martedì, 15 Giugno 2021
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Il genocidio degli Herero nel 1904 fu il laboratorio della futura politica genocida nazista

Il genocidio degli Herero nel 1904 fu il laboratorio della futura politica genocida nazista. In quella occasione, vennero sperimentate tecniche di sterminio e fu sviluppata una particolare e perversa ideologia “eugenetica” di Francesco Lamendola

Abbiamo descritto in un saggio di quasi trent’anni fa il genocidio perpetrato dalle autorità coloniali della Germania imperiale fra il 1904 e il 1907 nel territorio dell’Africa Sud-occidentale (cfr. «Namibia 1904. Il genocidio dimenticato del popolo herero», pubblicato integralmente in volume, Stavolta Editore, Pordenone, 1988, e poi sulla rivista «Il pensiero mazziniano», Forlì, n. 1 del 2007; infine, parzialmente, sul sito di Arianna Editrice, in data 20/08/2007); desideriamo ora sottolineare come, in quella occasione, vennero sperimentate tecniche di sterminio e fu sviluppata una particolare ideologia “eugenetica”, che avrebbero trovato il loro perverso, ma perfettamente logico sviluppo, nelle modalità con cui vennero messe a punto le strategie della “pulizia etnica” nell’Europa orientale, non solo contro ebrei e zingari, ma anche contro le popolazioni slave, da parte del Terzo Reich hitleriano.

Citiamo due pagine dello storico britannico contemporaneo Niall Ferguson «Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà» (titolo originale: «Civilization.The West and the Rest, 2012; traduzione dall’inglese di Aldo Piccato, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2012, pp.  211-212 e 221-222):

«Quella combattuta l’11 agosto 1904 ad Hamakari, vicino all’altopiano Waterberg, non fu una battaglia. Fu un massacro.  Gli Herero erano concentrati in un grande accampamento, dove, dopo aver respinto un contingente tedesco, attendevano l’avvio di negoziati di pace.  Invece von Trotha li fece accerchiare, bombardare e infine falcidiare a colpi di mitragliatrice. Come lui stesso aveva sperato, i sopravvissuti fuggirono nel deserto di Omaheke e, per citare le sue parole,  al “loro destino”. Le sorgenti d’acqua erano strettamente sorvegliate. Come si riferisce in un rapporto ufficiale dello stato maggiore dell’Africa sudoccidentale: “L’arido Omaheke doveva portare a termine ciò che avevano iniziato le mitragliatrici tedesche: lo sterminio del popolo herero”. Von Trotha fu altrettanto esplicito: “Credo che la nazione in quanto tale debba essere annientata”. I tedeschi non si affidarono unicamente al deserto Gli Herero che non avevano partecipato alla rivolta furono inseguiti e braccati da apposite pattuglie il cui motto era: “Ripulire, impiccare, fucilare fino a quando non saranno spariti tutti”. Coloro che non furono giustiziati subito, perlopiù donne e bambini, vennero rinchiusi in cinque campi di concentramento. Ad essi si aggiunsero poi i clan nama che avevano commesso l’errore di unirsi alla rivolta e l’ancora più fatale errore di deporre le armi in cambio della promessa che sarebbe stata loro risparmiata la vita.  I campi di concentramento tedeschi erano diversi da quelli costruiti dai britannici in Sudafrica durante la guerra boera. Là continuava a infuriare la guerriglia e l’obiettivo era disgregare le linee boere;  gli spaventosi tassi di mortalità erano la conseguenza non voluta di altrettanto spaventose condizioni igieniche. Nell’Africa sudoccidentale tedesca la guerra era ormai finita e i campi di concentramento dovevano servire da campi di sterminio. Il più tristemente celebre era quello di Shark Island, vicino a Lüderitz. Il campo era collocato all’estremità dell’isola per esporlo il più possibile alle sferzate del vento. Privo di un adeguato riparo, praticamente senza cibo e vestiti, i prigionieri erano costretti a costruire delle banchine stando immersi nell’acqua gelata fino alla vita. Chi non riusciva a resistere alla fatica veniva frustato dalle guardie con lo “sgambo”. Il missionario August Kuhlmann visitò la colonia nel settembre 1905. Rimase impietrito dall’orrore quando vide sparare a una donna già sfinita dalla fatica soltanto perché si era permessa di strisciare in cerca di un po’ d’acqua. Tra il settembre 1906 e il marzo 1907, in questo campo di concentramento morirono 1.032 prigionieri, su un totale di 1.795. Il tasso di mortalità complessivo fu quasi dell’80 per cento. Prima della rivolta, gli Herero erano circa 80.00; quando terminò ne rimanevano appena 15.000. La popolazione dei Nama contava circa 20.000 anime; in un censimento effettuato nel 1911 si era ridotta a meno di 10.000. Soltanto un prigioniero nama sui dieci sopravvisse ai campi di concentramento. Con la confisca di tutta la terra degli Herero e dei Nama, sancita per decreto imperiale nel dicembre 1905, il numero dei coloni tedeschi triplicò, arrivando nel 1913 a quasi 15.000 I pochi herero e nama ancora vivi  furono ridotti a manovali schiavizzati, ai quali potevano essere inflitte brutali punizioni corporali per la più insignificante insubordinazione. E le sofferenze dei popoli indigeni dell’Africa sudoccidentale non finirono qui Come se quelle già subite non fossero state sufficienti, i tedeschi inflissero ulteriori pene alle popolazioni herero e nama in nome dell’”igiene razziale”. Almeno un dottore condusse esperimenti letali su alcuni prigionieri dei campi di concentramento africani. Nel 1906 vennero effettuate 778 autopsie su altri prigionieri per ricerche di tipo biologico-razziale, come si diceva allora. Successivamente, un certo numero di teschi venne spedito in Germania e ulteriori ricerche. Cosa davvero agghiacciante, le detenute dei campi furono costrette  a raschiare via la pelle ei crani con dei pezzi di vetro. […]

