giovedì, 25 Febbraio 2021
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Dove nasce il Nilo?

Un’aspra rivalità dietro la ricerca delle sorgenti del Nilo, che, con i suoi 6.671 km., era considerato fino a pochi anni fa come il fiume più lungo del mondo mentre oggi risulta essere il Rio delle Amazzoni di Francesco Lamendola  

È difficile immaginare un contrasto più grande fra due uomini, come quello che esisteva fra il biondo, introverso, complessato inglese John Hanning Speke ed il bruno, estroverso, donnaiolo irlandese Richard Francis Burton.

Che Speke fosse anche omosessuale, questo lo lasciamo all’immaginazione del romanziere William Harrison, che, nel suo «Burton e Speke», suggerisce anche una certa intimità sessuale fra i due; tesi che è stata ripresa dal regista Bob Rafelson, ma niente affatto provata, anzi, a dire il vero piuttosto improbabile, posto e non concesso che si tratti di un  argomento meritevole di interesse. Così come definire Burton “puttaniere”, come fa il critico cinematografico Paolo Mereghetti recensendo quella pellicola, è quantomeno eccessivo.

Sta di fatto che proprio questi due uomini, uniti da una comunanza d’intenti che degenerò in aspra rivalità, hanno unito indissolubilmente i loro nomi nella storia della ricerca delle sorgenti del Nilo, che, con i suoi 6.671 km., era considerato fino a pochi anni fa come il fiume più lungo del mondo (mentre oggi risulta essere il Rio delle Amazzoni).

Fin dalla’antichità il mistero sulle origini del Nilo aveva sedotto i geografi e perfino il pubblico dei semplici profani; l’imperatore Nerone aveva inviato due centurioni a risalire la corrente del grande fiume, ma essi non avevano potuto portare a termine con successo la difficilissima e pericolosa missione loro affidata.

Ancora nella seconda metà dell’Ottocento non si sapeva praticamente nulla delle sorgenti del grande fiume africano, se non che esse dovevano trovarsi lassù, oltre ogni regione nota agli Europei, verso i misteriosi Monti della Luna (corrispondenti al massiccio del Ruwenzori), dei quali si favoleggiava sin dall’antichità e che erano così chiamati perché posti ai confini estremi dell’ecumene; sempre che non avessero a che fare con il Congo, l’altro grande corso d’acqua dell’Africa centrale, sfociante, però, in tutt’altra direzione, nell’Atlantico, a sud del Golfo di Guinea.

Nel 1990 il regista americano Bob Rafelson, già autore di opere come «Cinque pezzi facili», «Il postino suona sempre due volte» e «La vedova nera», ha girato un buon film che rievoca quella vicenda, «Le Montagne della Luna» (titolo originale: «Mountains of the Moon»), interpretato rispettivamente da Iain Glenn nella parte di Speke, Patrick Bergin in quella di Burton e Fiona Shaw in quella della moglie di quest’ultimo, Isabel.

La personalità di Burton era molto ricca, sanguigna, sensuale, onnivora; gli piaceva tutto, lo interessava tutto, voleva sperimentare tutto, dalle lingue orientali al sesso. Più che un esploratore nel senso classico della parola, era un linguista, un antropologo, un viaggiatore e uno scrittore; insomma, un uomo dalla curiosità sconfinata.

Nel tracciarne un profilo, in occasione di una mostra (intitolata «Le mille e una storia di Sir Richard Burton») che la città di Trieste, ove egli soggiornò poco meno di vent’anni, gli ha dedicato nel 2010, così scrive Claudio Bisiani:

«Instancabile viaggiatore, soldato nell’India coloniale, esperto schermidore e boxeur, appassionato studioso di cultura araba, esploratore, poliglotta, traduttore, archeologo, naturalista, diplomatico e antropologo, Sir Richard Francis Burton (1821-1890) – personalità dai mille volti e dalle mille sfaccettature – nell’arco della sua avventurosa esistenza si interessò a quasi tutte le discipline dello scibile umano. Una figura complessa e curiosa, affascinante e oltremodo singolare, che trascorse a Trieste gli ultimi diciotto anni della sua vita, dal 1872 al 1890, in qualità di console del «Foreign Office» inglese. Nella nostra città Burton si dedicò principalmente alla scrittura delle sue memorie come viaggiatore ed esploratore, conducendo accanto alla moglie Isabel – donna di profonda fede cattolica – un’esistenza molto più tranquilla rispetto al passato. A lui si devono, fra l’altro, le traduzioni di importanti opere della letteratura orientale, su tutte “Le mille e una notte” e il “Kama Sutra”, affiancate da numerosi opuscoli e articoli dedicati al porto di Trieste, ai castellieri dell’Istria e alle terme romane di Monfalcone.»

