giovedì, 23 Settembre 2021
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Ricordare il sacrificio dell’incrociatore Trento

Ricordare il sacrificio dell’incrociatore Trento. La vulgata resistenziale e la retorica della Repubblica di Pulcinella ci fanno ricordare solo partigiani ma i giovani che caddero a El Alamein o nelle acque di Capo Matapan? di Francesco Lamendola  

Che cosa sanno i giovani, oggi, della guerra che hanno combattuto i nostri genitori, cioè i loro nonni, intendiamo dire la Seconda guerra mondiale? Si dirà che ne sanno poco anche della Prima, per non parlare delle guerre del Risorgimento; ed è vero: ma questa, essendo stata l’ultima, è anche quella che ha improntato di sé, per il modo in cui fu combattuta, e, ancor più, per il modo in cui l’abbiamo persa, il nostro destino, come popolo, come nazione e come Stato. I ragazzi dovrebbero sapere almeno qualcosa di essa, per poter capire un poco di più il nostro tempo: ignorare il passato recente equivale a vagare come zombie nel presente. Peraltro, non intendiamo dire che i giovani dovrebbero avere, tutti, perfettamente chiaro quale fosse la posta in gioco, in quella che si potrebbe ben chiamare la nostra Quinta guerra d’indipendenza: certo, ciò sarebbe quanto mai auspicabile, ma riguarda già la sfera del giudizio politico, ed è giusto che chi ama la verità, cerchi da solo, nel corso del tempo, con pazienza, con tenacia, le giuste risposte. No: qui ci limitiamo ad un ambito assai più circoscritto: la memoria del passato, pura e semplice, per poterne cogliere il valore spirituale e l’eventuale insegnamento morale rivolto a noi, cittadini del terzo millennio. La domanda che poniamo sul tappeto, dunque, è la seguente: è giusto che i nostri giovani sappiano e che ricordino il sacrificio di quei loro coetanei che, dal 1940 al 1943, affrontarono i più duri sacrifici, e sfidarono la morte con estremo coraggio, per amore della loro e della nostra Patria?

Non è chi non veda che si tratta di una domanda politicamente scorretta. La vulgata resistenziale e la retorica della Repubblica di Pulcinella, quella nata il 2 giugno 1946, all’ombra della sconfitta, del disonore e del tradimento,  ci hanno sempre insegnato che, se ci sono dei giovani da ricordare, dei giovani il cui sacrificio merita la nostra memoria e il nostro rispetto, anzi, la nostra ammirazione, quelli sono i partigiani, cioè coloro i quali, talvolta per ragioni ideali, altre volte per ragioni spregevoli, si macchiarono le mani di sangue fraterno dal 1943 al 1945, e che, in parte, seguitarono a uccidere, stuprare e rapinare fino al 1949, in una scia di violenze e di delitti rimasti per la maggior parte impuniti, ma fatti passare, in un numero stragrande di casi, per nobili azioni patriottiche, compiute per amore della libertà e per la difesa, appunto, della Patria, dal “tedesco invasore” (silenzio totale sugli anglo-americani invasori, e su quei 100.000 italiani inermi, quasi tutti vecchi, donne e bambini, inceneriti nelle loro case sotto le bombe dei generosi “liberatori”!). Questo è il primo ostacolo: se si nega che i ragazzi in grigioverde, dal 1940 al 1943 (lasciamo stare, in questa sede, la coda dolorosissima della guerra civile), abbiano combattuto una guerra legittima, e moralmente giustificata; se si nega che abbiano combattuto una guerra che, pur essendo stata formalmente offensiva, almeno all’inizio, fu, a livello strategico, sostanzialmente difensiva; se si nega che, sacrificandosi nei deserti africani e sulle montagne greco-albanesi, nelle steppe russe e sui mari di mezzo mondo, quei giovani soldati, marinai e aviatori abbiano ben meritato la nostra riconoscenza e il nostro commosso ricordo, allora è giusto che i giovani di oggi continuino ad ignorarli, come finora è avvenuto, o a ricordarli malvolentieri, come hanno fatto i vari Giorgio Napolitano, e solo per deprecare che siamo caduti per un’idea sbagliata e immorale. A ciò ha contribuito anche una storiografia subdolamente tendenziosa, che è giunta a inventare neologismi inconsistenti, pur di avvalorare la mitologia democratica e resistenziale: per esempio, l’espressione nazi-fascismo, che, mettendo in unico calderone il nazismo e il fascismo, ossia due cose profondamente diverse, ha permesso di riversare sul secondo, cioè sul regime politico dell’Italia di allora, lo stesso disprezzo e la stessa condanna morale dovuti al primo. Ma si è trattato di un trucco da quattro soldi: basta pensare a quanto sarebbe stato legittimo, e storicamente giustificato, qualora a vincere la guerra fosse stato il Tripartito, ideare la categoria del capital-comunismo, per designare, e accomunare in un solo giudizio, le potenze capitaliste occidentali e l’Unione Sovietica di Stalin, alleati per caso di una innaturale, mostruosa alleanza il cui solo scopo era la conquista e la spartizione  dell’Europa; come infatti è puntualmente avvenuto, dal 1945 al 1990.

