sabato, 18 Settembre 2021
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Dongo, 28 aprile 1945. E forse erano i migliori

Dongo 28 aprile 1945: forse erano i migliori. I 15 fucilati condannati a morire nell’ignominia? Si possono condividere o meno i loro ideali ma è innegabile che quelli erano uomini veri: disinteressati, coerenti tutti d’un pezzo di Francesco Lamendola  

C’è una foto inquietante, che non possiamo guardare senza un brivido, che raffigura una fila di uomini schierati presso il muretto del lungolago di Como: alcuni indossanti abiti civili, altri in uniforme militare. Sembra una foto di gruppo, scattata magari nel corso di una gita o una riunione di studi, ma c’è qualcosa di strano, di sinistro, che aleggia su di essi. Sono ritti, compresi della solennità di un’ora suprema, in una posizione vagamente innaturale, a metà fra l’attenti e la postura di chi si trova davanti a un plotone d’esecuzione. Nessuno di loro mostra paura, ma almeno uno appare scosso e sofferente, infatti è stato catturato nel corso di una disperata sparatoria: ha cercato la bella morte ma non v’è riuscito, e ora deve affrontare la morte insieme agli altri, come un gregge di pecore condotte al macello, senza onore né gloria, accompagnati dalle maledizioni di tutti e dal silenzio impaurito dei cittadini perbene, che si sono chiusi in casa, come il sindaco del paese che invano ha protestato contro quel simulacro di giustizia sommaria. Fra poco ordineranno loro di voltarsi per ricevere la scarica di pallottole nella schiena; a nulla varranno le proteste di un altro, medaglia d’oro al valore militare, che chiede di ricevere la raffica al petto. Giudicati per direttissima e condannati come traditori da una corte improvvisata e del tutto illegale, senza neanche l’ombra di un processo, moriranno ricoperti dal disprezzo dei loro esecutori; e quel disprezzo, quella condanna morale senza appello, seguiterà a pesare sulla loro memoria per anni, per decenni. Eppure, e lo si capisce anche dalla foto, essi non erano dei vili. Uno di loro, capo della Guardia Nazionale Repubblicana, in piena guerra civile girava l’Italia in automobile, solo e senza scorta, quando oggi non c’è membro del governo che non reclami l’auto blu e la scorta. Non si nota alcuna traccia di paura sui loro volti, semmai l’angoscia e la disperazione di morire d’una morte inutile, incompresi, beffati in ciò che hanno di più sacro: l’amor di patria. Qualcuno morirà gridando: Viva l’Italia! Viva il Duce!, i due grandi amori della loro vita.

Verranno dimenticati: ma ogni volta che verrà fatto il nome del luogo e del giorno, Dongo, 28 aprile 1945, una nuova, impietosa bordata di disprezzo verrà scagliata contro la loro memoria, ancora e ancora, per sempre, senza mai un’ombra di pietà o di ripensamento. È come se l’Italia intera avesse voluto lavarsi la coscienza, ripulirsi dalle sue colpe e dalla sua vigliaccheria, trasferendo ogni responsabilità su quei quindici personaggi, alcuni dei quali sarebbero stati poi completamente obliati se non avessero ricoperto cariche importanti sotto l’ultimo regime fascista, quello della Repubblica Sociale. Fra loro c’è un valente studioso accademico, un filologo di grande valore, e poi c’è un vecchio militante comunista, addirittura uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia: basterebbe la loro presenza per gettare qualche dubbio e incrinare almeno un poco l’immagine abituale che ci è stata consegnata del fascismo da tutto l’insieme della cultura ufficiale, se ancora avessimo la capacità di pensare con la nostra testa e ragionare fuori dal coro. Un filologo classico, nientemeno che un papirologo di fama internazionale, professore universitario di chiara fama! E che ci fa tra i fucilati di Dongo, a che titolo si può considerare un criminale di guerra, un manutengolo del tedesco invasore, lui che non ha mai imbracciato un mitra, che non ha mai esercitato funzioni di tipo politico? E l’altro, il vecchio comunista: possibile che meritasse di morire anche lui, fucilato come un criminale, e poi il suo cadavere trasportato a  Milano e appeso per i piedi al distributore di benzina, in Piazzale Loreto, come gli altri, accanto al cadavere del Duce e della povera Claretta Petacci? Non ci hanno sempre raccontato, fin dai banchi delle elementari, che il fascismo è stato un mostruoso parto dell’estrema destra, un regime al servizio dei capitalisti, nemico del popolo per definizione? E dunque, che mai ci faceva lì un vecchio comunista di specchiata onestà, rispettato da tutti per la sua coerenza, che aveva dedicato tutta la sua vita alla causa del popolo lavoratore? Vuoi vedere che la storia del regime ultraconservatore, reazionario e nemico del popolo, è una gigantesca impostura, una colossale mistificazione, messa in atto affinché noi non vedessimo, non capissimo cos’è stata realmente la Seconda guerra mondiale, cosa la guerra civile, e soprattutto chi ne sono stati i veri vincitori, chi i veri sconfitti?