L’eredità della guerra condotta in Africa [nel 1914-18] fu pesante in Europa quanto nel continente nero. Il generale Paul Emil von Lettow-Vorbeck, che aveva partecipato attivamente al genocidio degli Herero, guidò anche la campagna contro le forze britanniche in Africa orientale.  Terminata la guerra, von Lettow-Vorbeck rientrò in Germania , ma poco tempo dopo tornò nuovamente in azione insieme ai suoi veterani. Ora che la loro madrepatria rischiava di sprofondare nella rivoluzione, marciarono su Amburgo per sventare la minaccia di una repubblica sovietica tedesca. La guerra civile infuriava non soltanto nelle grandi città tedesche, ma anche sulla frontiera orientale della Germania, dove  i cosiddetti “Freikorps”, guidati da veterani come Franz von Epp e Hermann Erhardt, si scagliavano contro i bolscevichi e i nazionalisti slavi come se fossero tribù africane  in tutto tranne che nel colore della pelle. Per Epp ed Erhardt era una cosa perfettamente naturale: entrambi avevano prestato servizio come ufficiali nelle guerre contro gli Herero e i Nama. Anche se il teorico della razza Eugen Fische  si trovò infine dalla parte dei perenti, la prima guerra mondiale si rivelò particolarmente proficua per la sua disciplina. Le truppe coloniali che finivano nei campi di prigionia tedeschi fornirono a studiosi di scienza  razziale come Otto Reche una nuova riserva  di cavie da laboratorio. Il saggio “MeschlicheAusles und Rassenhygiene” (“Selezione umana e igiene razziale”), scritto da Fischer in collaborazione con Erwin Baur e Fritz Lens, pubblicato nel 1921, divenne rapidamente il manuale standard  nella sempre più diffusa disciplina dell’eugenetica. Adolf Hitler lo lesse quando fu incarcerato in seguito al fallito colpo di stato di Monaco nel 1923 e ne parla in “Mein Kampf”. Agli occhi di Hitler, ben poche cose potevano apparire  più ignobili e insopportabili del fatto che i soldati senegalesi rimasti in Renania dopo la guerra avessero messo incinte numerose donne tedesche. Questa era la famigerata “vergogna nera” che generò i “bastardi renani”, nuova conferma della cospirazione che cercava di inquinare il sangue della razza ariana. Fischer esercitò un’influenza non solo nefasta ma anche di vasta portata, soprattutto dopo essere diventato direttore  del nuovo Istituto per l’antropologia, l’ereditarietà umana e l’eugenetica fondato a Berlino nel 1927.  Fu poi tra gli scienziati membri della Commissione Speciale Numero Tre della Gestapo, che pianificò ed effettuò la “sterilizzazione forzata dei “bastardi renani”. Tra i suoi studenti vi era Josef Mengele, responsabile dei tristemente famosi esperimenti condotti  sui prigionieri di Auschwitz. Per i numerosi soldati veterani delle colonie che entrarono ne ranghi del partito nazista  (le loro vecchie uniformi fornirono alle SA le loro prime camicie brune) era perfettamente naturale che le teorie nate nei campi di concentramento africani di concentramento fossero utilizzate  nella “colonizzazione” nazista dell’Europa orientale  e nelle spietate politiche razziali che portarono all’Olocausto. Non era certo un caso se il Reichsmarschall al comando della Luftwaffe era il figlio del Reichskommissar dell’Africa sud-occidentale.»

