venerdì, 24 Settembre 2021
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Dobbiamo reagire alla tecnica della disfatta

Dobbiamo reagire alla tecnica della disfatta: i popoli europei sono alla mercé di una classe politica di traditori venduti ai piani della globalizzazione finanziaria. Bandini e sue tesi storiografiche e politicamente scorrette di Francesco Lamendola

Nel 1963 usciva il capolavoro storiografico di un geniale studioso italiano, giornalista e scrittore, Francio Bandini: Tecnica della sconfitta, dedicato ai primi quaranta giorni dell’intervento in guerra dell’Italia nel 1940, fino alla battaglia di Punta Stilo. La tesi di Bandini, politicamente scorrettissima, è che fu la Gran Bretagna a volere ad ogni costo che l’Italia scendesse in campo al fianco della Germania, perché solo così, con l’estensione del conflitto che ne sarebbe derivata (Mediterraneo, Balcani, Africa settentrionale e orientale; senza contare l’inevitabile ritiro di forze navali inglesi dall’Oceano Pacifico, cosa che avrebbe lasciato campo libero all’espansionismo giapponese) gli Stati Uniti avrebbero dovuto decidersi a rompere gli indugi e schierarsi apertamente al fianco del Regno Unito.

L’originalità dissacrante della tesi di Franco Bandini non si ferma qui: egli sostenne anche che la casta militare italiana, e non solo quella, fece di tutto per perderla, quella guerra; che una diversa impostazione strategica delle operazioni, in quelle prime settimane della primavera-estate del 1940, avrebbe potuto dare risultati ben diversi nell’andamento complessivo del conflitto e mutare completamente gli scenari: un rapido colpo su Malta, ad esempio, quando già la flotta britannica di Alessandria si teneva pronta a salpare le ancore per trasferirsi nell’Oceano Indiano, avrebbe consegnato alla flotta italiana il dominio del Mediterraneo e, con ciò, anche le operazioni terrestri nello scacchiere africano avrebbero avuto un esito ben diverso, forse anche senza bisogno dell’intervento tedesco. A sprecare sistematicamente quelle utili occasioni furono le ingenuità colossali di alcuni uomini-chiave, come il viceré dell’Impero di Etiopia, il duca Amedeo d’Aosta, che si fidò di una vaga promessa di neutralizzazione del settore est-africano da parte dei suoi ex amici di studi in Inghilterra; oltre, naturalmente, alla atavica furbizia da quattro soldi di una classe dirigente che pensava di poter vincere una guerra senza bisogno di combatterla sul serio, dal momento che a vincerla ci stavano pensando già gli alleati tedeschi. Ma ci fu, quasi certamente, anche qualcosa di molto peggio: la volontà di rovesciare il fascismo per salvaguardare i propri interessi egoistici, da parte di molti esponenti del mondo finanziario e industriale, oltre che di non pochi generali e ammiragli filo-britannici. Furono questi fattori a far sì che le cose andassero come andarono, ma come non era per niente “destino” che andassero: cioè che gli eserciti e le flotte italiani fallissero la prova, miseramente, su tutti i fronti di operazioni e che si creassero le premesse per la schiacciante e devastante sconfitta dell’estate 1943, preludio alla guerra civile e, di fatto, all’uscita di scena del nostro Paese dal novero delle grandi potenze e alla perdita della effettiva sovranità nazionale.

Franco Bandini, peraltro, non sostenne affatto che, con una più energica e abile condotta delle operazioni nelle prime settimane dell’intervento, l’esito finale della Seconda guerra mondiale sarebbe stato diverso; ma osservava, e a ragione, che vi sono diversi modi di perdere una guerra, laddove l’Italia l’ha perduta nella maniera peggiore, cioè sacrificando il proprio onore e giocandosi ogni credibilità sulla scena internazionale. Fu questo il risvolto peggiore della nostra sconfitta, secondo lui: il fatto che l’Italia, per il comportamento miserevole e imbelle della sua classe – o piuttosto casta – dirigente, e nonostante il valore del singolo soldato, marinaio e aviatore, si è giocata, forse per sempre, la considerazione altrui a livello mondiale; e sono considerazioni che ci sentiamo di condividere in pieno.