E allora guardiamoli un po’ più da vicino, questi quindici morituri che nell’ultimo istante della loro vita hanno tenuto le spalle dritte, la fronte alata, né si sono abbassati a chiedere clemenza o impossibili rinvii; che hanno saputo affrontare la morte guardando il proprio destino dritto negli occhi. Non tutti sono stati riconosciuti subito, quando hanno portato quei poveri corpi a Milano, su di un camion, per l’orribile spettacolo di Piazzale Loreto; alcuni anzi erano così poco conosciuti che non è stato facile identificarli, e uno almeno, il vecchio comunista, verrà scambiato per un altro, un ex ministro delle Colonie, barbuto come lui, Attilio Teruzzi, il quale, invece, era riuscito a nascondersi e a salvarsi in quei tremendi giorni di Caino. Eppure, poche settimane prima di affrontare il plotone d’esecuzione della 52.a Brigata Garibaldi Luigi Clerici, il vecchio comunista aveva parlato alla folla dei lavoratori in una grande città industriale, Genova, e aveva ricevuto molti applausi: quegli operai, evidentemente, non avevano visto in lui il servo dei capitalisti, ma avevano riconosciuto il vecchio compagno, che li aveva guidati e incoraggiati in cento battaglie per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro. Aveva parlato della socializzazione, aveva parlato del socialismo, e ciò in piena guerra civile, con le truppe tedesche a occupare il Nord Italia: strano, vero? Vogliamo dire: strano, in base a come la vulgata resistenziale ci ha sempre presentato quegli uomini e quelle vicende del nostro recente passato. Ed eccoli qui.

1. Alessandro Pavolini, fiorentino, classe 1903, scrittore e giornalista oltre che politico e militare, squadrista della prima ora, volontario in Africa, già amico e protetto di Ciano, poi suo implacabile accusatore dopo la seduta del 25 luglio 1943, segretario del Partito Fascista Repubblicano, coautore, con Mussolini e Bombacci, del Manifesto di Verona, ideatore e organizzatore delle Brigate Nere;

2. Francesco Barracu, sardo, classe 1885, colonnello dell’Esercito, Medaglia d’oro al valore militare, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio;

3. Nicola Bombacci, romagnolo e amico di giovinezza di Mussolini, classe 1879, già segretario del Partito Socialista italiano e poi tra i fondatori del Partito Comunista (con Bordiga, Terracini, Gramsci), poi strenuo sostenitore del fascismo repubblicano, che sosteneva essere l’unica vera rivoluzione sociale italiana;

4. Paolo Zerbino, piemontese, classe 1905, federale di Vercelli e di Alessandria, poi prefetto della nuova provincia di Spalato in Dalmazia, nel 1941, capo della provincia (prefetto) di Torino dopo la nascita della R.S.I. e infine sottosegretario agli Interni dal 7 maggio 1944 e Ministri agli Interni dal 21 febbraio 1945.

5. Pietro Calistri, veronese, classe 1914, pilota della Regia Aeronautica, pluridecorato di guerra, comprese due medaglie d’argento e una di bronzo.

6. Vito Casalinuovo, calabrese, classe 1898, volontario in Africa Orientale e in Spagna, ufficiale d’ordinanza di Mussolini;

7. Goffredo Coppola, sannita, classe 1898, stimato filologo classico, docente all’Università di Bologna, saggista e pubblicista dalle salde convinzioni fasciste, succeduto a Giovanni Gentile nella (pericolosa) carica di presidente dell’Istituito Italiano di Cultura Fascista, dopo l’assassinio del filosofo siciliano;

8. Ernesto Daquanno, romano, classe 1897, giornalista, fautore della socializzazione delle imprese, direttore del Giornale Radio-EIAR, poi del quotidiano Il Lavoro di Genova e infine direttore generale dell’Agenzia Stefani;

9. Luigi Gatti, milanese, classe 1913, prefetto di Milano e segretario personale di Mussolini, che, con Bombacci, negli ultimi tempi aveva lavorato a una contro-inchiesta sul delitto Matteotti, volta a dimostrare la competa estraneità del Duce a quel misfatto;

10. Augusto Liverani, marchigiano di Senigallia, classe 1895, ministro per le Comunicazioni della Repubblica Sociale;

11. Ferdinando Mezzasoma, romano, classe 1897, giornalista, consigliere nazionale alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, poi ministro della Cultura Popolare, aveva rifiutato di mettersi in salvo, come avrebbe potuto fare, dicendo: Sono un ministro di Mussolini e vado a morire con Mussolini. Aveva anche detto, e queste parole si possono considerare un epitaffio per tutti e quindici i fucilati di Dongo: Per noi fascisti quello che importa non è vivere a lungo, ma vivere degnamente. Saper vivere e saper morire;