Bisogna osservare che Niall Ferguson non è obiettivo nel tracciare la sua analisi. Si noti con quanta cura si premura di spiegare al lettore che i campi di concentramento inglesi nel Sud Africa, durante la guerra boera, erano tutta un’altra cosa da quelli tedeschi creati dopo la grande rivolta degli Herero nel 1904, anche se è costretto ad ammettere che la mortalità, in essi, era “spaventosa”; ma, si affretta a precisare, ciò fu una conseguenza del tutto involontaria delle pessime condizioni igieniche. Omette però di ricordare che la storia dell’Impero britannico fu costellato di genocidi ai danni di popolazioni indigene, e che anche in esso le sfortunate popolazioni tribali vennero usate come cavie, in vita e in morte, per discutibili manipolazioni pseudo-scientifiche. Per esempio, gli inoffensivi Tasmaniani furono sottoposti  ad una immensa battuta di caccia, da un capo all’altro della loro isola, come i Lord facevano, in Inghilterra, con le volpi; quelli che sfuggirono allo sterminio, furono deportati su alcune isolette dove morirono in gran numero di malattia. Gli ultimi Tasmaniani vennero utilizzati, dopo morti, per essere studiati ed esposti nelle sale dei musei; l’ultima di tutti fu una donna che scongiurò di non subire tale sorte,  che il suo corpo fosse lasciato in pace: non l’ascoltarono, e il suo cadavere fu regolarmente mummificato ed esposto, in bacheca, in una sala del Museo etnologico di Hobart. Così pure, si potrebbe ricordare che i Britannici furono i primi a praticare la guerra batteriologica moderna, distribuendo ai Pellirosse del Nord America delle coperte infettate col vaiolo: ciò accadde per iniziativa di Lord Amherst, il quale giustificò il suo operato affermando che si trattava di sterminare la razza più malvagia che mai si fosse vista al mondo.

Si possono avanzare delle riserve anche sul modo di ragionare di Ferguson, che non sempre rispetta gli standard di imparzialità e obiettività richiesti ad uno studio scientifico. Quando sostiene, ad esempio, che non è un caso se Hermann Göring, ministro dell’Aviazione durante il nazismo e numero due del regime, era figlio di un ex commissario coloniale dell’Africa Sud-occidentale (e fa altri esempi del genere), o che le Camicie brune di Ernst Rohm ispirassero la loro uniforme a quella coloniale tedesca, non procede da storico, ma da propagandista di una tesi precostituita. Con tutto ciò, gli elementi che porta a sostegno della continuità fra alcuni aspetti della politica coloniale tedesca (che peraltro è stata apprezzata, nel suo complesso, e “assolta” dalle accuse di crudeltà, da altri storici inglesi del calibro di David K. Fieldhouse, uno dei massimi esperti di colonialismo) e le politiche di eugenetica, pulizia etnica e genocidio attuate dal regime del Terzo Reich, specialmente nei territori orientali conquistati nel 1941, appaiono, nell’insieme, convincenti. Sono condivisibili, inoltre, alcuni giudizi specifici, come quello sul generale von Lettow-Vorbeck; anche se Ferguson, poco generosamente, omette di riconoscere che la guerriglia da questi condotta contro le soverchianti forze britanniche nella campagna dell’Africa Orientale Tedesca fu, da un punto di vista strettamente militare, degna della massima ammirazione; infatti, si dovrebbe sempre riconoscere il valore del nemico, anche se ciò ferisce il proprio sentimento patriottico e anche se quel nemico si è reso responsabile di azioni discutibili, o addirittura criminali: senza che ciò voglia dire, in alcun modo, negarle o minimizzarle (cfr. i nostri precedenti articoli: «Una pagina al giorno: Lettow-Vorbeck nel Mozambico», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 09/06/2009 e «Il volo del dirigibile tedesco L.59 sull’Africa nel 1917 e il bombardamento di Napoli del 1918», il 20/09/2008; e «Le colonie tedesche in Africa nella prima guerra mondiale», pubblicato sul sito di Ars Militaris, e ora su «Il Corriere delle Regioni»).

In ogni caso, è valido l’assunto fondamentale dell’opera di Ferguson: la civiltà occidentale, dopo aver rivolto all’esterno la propria aggressività (nella duplice versione razzista e comunista, secondo la sua analisi: le due ideologie che egli reputa le più disastrose nella storia moderna), ha finito per trovarsi davanti il nemico più pericoloso: se stessa. Il 1914 è stato l’inizio di una guerra civile che non è mai finita, se è vero – come è vero – che il consumismo, che ormai domina l’economia e la società a livello mondiale, e nel quale il fucile del soldato è stato sostituito dalla borsa della spesa del cittadino-consumatore, è la nuova versione, solo in apparenza meno distruttiva, di una avidità insaziabile che finisce per diventare autodistruttiva.

