domenica, 13 Giugno 2021
HomeSTORIACadorna, Caporetto, il fascismo: una pagina aperta

Cadorna, Caporetto, il fascismo: una pagina aperta

Cadorna, Caporetto, il fascismo: una pagina aperta. La commissione d’inchiesta nel 1919 attribuì la responsabilità principale di Caporetto a Cadorna, pur riconoscendogli il merito di aver ben condotto la ritirata fino al Piave! di Francesco Lamendola 

Ci sono pagine di storia che restano aperte per anni, per decenni, e non si chiudono più; si archiviano, ma il dossier resta aperto, la pratica inevasa. Una di queste pagine è la disfatta di Caporetto e, più in generale, la responsabilità del generale Luigi Cadorna, non solo in quella singola circostanza, ma, più in generale, in tutta la condotta della guerra: se è vero, come è vero, che Caporetto non fu solo una battaglia convenzionale, ma l’esito di un malessere che serpeggiava nell’esercito proprio a causa del modo in cui le operazioni venivano condotte, e l’esercito veniva trattato, dal Comando Supremo. Gli anni tumultuosi del primo dopoguerra, gli sconvolgimenti politici e sociali, poi l’avvento del fascismo che da movimento divenne regime, e desiderava sopire al di più presto divisioni e polemiche sulla storia patria recente: tutto ciò non rese l’atmosfera favorevole a condurre un’indagine approfondita e spassionata su quel che era accaduto in quella fine di ottobre 1917, in una località delle Prealpi Giulie, Caporetto (Kobarid in sloveno) che quasi nessuno, in Italia, aveva mai udito nominare prima dei tragici avvenimenti che videro la perdita di tutti i magri e sudatissimi guadagni territoriali realizzati nel corso di undici offensive, e l’abbandono di alcune province del territorio nazionale, Udine, Belluno e parte di quella di Treviso, cioè la sponda sinistra del Piave. Se a ciò si aggiunge che non solo l’onore dell’esercito, ma anche la carriera e la reputazione di personaggi importanti, come il generale Pietro Badoglio o il generale Luigi Capello, entrambi in odore di massoneria, erano messe in gioco dal giudizio che la società italiana, prima ancora che la commissione parlamentare d’inchiesta, avrebbe dato della Dodicesima battaglia dell’Isonzo, come la chiamano, più modestamente, le fonti austriache, si comprende bene perché tante reticenze, tanto imbarazzo, tanti sforzi per insabbiare, silenziare, archiviare l’intera questione, evitando la dura necessità di assumere una posizione netta e decisa sul tema spinosissimo delle responsabilità. È noto che la commissione, convocata nel gennaio del 1918, cioè in piena guerra, proseguì i suoi lavori fino al giugno 1919 e si concluse attribuendo la responsabilità principale del disastro a Cadorna, pur riconoscendogli il merito di aver ben condotto la ritirata fino al Piave e al Monte Grappa, ed evidenziando anche le responsabilità del governo Boselli, per non aver vigilato sufficientemente sulle condizioni materiali e morali in cui versava l’esercito dopo due anni e mezzo di guerra.

Ecco cosa il deputato liberal-democratico (cattolico di destra) di Tolmezzo, Michele Gortani, iullustre geografo e geologo, diceva in Parlamento all’indomani del disastro di Caporetto (da: I documenti terribili. Caporetto, a cura di Mario Cervi, Milano, Mondadori, 1974, pp. 142-143):

