai fascisti (ma non i sette fratelli Govoni fucilati dai partigiani); o magari le foibe, ma solo di sfuggita e pensando solo ai partigiani titini (mentre simili eccidi li hanno compiuti anche i partigiani garibaldini italiani); o le immagini di Piazzale Loreto, coi corpi di Mussolini e degli altri gerarchi appesi a testa in giù; o qualche nome celebre, come quello della Banda Koch; o i lanci di materiale bellico da parte degli alleati, o le trasmissioni di Radio Londra, e così via.

In effetti, la realtà della guerra civile si frantuma e si disperde in una miriade di fatti particolari, legati al territorio, caratterizzati dalla brutalità ma anche dall’omertà, sui quali è stato difficilissimo far luce anche a molti anni di distanza, né mai la si sarebbe fatta se la ricerca storica fosse rimasta in mano ai professori e agli intellettuali di sinistra, i quali non avevano indagato sul lato oscuro delle bande partigiane, sui terribili atti di crudeltà e di sadismo, sulle esecuzioni sommarie, sul terrore e sulle morti bianche che hanno caratterizzato le settimane successive alla fine ufficiale delle ostilità, specialmente nel Triangolo della Morte emiliano, ma anche in cento e cento altri luoghi. Mai si sarebbe saputo che i gloriosi partigiani, in più occasioni, si macchiarono di stupri, di torture, di brutali assassinii anche ai danni di persone assolutamente estranee al fascismo, o colpevoli, tutt’al più, di aver fatto scrivere ai bambini della scuola elementare, nel caso di alcune maestre, un dettato in lode del Duce, ma sovente rei soltanto di avere del denaro, o un negozio, o un’attività commerciale che facevano gola ai banditi che si travestivano da partigiani per commettere le azioni più esecrabili; oppure che erano incappati nell’odio di un vicino per ragioni del tutto contingenti ed estranee alla politica, e si erano inimicati degli uomini che, con l’inizio della guerra civile, ebbero sia le armi, sia un mandato d’immunità per agire contro chiunque fosse sospettato di essere un fascista o una spia, criterio quest’ultimo adoperato con estrema larghezza e spesso utilizzato per l’eliminazione fisica di soggetti che davano fastidio sul piano personale.

Fra i pionieri di questa coraggiosa e meritoria opera di ricerca della verità ci sono stati Antonio Serena, del quale abbiamo già parlato più volte, e Marco Pirina, che non abbiamo conosciuto personalmente, ma del quale abbiamo potuto apprezzare il vastissimo e scrupoloso lavoro che ha avuto il merito di riportare alla luce episodi altrimenti dimenticati, restituendo, se non altro, la dignità della memoria a quanti ne erano stati privati insieme alla vita. Ben prima che i libri di Gampaolo Pansa rendessero popolare l’argomento, e ciò solo perché la sua era una voce della cultura di sinistra, questi ricercatori umili, pazienti e silenziosi hanno dedicato molti anni della loro vita a restituire un nome e un volto alle vittime sconosciute e ormai pressoché dimenticate: opera meritoria non solo nei confronti dei parenti, ma anche per la formazione culturale e morale delle giovani generazioni, le quali, per anni, non hanno potuto udire, sin dai banchi di scuola, che la voce di una delle due fazioni in lotta, quella uscita vittoriosa dalla guerra civile. Il punto di vista di studiosi come Serena e come Pirina è lo stesso di Bruno Spampanato e di Giorgio Pisanò, cioè di destra; pure, l’ideologia non ha fatto velo alla loro sete di verità e si può dire che, nel complesso, hanno mostrato una imparzialità e una equità di giudizio ben superiori a quelle dei tanto celebrati storici di sinistra che, prima di loro, avevano avuto praticamente il monopolio della narrazione di quelle vicende, tanto è vero che fino agli anni ’90 quasi nessuno parlava di guerra civile ma sempre e solo di resistenza. Il merito del cambio di prospettiva è stato soprattutto di Renzo De Felice, uno studioso di raro equilibrio e autonomia di giudizio, ma che ai nostri giorni, come osserva Marcello Veneziani, probabilmente incorrerebbe nella censura del politicamente corretto, e forse verrebbe accusato di essere un istigatore all’odio, solo perché ha rotto una consolidata tradizione degli storici accademici, per i quali la resistenza (anzi la Resistenza con la maiuscola) era un dogma sacro e intoccabile, essendo il fondamento della mitologia dell’Italia democratica e repubblicana nata da quelle vicende.