Gli orrori commessi dai Tedeschi in Russia nel 1941, dove pure erano stati accolti come dei liberatori (specialmente in Ucraina), hanno avuto il loro precedente immediato e il loro laboratorio nella politica di sterminio attuata contro gli Herero nel 1904-1907: in entrambi i casi, si è partiti da un senso di superiorità razziale che si è sposato con le teorie pseudo-scientifiche dell’eugenetica, molto diffuse ai primi del Novecento (però non solo in Germania!), per giungere all’idea, aberrante e criminale, di instaurare un “nuovo ordine” basato sulla sterilizzazione delle razze e degli individui considerati “inferiori”, o, addirittura, sulla loro eliminazione fisica, per fare posto a un impero dominato dalla “bestia bionda” di nietzscheana memoria. Solo che poi Ferguson si contraddice, almeno parzialmente, quando riconduce tutte le responsabilità al solo Hitler: perché, così facendo, si banalizza la natura del problema. Se la civiltà occidentale covava in sé i germi di una vera e propria predisposizione al genocidio (di razza o di classe, questo è secondario: si pensi ai milioni di morti provocati da Stalin nella sua stessa patria), allora bisogna che l’esame di coscienza coinvolga tutta la cultura occidentale e non si limiti a individuare un capro espiatorio, per quanto, effettivamente, colpevole di crimini atroci. E bisogna anche che l’esame di coscienza riguardi tutto l’Occidente: a cominciare dalle due nazioni anglosassoni, la Gran Bretagna per le sue pulizie etniche (come quella dell’Acadia, nel 1712, a danno dei Francesi) e per i suoi genocidi coloniali (come quello dei Tasmaniani); gli Stati Uniti per lo sterminio pianificato dei Pellirosse (anche mediante la distruzione, essa pure “scientifica”, delle mandrie di bisonti), oltre che per il “trascurabile” dettaglio dello schiavismo praticato ai danni dei Neri, e questo fin dall’inizio, tanto è vero che i padri nobili della nazione, come Washington e Jefferson, che avevano sempre i “diritti” dei cittadini sulla bocca, erano floridi proprietari di schiavi.

La conclusione di Ferguson è che la civiltà occidentale, oggi, viene ad essere doppiamente minacciata: dall’esterno, dalla concorrenza economica, ma anche politica e culturale, di altre civiltà e di altri Paesi, i quali hanno appreso da essa una serie di tecniche scientifiche e produttive e che tendono a occupare gli spazi lasciati vuoti da essa, come l’India, il Giappone e la Cina, oppure che, come l’Islam, hanno sviluppato dei contenuti ideologici difficilmente compatibili con i suoi, e specialmente con la sua strenua difesa dei diritti e delle libertà individuali; dall’interno, dal disamore di sé, dall’oblio o dal disprezzo delle proprie radici, dalla sottovalutazione e dalla denigrazione di quanto di buono essa ha prodotto e ha offerto quale contributo al progresso dell’intera umanità.

Con alcuni distinguo, anche su punti rilevanti della sua analisi, è una conclusione che, nel complesso, ci sembra sia condivisibile. Ed è su tali questioni che la nostra cultura dovrebbe sviluppare una serie di ulteriori, approfondite riflessioni, per poter affrontare le sfide che il terzo millennio sta già ponendo alla nostra civiltà; invece di continuare a trastullarsi con discussioni accademiche su problemi puramente astratti e su questioni di principio che interessano poco o niente la stragrande maggioranza delle persone, o, peggio, a cullarsi in un buonismo infantile, in un relativismo suicida e in una auto-censura sistematica delle cose di cui i cittadini occidentali, proprio per le loro radici culturali, dovrebbero andare, invece, fieri e a testa alta: come le statue dei Musei Capitolini, che una sconsiderata idea di delicatezza verso l’ospite iraniano, Hassan Rohani, ha indotto a coprire, affinché lo spettacolo dei nudi dell’arte classica non offendesse la sensibilità del presidente iraniano – del presidente, cioè, di uno Stato e di un sistema socio-culturale dove i diritti umani non esistono, le donne sono sottomesse all’uomo nella maniera più esplicita, e gli omosessuali sono passibili della pena di morte per la sola colpa di esistere.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Novembre 2017

Del 12 Novembre 2020

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