Ebbene: quel libro, e la sua tesi paradossale, ma tutt’altro che peregrina, ci torna insistentemente alla memoria in questi giorni di smarrimento, confusione, parole in libertà e ormai completamente staccate dal loro significato, quando l‘Europa, di fronte alla doppia minaccia islamica, quella della graduale migrazione/colonizzazione/conquista, e quella dell’aggressione brutale, terroristica, spietata, che colpisce un giorno qua, un altro là, anche lontano dall’Europa, nelle persone dei suoi cittadini all’estero, come lavoratori o come turisti, mette bruscamente gli Europei di fronte alla responsabilità del proprio futuro e s’incarica di strappare impietosamente la benda dagli occhi di quanti si erano cullati nei dolci sogni progressisti e neoilluministi di una futura società multietnica e multiculturale, dove “diverso è bello” e dove ci sarebbe stato spazio per tutti, senza eccezioni né distinzioni, in nome della cultura laica, materialista, individualista di cui ricorreva appunto la festa annuale, il 14 luglio, quando, sul lungomare di Nizza, si è consumata l’ultima tragedia causata dal terrorismo islamico, spazzando via la vita di un centinaio di persone, fra le quali c’erano moltissimi bambini che tornavano, accompagnati dai loro genitori, dall’avere assistito allo spettacolo dei fuochi d’artificio. Ora gli Europei devono aprire gli occhi, anche se  non ne avrebbero voglia: come non ne ebbero voglia i tedeschi, l’indomani degli stupri di massa di Colonia; o come non ne hanno avuto voglia gli italiani, dopo la strage dei loro connazionali a Dacca (dov’erano le massime autorità statali quando ci furono i loro funerali, visto che si sono precipitate al funerale d’un immigrato nigeriano morto in dubbie circostanze?).

Il titolo del libro di Franco Bandini ci torna alla mente perché stiamo assistendo, ma stavolta su scala europea, a un fenomeno molto simile: a un misto d’incoscienza, superficialità, dilettantismo, ignoranza, opportunismo criminoso, rifiuto ideologico di vedere la realtà, tutti atteggiamenti, questi, che stanno consegnando il nostro continente nelle mani della migrazione/colonizzazione/conquista islamica, e che stanno favorendo in ogni modo l’indebolimento delle difese e l’anestesia dei possibili anticorpi; il tutto in una prospettiva che somiglia sempre più a quella di una disfatta vera e propria, anziché ad una semplice sconfitta: perché la disfatta è qualcosa di molto peggio della sconfitta: è la sconfitta più il disonore, cioè una sconfitta non solo totale, ma anche e soprattutto una resa morale, una auto-distruzione della propria identità e della propria dignità. E lo dimostra il fatto, qualora vi fosse stato bisogno di una ulteriore conferma, che, per commentare i fatti di Nizza, siano stati chiamati a fare le loro valutazioni nei salotti televisivi politicamente corretti, dei personaggi che o non hanno capito nulla di quanto sta accadendo dopo il l’11 settembre del 2001, o, se lo capiscono, sono parte della congiura per la resa incondizionata del nostro continente al terrore e alla conquista islamica.

I popoli europei sono alla mercé di una classe politica di traditori, venduti ai piani della globalizzazione finanziaria e, pertanto, decisi a far passare la politica dell’islamizzazione per distruggere rapidamente l’identità europea e per affrettare, in tal modo, l’avvento di una società di cittadini succubi, senza radici, senza storia, senza ideali, senza mete che non siano quelle del consumismo e dell’edonismo spicciolo, la sfrenata licenza sessuale, la libertà di drogarsi, la deresponsabilizzazione completa e la distruzione finale della famiglia, mediante una accelerazione delle politiche abortive e contraccettive, un incoraggiamento delle relazioni e delle unioni omosessuali, una esaltazione dei “diritti” individuali contro qualsiasi tipo di responsabilità, di dovere, di sacrificio nei confronti dei propri familiari. Enormi sono le colpe della cultura e dei partiti di sinistra, che hanno incoraggiato e alimentato atteggiamenti di auto-disprezzo degli Europei nei confronti della propria civiltà e delle proprie tradizioni; e anche della Chiesa cattolica, la quale, pur avendo una grandissima tradizione cui ispirarsi per difendere l’identità religiosa del continente, con tutti i riflessi morali a ciò connessi, ha preferito imboccare la via opposta: quella di auto-censurarsi, di auto-criticarsi, di auto-rottamarsi, predicando nello stesso tempo l’accoglienza indiscriminata di tutti i migranti/invasori, che siano profughi o no, che siamo necessitati o no, e prendendosela proprio con gli ultimi esponenti della vera concezione cattolica, impegnati ormai da soli nella battaglia contro l’aborto, l’eutanasia, la parificazione delle unioni omosessuali al matrimonio e ala famiglia, la svendita del proprio patrimonio ideale, la relativizzazione dei propri valori, la laicizzazione e la secolarizzazione del proprio messaggio soprannaturale, fino a ridurre il cristianesimo a una comoda dottrina usa e getta, buona per la modernità materialista ed edonista, ma assolutamente contraria allo spirito genuino del Vangelo.

