domenica, 13 Giugno 2021
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Altro che democrazia: l’Italia del 1919 era schiacciata da una tirannia “rossa”

Altro che democrazia l’Italia del 1919 era schiacciata da una tirannia rossa: è la menzogna di una Italia tutta buona e pacifica prima e dopo il fascismo propinata con una protervia intellettuale pari solo alla sua spudoratezza di Francesco Lamendola

Uno dei luoghi comuni più duri a morire (ma, affinché muoiano, bisognerà pure che qualcuno provi a tirar loro il collo; perché certo non muoiono da soli) è che l’Italia del 1919 fosse un Paese che usciva, sì, sconquassato, materialmente e moralmente, dalla durissima prova della Prima guerra mondiale; ma, nell’insieme, un Paese che prometteva di passare, in maniera abbastanza ordinata, da un ordinamento liberale e monarchico-costituzionale ad uno di tipo pienamente democratico, sul modello delle grandi democrazie uscite vittoriose dalla lotta con gl’imperi “militaristi” e “assolutisti”, cioè sul modello della Francia, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America (l’altro socio dell’Intesa, la Russia, decisamente impresentabile da un punto di vista democratico, era uscito di scena con le due rivoluzioni del 1917 e con la pace separata di Brest-Litowsk del 1918, e nessuno sapeva bene che cosa stesse succedendo in Unione Sovietica, in quel momento).

In base a una tale ricostruzione, tanto fantasiosa quanto poco onesta, gli squadristi fascisti sarebbero piombati come uccelli da preda, a distribuire manganellate a destra e a manca e a turbare l’ordinato svolgimento della vita pubblica, o, in ogni caso, ad imprimervi le stimmate di una violenza cieca e indiscriminata, mirante unicamente alla conquista del potere per biechi motivi di interesse o di sadismo politico fine a se stesso: una “malattia” – come disse l’ineffabile Benedetto Croce, a dramma ormai compiuto – che aveva colpito un corpo fondamentalmente sano, la società italiana, la quale lo aveva espulso da sé (con il trascurabile dettaglio di una guerra mondiale e di una feroce guerra civile durata più d’un anno e mezzo, al termine delle quali l’Italia aveva perso per sempre la sua indipendenza effettiva), come si espelle un tumore, fortunatamente benigno, o un corpo estraneo, piovuto da chissà dove, forse da Marte o, magari, da Plutone.

Questa “lettura” del fenomeno fascista è quella che ci è stata ammannita per circa settant’anni, con una protervia intellettuale pari solo alla spudoratezza politica; con una testarda, incrollabile volontà di sottoporre al lavaggio del cervello le giovani generazioni e, cosa che è più stupefacente, anche a quella generazione che aveva vissuto sulla propria pelle gli anni Venti, Trenta e Quaranta, che aveva visto, aveva partecipato, aveva subito; e che sapeva benissimo che le cose non erano andate come ora si pretendeva, ma che, per una serie di ragioni quasi tutte poco nobili, in cima alle quali c’era la volontà di fabbricarsi una posticcia verginità democratica e cancellare anche il ricordo delle proprie responsabilità, non chiedeva di meglio che sottoscrivere questa falsificazione.

Poi, a forza di ripetere la menzogna, coloro stessi che la sostenevano hanno finito per crederci: e la Vulgata di una Italia tutta buona, libera e pacifica prima e dopo il fascismo, e tutta crudelmente asservita a forze demoniache, durante la parentesi fascista, si è cristallizzata una volta per tutte. Non si vuole dire, con ciò, che, per ristabilire la verità, si debba capovolgere quella menzogna: perché, così facendo, si cadrebbe in un’altra menzogna, di segno uguale e contrario. Il fascismo è stato realmente una dittatura; è andato realmente al potere con la violenza; e ha tentato, anzi, di diventare un vero e proprio totalitarismo, come quello comunista o quello nazista (ma, se Dio vuole, infinitamente meno brutale e inumano). Però  non si può ignorare che esso fu chiamato a contrastare la tirannia “rossa”, che spadroneggiava in gran parte dell’Italia settentrionale; che i famigerati agrari della Valle Padana non ricorsero ad esso per malvagità ed egoismo dissennati, ma per reagire alla stretta soffocante delle leghe rosse e alla minaccia rivoluzionaria social-comunista, che li stringeva alla gola ogni giorno di più; e che le camicie nere ebbero il sostegno e la simpatia di una parte non indifferente della popolazione, e non solo delle classi abbienti, ma anche della media e piccola borghesia e degli stessi lavoratori, proprio perché si presentarono come i restauratori dell’ordine, della gerarchia, della pubblica amministrazione, in un Paese minato dall’anarchia e completamente in balia del capriccio di irresponsabili e facinorosi demagoghi, i quali abusavano in maniera folle dello strapotere di cui disponevano, terrorizzando qualsiasi eventuale oppositore, anche fra i piccoli contadini, e approfittando della completa assenza dell’autorità statale.