Guerra civile, dunque, come frammentazione ed estrema molteplicità di vicende, molte delle quali dimenticate o narrate falsamente, sicché, alterando una ad una le tessere del mosaico, il quadro d’insieme è risultato falso e agiografico per almeno mezzo secolo. A titolo di esempio, pensando dall’enorme opera di Marco Pirina abbiamo tratto fuori un episodio secondario, se si vuole, ma pure estremamente drammatico e tale da gettare una viva luce sui metodi di tante bande partigiane e sul modo in cui, poi, le vittime sono state sottoposte ad una ulteriore violenza: quella della narrazione tendenziosa, che ha reso impossibile ogni critica e fatto scendere sui morti un’ombra di vergogna immeritata: come se la responsabilità della loro fine ricadesse su di loro e non sugli assassini che li hanno soppressi. L’episodio, solo uno fra i tanti dimenticati, è stato ricostruito da Marco Pirina (1943-2011, nato a Venezia ma di origini friulane), dotato d’infaticabile tenacia, nella sua opera monumentale 1943-1945 Guerra civile sulle montagne (Pordenone, Centro Studi e Ricerche “Silentes Loquimur”, 2003, vol. III, pp. 398-41):

LA STORIA DELLA MISSIONE MILITARE GIAPPONESE e l’uccisione dei coniugi di Merano

RICERCHE STORICHE

Una Missione Militare Giapponese nel Giugno del 1944 si recò con una macchina a Rovereto presso la Ditta Radi, ove erano stati commissionati due sommergibili tascabili destinati alla marina giapponese. Terminata la visita agli ufficiali giapponesi, sulla via del ritorno, si unì  la moglie del Col. Giusto, residente a Merano, che doveva recarsi a Venezia, per motivi personali. Nelle Valli del Pasubio, la macchina fu intercettata dai partigiani, che passarono per le armi i giapponesi immediatamente, mentre tennero con loro per due giorni, la signora, che… tra l’altro… fu derubata della borsa contenente una somma di denaro destinata  ad acquisti ed uccisa…  Il Col. Giusto non vedendola tornare, decise di fare lo stesso itinerario, chiedendo informazioni insistenti a tutti… i partigiani credendo fosse una spia lo uccisero…  A fine guerra, secondo il Gen. Donà, i corpi dei due sposi furono recuperati. Nel mese di Aprile del 2002 , durante la presentazione, a Valdagno, del 2° volume della mia opera “1943-1945 Guerra Civile sulle Montagne”, un uomo mi avvicinò chiedendomi se conoscevo la storia dei giapponesi uccisi  e da una tasca tirò fuori una decorazione della marina nipponica, che affermò fosse stata venduta a lui da un partigiano del luogo… ho verificato presso le autorità giapponesi, descrivendo la decorazione, che la stessa è un’alta decorazione, che veniva concessa solo a pochi ufficiali di Marina, nel periodo 1941-1945.

VERSIONE DI FONTE RESISTENZIALE:

(Rif.: Diari della Resistenza, Quaderno 2, conservato c/o Biblioteca  di Schio, pag. 111, 1163-64):