Speke aveva una personalità molto più sfuggente e difficilmente decifrabile: solitario e controllato, freddo e calmo in apparenza, nonché estremamente tenace, ma anche tormentato da una segreta inquietudine e da una intima insicurezza che, forse, giocarono un ruolo decisivo nella sua tragedia finale.

Non si è mai saputo con certezza se la vita di Speke ebbe termine con un suicidio o per un banale incidente di caccia. Quel che è certo è che essa avvenne nell’imminenza di un confronto decisivo tra i due uomini e le loro divergenti teorie circa le sorgenti del Nilo, che avrebbe dovuto svolgers,i davanti a un vasto pubblico, nella sede della Reale Società Geografica.

Speke era certo che il Nilo nascesse dalle cascate Ripley e, quindi, dal Lago Vittoria; ma la sua era, all’epoca, una semplice intuizione; Burton, che non aveva potuto spingersi fin là a causa delle cattive condizioni di salute, era altrettanto certo che il Nilo nascesse molto più a sud, ma anche la sua era una pura e semplice supposizione che, per giunta, aveva tutta l’aria di essere nata in lui per il disappunto di vedersi escluso dalla gloria della scoperta.

Il pubblico dibattito fra Speke e Grant, i due ex compagni di viaggio divisi ora da un insanabile contrasto che, in apparenza, era solo di natura scientifica, ma che celava gelosie e passioni di natura ben più profonda, era stato fissato per il 16 settembre del 1864; ma il giorno prima Speke trovò la morte a causa di un colpo di fucile partito dal suo fucile, che aveva appoggiato ad un muretto, mentre stava scalcando quest’ultimo.

Una  ricostruzione della disputa fra Burton e Speke è contenuta nel resoconto di viaggio del regista Giorgio Moser, «Le montagne della luce», che qui riportiamo, segnalando peraltro una notevole inesattezza alla fine del brano: Burton non morì poco dopo Speke, quasi colpito da un rimorso, ma  ben ventisei anni più tardi, a Trieste (Roma, Eri/Edizioni Rai, 1976, pp. 97-100):

«19 gennaio. Finalmente avviene l’incontro con il Nilo nei pressi della Ripon Falls. Sulla riva destra, tra prati ben rasati e cespugli di bougainvillea che denunciano non sopite consuetudini col recente protettorato inglese  sull’Uganda, una lapide: “John Speke, il 28 luglio 1862, per primo scoprì queste sorgenti del Nilo dal punto segnato da questa lapide…”.

Povero Speke! Biondino, malaticcio, semicieco, complessato, ma testardo, in questo punto per colpa di un turacciolo decise il suo destino che avrebbe finito per travolgerlo drammaticamente.

Ma vediamo come son andate le cose. Fino quasi a metà dell’Ottocento delle sorgenti del Nilo non si sapeva nulla, erano avvolte nella leggenda. Già Erodoto non si dava pace, poiché non riusciva a spiegarsi come quel fiume, che si diceva scorresse sempre tra le sabbie, potesse trascinare verso il mare una tal massa di fango, quel limo dal quale l’Egitto traeva vita e ricchezza. Un altro mistero lo assillava: poiché il Nilo, contrariamente agli altri fiumi, era in secca d’inverno e in piena d’estate?  Qualcuno infine affermava che il Nilo traeva vita dallo sciogliersi delle nevi e ghiacciai nelle regioni più calde della terra, dove addirittura non piove mai? Eppure gli Ittiti, gli Egiziani, i Persiani sostenevano che al centro dell’Africa doveva esserci una zona di alte montagne, di valli ombrose, di nevi eterne, dalle quali era nata la vita. E gli Arabi ponevano lassù il paradiso di Allah (evidentemente queste dicerie nascevano da racconti di viaggiatori e di mercanti di schiavi che mille e più anni prima della nascita di Cristo avevano attraversato l’Africa). Nerone, nella sua megalomania, mandò due centurie a scoprire le sorgenti del fiume, ma s’impantanarono nelle paludi de Sud e i racconti dei superstiti della disastrosa spedizione contribuirono a creare intorno alle sorgenti del Nilo un alone di mistero e d’invulnerabilità.

È facilmente intuibile quindi come l’impresa solleticasse la caparbietà, il senso d’avventura, il giuoco alla scommessa, il bisogno d’affermazione di questo inglese che a diciassette anni si era arruolato nell’esercito indiano, aveva percorso Himalaya e Tibet in lungo e in largo, aveva raggiunto il grado di capitano, ma al quale si sarebbe prospettato di lì a qualche anno, un sonnolento periodo di pensione, coltivando rose nel Somerset.

