venerdì, 18 Giugno 2021
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Quello degli ebrei è stato l’unico genocidio?

Quello degli ebrei è stato l’unico genocidio? perché tanto accanimento nel sostenere una tesi antistorica così palesemente arbitraria, nel voler negare a Zingari Armeni e a chiunque altro la qualifica di vittime di un genocidio di Francesco Lamendola 

Come è noto, la richiesta all’U. S. Holocaust Memorial Museum di Washington di equiparare l’olocausto degli Zingari a quello degli Ebrei è stata rifiutata sulla base della presunta unicità dello sterminio ebraico. Tale unicità dipenderebbe dal fine perseguito dai nazisti, ossia l’annientamento definito, biologico, di un intero popolo, visto dai persecutori come simbolo del male. È questa la tesi sostenuta dallo storico Gunter Lewy, professore emerito all’Università del Massachusets, specialista dei rapporti fra il nazismo e la Chiesa cattolica e autore di libri come I nazisti e la chiesa, apparso nel 1965, e La persecuzione nazista degli zingari, la cui traduzione in lingua italiana è uscita nel 2002 per opera della Casa Editrice Einaudi di Torino. Si è anche occupato della tragedia degli Armeni, negando anche ad essa la qualifica di “genocidio”, nella sua opera Il massacro degli Armeni. Un genocidio controverso, del 2006; concetto ribadito in un intervento sul Jerusalem Post del 14 maggio 2006, intitolato Was it genocide?, domanda la cui risposta è, per lui, sicuramente negativa.

Ne La persecuzione nazista degli zingari (cir., pp. 323-326) egli così motiva l’unicità del genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale: 

“Il punto non è affatto quello di stabilire se il massacro degli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale sia più malvagio di altri abomini commessi dai nazisti. In gioco è, invece, unicamente la correttezza storiografica. A render unico il massacro degli ebrei non è il numero delle vittime, bensì l’intento perseguito dai loro assassini. Soltanto nel caso degli Ebrei, l’intento dei nazisti fu quello di annientarli sino all’ultimo uomo, donna, bambino. Questo suo disegno di annientamento totale pertanto merita un suo appellativo specifico: quello di ‘olocausto’ o di ‘shoa’. Il termine ‘genocidio’, nella definizione che ne ha fornito la Convenzione, comprende vari atti finalizzati a distruggere un gruppo di popolazione  in tutto il mondo o in parte e non si limita alle uccisioni. Il termine ‘olocausto’ riguarda il tentativo di distruzione fisica di un intero popolo perseguita con spietata determinazione e realizzata, almeno nella sua fase finale di assoluta distruttività, mediante i metodi di produzione di massa caratteristici della fabbrica contemporanea. Unicamente gli ebrei furono vittima di una simile distruttività.”

Si tenga a mente questa definizione di genocidio e la conseguenze affermazione di Lewy circa l’assoluta unicità del massacro degli Ebrei: ci torneremo fra poco.

Per intanto vogliamo ricordare che il primo genocidio del XX secolo (il quale secolo non ha l’esclusiva in proposito) non è stato quello degli Ebrei o degli Zingari e nemmeno quello degli Armeni, ma quello di un popolo africano della odierna Namibia (allora Africa Sud-occidentale Tedesca), verificatosi nel 1904 e pianificato ed attuato dalle autorità militari germaniche, nel corso della repressione di una rivolta indigena causata dal dominio coloniale, particolarmente dall’espropriazione delle terre da pascolo e dei bovini che costituivano la base tradizionale dell’economia di quelle popolazioni.

Noi siamo stati i primi, in Italia, a occuparci specificamente di quel remoto episodio, che già a suo tempo era passato quasi inosservato all’opinione pubblica mondiale e del quale poco o nulla si sapeva, in Occidente, ancora quasi un secolo dopo. Lo abbiamo fatto in una ricerca che è stata pubblicata nel 1988 dall’Editore Stavolta di Pordenone, intitolata Il genocidio dimenticato. La ‘soluzione finale’ del problema herero nel Sud-ovest africano, 1904-05. Esaurito il libro, ne abbiamo ricavato un ampio studio monografico che è stato recentemente pubblicato sulla rivista Il pensiero mazziniano di Forlì, nel numero 1 del gennaio-aprile 2007, pp. 137-171). L’una e l’altra pubblicazione sono scivolate nel silenzio della critica storiografica, benché si tratti certamente di un genocidio, secondo la definizione che abbiamo poc’anzi riportata. Infatti è stato calcolato che, su una popolazione di 80.000 individui, non più di 20.000 siano scampati alla distruzione, rifugiandosi    nell’infuocato Deserto del Kalahari, oltre le frontiere della colonia tedesca.