Nella mattina dell’8 Giugno (nda: 1944) ‘Licio’, nella zona di Valli del Pasubio, con la sua pattuglia mette a segno un colpo importante. Avvistata una grossa e lucente auto tedesca, mentre egli con tre uomini si trova nelle vicinanze della Tagliata, non lontano da S. Antonio, non può resistere alla tentazione di appostarsi in posizione ideale e di bloccare la macchina. La sorpresa di Licio è al colmo quando ne vede scendere due giapponesi dall’aria importante, anche se in quel momento frastornata. Con loro scende una donna che si arrangia a parlare italiano: è infatti altoatesina. Sulla macchina vengono trovate parecchie confezioni di riso, cioccolato, scatolame vario; roba rara di questi tempi, molto apprezzata dagli uomini di ‘Licio’. Ci sono poi sulla macchina molte cartelle con documenti: dalla quantità delle carte , dall’aspetto e dalla provenienza delle persone fermate, ‘Licio’ ha capito che non potrà liberarsene tanto facilmente. La “cosa” scotta. Per questo manda a chiamare ‘Furia’. Con l’aiuto di questi viene incendiata la macchina e fatta sparire in un canalone, mentre i prigionieri vengono portati a Malunga… La donna, quasi italiana, che li accompagna, non vuol fornire alcuna indicazione. Se ne dovrà occupare comunque ‘Sergio’. Tutto questo  lo racconta il giorno successivo, lunedì 9, il ‘Vecio’,  che dice di aver partecipato al colpo; lo racconta a ‘D’Origano’ e a ‘Roosvelt’, incontrandoli nelle vicinanze di Contrà Barati… Il 19, nel tardo pomeriggio, ‘D’Origano’ e ‘Roosvelt’ si recano a Marsili … si sentono raccontare di un tale, un signore di una certa età, dai 50 ai 60 ma molto prestante, vestito con accuratezza, il quale parlava di giapponesi scomparsi, di una signora italiana insieme ai giapponesi, ma soprattutto chiedeva di Partigiani, di capi di Partigiani, con i quali intendeva entrare in contatto, con i quali voleva trattare. Prometteva anche compensi a chi gli avesse fornito indicazioni interessanti attinenti alle sue ricerche… ‘D’Origano’ e ‘Roosvelt’ ricorrendo alla collaborazione delle staffette ‘Dina’ e ‘Marietta’, subito sguinzagliate, si mettono alla ricerca dell’interessante individuo. Provvedono anche a mettere al corrente Bruno Brescia. Seguendone le tracce, trovano fra l’altro che l’uomo è passato anche per la canonica, dove, spacciandosi per ex Colonnello degli Alpini, proveniente da Bolzano, marito della Signora, che accompagnava gli addetti alla Legazione Giapponese in Italia, catturati giorni prima al Pian delle Fugazze, egli dichiara di essere alla ricerca della sposa; le informazioni avute fino a quel momento, dice, lo hanno condotto a S. Caterina; ritiene per certo che la sua amata sposa si trovi da quelle parti, di metterlo almeno in contatto con qualche comandante partigiano con cui avviare trattative. Prega, supplica il Parroco a fornirgli qualche ulteriore informazione… Il Parroco tutt’altro che stupido, per di più già provato da numerose peripezie causate dalla guerriglia, non abbocca. Il colonnello insiste, poco manca che si inginocchi a pregarlo; alla fine deve accontentarsi di chiedere, chi sa a qual fine, la strada più diretta per Torrebelvicino, che il Parroco si premura ad indicargli. Il Colonnello, tuttavia, anche ammesso abbia intenzione di recarsi a Torre, non ha fretta. Si ferma prima nell’Osteria-Trattoria “da Carollo”, dove, consumando un panino ed un bicchiere, racconta alla Pierina più o meno la stessa storia e le rivolge le stesse domande, quelle già fatte al Parroco. Anche lì il risultato è lo stesso. La Pierina si premura di riferire tutto, poco dopo, al “coscritto” ‘D’Origano’, terminando il racconto con l’affermazione, che non ammette dubbi: Quello è un fascista. Quello è una spia. Quello vuole farci bruciare le case! Il Colonnello passa per Contrà Zausa, senza sostarvi, e per Angelini scende fin nei pressi dei Corobolli, dove finalmente, ma per sua sfortuna, può davvero prendere contatto con un comandante partigiano sulla curva sopra al Bojaoro dove trova ad attenderlo Bruno Brescia, insieme a Silvio (Casarotto), messi al corrente di tutto dalla staffetta giunta dai Marsili. Disarmato (ha sola, alla cintura, la Beretta 9, di ordinanza degli ufficiali) viene  condotto alla tenda Comando, sul Costo di Varo. Qui, dai documenti scopertigli addosso, e da stringenti interrogatori, viene confermato che è, senza ombra di dubbio, una spia di grosso taglio, che il suo grado non è quello di colonnello, bensì di maggiore. Come spia viene giustiziato…

CONSIDERAZIONI.