È vero che nella primavera del 1915 il generale Cadorna prevedeva una guerra rapida e sicura, e dichiarò essere pronto l’esercito? Perché si è permesso che il miglior fiore della gioventù italiana  fosse sacrificato durante due anni di guerra per l’ostinazione di voler compiere offensive per le quali mancavamo i mezzi, di pretendere che i reticolati si dovessero infrangere coi petti umani, di voler tenere ad ogni costo, per la preoccupazione del bollettino, posizioni manifestamente intenibili senza macelli continui, come i fondi delle conche di Plezzo, di Tolmino, di Gorizia? È o non è il generale Cadorna il principale responsabile della grave sconfitta toccata nel 1916 nel Trentino e nel Vicentino? E perché si permise a Cadorna di celebrare e vantare questa tristissima pagina della guerra come una gloria sua, dimenticando come una quantità trascurabile i trentamila prigionieri, i 300 cannoni, le batterie formidabili di casa nostra passate in mano al nemico? Perché si permise la costituzione, attorno al comando, di una consorteria di irresponsabili e incompetenti i quali aggravavano i suoi errori? Perché si permise che il generale Cadorna instaurasse e mantenesse per due anni e mezzo nell’esercito il regime del terrore? Perché non furono accolte le voci reclamanti che truppa e ufficiali  fossero trattati come uomini, e non come cose; che ogni sacrificio chiesto fosse necessario, che si pretendesse il possibile e non l’impossibile? Perché si permise che lo Stato Maggiore considerasse di fatto la guerra come un mezzo di carriera, e fu tollerato che potesse ragionevolmente diffondersi che ragioni di carriera fossero il movente precipuo di sanguinose azioni di guerra? Perché, dopo aver subito una delle sconfitte più gravi che la storia ricordi, il generale Cadorna può ancora diffamare l’Italia a Parigi e il generale Porro la può ancora rappresentare presso il comando supremo, invece d’essere entrambi in stato d’arresto e in attesa di giudizio?

Come abbiamo detto, negli anni del dopoguerra non c’erano le condizioni favorevoli perché la storiografia andasse a fondo di quel che era successo; e l’avvento del fascismo non contribuì a far chiarezza. I rapporti di Cadorna col fascismo furono ambigui: a lui importava solo difendere la sua reputazione, non il destino del Paese. E quando capì che il regime, che si ispirava all’Italia di Vittorio Veneto, non desiderava altro che poter chiudere le polemiche su Caporetto, ne approfittò in maniera sfacciata.

Ha scritto lo storico Nicola Labanca alla voce Cadorna nel Dizionario del fascismo (a cura di Victoria de Grazia e Sergio Luzzatto, Torno, Einaudi, 2002, vol. 1, p. 212):

Il fascismo si presentò come continuatore della guerra e della Vittoria, ma da principio ebbe vari timori nei confronti di Cadorna. Il quale, peraltro, mantenne una posizione politicamente ambigua: passò in rassegna reparti in partenza per la marcia su Roma (ottobre 1922), ma accettò poi di essere esaltato da un gruppo di ex combattenti in odore di fronda antifascista. Il primo governo Mussolini fu dunque guardingo verso il vecchio generale, non lo difese a fondo dagli attacchi che egli continuava a subire per via di Caporetto, e rispose con imbarazzo all’iniziativa del settembre 1924 quando a Cadorna venne offerta, con pubblica sottoscrizione, una villa a Pallanza. Il momento era delicato: Matteotti era stato ucciso da pochi mesi, l’opposizione si rianimava e si parlava di un governo da affidarsi a militari contro Mussolini.

A questo punto il governo fascista, che comunque aveva sempre elogiato i generali della Vittoria, riabilitò definitivamente Cadorna e lo nominò (assieme a Diaz) maresciallo d’Italia, addirittura richiamandolo in servizio attivo (4 novembre 1924). Fu la fine delle polemiche attorno a Caporetto, e più in generale delle critiche aperte alla gestione cadorniana della guerra: le critiche d’ora in poi avrebbero potuto essere solo tecniche, ma non più politiche. Ma il vecchio generale – campione della destra prefascista – non perse l’occasione per un ultimo graffio contribuì infatti a far cadere il progetto di riordinamento dell’esercito in senso modernizzante e fascista avanzato dal ministro Antonino Di Giorgio (primavera 1925).

