martedì, 22 Giugno 2021
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Parigi, 25 agosto 1944: Vae victis!

Vae victis! Il modo in cui è stata mitizzata la Liberazione in Italia presenta analogie con il caso francese e con quello parigino compresi i massacri a guerra ormai finita a danno di combattenti che si erano arresi di Francesco Lamendola  

Il 25 agosto del 1944, come è noto, le truppe della Francia Libera di De Gaulle entrarono, d’accordo con i veri vincitori della battaglia di Normandia, ossia gli Anglo-americani, a Parigi: la precedenza loro accordata nasceva da ragioni di ordine politico e non militare; dal punto di vista militare, addirittura, vi sono serie ragioni per pensare – come lo pensarono alcuni generali alleati, e lo dissero, ma inutilmente – che tale operazione, ritardando l’inseguimento delle forze tedesche in ritirata dalla Sacca di Falaise, abbia in realtà contribuito ad allungare la durata della guerra e creato non lievi problemi di natura logistica, specie per quel che riguarda i rifornimenti ai due milioni di abitanti della capitale affamata.

Ad ogni modo, quel che sui libri di storia non si trova – e non si trova nemmeno su Wikipedia, alla voce Liberazione di Parigi – è il trattamento che venne riservato alle truppe tedesche ed ai loro ufficiali, dopo che si erano arresi, e dopo che il comandante della piazza, generale Dietrich von Choltitz, disobbedendo apertamente agli ordini di Hitler, si era rifiutato opporre una resistenza a oltranza, che avrebbe esposto la città ad una lotta devastante casa per casa, nonché di far saltare in aria, nell’arco di appena ventiquattr’ore, i principali edifici e monumenti, i ponti, le ferrovie, le fabbriche, salvando così Parigi da un tragico destino di distruzione – il destino che gli Alleati avevano riservato ad Amburgo più di un anno prima, mediante un terribile bombardamento aereo, e che avrebbero riservato, in misura ancor più drammatica, a Dresda, quasi ormai alla fine della Seconda guerra mondiale.

A Parigi, alla fine di agosto del 1944, si è trattato non di singoli episodi, certo dolorosi, e tuttavia, in ultima analisi, pressoché inevitabili in simili circostanze, considerando inoltre che l’occupazione tedesca era durata più di quattro anni e che, pur essendo stata infinitamente più mite di quella di Varsavia, Belgrado, Odessa, aveva comunque lasciato dietro di sé un lungo strascico di lacrime e risentimenti; al contrario, si è trattato di una persecuzione generalizzata, caratterizzata da una estrema violenza e da un implacabile accanimento nei confronti dei prigionieri inermi, in violazione di tutte le norme del diritto internazionale e di quelle della pura e semplice umanità, tenendo anche presente che, a Parigi, non vi erano stati episodi come quello delle Fosse Ardeatine a Roma; qualcosa che, se fosse avvenuto a parti rovesciate, ossia se gli eccidi fossero stati commessi da una folla tedesca, o da soldati tedeschi, ai danni di soldati alleati che si erano già arresi e avevano consegnato le armi, sarebbe tuttora oggetto di memoria e di giusta esecrazione, e sarebbe assurto a simbolo della natura criminale, non solo delle Waffen SS, ma anche della Wehrmacht nel suo complesso, e, forse, anche dello stesso popolo tedesco.

Vale la pena di rileggersi, in proposito, una pagina di un famoso best-seller di due autori non tedeschi, il quale, pur essendo incentrato su di un altro aspetto della liberazione di Parigi, ossia la mancata distruzione della capitale, così, come era stato nelle intenzioni e negli ordini di Hitler, pure riporta onestamente anche le atrocità e i linciaggi compiuti ai danni delle sconfitte truppe germaniche; una onestà e una completezza che invano si cercherebbero nelle più note storie della Seconda guerra mondiale, per non parlare dei libri di testo ad uso scolastico, nei quali l’unica nota a risuonare alta e forte è quella, trionfalistica, della gioia incontenibile della cittadinanza per la fine dell’occupazione tedesca, e tralasciando un’altra pagina nerissima: quella della guerra civile e della giustizia sommaria, e anche legale, perpetrata ai danni dei cosiddetti collaborazionisti e, poi, degli uomini di Vichy (da: Dominique Lapierre e Larry Collins, Parigi brucia?; titolo originale: Paris brûle-t-il?, Robert Laffont, 1964; traduzione dal francese di Carlo della Grivola, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1967, pp. 390-394):