12. Mario Nudi, romano, classe 1912, militare di carriera, poi capitano di polizia, già volontario in Etiopia, dove Indro Montanelli, che lo aveva conosciuto, lo descrisse come semplice e coraggioso, comandante della scorta personale di Mussolini nell’aprile 1945;

13. Paolo Porta, comasco, classe 1901, avvocato, ispettore dei Fasci della Lombardia, federale di Como e comandante dell’11.a Brigata Nera Cesare Rodini;

14. Ruggero Romano, siracusano, classe 1895, avvocato, volontario nella Prima guerra mondiale e medaglia al valore, poi deputato del Regno d’Italia e consigliere nazionale, infine Ministro dei Lavori Pubblici nella Repubblica Sociale;

15. Idreno Ultimperghe, fiorentino, classe 1901, sindacalista, giornalista, squadrista della prima ora, poi federale di Lucca durante la R.S.I., comandante della XXXVI Brigata Nera Benito Mussolini, poi ribattezzata Natale Piagentini, con la quale condusse dure azioni contro i partigiani.

Questi quindici uomini condannati a morire nell’ignominia e poi rapidamente dimenticati rappresentano senza dubbio quanto di meglio il fascismo repubblicano seppe esprimere e, forse, quanto di meglio possedeva la classe politica italiana di quel periodo che vide, con la sconfitta del 1945 e l’umiliazione del trattato di pace del 1947, la fine della effettiva sovranità italiana e del tentativo – iniziato, bene o male, col Risorgimento, e proseguito con la Prima guerra mondiale – di fare degli italiani un vero popolo, unito e solidale, fiero di sé e capace di stare a fronte alta nel consesso internazionale, anziché col cappello in mano davanti alle altre nazioni e specialmente ai vincitori della Seconda guerra mondiale. Del fascismo si può pensare, ovviamente, quel che si vuole, però si avrebbe il dovere morale di informarsi bene prima di emettere sentenze di condanna senza appello. Fra gli uomini sopra nominati parecchi erano figli del popolo, venivano da famiglie povere e numerose, come del resto lo stesso Mussolini; da famiglie dove il pane scarseggiava e che nel 1940, alla vigilia della grande tragedia mondiale, erano riuscite, in molti casi, a raggiungere un livello dignitoso di autosufficienza, così come l’Italia intera. Le più importanti riforme sociali della nostra storia, specie in materia di lavoro, sono state fatte dal fascismo, piaccia o non piaccia agli storici della vulgata resistenziale e democratica; e così pure il primo vero esperimento repubblicano è stato fatto dal fascismo, appunto con la Repubblica Sociale, senza il quale è difficile immaginare che gli italiani, nel 1946, fra monarchia e repubblica, avrebbero scelto la seconda. Sotto molti punti di vista la tanto disprezzata “repubblica di Salò”, generalmente considerata un semplice stato fantoccio nelle mani di Hitler, è stata invece un tentativo originale di realizzare quelle riforme assai avanzate, come la nazionalizzazione delle industrie, che erano fin dall’inizio nel programma fascista ma che poi, per la trasformazione del movimento in regime e per la massiccia adesione di tanti elementi non fascisti per mere ragioni di opportunismo, erano state rimandate e sabotate in ogni modo, specie sotto la cattiva influenza della grande borghesia industriale e finanziaria.

Sia come sia, non è sul terreno strettamente politico che vogliamo congedarci da quella tragica fotografia del 28 aprile 1945, ma con una riflessione di tipo umano. Si possono condividere o meno i loro ideali, ma è innegabile che quelli erano uomini veri: disinteressati, coerenti, tutti d’un pezzo. Sapevano che la guerra era perduta, sapevano che il loro destino sarebbe stato tragico, ma non vollero tirarsi indietro. Ritennero che la Patria, invasa e mortificata, avesse bisogno di un segnale di riscossa, e loro si sentirono interpellati da una tale chiamata. Vollero dare l’esempio ai più giovani. Il ministro Zerbino, ad esempio, accettando la carica di Ministro degli Interni a metà febbraio del 1945, forse non sapeva di legare il suo destino a un regime che entro poche settimane sarebbe caduto nella polvere? Certo che lo sapeva, e come lui anche gli altri. Eppure non esitò. Essi si sentivano chiamati a raccogliere l’eredità dei marinai caduti al Capo Matapan, dei fanti caduti nelle sabbie di El Alamein; e a mostrare al modo, e soprattutto ai loro connazionali, che si poteva essere italiani e non vestire i panni dei badogliani cinici e voltagabbana, non scappare, né scendere a patti con la propria dignità e la propria coscienza. E forse i migliori erano proprio loro. Certo, a paragone dei politici attuali, i Conte, i Di Maio, erano dei giganti. Ma il loro esempio è poi servito a qualcosa?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Settembre 2020

Del 12 Novembre 2020

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