Sotto il profilo puramente militare, è evidente che Cadorna porta la responsabilità di Caporetto: non c’era neppure bisogno di far lavorare per un anno e mezzo una commissione d’inchiesta parlamentare e di pubblicare poi tre volumi di documenti. E lo porta per la più semplice e banale, se si vuole, delle ragioni: perché il comandante supremo è sempre responsabile di quel che accade al suo esercito, nella buona e nella cattiva sorte. Nel caso specifico, poi, Cadorna si trovava nella condizione più fortunata che potesse desiderare: aveva chiesto e ottenuto dal re un potere pressoché assoluto sulle forze armate, praticamente ignorando il Parlamento; poteva trattare con il massimo disprezzo, come fossero pezze da piedi, i politici che si presentavano al suo quartier generale; poteva silurare tutti i generali che voleva, e lo fece abbondantemente; poteva far fucilare anche tutti i disertori, e far decimare tutti i reparti indisciplinati, con ferrea disciplina, senza giornalisti che mettessero in guardia le mamme e mobilitassero contro i suoi metodi la pubblica opinione (vantaggio non da poco, in un Paese ove a decidere la politica sono, sia pure indirettamente, le mamme). Insomma era il padrone assoluto di tutto ciò che riguardava la condotta della guerra, non doveva risponderne ad alcuno e aveva potere di vita o di morte su tutti gli italiani in uniforme, e il diritto d’infischiarsene di quelli che non l’avevano. Certo che, sul terreno di Caporetto, Capello e soprattutto Badoglio ebbero delle responsabilità precise e molto gravi: ma perché erano lì, se non per volontà di Cadorna? Avrebbe potuto silurare anche loro, se non era contento delle loro prestazioni. Inoltre, lo schieramento offensivo mantenuto dall’esercito nell’autunno 1917, dopo l’undicesima battaglia dell’Isonzo, era frutto della sua strategia: questo non poteva negarlo. Ed è evidente che non si dovrebbe mantenere un intero esercito su posizioni offensive se si sa di non poter pensare ad agire offensivamente per tutti i mesi dell’inverno. Anche la mancanza di riserve strategiche nelle retrovie del fronte, a chi se non a lui deve essere ascritta? Con la sua mentalità statica, ottocentesca, Cadorna aveva previsto, sì, di doversi ritirare fino al Piave in caso d’insuccesso, ma non aveva fatto nulla per rispondere con delle operazioni manovrate, fra l’Isonzo e il Tagliamento, a una offensiva nemica. Il fatto è che la guerra manovrata lui non sapeva proprio cosa fosse: per lui la sola guerra concepibile era simile a un’esercitazione militare in grande stile, dove tutto si svolge secondo i ruolini di marcia prestabiliti e dove al comandante non resta altro da fare che prendere a modello la guerra precedente. Ma l’ultima guerra, per l’Italia (a parte le guerre coloniali) era stata quella del 1866: e in cinquant’anni la tecnica militare aveva fatto dei passi da gigante. Nel 1866 non c’erano né la mitragliatrice, né il reticolato di filo spinato, né l’aviazione, né i sommergibili, né le flotte erano ancora miste, in legno e in acciaio. Si era preso la briga di studiare la lezione della guerra russo-giapponese del 1904-05, almeno? Perché la prima guerra davvero moderna era stata quella.  

È vero che Cadorna aveva incominciato le operazioni con dei piani grandiosi: Lubiana, Vienna. Ma poi tutto si era risolto in una serie di spallate sempre più prevedibili, sempre meno intelligenti, contro le munitissime posizioni austriache, mandando al macello centinaia di migliaia di soldati, come fossero carne da cannone, senza alcun riguardo per il loro morale, senza far nulla per guadagnarsi la loro fiducia e il loro affetto. Inoltre, pur avendo avuto il vantaggio di guidare l’esercito in un momento in cui la frontiera nemica era pressoché sguarnita, e l’Austria aveva appena un esilissimo velo di truppe a proteggere i 750 km. della frontiera dalla foce dell’Isonzo alla Svizzera, Cadorna non seppe approfittarne, non seppe sfruttare il vantaggio iniziale, destinato a durare solo poche settimane, anzi pochi giorni. Si mosse con estrema cautela, mandò i reparti a conquistare le cime, trascurò la possibilità d’irrompere nei fondovalle. Insomma si mosse con una gravità da elefante, e così permise agli austriaci di far affluire rinforzi dal fronte russo e anche da quello serbo, dato che i serbi, per dispetto contro l’intervento italiano, se ne rimasero con le armi al piede. Altro che convergere verso di loro e verso i russi in una gigantesca manovra a tenaglia, di sapore napoleonico, come pure il generalissimo si era illuso di poter fare, nel maggio del 1915. Chi ha il vantaggio della prima mossa contro un nemico per il momento quasi inesistente, e non lo sa sfruttare, dimostra tutta la sua miopia e la sua pochezza: è inescusabile. Una sola volta, dopo le prime settimane di guerra, a Cadorna si presentò l’occasione buona per penetrare a fondo nelle linee nemiche con un’azione rapida e quasi indolore: a Carzano, obiettivo Trento, nel luglio 1917: disertori austriaci avevano comunicato tutti i dati sul proprio schieramento (esattamente come nelle ore precedenti l’attacco di Caporetto), ma la sprecò malamente. Cadorna responsabile di Caporetto? Certamente, e non solo; responsabile anche del disastro sfiorato con la Strafexpedition di Conrad von Hötzendorf del maggio 1916. Infatti sono due, e non una sola, le battaglie perse da Cadorna: ci si dimentica in genere la prima (ma lo fece notare, a caldo, il buon Gortani); e se essa non degenerò in un disastro, portando gli austriaci nella pianura di Vicenza e prendendo sul rovescio tutto lo schieramento dell’Isonzo, fu per un vero miracolo. La mazzata di Caporetto avrebbe potuto arrivare un anno e mezzo prima.