Con i loro atteggiamento dissennati, con il loro buonismo d’accatto, con il loro ecumenismo a base russoviana e volterriana, gnostico-massonico e anticristiano, gli intellettuali e i politici di sinistra e gli esponenti del mondo cattolico che amano definirsi progressisti, portano la responsabilità morale di avere incoraggiato l’odio anti-europeo e anti-cristiano di tanti islamici, anche fra quelli che da due o tre generazioni vivono in Europa e che si pensava in via di “integrazione”; e di aver suscitato, per reazione, la nascita di sentimenti d’insofferenza, di ripulsa e anche di vero e proprio razzismo fra i popoli europei, laddove razzismo non ce n’era, né ce ne sarebbe stato, se quegli stessi popoli non avessero assistito, allibiti e impotenti, alla resa delle pubbliche autorità davanti all’arroganza di certi comportamenti dei nuovi venuti e al dispiegamento sconcertante di politiche di “aiuto” e di “sostegno” rivolte agli immigrati, anche clandestini, a fronte della perfetta indifferenza dimostrata nei confronti della miseria crescente delle classi sociali più deboli dei popoli europei, messe in ginocchio dalla speculazione finanziaria e dalla crisi economica che ne è seguita, tradite dalle banche, abbandonate dai loro governati e, da ultimo, beffate anche dalla Chiesa e dagli esponenti del mondo cattolico, dai quali hanno ricevuto solo inviti a togliere i crocifissi per non “irritare” gli islamici, a evitare i canti di Natale e i Presepi per la stessa ragione, a mortificare insomma in ogni modo la propria tradizione e la propria identità in vista di una “accoglienza” che equivale, a tutti gli effetti, ad una resa senza condizioni. Questi politici, questi intellettuali e questi (cattivi) vescovi e preti, portano la responsabilità morale di quello che sta accadendo e di quello che accadrà ai danni delle nostre prossime generazioni.

D’altra parte, se la società europea fosse stata un organismo sano, la disfatta non sarebbe stata così facile, l’implosione non sarebbe stata così rapida. Dobbiamo riconoscere che la guerra, che il terrorismo islamico ci ha dichiarato, ci ha trovati già impreparati ed inermi, e sguarnite le nostre posizioni: e ciò perché noi stessi, da almeno due secoli e mezzo, ci siamo tenacemente impegnati nella distruzione della nostra stessa civiltà, che era una civiltà cristiana, basata su valori trascendenti e imperniata sulla vitalità, la coesione e la saldezza della famiglia, per sostituirla con una civiltà senz’anima, materialista, cinica, senza ideali tranne l’arricchimento ad ogni costo, il potere e il piacere sessuale, e sempre più disamorata della vita, sempre meno propensa a fare figli e a vedere nella famiglia un potente presidio dei valori essenziali sui quali si fonda e si regge qualsiasi società. La cosiddetta civiltà moderna, nata all’ombra della ghigliottina e dei “diritti universali”, è la stessa che ci ha condotti al disprezzo di noi stessi, all’angoscia, all’impotenza, alla nevrosi, al cupio dissolvi. È stata inaugurata il 14 luglio del 1789, con quella orribile sfilata per le strade di Parigi di una folla d’uomini e donne ubriachi di sangue e di vuote parole d’ordine, una folla che recava in cima ad un’asta la testa di un essere umano, come in un odierno film dell’orrore. E ci si vorrebbe far credere che allora è sorta, invece, l’alba di un giorno radioso; che noi tutti dovremmo essere grati a quegli eventi e mostrarci lieti di essere i nipoti legittimi della “filosofia dei lumi” dei Voltaire, dei Diderot, dei d’Holbach, dei Rousseau e delle loro nobili, nobilissime dichiarazioni di principio sulla libertà e sulla tolleranza. Peccato che sia nato dalle loro idee il primo genocidio della storia moderna: quello della Vandea, condotto nel 1793 dalle autorità giacobine contro un popolo che non voleva accogliere con sufficiente entusiasmo la liberté, la fraternité e l’egalité.