Ecco come suonava l’ordine (Vernichtungsbefhel) emesso del generale Lothar von Trotha ai suoi soldati, dopo che gli Herero erano già stati sconfitti nella battaglia dell’Hamakari e non costituivano più un serio pericolo dal punto di vista militare, essendo ridotti a bande di fuggiaschi composte in buona parte da anziani, donne e bambini:

“All’interno del territorio tedesco si sparerà contro tutti gli uomini della tribù degli Herero, armati o disarmati, con o senza bestiame. Nel territorio non verranno accolti nemmeno donne e bambini: essi verranno ricondotti al loro popolo, o fucilati. Questa è la parola rivolta agli Herero da me, il grande generale del potente imperatore di Germania.” (Peter Kagjavivi, Gli Herero, inI popoli della Terra, Milano, Mondadori, 1975, vol. 8, p. 111).

E tutto questo accadeva nel 1904, in piena belle époque, mentre l’Occidente celebrava i fasti della scienza, della tecnica, delle avanguardie artistiche, e l’uomo bianco si sentiva sempre più compreso – per dirla con l’ineffabile Rudyard Kipling, cantore dell’imperialismo britannico – dal white man’s burden, il “fardello” di dover portare la civiltà ai popoli extraeuropei.

Se poi risaliamo indietro nella storia, non faremo fatica a trovare altri massacri che meritano senz’altro la qualifica di “genocidio”, quale l’ha formulata Gunter Lewy. Giulio Cesare, per esempio, nel De Bello Gallico, VI, 34-35, narra senza batter ciglio come tentò di sterminare il popolo degli Eburoni che si era ribellato ai Romani, tentativo coronato da un notevole successo. Riportiamo per scrupolo di verità le sue stesse parole:

“Cesare invia messi ai popoli confinanti, li fa venire presso di sé e li spinge, con la speranza di bottino, a saccheggiare le terre degli Eburoni: voleva che fossero i Galli, non i legionari, a rischiare la vita nelle selve e che, al tempo stesso, in seguito all’affluire di una simile massa,  venissero annientati, come prezzo per la loro colpa, gli Eburoni nome e stirpe. Da ogni regione accorre ben presto una gran folla. Ecco cosa succedeva in ogni parte del territorio degli Eburoni…”

Ripetiamo: “Cesare (…) voleva che (…) venissero annientati, come prezzo per la loro colpa, gli Eburoni, nome e stirpe.” Nome e stirpe: voce del verbo annientare. Più chiaro di così…

E ora diamo una scorsa ad alcuni passi dell’Antico Testamento in cui si descrive la conquista della Palestina da parte degli Ebrei dopo la migrazione di questi ultimi dall’Egitto faraonico, al tempo di Mosé e dei suoi immediati successori. Cominciamo dallo sterminio degli abitanti del Basan:

“Poi Mosé mandò ad esplorare Jazer: furono prese le ere di quella regione e ne cacciarono gli Amorrei. Poi, cambiando direzione, salirono alla volta di Basan; ma Og, re del Basan, uscì contro di loro, con tutti i suoi, a battaglia, in Edrai. E il Signore disse a Mosé: «Non temere, perché Io ti ho dato nelle mani lui, tutti i suoi e il suo paese; trattalo come hai trattato Seon, re degli Amorrei, che abitava in Esebon». E percossero lui, i suoi figli e tutto il suo popolo, al punto che non rimase nessuno in vita, e ne conquistarono il paese.” (Numeri, 21, 32-35). “Al punto che non rimase nessuno in vita” nell’intera regione, subito occupata dagli Ebrei; come, del resto, avevano pianificato. E ancora:

“E il signore, Iddio nostro, ci dette nelle mani anche Og, re del Basan, con tutta la sua gente; e noi lo sbaragliammo in modo da non lasciar nessuno in vita. Allora noi occupammo tutte le sue città e non ce ne fu nemmeno una che non prendessimo loro:  in totale furono sessanta le città occupate.. Noi le votammo alla distruzione, come avevamo fatto con quelle di Seon re di Esebon, votando all’anatema uomini, donne e bambini in ogni città.” (Deuteronomio, 3, 3-6).

Questo non fu un genocidio nel senso strettamente tecnico del termine?