Ebbene: quel che vorremmo fare ora è sganciare, se possibile, il giudizio strettamente storico da quello morale, e vedere se non sia giunto il tempo di restituire dignità, e quindi anzitutto visibilità, ai giovani che caddero a El Alamein o nelle acque di Capo Matapan, o che si sacrificarono, con i loro scarsi e antiquati apparecchi, per proteggere, entro i limiti delle loro magre possibilità, le città italiane dalla selvaggia offensiva aerea dei bombardieri alleati, ben decisi a “liberare” il nostro Paese a suon di bombe sui centri abitati e sui quartieri popolari. Vorremmo sapere se sia arrivato il tempo di pensare a quei giovani con riconoscenza, e a vedere nel loro sacrificio non qualcosa d’inutile, ma di prezioso, per noi, qui, adesso; per noi che non arriviamo neppure a immaginare l’entità di quei sacrifici e l’immensa sproporzione delle forze in campo. E vorremmo sapere, infine, se è giunto il tempo in cui le parole onore, disciplina, sacrificio, coraggio, eroismo, possono essere impiegate in senso pienamente morale e liberate da quell’alone vischioso d’irrisione, di sberleffo, di cinica denigrazione, cui la cultura della Repubblica di Pulcinella, dal 1946, e, poi, la contro-cultura degli studenti sessantottini, figli di papà che giocavano alla rivoluzione (studenti che oggi sono magistrati, politici, banchieri, imprenditori e giornalisti di prim’ordine, si fa per dire, e che decidono i destini del nostro Paese) ci ha talmente abituati, che provare a pensare in modo diverso ci fa uno strano effetto, come un uomo rinchiuso da anni in un sepolcro, che esca all’improvviso e respiri l’aria fresca a pieni polmoni, e ne resti letteralmente ubriacato.

Per spiegarci con un esempio pratico, uno fra i cento e cento che avremmo potuto scegliere, prendiamo il caso dei ragazzi dell’incrociatore Trento, che venne affondato dai britannici nel corso della Battaglia di Mezzo giugno 1942, prima colpendolo con un aerosiluro, poi finendolo con il siluro di un sommergibile, quando già la nave era agonizzante e gli equipaggi della squadra italiana si stavano prodigando per portare in salvo almeno i feriti più gravi. Destino sfortunato, quello del Trento, e sia pure nel contesto di un evento per noi propizio: la battaglia di Mezzo giugno fu un grande successo delle nostre armi, affiancate dal X Corpo Aereo tedesco: una di quelle vittorie di cui un altro popolo serberebbe memoria e andrebbe fiero, se non fosse intervenuta la rimozione e la colpevolizzazione voluta dalla vulgata resistenziale e democratica, ben decisa a farci credere che la “guerra di Mussolini” fu tutta una serie di sconfitte umilianti (cfr. il nostro articolo: Rimuovere la battaglia di Mezzo Giugno per meglio deprimere lo spirito nazionale, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 17/06/2014, e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 27/08/2014).

Il Trento era una delle navi migliori della Regia marina: era un incrociatore pesante da 13.000 tonnellate, varato nel 1927 ed entrato in servizio nel 1929, velocità massima 35 nodi, armato con 8 cannoni da 203 mm. e un equipaggio teorico di 723 uomini, che quel giorno erano ben 1.152, di cui 657 sarebbero periti insieme alla loro unità.

Così ha rievocato quel drammatico episodio lo storico e giornalista Massimo Infante nel libro Le belle navi che non tornarono (La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1988, pp. 301, 311-312):

Verso le quattro del mattino del 15 [giugno 1942: battaglia di Mezzo giugno], quattro aerei “Wellington” e nove “Beaufort” si trovano nuovamente sopra la squadra italiana che ha ripreso a solcare a forte velocità il mare lievemente in tempesta. il coraggio di questi piloti venne in seguito lodato e ammirato dagli stessi nemici: “essi si sono battuti”, si scrisse in un quotidiano italiano, “con un impegno e una dedizione alla loro causa che ha del mitico, quasi del soprannaturale”.

i loro sforzi vengono infatti premiati. alle 5,15 I “Beaufort” riescono a silurare l’incrociatore “Trento”, uno dei vanti della marina italiana, rinnovando i loro attacchi anche contro la “Littorio” e la “Vittorio Veneto”, senza riuscire tuttavia a danneggiarle. (…)

Si compiva intanto la tragedia del “Trento”. Dopo il primo siluro incassato da un “Beaufort” (il bimotore aerosilurante inglese che in questa fase del conflitto operò incessantemente nel Mediterraneo contro i convogli italiani diretti in Africa), l’incrociatore era rimasto immobilizzato con un gravissimo squarcio nella fiancata sinistra. 