Giungiamo così alla conclusione che tutte le guide dell’Europa: statisti e pubblici amministratori, banchieri e industriali, intellettuali e giornalisti, vescovi e Santa Sede, sono d’accordo – per ragioni anche dissimili, ma sono sostanzialmente d’accordo – nel proseguire e, anzi, accelerare processo di islamizzazione dell’Europa. Ciascuno di essi ha il proprio tornaconto egoistico – la grande industria, per esempio, tenere basso il costo del lavoro, mediante l’importazione di una manodopera disposta a lavorare per qualsiasi salario -, ma il risultato è una straordinaria convergenza strategica, quale mai, o rarissimamente, si era verificata nella storia più che millenaria del nostro continente. Pochissime volte, o mai, infatti, si era vista una simile concordanza, una simile identità di opinioni intorno a una questione cruciale per il futuro immediato del nostro continente: tanto è vero che se, nel 1914 e nel 1939, fu necessario svolgere un’opera di propaganda per convincere i rispettivi popoli di quanto fossero giuste e necessarie le decisioni da adottare in ordine alla guerra e alla pace, adesso – e davanti a una situazione solo apparentemente meno drammatica, ma altrettanto carica di incognite per il nostro futuro a  breve, medio e lungo periodo – nessun governo, e tanto meno ai vertici dell’Unione europea (perché di un governo europeo è impossibile parlare) si sente in dovere di convincere, più di tanto, i cittadini che aprire le frontiere, e, di fatto, abolirle, legalizzando qualsiasi ingresso da parte di chiunque, dietro il pretesto del diritto d’asilo o dell’emergenza umanitaria, davanti alla marea montante e apparentemente inarrestabile degli immigrati/invasori/colonizzatori islamici, è la cosa giusta da fare, e persino (secondo il punto di vista di papa Bergoglio e di molti vescovi) la cosa moralmente e cristianamente doverosa. Lo si dà, semplicemente, per scontato. I cittadini sono messi di fronte al fatto della migrazione/invasione/ colonizzazione; il loro parere non è ritenuto necessario; quel che si domanda a loro è di “accogliere”, di non essere “egoisti”, di seguire la strada del “realismo”: tutt’al più, si può cavillare su aspetti del tutto secondari del problema, non mettere in discussione la scelta di fondo, che è già stata presa, non si sa bene quando, né come, né da chi, e, soprattutto, non si sa e non si saprà mai bene perché.

A questo punto, forse, dovremmo svegliarci da un lungo torpore e cominciare col chiedere scusa ai pochi che avevano visto subito quel che stava accadendo, e che lo avevano afferrato con più chiarezza e lucidità di noi tutti: e, fra quei pochi, a che chi non c’è più (come la giornalista Oriana Fallaci). Ad essi va riconosciuto di aver avuto più buon senso e più lungimiranza di tutti gli altri, i benpensanti fabbricati con lo stampino, i progressisti a un tanto il chilo, i disinvolti predicatori del multiculturalismo e della società multietnica. Quel che sta accadendo proprio in questi giorni negli Stati Uniti d’America, dove secoli di convivenza non sono bastati a sopire le tensioni razziali fra due singole etnie, la maggioranza di origine europea e la minoranza di origine africana, dovrebbe svegliare dai loro sogni voluttuosi di pacifica convivenza tutte queste anime belle, che si sono cullate nel sogno idillico di una società aperta, tollerante, secondo il modello della canzone Imagine di John LennonImmagina che non ci sia il Paradiso, prova, è facile; nessun Inferno sotto i piedi; sopra di noi solo il cielo. Immagina che la gente viva al presente. Immagina che non ci siano Paesi, non è difficile… Niente per cui uccidere e morire e nessuna religione. Immagina che tutti vivano la loro vita in pace. Peccato che i terroristi islamici non la pensino così; che siano ansiosi di guadagnarsi il loro Paradiso, proprio spedendo all’Inferno gli infedeli, cioè noi europei e cristiani; peccato che non avere alcuna identità, nazionale o religiosa, ci stia consegnando, inermi e imbelli, come agnelli sacrificali al banchetto del fanatismo altrui; e che una civiltà i cui figli non siano disposti a credere in nulla che vada oltre il presente, né a lottare per difendere se stessi, qualora siano minacciati, è una civiltà moritura, già in via di dissoluzione e di putrefazione, mentre ancora respira e s’illude, forse, di godere di un’ottima salute.