Ci sembra che valga la pena, per ristabilire un minimo di verità sul contesto storico del 1919-21, citare una pagina del libro di Emilio Gentile In Italia ai tempi di Mussolini. Viaggio in compagnia di osservatori stranieri (Milano, Mondadori, 2014, pp. 70-72):

Per la maggior parte degli osservatori stranieri, il caos del dopoguerra era dovuto soprattutto al predominio degli estremisti socialisti e internazionalisti.

In alcune regioni la dittatura del proletariato appariva già imposta dalle “leghe rosse”, cioè le organizzazioni sindacali socialiste, che esercitavano un controllo quasi assoluto sulla vita economica e commerciale nelle province in cui il Partito socialista e i suoi sindacati avevano la maggioranza. Come scriveva Alazard,” parecchie province italiane, in particolare Ferrara e Bologna, erano sistematicamente depredate dai comunisti. Fatti inverosimili accadevano ogni giorno in Emilia e Romagna, dov’era esercitata l’integrale dittatura rossa. I “capilega”, cioè i capi dei sindacati dei lavoratori agricoli, erano onnipotenti, e nelle zone dove il proletariato agricolo era più numeroso, il mestiere del proprietario era l’ultimo dei mestieri. Ovunque bisognava mettersi in regola con i “rossi”. In alcune province erano stati istituiti persino dei lasciapassare o permessi di circolazione dei sindacati comunisti e delle Camere del lavoro rivoluzionarie” (Jean Alazard, “Communisme et Fascio en Italie”, Paris, 1922, pp. 76-77).

Il conservatore Percival Phillips descrisse l’Italia fra il 1919 e il 1921 come un paese sottoposto al “dominio comunista”. “Per due anni i comunisti ebbero il sopravvento nell’Italia del Nord. Solo a loro era concesso di parlare in pubblico, e affiggere manifesti. Essi minacciavano, insultavano, uccidevano persino, quando i loro oppositori tentavano di farsi ascoltare. Nei comuni in cui erano dominanti, i comunisti impedivano con la forza bruta alle minoranze liberali di esprimere la loro opinione. La maggioranza le azzittiva con le urla o agitando sedie e bastoni”. Solo le bandiere rosse erano esibite in parata nelle piazze e nelle strade, i canti comunisti erano cantati nelle manifestazioni pubbliche, gli attacchi violenti contro la monarchia e il Parlamento erano urlati o diffusi attraverso la stampa, insieme agli appelli all’odio di classe e l’incitamento alla violenza di massa” (Percival Phillips, “The Red Dragon and the Black Shirts”, London, 1923, p. 17).

Non diversa era la descrizione dell’Italia nel 1920 fatta dal conservatore Cambò: “La bandiera rossa ondeggiava sulle fabbriche e sui palazzi comunali del Centro e del Settentrione d’Italia. La produzione industriale andava estinguendosi, le ferrovie, questo servizio complesso e delicato come nessun altro, nel quale la disciplina e la gerarchia sono più necessarie dei binari e delle locomotive, funzionava in modo anarchico, con un personale indisciplinato che non riconosceva nessuna autorità e nessuna gerarchia” (Francisco Cambò, “Il fascismo italiano”, prefazione di F. Ciarlantini, Milano, 1925, p. 14).

Lo stesso giudizio sul predominio dei “rossi” era espresso dal democratico Mowrer: “L’intolleranza sociale e la violenza in generale non ebbero limiti. In alcune regioni, era persino pericoloso portare un monocolo o guidare un’automobile. Tutti dovevano essere eguali – tutti SIGNORI” (E. A. Mowrer, “Immortal Italy”, New York, 1922, pp. 320). Il capolega divenne “il tiranno del villaggio”, esercitando un potere assoluto contro possidenti, negozianti, commercianti, e contro gli stessi lavoratori che non si sottomettevano alle decisioni della lega. Chi non obbediva veniva condannato al boicottaggio: “da quel momento, la vita del condannato diventava un tormento. Isolato, senza nessuno con cui parlare, evitato da tutti come un colpevole, per il boicottato era impossibile vivere in condizioni materiali e morali tranquille. Non poteva lavorare al di fuori della sua terra e nessuno poteva aiutarlo.  Non poteva entrare in un’osteria a bere o a comprar qualcosa.  Per paura di essere a loro volta condannati al boicottaggio, i negozianti rifiutavano di vendergli qualsiasi cosa, il calzolaio di riparargli le scarpe, il maniscalco di ferrare il suo cavallo, il barbiere di fargli la barba. E i suoi figli erano cacciati dalla scuola, il medico ‘non trovava tempo’ per visitare la moglie ammalata. Il boicottato non poteva neppure trasferirsi in un altro paese, perché ovunque c’erano leghe rosse ed egli era un uomo marchiato dall’anatema, uno scomunicato. “Si sapeva di boicottati che avevano vagato per decine di chilometri con le loro famiglie, in cerca di lavoro e persino di rifugio. Prima o poi, la vittima si sottometteva e chiedeva la pace”. E ancora una volta la lega rossa emetteva la sua sentenza: il colpevole doveva pagare a la lega centinaia o migliaia di lire (secondo la gravità della sua colpa), senza fare domande, senza fare rimostranze, senza una ricevuta per la somma pagata. “Una simile tirannia rossa” commentava Mowrer “era sconosciuta nel mondo, fuori della Russia” (ivi, p. 325).