L’ordigno, messo a segno dal velivolo, era dei più micidiali: oltre sette tonnellate di esplosivo avevano praticamene messo in ginocchio la superba nave da guerra italiana. I morti e i feriti a bordo erano numerosissimi. Almeno una quarantina di marinai erano stati sbalzati in mare dalla deflagrazione, ma solo pochi di questi si dibattevano fra le onde. Gli altri, gravemente feriti e orrendamente ustionati, venivano inghiottiti dalle acque prima ancora che da bordo potessero essere calate delle zattere o lanciati dei salvagente.

Il comportamento dell’equipaggio superstite fu dei più esemplari ed eroici. Nonostante fossero consci della fine imminente della nave, che ormai piegata su un fianco imbarcava tonnellate d’acqua dall’enorme falla aperta dal siluro, i marinai del Trento” si comportarono come se il destino dello scafo non fosse ormai segnato, si prodigarono senza pensare a se stessi, alla morte che ormai li guardava in faccia, e soccorsero i compagni feriti.

E quando i tre cacciatorpediniere, staccatisi da grosso della formazione per ordine di Jachino si avvicinarono all’incrociatore agonizzante, iniziò subito la delicata operazione d trasbordo degli uomini più gravemente colpiti. Mentre era febbrilmente n corso questa pietosa opera, l’insidia mortale di un sottomarino inglese [si trattava dell’HMS “Umbra”, in codice P35] spezzò con un altro siluro ogni possibilità  di sopravvivenza per lo scafo e per i suoi valorosi marinai. 

Il “Trento”, avvolto da un’immensa fiammata che si alzò nel cielo tingendolo di un colore rosso violaceo, affondò in pochi istanti. Metà del suo valoroso equipaggio colò a picco con la nave e con essa il comandante, capitano di vascello Esposito, e il tenente del Genio navale Bignami, che furono poi ricordati con una medaglia d’oro.

Ecco: vorremmo sapere, e vorremmo saperlo dai signori intellettuali che, da settant’anni, fanno il bello e il cattivo tempo nell’ambito della nostra cultura, tutti rigorosamente progressisti e di sinistra, tutti rigorosamente libertari e antifascisti (e poco importa se i partigiani comunisti, di cui gli odierni partiti di sinistra hanno raccolto l’eredità politica e morale, tutto volevano, per l’Italia, tranne che la libertà in senso democratico, semmai instaurare una spietata dittatura sul modello di quella staliniana, al cui confronto la dittatura fascista sarebbe apparsa come uno scherzo di dilettanti),  vorremmo sapere se è giusto che i nostri giovani, oggi, sappiano come morirono i marinai e gli ufficiali del Trento: cioè nella massima compostezza, con la massima dignità, con il più grande spirito di abnegazione; preoccupandosi più di soccorrere i compagni feriti, che di proteggere la propria vita (altro che il comandante Schettino, quello della Costa Concordia!), con la bandiera italiana che garriva al vento mentre la bella nave, costata tanto denaro e tanti sacrifici  – e il popolo italiano di allora era un popolo povero, il boom era di là da venire –  già si stava inabissando nelle acque insanguinate del Mediterraneo. Vorremmo sapere se sia giusto ricordarli, specialmente oggi, quando le nostre navi militari sono impiegate, in quello stesso braccio di mare, per andare a soccorrere dei falsi profughi provenienti dalle profondità dell’Africa, il cui scopo è l’invasione dell’Italia e la sostituzione della sua popolazione con una popolazione estranea ed eterogenea, che nulla sa e nulla si cura della civiltà italiana, che anzi la disprezza, perché la considera (e giustamente, forse) come una civiltà corrotta e decadente, mentre essi si sentono i portatori di una civiltà completamente diversa, ma forte e vitale, come testimonia il loro alto tasso di crescita demografica.

Ma no: quei signori intellettuali non daranno mai una risposta a una tale domanda, una risposta onesta: il loro mestiere è la menzogna istituzionalizzata.

E allora non la rivolgeremo a loro, quella domanda, ma alle persone comuni, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: è giusto ricordare i ragazzi dell’incrociatore Trento, e tutti quegli altri che, non solo sul mare, ma anche sulla terra e nei cieli, diedero la vita per servire la Patria? È giusto che i loro figli e i loro nipoti – se fecero in tempo ad averne – siano consolati dalla gratitudine e dal ricordo affettuoso del popolo italiano per il sacrificio dei loro cari? Oppure quei ragazzi sono morti proprio per nulla? Lasciamo stare le medaglie, lasciamo perdere le pensioni: il tempo è passato, e, ormai, quel che si è fatto, o che non si è fatto, è già stato. Ma parliamo della dimensione morale, che non passa, perché non vive nel tempo, ma nell’eternità: meritano, quei 657 valorosi, il nostro ricordo e la nostra riconoscenza, sì o no; oppure devono essere considerati alla stregua dei figli di nessuno, ed è giusto che nessuno si curi di considerarli come degli uomini ai quali siamo debitori di qualcosa? Quanto a noi, una risposta l’abbiamo, e ci sale commossa dal profondo del cuore…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Dicembre 2017

Del 11 Novembre 2020

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