L’uccisione degli ufficiali giapponesi in divisa, da prigionieri è un crimine di guerra. La tremenda sorte capitata alla signora di Merano è terribile, considerando che la stessa era totalmente estranea ai giapponesi. L’uccisione, come spia, del marito, che disperato cerca  in tutte le maniere notizie della moglie scomparsa  è sconcertante e rientra in quella “sindrome delle spie” che perseguitò tutte le formazioni partigiane delle montagne. Se avessero considerato maggiormente il valore della vita di quella povera donna uccisa, che doveva avere una famiglia, che avrebbe potuto cercarla, non avrebbero confermato “senza ombra di dubbio”, che il povero marito era senz’altro “spia di grosso taglio”. Sul comportamento del parroco, che non ascolta le parole di uno sposo in lacrime, ben sapendo quello che hanno fatto i partigiani in zona, lascio a Dio il giudizio.

Come si vede, Pirina ha spinto la sua scrupolosità di ricercatore fino a riportare anche la versione dell’altra parte, ossia dei partigiani: ed è una lettura a dir poco sconcertante. Il colonnello insiste, poco manca che si inginocchi a pregarlo. Sembra che, per scrive, quella sia stata quasi una scena comica: assoluta mancanza di umanità e di compassione. La Pierina si premura di riferire tutto, poco dopo, al “coscritto” ‘D’Origano’, terminando il racconto con l’affermazione, che non ammette dubbi: Quello è un fascista. Quello è una spia. Quello vuole farci bruciare le case! Come dire: se lo ha affermato la Pierina, che bisogno c’era di fare ulteriori indagini? Le spie vanno passate per le armi e il giudice del tribunale partigiano è una donna che dice, con assoluta sicurezza: quello è una spiaE pretendono che una simile versione sia credibile, che il pubblico la mandi giù come perfettamente logica e naturale. Insomma, gli autori della versione ufficiale descrivono l’assassinio di quattro persone, due militari stranieri, un militare italiano e la sua sposa, con il tono di chi racconta uno scherzo o un’allegra scampagnata. Fanno i complimenti all’astuzia di quell’indegno parroco, che non si è lasciato smuovere dalle implorazioni di un marito straziato dall’angoscia per la sorte di sua moglie; minimizzano il fatto materiale del quadruplice assassinio; non provano neanche a giustificare la soppressione di soldati in uniforme, contraria a tutte le leggi di guerra, né quella di una donna innocente; quanto a suo marito, pare che la sua colpa imperdonabile sia stata quella di non aver dichiarato il suo grado effettivo nella gerarchia militare. Lodano la sagacia dei partigiani, che hanno dedotto il suo essere una spia dal fatto che andasse ovunque a chiedere notizie della sua sventurata moglie: evidentemente non li sfiora l’idea che il suo modo di agire è stato l’esatto contrario di quello che ci si può aspettare da una vera spia. E di quale colpa si era macchiata la signora? La “soffiata” ai partigiani della proprietaria della trattoria è presentata come un atto patriottico e meritorio, mentre è difficile immaginare qualcosa di più vile e spregevole. Nessuna spiegazione anche per il furto del denaro della signora e della merce che l’automobile trasportava, tranne l’osservazione, che vorrebbe essere quasi gioviale, che quei viveri e quei generi di conforto furono molto apprezzati dai partigiani. Che tristezza. Chissà se un sia pur minimo rimorso ha mai sfiorato l’animo di quel prete vile e dal cuore di pietra, o di quell’ostessa crudele e incosciente, o tanto meno di quei partigiani dal grilletto facile.

Nel lontano Giappone ci sono state due famiglie che non hanno mai più saputo nulla dei loro cari. Erano due ufficiali di marina, due uomini valorosi poiché in patria erano stati ritenuti degni di ricevere delle alte decorazioni: avrebbero meritato una fine gloriosa, in battaglia, a bordo delle loro navi, contro un nemico strapotente, ma regolare. Sono morti, invece, in una oscura vallata alpina, per mano di sedicenti combattenti per la libertà, e nulla hanno potuto riavere di essi i loro cari, nemmeno il più piccolo oggetto che li confortasse con la dolcezza del ricordo. Dei due sposi di Merano, c’è poco da dire: in un clima culturale diverso da quello che ha dominato in Italia negli ultimi settant’anni, e che domina ancora, la tragica storia del loro amore e della loro fine avrebbe fornito materia a romanzi e, film e opere teatrali. Ma erano dei “fascisti”, dunque non meritavano e non meritano nulla. Neanche una croce e una scritta con il nome, perché qualcuno possa andare a deporre dei fiori in loro ricordo.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Novembre 2019

Del 10 Novembre 2020

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