Ed ecco il destino riservato dagli Ebrei agli abitanti di Esebon:

“In quel tempo prendemmo tutte le sue città, le quali furono votate allo sterminio coi loro abitanti, uomini, donne e bambini: non lasciammo nessuno in vita.” (Deuteronomio, 2, 34).

E questo non fu un genocidio?

Passiamo ai Madianiti. Dopo averli sconfitti, gli Ebrei uccisero tutti i maschi, risparmiando in un primo tempo le donne e i bambini; ma poi, istigati da Mosé, sterminarono anche i bambini e le donne, con la sola eccezione delle vergini.

“Ma Mosé si adirò contro i capi dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella guerra, e disse loro: «Perché avete lasciato in vita tutte le donne? Furono proprio esse che, per suggerimento di Balaam, sedussero i figli d’Israele, trascinandoli all’infedeltà verso il Signore, nel fatto di Fegor, per cui scoppiò il flagello in mezzo al popolo del Signore. Or dunque, uccidete tutti i bambini maschi e tutte le donne, che hanno avuto rapporti intimi con un uomo; invece le fanciulle vergini, che non hanno ancora conosciuto l’uomo, serbatele in vita per voi.” (Numeri, 31, 14-18).

Bisogna credere, dunque, che le donne madianite vennero sottoposte a una specie di visita ginecologica: quelle che avevano l’imene ancora intatto vennero risparmiate, per diventare le concubine dei vincitori; tutte le altre, anche le madri coi bambini piccoli in braccio, vennero passate per le armi. Non facciamo commenti e passiamo oltre.

Ecco le istruzione che Yahwé impartisce al popolo eletto nell’imminenza dello scontro con i Cananei, abitanti della “terra promessa” agli Ebrei.

“Or, quando il Signore, Iddio tuo, te li avrà dati in potere e tu li avrai sconfitti, votali all’anatema e non venire a patti con loro, né conceder loro grazia. (…) Ma trattali così: demolite i loro altari, spezzate i loro cippi, abbattete i tronchi raffiguranti Ascera, date alle fiamme i loro idoli. Poiché tu sei un popolo sacro al Signore, Iddio tuo. Egli ti ha scelto, perché tu sia il suo popolo prediletto fra tutti quelli che sono sulla faccia della terra.” (Deuteronomio, 7, 2-6).

Cioè, non si doveva accettare nessun riscatto in cambio delle loro vite, ma ucciderli tutti fino all’ultimo e cancellare perfino il ricordo della loro religione e della loro cultura: il genocidio culturale insieme a quello fisico. Queste furono le istruzioni; vediamo come gli Ebrei le misero in pratica. Ecco quel che accadde dopo la presa di Gerico:

“Votarono allo sterminio tutto ciò che vi era nella città: uomini e donne, fanciulli e vecchi, persino buoi, pecore ed asini, tutto passarono a fil di spada.” (Giosué, 6, 21).

Ecco la sorte toccata agli abitanti di Ai, dopo che erano stati sconfitti in battaglia fuori della loro città:

“Quand’ebbero terminato di uccidere gli abitanti di Ai, a colpi di spada, per la campagna e nel deserto, dove li avevano inseguiti, tutti gli Israeliti si rivolsero contro la città e quella pure fu passata a fil di spada. Il numero delle vittime di Ai, tra uomini e donne, salì in quel giorno a 12 mila persone. Giosué non abbassò la mano che teneva alta la lancia  fino a che non furono totalmente sterminati tutti gli uomini di Ai. N Gli Israeliti poi presero per sé soltanto il bestiame e le spoglie di quella città, secondo il comando che il Signore aveva dato a Giosuè. Incendiata la città, Giosué la ridusse per sempre a un cumulo di macerie, che sussistono tuttora. Il re di Ai fu sospeso a un palo, fino a sera; verso il tramonto del sole, per ordine di Giosuè, il cadavere, staccato dal patibolo, fu gettato sulla porta d’ingresso della città. Poi accumularono su di lui un gran mucchio di pietre, che esiste tuttora.” (Giosuè, 8, 24-29).

Ed eccola sorte delle città meridionali di Canaan: Makkeda, Lebna, Lachis, Eglon, Eglon, Dabir.