I settant’anni di pace che il nostro continente ha goduto dopo il 1945 sono stati, per un certo verso, esiziali per noi: ci siamo illusi che la pace fosse un qualcosa di scontato e di acquisito una volta per sempre; non abbiamo riflettuto che essa era solo una tregua provocata dal “congelamento” del mondo nei due blocchi contrapposti della Guerra fredda; e che, una volta finita quest’ultima, tutti i popoli del mondo, compresi quelli europei, sarebbero stati chiamati a difendere la loro libertà e la loro indipendenza, perché libertà e indipendenza non sono un regalo del cielo, ma una continua e faticosa conquista umana, che la fede in Dio senza dubbio anima e sostiene, ma che non può esimersi anche, se necessario, da una difesa concreta e materiale.

Gli Europei, abbrutiti da una falsa pace in cui si sono abbandonati alla crapula del consumismo, hanno dimenticato la loro stessa storia; i cristiani hanno smarrito il senso autentico della loro fede. La verità è che l’Europa, nell’alto Medioevo, dovette lottare per secoli, allo scopo di difendere se stessa, i propri valori, la propria civiltà; e che perfino la religione dell’amore e del perdono, il cristianesimo, si è trovata nella dura necessità di impugnare la spada per respingere il tentativo di altri popoli di distruggerla e sottometterla. Se gli abitanti celtici del Galles, fra il sesto e il nono secolo, non si fossero difesi con le armi dall’assalto degli invasori pagani, sassoni e danesi, il cristianesimo sarebbe stato spazzato via dalle Isole Britanniche. Se gli imperiali, i veneziani, i polacchi non si fossero coalizzati, nel diciassettesimo secolo, davanti alla irrompente minaccia ottomana, Vienna sarebbe caduta sotto la scimitarra della mezzaluna, la cattedrale di Santo Stefano sarebbe stata trasformata in moschea (come già era accaduto alla basilica di Santa Sofia in Costantinopoli, due secoli prima) e il cristianesimo, con la civiltà da esso innervata, sarebbe stato spazzato via dal cuore dell’Europa.

Tutte le anime belle che leggono il Vangelo con un occhio solo – il sinistro – dimenticano, o non sanno, o fanno finta di non sapere, che il comandamento di Gesù, di amare anche i nemici e di pregare per loro, non implica il suicidio di se stessi, la consegna al nemico dei propri cari e la rinuncia alla propria civiltà, di cui la fede cristiana è parte essenziale; se leggessero meglio il Vangelo, troverebbero che Gesù ha raccomandato: Ama il prossimo tuo come te stesso, non più di te stesso; e che amare se stessi significa anche essere disposti a battersi per difendere ciò che si ama e ciò in cui si crede, qualora si venga ingiustamente aggrediti o minacciati. E che il comandamento di soccorrere il povero e il bisognoso non si estende al dovere, per un popolo o per un insieme di popoli, di farsi invadere e assimilare da immense quantità di persone provenienti da altri popoli e da altre civiltà. Esiste anche una carità verso se stessi e verso il proprio mondo, che non è sinonimo di chiusura e di grettezza, meno ancora di egoismo, ma di legittimo amor di sé e di sacrosanta volontà di proteggere ciò che si è e ciò in cui si crede.

Dell’Islam come religione, non vogliamo dire nulla. Riteniamo che ogni religione abbia una sua dignità e una sua ragione storica, e che tutte meritino rispetto, fino a prova contraria. Ci limitiamo a rilevare quel che vedrebbe anche un bambino: che l’Europa ha impiegato secoli per elaborare i concetti della tolleranza, del pluralismo, della laicità e della democrazia, e questo proprio sotto la spinta intellettuale e morale, diretta o indiretta, della religione cristiana, anche se poi la cultura secolarizzata ha trasformato quei valori in schegge impazzite; mentre l’Islam, una tale strada non l’ha intrapresa, o, forse, sta appena incominciando a percorrerla. Di conseguenza, senza con ciò disprezzare nessuno, appare evidente che il continente europeo non può permettersi il lusso di accogliere decine e decine di milioni di persone (più tutte quelle che nasceranno nei prossimi anni) le quali non condividono i valori, le tradizioni, e le stesse regole della convivenza civile, sui quali si fonda la nostra civiltà.

Saremo capaci, almeno adesso, dopo aver già sprecato tanto tempo prezioso e aver lasciato che le cose arrivassero fino a questo punto, di assumere comportamenti coerenti ed energici, improntati alla fermezza e alla dignità, e, in definitiva, ispirati al rispetto e all’amore che ciascun popolo e ciascuna comunità umana devono a se stessi?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 31 Ottobre 2020

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