L’incontro ad Aden con Richard Burton, che per conto della Compagnia delle Indie, stava preparando una spedizione geografico-commerciale, segnò una svolta definitiva nel destino di Speke, ma anche una drammatica conclusione. Con Burton infatti preparò nel 1857 una spedizione che, partita da Zanzibar, raggiunse in nove mesi il lago Tanganika; di lì, approfittando di una malattia di Burton, Speke in un mese raggiunse il lago che gli indigenti chiamavano Nyanza e che lui battezzò Vittoria in onore della regina. Aveva scoperto quel mare interno, del quale gli antichi parlavano, e lì si convinse che dovevano esserci le sorgenti del Nilo. Ne era sicuro per una intuizione, non per una certezza. Burton, forse anche perché escluso dall’impresa, gli fu subito contrario e gli oppose la storia del turacciolo. Disse: se metti un turacciolo n acqua ancora più a monte, alle sorgenti di qualche immissario che il lago deve avere molto più a sud dell’Africa, quel turacciolo arriverà nel Mediterraneo alle foci del Nilo. E Speke testardo a ribattere che invece le sorgenti dovevano essere lì, a qualche chilometro dal punto dove era arrivato nel suo viaggio solitario. Tanto testardo che, tornato in Inghilterra, organizzò una seconda spedizione, escludendo Burton ed aggregando il capitano James Grant. Il 28 luglio 1862 scoprendo le cascate Ripon, dove fragorosamente le acque del lago Vittoria si gettavano in un lungo braccio che aveva tutta l’apparenza di un fiume, Speke ebbe la certezza e corse a Londra per darne l’annuncio. Ma la gloria, il successo, la credibilità durarono lo spazio di un mattino. In patria – durante l’assenza di Speke – Burton aveva lavorato di bulino, insinuando il dubbio tra le massime autorità in materia – il signor Murchison, presidente della Società di Geologia, e il reverendo Livingstone – che le sorgenti si trovassero a sud del lago Vittoria. Gli si cominciarono a chiedere prove, documentazioni, rivenne fuori la storia del turacciolo, qualcuno cominciò ad insinuare che Speke fosse un impostore, altri sussurrarono che in ambedue le spedizioni avesse abbandonato ammalati i compagni di viaggio – Burtion e Grant – per poter essere solo e incontrollato a fare la scoperta. Dopo cinque anni l’uomo che era stato sull’onda del successo, della celebrità, che era stato lo scrittore più letto d’Inghilterra, l’ospite più ricercato del’alta società inglese, si ritrovò dileggiato, diffamato, pubblicamente accusato d’impostura, messo al bando dalla scienza ufficiale. Un colpo di fucile – incidente di caccia o suicidio? – concluse improvvisamente e drammaticamente il suo declino. Burton, che si ritenne responsabile di questa morte, disperato lo seguì nella morte a breve distanza di tempo. Il vecchio Nilo aveva fatto le sue due ultime vittime.

Peccato, perché tutti e due avevano ragione – o, se vogliamo – avevano torto. Avevano ragione perché ancor oggi i geografi sono equamente divisi nel collocare le sorgenti del Nilo a Jinja, presso le Ripon Falls, dove le aveva scoperte Speke e alle sorgenti del fiume Kasumo, nel Burundi, dove il tedesco Bukaart Waldecker nel 1937 scoprì “il punto geograficamente più meridionale e più lontano in linea retta dalla foce del Nilo”. A sud del lago Vittoria, come aveva asserito Burton.

Insomma la teoria del turacciolo. Ma ambedue – Sperke e Burton – avevano torto, poiché le vere sorgenti del Nilo idealmente, turaccioli a parte, sono la catena del Ruwenzori, questo enorme serbatoio d’acqua piovana, dove 360 giorni all’anno tonnellate e tonnellate d’acqua cadono dal cielo, s0’infiltrano nella foresta pluviale, ristagnano in paludi soffocanti e infine scendono a valle in mille rivoli confluendo nel grande bacino idrografico di fiumi e laghi che darà vita al Nilo.

“Padre delle piogge”, chiamano gli africani il Ruwenzori, oppure il paradiso dove “il Nilo cade sulla terra”: gli antichi preferivano un appellativo più poetico, “i monti della luna”.»

Dunque, alla fine, né Burton né Grant avevano trovato veramente il bandolo della matassa.

Oggi sappiamo che le sorgenti del Nilo si trovano presso Gasumo, nella sezione meridionale dell’altopiano del Burundi, a 45 km. ad est del lago Tanganica (a 3°54’47’’ di latitudine Sud), dove nasce il Gaseny, che, col nome di Kigira, si getta nel Ruvyironza, affluente del Ruvubu, il quale – unendosi al Nyabarongo – dà vita al Kagera, il ramo sorgentifero del Nilo.

Ma questo fu scoperto solo nel 1934, dal tedesco Burckhart Waldecker; e, a quell’epoca, il mondo aveva altro a cui pensare, perciò la cosa passò quasi inosservata…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 16/01/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 02 Gennaio 2018

Del 11 Novembre 2020

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