“Anche Makkeda, in quello stesso giorno, fu conquistata da Giosué, che la fece passare a fil di spada, votando allo sterminio il ree gli abitanti senza risparmiarvi persona.  Trattò il re di Makkeda come aveva agito col re di Gerico. Giosué con tutto Israele da Makkeda Andò poi  contro  Lebna e l’assediò. Il Signore diede in mano d’Israele anche questa città col suo re, e fu passata a fil di spada con tutti gli abitanti. Senza risparmiarne neppure uno. Fece al re di Lebna come aveva fatto al re di Gerico. Poi Giosuè passò con tutto Israele da Lebna a Lachis, vi pose l’assedio e le dette l’assalto. Il Signore consegnò pure Lachis in potere d’Israele, che la poté occupare al secondo giorno, e passò a fil di spada tutti gli abitanti, come aveva fatto con Lebna. In quel tempo Oram, re di Gazer, stava salendo a Lachis, per venirle in aiuto, ma Giosuè lo sbaragliò con tutto il suo popolo, senza lasciarne scampare neppure uno. Da Lachis Giosuè con tutto Israele passò a Eglon, vi si accamparono e l’assaltarono. Nello stesso giorno la presero, la fecero passare a fil di spada, votando allo sterminio ogni essere vivente, come avevano fatto a Lachis. Quindi Giosuè e tutti i suoi marciarono marciarono da Eglon contro Ebron, l’assalirono e la presero, passando a fil di spada il suo re e tutti i villaggi con i loro abitanti. Non vi risparmiarono nessuno, come avevano fatto ad Eglon, ma votarono allo sterminio ogni essere vivente. Poi si rivolsero contro Dabir e assalitala, s’impadronirono del re e di tutti i villaggi, li passarono a fil di spada, votando allo sterminio ogni vivente che vi trovarono., senza eccezione. Fecero a Dabir e al suo re come avevano fatto alle città e ai re di Ebron e di Lebna. (Giosuè, 10,28-39).

La conquista della parte settentrionale di Canaan non si svolse in modo differente.

“Asor era stata in passato la capitale di tutti quei regni. Tutti i suoi abitanti furono passati a fil di spada e condannati all’interdetto, in modo da non risparmiare anima viva, e la città venne data alle fiamme. Prese pure tutte le città di quei re con tutti i loro capi, li condannò all’interdetto , passandoli a fil di spada, come aveva comandato Mosé, servo del Signore. Però Israele risparmiò dall’incendio le città situate sulle colline, ad eccezione della sola Asor, che da Giosuè fu data alle fiamme. Tutto il bottino di quella città, compreso il bestiame, venne diviso fra i figli d’Israele; invece tutte le persone furono fatte perire di spada, senza che più restasse anima viva. ” (Giosuè, 11, 10-14).

Potremmo continuare, e a lungo, ma crediamo sia sufficiente. La conquista della “terra promessa” da parte degli Ebrei fu caratterizzata da un genocidio pianificato delle popolazioni locali, un genocidio che non rientrava nei pur feroci costumi dell’epoca, perché era norma che donne e ragazzi venissero risparmiati, per non parlare del bestiame, se non altro nell’interesse medesimo dei vincitori. Qui, invece, vediamo una volontà di sterminio totale motivata da premesse ideologiche, razziali e religiose: il popolo d’Israele, in virtù della promessa fattagli da Yahwé, non doveva mescolarsi o contaminarsi con una sola goccia di sangue dei popoli abitanti quella regione prima di esso. Doveva sparirne anche il ricordo, perché i loro dei erano demoni e tutto ciò che li ricordava contaminava la purezza del patto d’alleanza fra Israele e il suo Dio.

Tornando ai giorni nostri, oltre a Zingari e Armeni non si può tacere il massacro dei Tutsi perpetrato dagli Hutu, in Ruanda, nel 1996, che ha avuto, esso pure, caratteri di genocidio; non per l’altissimo numero delle vittime (forse un milione), ma perché l’obiettivo dichiarato era l’eliminazione del  popolo Tutsi in quanto tale, bambini compresi: scarafaggi (come venivano chiamati dalla propaganda hutu) che dovevano essere schiacciati senza misericordia, fino all’ultimo.

E qui ci fermiamo.

Crediamo di aver mostrato che la tesi di Gunter Lewy, secondo il quale solo gli Ebrei hanno sofferto un autentico genocidio – tesi ch’egli afferma di difendere non per una forma di pregiudizio,  ma unicamente in omaggio all’obiettività storiografica – manifestamente non si regge in piedi.

E allora viene da chiedersi perché tanto accanimento nel sostenere una tesi antistorica così palesemente arbitraria, nel voler negare a Zingari, Armeni e a chiunque altro la qualifica di vittime di un genocidio.

Già, perché? 

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/10/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Novembre 2017

Del 10 Novembre 2020

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