Mentre i rumori della battaglia si smorzano a poco a poco, gli “occupanti di Parigi” sfilano per l’ultima volta nelle strade inondate di sole e di gioia, tra le grida e i canti che salutavano i liberatori. Guardando quei branchi di soldati stralunati e atterriti che abbandonavano le loro postazioni per raggiungere l’ultima destinazione parigina – una caserma di pompieri, le cantine della prefettura di polizia, l’atrio della gare de Montparnasse – il popolo di Parigi non riusciva a trattenere il proprio odio. Come se volesse cancellare di colpo quattro anni di sofferenza, di rancore e di paura, uomini e donne si gettavano sui soldati di Choltitz, bastonandoli, coprendoli di insulti, di sputi, qualche volta uccidendoli. Piuttosto che subire la vendetta della folla infuriata alcuni tedeschi, come un tenente carrista della caserma di place de la République, preferirono farsi saltare le cervella all’ultimo momento. […]

In place du Châtelet il caporale Paul Seidel, portaordini dello stato maggiore, vede uno spettacolo che gli sembra più insopportabile dei ceffoni della folla. Da una stradina laterale spunta un gruppo di donne in lacrime, nude fino alla cintola e con le teste rasate; sui loro seni sono sate tracciate delle cric uncinate. Dal collo pendono dei cartelli dove Seidl può leggere: “Ho fatto la puttana con i boches”. Talvolta l’odio verso i tedeschi non risparmia neppure i feriti. In un’ambulanza che corre verso l’ospedale Saint Antoine un ufficiale tedesco gravemente ferito sente una mano che si avvicina alla sua gola, è quella di Jacques d’Estienne, il puntatore del carro armato “Laffaux”. D’Estienne ha appena scoperto il tedesco sulla barella accanto alla sua. Preso da un’ira improvvisa, nonostante sia mezzo paralizzato, riesce a raddrizzarsi e, allungando il braccio valido verso la gola del tedesco, lo strozza. Poi strappa la Croce di ferro del’ufficiale e se la mette in tasca. Il gesto è stato così rapido che il cappellano che si trova nell’ambulanza ha avuto soltanto il tempo di gridare: “Mio Dio!”.

Ma dei 20.000 tedeschi che sfilarono quel giorno nelle vie di Parigi furono gli ufficiali dello stato maggiore che subiorono le più crudeli umiliazioni durante la loro ultima parata. I parigini si accanirono con violenza particolare su quegli uomini che incarnavano la tirannia nazista. Malmenando i soldati e i resistenti che li scortavano, delle donne si gettarono su di loro, li graffiarono al viso, li coprirono di sputi; gli uomini li colpirono con pugni, con il calcio dei fucili, con i piedi. Ben presto la via fu coperta dei loro corpi che la folla calpestava. In mezzo alla lunga colonna che avanza in rue de Tivoli spicca l’alta figura del conte Dankvart von Arnim. […]

Quando arriva davanti alla grigia facciata del ministero delle finanze Arnim vede un civile armato di revolver che improvvisamente si getta contro l’ufficiale che cammina davanti a lui, a fianco del suo amico Ernst von Bressendorf. Con la testa nuda e le mani sulla nuca, il capitano Otto Kayser, professore di Colonia che aveva letto sui muri di Parigi la scritta ”a ciascuno il suo boche” cerca di respingere l’aggressore. Ma il civile, cin il viso deformato dall’odio, gli si aggrappa come una sanguisuga, preme la pistola sulla tempia del tedesco e spara. Pieno di orrore Arnim inciampa sul corpo di Kayser che sta cadendo e continua la sua strada. “E adesso toccherà a me”, pensa.

Anche per qualche francese questo giorno della liberazione sarà quello della resa dei conti. I collaborazionisti che non avevano avuto la previdenza o la possibilità di fuggire  furono arrestati a decine e spesso uccisi senza processo. Gli “sparatori dai tetti” che la sinistra Milice di Vichy aveva lasciato dietro di sé  per seminare il panico nella popolazione, uno dopo l’altro sono circondati, catturati e giustiziati pubblicamente.[…]

La “guerra dei tetti” fu purtroppo causa di molti errori che rattristano tragicamente questa indimenticabile giornata. Dal balcone della sua casa in avenue d’Italie Max Goa, il dentista che coltivava rapanelli per offrirli agli ebrei e agli aviatori alleati che ospitava, aveva guardato passare i carri armati di Leclerc per tutto il giorno. Come molti parigini Max e Madeleine decisero di stappare la loro unica bottiglia di champagne per celebrare la tanto attesa liberazione. In quel momento dal tetto di fronte partirono dei colpi. Max si precipitò al balcone e con il cannocchiale si mise a scrutare i tetti. Nella via qualcuno mostrò con il dito il balconcino, dove si poteva scorgere quella figura armata di un oggetto nero, e si mise a gridare: “È lui, è lui!”. A queste parole le FFI si precipitarono nella casa e fecero irruzione dai Goa. Dopo essersi impadroniti del dentista e della moglie, li spinsero giù per le scale e i gettarono nella via dove la plebaglia urlante cominciò a picchiarli. Portati al municipio del XIII arrondissement per “essere giudicati davanti al tribunale del popolo”, Max e Madeleine Goa negarono disperatamente d’aver commesso il crimine insensato loro attribuito. Ma nella via la popolazione assetata di vendetta e di sangue gridava: “A morte”. Max Goa fu dato in loro balia.  Allora si svolse una scena atroce: l’innocente dentista fu afferrato e gettato sotto i cingoli di uno Sherman che passava a tutta velocità. Ne frattempo, dopo una parodia di giudizio, un plotone d’esecuzione abbatteva Madeleine Goa. L’indomani il corpo tumefatti e sanguinante della piccola resistente che aveva salvato tanti ebrei e aviatori alleati sarà gettato davanti alla porta della sua casa con una scritta sul petto: “traditore della patria”.

L’elenco degli orrori potrebbe continuare a lungo; tuttavia crediamo che basti. Al di là di tragici equivoci, come quello che costò la vita ai due francesi di cui si parla nel finale di questo brano, resta il fatto  che una folla imbelle, improvvisamente padrona della situazione e certa dell’impunità, si gettò con ferocia belluina su di una intera guarnigione nemica che si era arresa, abbandonandosi a frequentissimi atti di barbarie, tali che a stento si crederebbero possibili in una nazione civile. Anche i Tedeschi, come è noto, si macchiarono di atrocità nel corso della guerra, e specialmente durante la loro graduale ritirata dalla “fortezza Europa”: stragi come quella delle Fosse Ardeatine, già ricordata, o di Marzabotto, o di Oradour (nella Francia del Sud), o di Lidice (nel Protetoiratyo di Boemia e Moravia), si spiegano soprattutto con il furore e la disperazione di un esercito che presente la sconfitta totale e irreparabile, e che è stato tormentato, specialmente nell’ultima fase della guerra, dagli attacchi a tradimento di bande irregolari i cui membri rivendicano per sé il titolo di combattenti, ma che, non indossando alcuna divisa e non obbedendo ai requisiti previsti dalle leggi internazionali, i Tedeschi considerano, in tutto e per tutto, come dei delinquenti senza onore, con l‘aggravante della viltà, perché li attaccano alle spalle e con particolare accanimento proprio ora che essi, gli occupanti, sono allo stremo, mentre di solito non osavano neppure mostrare la punta del naso, quando il controllo militare sul Paese si esercitava in tutta la sua efficacia. Nel caso di Parigi, invece, gli abitanti di una grande capitale europea, che hanno dovuto sottostare a un regime di occupazione molto duro, ma sostanzialmente corretto, eccezion fatta per la deportazione dei cittadini israeliti, insorgono quando ormai l’occupante ha le ore contate per l’avanzata degli eserciti alleati,  e si scagliano sui prigionieri che ormai si sono arresi, trucidando persino i feriti, e dando sfogo ad una ferocia e ad una sete di sangue che sembrano nascere da un nazionalismo esasperato e ferito a sangue, più che da reali motivi di legittimo risentimento per delle concrete situazioni di prepotenza sopportate.

Il nazionalismo francese, è inutile negarlo, è sempre stato particolarmente virulento, sconfinando sovente in un disprezzo fisico e in una cieca avversione verso tutto ciò che non è francese. Ad Aigues-Mortes, nel 1893, una folla imbestialita massacrò un gruppo di emigrati italiani impiegati nelle saline, accusandoli di rubar loro il posto di lavoro. Si tratta di un nazionalismo ampiamente coltivato anche dagli intellettuali, e che, nel caso dei rapporto con la Germania, degenera in un odio viscerale, paranoico, che molto ha giocato sia nella crisi del 1914 che in quella del 1939, in quanto i Boches sono percepiti, dal 1870 in poi, come coloro che vengono a strappare alla Francia il ruolo di potenza egemone sul continente. In una ben nota storia della Seconda guerra mondiale – tradotta, in Italia, dall’editore Aldo Garzanti, l’autore, il francese Roger Céré, riporta la notizia mirabolante, senza batter ciglio (ed, evidentemente, senza arrossire di vergogna) che Roma, il 4 giugno 1944, fu liberata… dalle truppe francesi (le stese, per inciso, formate in gran parte da reparti marocchini, che avevano compiuto centinaia e migliaia di stupri, furti e uccisioni a danno dei civili, durante e dopo la battaglia di Montecassino).

Tuttavia, riteniamo che non si tratti solo del nazionalismo esasperato, ma che si debba tener conto anche di altri fattori, primo dei quali il particolare clima di guerra civile – guerra civile europea e guerra civile all’interno delle singole nazioni coinvolte, fra  gli elementi favorevoli e quelli contrari all’Asse – che ebbe, in realtà, il conflitto del 1939-45. Un fattore negato o sottovalutato per decenni, quando era d’obbligo presentare le vicende della Seconda guerra mondiale non come lo scontro, oltre che fra opposte ideologie, anche – e, forse, soprattutto – fra opposti imperialismi, ma come una pura e semplice guerra di civiltà, in cui l’ideologia del Bene stava da una parte sola, cioè quella delle democrazie plutocratiche (la quale, stranezze della divina Provvidenza, includeva anche il comunismo staliniano), e tutta l’ideologia del Male esclusivamente dall’altra parte, cioè quella del Patto Tripartito.

Ma noi Italiani sappiamo bene queste cose, perché il modo in cui è stata raccontata la Resistenza, e soprattutto in cui è stata mitizzata la Liberazione, presenta molte analogie con il caso francese, e con quello parigino in particolare. Anche in Italia vi furono massacri indiscriminati, a guerra ormai finita, a danno dei combattenti che si erano arresi: sia tedeschi, sia militari della Repubblica Sociale (i quali, giova ricordarlo, erano, piaccia o non piaccia, le Forze armate regolari di un governo legittimamente costituito, e in continuità con quello che aveva governato il Paese per vent’anni). Anche da noi molti assassini rimasero impunti, e, anzi, in alcuni casi, ricevettero anche delle medaglie al valore. È solo con fatica che sta venendo alla luce, dopo settant’anni di silenzi e di deformazioni della realtà storica, l’altra faccia della medaglia. Qualsiasi cosa si pensi della guerra civile italiana del 1943-45, è innegabile che atrocità furono commesse da entrambe le parti; e, cosa più grave di tutte, che migliaia e migliaia di persone, alcune totalmente estranee alla politica, vennero rapite, seviziate, ammazzate per dei giorni, delle settimane e dei mesi dopo che la guerra era ufficialmente terminata. E, fra esse, un buon numero di ragazzi, di donne, di infermiere ed ausiliarie della Repubblica Sociale, di maestre colpevoli di aver fatto dei dettati in cui elogiava Mussolini; e perfino dei seminaristi colpevoli di voler diventare preti.

Ma di queste cose fu impossibile parlare, per un tempo lunghissimo. Da noi, ricordare che l’attentato di via Rasella, ad esempio, costò la vita anche a dei passanti ignari e innocenti, pareva un tentativo di profanare la purezza immacolata della Resistenza; un libro come quello di Lapierre e Collins, apparso fin dal 1964, e cioè meno di vent’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con la puntuale citazione degli eccessi, dei crimini, delle bestialità sanguinarie compiute dalla folla parigina in occasione della Liberazione, rappresenta già un passo avanti significativo, rispetto al clima che si è respirato in Italia ancora per moltissimo tempo. Un clima così avvelenato, così impregnato di malafede, che persino nominare le foibe pareva un reato di lesa maestà della Resistenza; parlare dell’esodo dei profughi giuliani, poi, una provocazione vera e propria. Quale esodo, dopotutto? Chi li aveva cacciati? Avevano voluto andarsene, perché  non erano abbastanza maturi, né degni di confrontarsi con un esperimento politico e sociale così nobile, così gioioso, così originale, come quello del comunismo jugoslavo…

E, per chi non lo sapesse: le foibe non furono solo nella Venezia Giulia; ce ne furono anche nelle altre regioni italiane, e particolarmente nel Veneto. Stime recenti, fatte dopo una serie di spedizioni speleologiche, valutano che nel Bus de la Lum, nella Foresta del Cansiglio (tra Veneto e Friuli), vennero infoibate dai partigiani comunisti delle formazioni Garibaldi non meno di 500 persone, di cui 200 soldati tedeschi, 100 militi di Salò e circa 200 civili. Morti che, per la maggior parte, non sono mai stati identificati (cfr. l’articolo di Francesco Dal Mas: 630 fascisti uccisi: di più solo a Torino, su La Tribuna di Treviso del 9 febbraio 2007). Almeno, i genitori e i parenti dei soldati tedeschi assassinati a Parigi il 25 agosto del 1944 vennero informati della morte dei loro cari. Ma i parenti di quei 200 soldati tedeschi gettati, forse ancor vivi, in una paurosa voragine al centro di una foresta alpina, senza un nome, senza una croce, e che per anni avranno atteso, sperato, pregato, che cosa potrebbero dire, a proposito dell’altra faccia della Liberazione? Non avrebbero il diritto di denunciare simili atrocità con la stessa indignazione di quanti, da decenni (e giustamente, sia chiaro) denunciano le atrocità che vennero perpetrate dal regime di occupazione nazista, in Italia come in altri Paesi d’Europa?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Del 11 Novembre 2020

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