Ammiratore del socialismo riformista, Herron deprecava il sistema tirannico delle leghe rosse, che già molto tempo prima della guerra mondiale aveva imposto “una virtuale dittatura del proletariato” e che dopo la guerra divenne “ogni giorno più irrazionale e brutale”. Il boicottaggio, scrisse Herron, fu esteso anche ai morti. Quando una persona condannata al boicottaggio moriva, i becchini si rifiutavano di seppellirla se uno solo di loro apparteneva alla lega. La tirannia delle leghe colpiva anche il clero: “in certe regioni i socialisti chiedevano una tassa sulle rendite della Chiesa, e alla gente veniva vietato di frequentare la messa soltanto perché il prete aveva dato lavoro a un contadino che era stato boicottato o che aveva raccolto il fieno in n campo boicottato” (G. D. Herron, “The Revival of Italy”, London, 1922, pp. 79).

E si potrebbe seguitar a lungo. Anche se   alcuni osservatori stranieri, come Mowrer, riconoscevano che, d’altra parte, non tutti gli effetti di una simile “tirannia rossa” erano stati di segno negativo, e che, per esempio, grazie alla pressione delle leghe si era strappata la giornata lavorativa di otto ore, resta il fatto che quasi tutti gli stranieri – e non c’è motivo di ritenere che la prospettiva degli Italiani fosse poi tanto diversa – ritenevano che in vaste regioni dell’Italia centro-settentrionale, e specialmente dell’Emilia, della Romagna, della Toscana, dell’Umbria e delle Marche (guarda caso, là dove le cooperative rosse, i post-comunisti e la massoneria sono tutt’oggi più che mai radicati) a comandare non fosse lo stato, ma il Partito socialista e, dal 1921, anche il comunista; e che il modo di fare dei capi locali del social-comunismo fosse semplicemente esecrabile e tale da attirarsi l’odio di tutti, salvo essere costretti a dissimularlo per non subire il temutissimo ostracismo civile.

Sui libri di storia filo-resistenziali e filo-marxisti si legge, ancor oggi, che le leghe, le camere del lavoro, le sedi municipali dominate da socialisti e comunisti, divennero l’oggetto di una criminale e ingiustificata ondata di squadrismo, quasi che essa fosse nata dal nulla e si fosse abbattuta sui primi disgraziati che erano a portata di mano. La verità è che quella tempesta era stata lungamente preparata dalle violenze e dalle prepotenze dei rossi; che, a causa di esse, il  Nord e parte del Centro Italia vivevano in una situazione assai simile  a quella dell’Ungheria di Bela Kun, vale a dire in uno stato di rivoluzione permanente, e ciò non dal 1919, ma da prima della guerra mondiale (come si era visto, infatti, in occasione della “settimana rossa” del 1914); e che esisteva una diffusa, immensa stanchezza nei confronti di tale massimalismo arrogante, pronta a manifestarsi alla prima occasione favorevole, non appena si fossero fatte avanti delle forze capaci di contenerlo e rintuzzarlo. Il fatto è, dunque, che, fra il 1919 e il 1921, l’Italia viveva in uno stato di strisciante guerra civile, e che a incominciarla furono i “rossi”, non i “neri”; e che le violenze di questi ultimi, che indubbiamente vi furono, e che erano tanto più organizzate ed efficaci, a livello complessivo, di quelle dei loro avversari, furono, logicamente e cronologicamente, la risposta a quelle eserciate, in varie forme dalla “tirannia rossa”. Si dice e si ripete che il fascismo andò al potere più per le divisioni fra gli altri partiti, che per la forza propria: ed sostanzialmente esatto. Bisognerebbe però aggiungere che quelle divisioni non furono casuali, né nascevano da insipienza o ingenuità, ma da profonde ragioni strutturali. Perché mai i liberali o i cattolici avrebbero dovuto fare fronte comune con socialisti e comunisti, dei quali subivano da anni le prepotenze, e che li minacciavano ogni giorno di scatenare una sanguinosa rivoluzione antiborghese? I “rossi” non miravano affatto alla democrazia, ma alla dittatura del proletariato. Prima del fascismo, l’Italia stava per diventare una Repubblica sovietica…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Dicembre 2017

Del 11 Novembre 2020

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