Infine, è vero quel che disse a caldo il generalissimo, del vile cedimento di alcuni reparti che avevano aperto il passo al nemico, col famoso bollettino del 28 ottobre 1917: La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia; ma dimostra una totale incomprensione delle cause di quella viltà, come lui la chiama. Le truppe erano esauste e soprattutto esasperate perché, dopo due anni e mezzo di sanguinosissimi assalti frontali, non vedevano avvicinarsi minimamente la fine della lotta. Non sapevano che gli austriaci erano ancor più stremati di loro e quasi sull’orlo del crollo: a giudizio di von Ludendorff, non avrebbero resistito a una nuova offensiva e avrebbero ceduto di schianto. Questo lo sapeva lui, Cadorna; ma non si diede mai il disturbo di mettere gli altri a parte delle sue certezze. Non pensò mai che ai soldati si possa riservare un trattamento umano; per lui, il soldato deve solo obbedire e farsi uccidere, secondo la volontà del comando supremo. E quel suo voler addossare ogni colpa su quei poveri fanti la dice lunga non solo sulla sua miopia di militare ottocentesco, ma anche sulla sua meschinità di uomo. Meschinità che determinò tutto il suo modo di agire negli anni successivi alla guerra, nei quali dedicò ogni cura a pubblicar memorie per difendere la propria onorabilità di ex comandante supremo, ma non si chiese mai se e dove avesse, lui, sbagliato. E la stessa meschinità si vede nei suoi rapporti col fascismo: altalenanti, furbeschi, opportunistici; do ut des, tu chiudi la polemica sulla sconfitta e io approvo il regime, o almeno non lo critico. Un mercanteggiamento in piena regola. Senza tralasciare l’ultimo colpo di coda, l’affossamento del progetto di modernizzare l’esercito, come quei vecchi egoisti che si rassegnano a uscire di scena solo dopo aver avvelenato i pozzi, in modo che nessuno dei giovani sopravviva alla loro stagione. Se le forze armate italiane affrontarono la prova della Seconda guerra mondiale così palesemente impreparate, ciò lo si deve anche al vinto di Caporetto, che aveva già ottenuto il condono totale della sua sconfitta ed era stato assurto, a torto, nell’Olimpo dei grandi della Patria.

Eppure, quanto sarebbe stata necessaria una riflessione ampia e approfondita sul perché di Caporetto, negli anni successivi alla Prima guerra mondiale. Perché, aldilà delle manchevolezze di Cadorna e degli errori puramente militari, Caporetto fu anche, questo è innegabile, uno “sciopero militare” e quindi un cedimento morale; e la causa di ciò non furono solo le condizioni inumane dei soldati, gettati nella fornace come quantità trascurabili, ma qualcosa di assai più profondo: la contraddizione di una guerra offensiva voluta da una minoranza; la contraddizione fra un governo liberale e i metodi assolutistici del Comando Supremo (il fascismo, nel 1940, in confronto si può considerare un dilettante timoroso di tutto); e un nodo irrisolto ancor più profondo: quello di un popolo che non era ancora tale, di una nazione incompiuta per le modalità in cui si era fatta l’Unità d’Italia, e di uno Stato che esisteva da soli cinquant’anni e nel quale la distanza fra popolo e classi dirigenti era semplicemente abissale…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Luglio 2019

Del 05 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments