domenica, 28 Febbraio 2021
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La prima “pulizia etnica” della storia moderna ebbe luogo in Acadia, Canada, nel 1755

Tristi primati? La prima “pulizia etnica” della storia moderna ebbe luogo in Acadia, Canada nel 1755. E fu una nazione europea la Gran Bretagna, ad essa è ascrivibile anche la prima guerra batteriologica della storia di Francesco Lamendola  

La prima nazione europea a ricorrere, nella storia moderna, ai metodi della “pulizia etnica”, per far sparire da una regione la sua popolazione originaria e sostituirla con una della propria stirpe, è stata la Gran Bretagna: il luogo è l’Acadia, provincia canadese ora nota con il nome di Nova Scotia (Nuova Scozia), l’anno è il 1755 e le vittime furono i coloni francesi che l’abitavano pacificamente da più generazioni. Quella triste vicenda è passata alla storia con i nomi inglesi di Expulsion of the Acadians, o di Great Upheaval, o, semplicemente, The great Expulsion; e con il nome francese di Le Gran Dérangement. Alcuni furono deportati nelle Tredici colonie britanniche, altri dovettero fare ritorno in Francia: le operazioni ebbero luogo in un arco di tempo che va dal 1755 al 1764 e non si trattò di piccoli numeri, poiché, al termine di esse, risultò che erano state costrette ad abbandonare per sempre la loro terra non meno di 11.500 persone, decisamente molte, considerando la bassa densità della popolazione europea del Canada.

La Gran Bretagna è anche la prima nazione moderna ad aver fatto ricorso alla guerra batteriologica: il luogo è ancora il Nord America, questa volta alla frontiera delle Tredici colonie (futuri Stati Uniti), l’anno è il 1763 e l’ideatore del piano è un lord, nonché feldmaresciallo, Jeffrey Amherst, convinto della necessità di “estirpare” i pellerossa del Delaware, da lui definiti come “la più malvagia e scellerata razza mai esistita”, i quali avevano avuto la pessima idea di allearsi con i Francesi durante la guerra dei Sette anni, ed ai quali fece distribuire, per vendicarsi, una gran quantità di  coperte infettate con il vaiolo.

Alla Gran Bretagna spetta pure il primato nell’attuazione del primo dei genocidi moderni: perché fu un vero e proprio genocidio quello che si consumò, nei primi tre decenni del XIX secolo, a danno degli indigeni della Tasmania, cacciati dai coloni britannici come fossero una vera e propria selvaggina a due gambe, oltre che decimati dalle malattie introdotte dagli uomini bianchi, e verso le quali non possedevano difese immunitarie. E a chi nutrisse dei dubbi sulla deliberata volontà di sterminio da parte delle autorità britanniche, pur dovendo ammettere che il risultato fu, innegabilmente, quello, giova ricordare che, a un certo punto, i coloni inglesi formarono un vero e proprio cordone di uomini armati di fucile, i quali, avanzando da un capo all’altro dell’isola, e tenendosi in vista l’uno dell’altro, eliminarono fisicamente o catturarono tutti gli indigeni che cercavano di nascondersi nel fitto della foresta, finché i singolari cacciatori giunsero all’estremità meridionale, in riva all’oceano, avendo passato al setaccio ogni forra ed ogni anfratto. Gli ultimi Tasmaniani, rientrati nella loro terra dopo una deportazione nell’isola Flinders (ma a scopo umanitario, beninteso!), vennero esibiti in qualità di attrazione turistica e morirono uno ad uno, finché il corpo dell’ultimo membro di quell’infelice popolo, una donna, morta nel 1876, venne disseppellito ed esposto dagli etnologi in una bacheca del museo di Hobart, il capoluogo, per la gioia degli scienziati e dei visitatori paganti. Non era stato rispettato neppure il suo ultimo desiderio: poter riposare nel suolo natio, perché, secondo la credenza dei Tasmaniani, solo a quella condizione l’anima del defunto può trovare la pace.

Anche i primi campi di concentramento per le popolazioni civili furono ideati e realizzati sotto gli auspici della civile Gran Bretagna, durante il civilissimo regno della regina Vittoria: durante la guerra contro i Boeri del Transvaal e dell’Orange, all’inizio del XX secolo; campi di concentramento nei quali morirono fra le 18.000 e le 28.000 persone, fra cui moltissime donne e bambini, a causa delle infezioni e degli stenti. La loro colpa: essere arrivate nel Sud Africa prima degli Inglesi ed aver colonizzato le terre in cui furono poi scoperti dei ricchissimi giacimenti d’oro e di diamanti. Il gentleman che diresse le operazioni contro donne e bambini, sottraendo loro il cibo per punirli di non aver accolto a braccia aperte l’esercito britannico, fu un altro lord e generale famoso, Horatio Herbert Kitchener, quello stesso che, dopo aver sconfitto i Dervisci del Sudan nella battaglia di Omdurman, fece disseppellire il corpo del Mahdi per decapitare il cadavere e spedirne la testa alla sua regina.

Del pari, i libri di storia della Prima guerra mondiale “dimenticano”, in genere, di evidenziare che la Gran Bretagna, grazie alla sua superiorità navale (che la Germania aveva cercato di contrastare, costruendo una potente flotta da guerra, ragion per cui il governo britannico aveva deciso di fermarla ad ogni costo), fu la prima nazione moderna ad imporre il blocco marittimo e ad affamare non una singola città o popolazione, ma l’intera Europa centrale, ossia la Germania, l’Austria-Ungheria ed i loro alleati, al preciso scopo di ridurle allo stremo e di costringere i loro governi alla resa (cfr. il nostro precedente articolo: «Violando i diritti dei popoli, la Gran Bretagna affamò gli Imperi Centrali», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 05/03/2008, e ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 30/05/2015). Ed è difficile non vedere la relazione tra questa gigantesca opera di strangolamento di un intero continente, e la diffusione della micidiale epidemia di influenza spagnola che infuriò proprio alla fine della guerra, provocando circa 20 milioni di morti.

Ma torniamo all’Acadia e alla tragedia dei suoi coloni francesi (Acadiens), nel 1755. Un poeta statunitense, Henry Wadsworth Longfellow (nato a Portland, Maine, nel 1807 e morto a Cambridge nel 1882), tra i primi della sua nazione ad assurgere alla fama letteraria mondiale, dedicò a quell’oscuro episodio la sua opera forse più importante, il poemetto epico-lirico «Evangeline or a Tale of Acadie» («Evangeline, o un racconto dell’Acadia)», pubblicato nel 1847, dal quale sono state poi tratte non meno di cinque versioni cinematografiche, la prima nel 1908 e l’ultima nel 1929, questa con la celebre attrice Dolores Del Rio nella parte della infelice protagonista. La storia cantata da Longfellow è abbastanza semplice. Essa narra la crudele irruzione della Storia nella vita semplice dei coloni francesi del Canada: precisamente quando, con la pace di Utrecht del 1713, che poneva fine alla guerra di Secessione spagnola, l’Acadia venne ceduta dalla Francia alla Gran Bretagna e questa, dopo averla ribattezzata col nome di Nova Scotia (ma parti dell’Acadia andarono anche a formare le province di New Brunswick, Prince Edward e perfino della colonia del Maine, che non sarà parte del Canada, ma  dei futuri Stati Uniti d’America), decise la deportazione di tutti i suoi abitanti, considerati sudditi poco fedeli alla patria (patria degli Acadiani: l’Inghilterra) a causa della loro cultura francofona e della loro religione cattolica romana.

Evangeline è la figlia del più ricco colono del villaggio acadiano di Gran Pré, un fattore di nome Benedict Bellefontaine, ed è fidanzata con Gabriel Lajeunesse, il figlio del fabbro, un giovane che ella ama appassionatamente, riamata. I due stanno per sposarsi, ma, proprio alla vigilia delle loro nozze, sbarcano nel porto le truppe britanniche e viene diramato alla popolazione l’ordine di partire immediatamente. La notizia getta la piccola comunità nello smarrimento, e qualcuno vorrebbe opporsi; ma il sacerdote cattolico esorta tutti alla rassegnazione e a confidare nella Provvidenza divina. I due giovani, così, vengono crudelmente divisi: come accade anche ai membri delle altre famiglie, Evageline è costretta a salire su una nave, Gabriel su un’altra: non si ritroveranno più, nonostante le lunghe ricerche effettuate dalla coraggiosa ragazza, se non troppo tardi. Infatti, molti anni dopo, mentre Evangeline, ormai vecchia, presta la sua opera in un lazzaretto ove sono curate le vittime di una epidemia di peste (notevoli, come si vede, le analogie con i «Promessi sposi» del Manzoni; e Longfellow, del resto, era un grande ammiratore della nostra letteratura, e gran traduttore di Dante), ella riconosce fra i malati proprio il suo Gabriel, che la riconosce a sua volta, e che fa appena in tempo a lanciarle un lunghissimo, straziante sguardo, prima di chiudere gli occhi per sempre.

Riportiamo qui, per dare un’idea dell’arte di Longfellow, alcuni versi del suo poemetto, nei quali egli descrive la terra natale della bella Evangeline: la foresta primordiale del Nord America, all’epoca ancora selvaggia e popolata da orsi, alci, caribù e abitata da sparuti gruppi di nativi pellerossa (da «Evangeline’s Native Land» di H. W. Longfellow; in: Maria Vittoria Livraghi, «Where English is Spoken. Nozioni di storia, geografia, letteratura, cenni sulla vita economica dei Paesi dove si parla inglese», Roma, Angelo Signorelli Editore, 1951, p. 183):

«This is the forest primeval. The murmuring pines and the hemlocks,

Bearded with moss, and in garments green, indistinct in the twilight,

Stand like Druids of eld, with voices sad and prophetic,

Stand like harpers hoar; with beards that rest on their bosoms.

Loud from its rocky caverns, the deep voiced neighbouring ocean

Speaks, and in accents disconsolate answers the wail of the forest.

This is the forest primeval; but where are the hearts that beneath it

Leaped like the roe, when he hears in the woodland the voice of the huntsman?

Where is the thatch-roofed village, the home of Acadian farmers –

Men whose lives glided on like rivers that water the woodlands,

Darkened by shadows of earth, but reflecting an image of heaven?

Waste are those pleasant farms, and the farmers forever departed!

Scattered like dust and leaves, when the mighty blasts of October

Seize them, and whirl them aloft, and sprinkle them far o’er the ocean.

Naught but tradition remains of the beautiful village of Grand-Pre.»

L’atmosfera, tipicamente romantica, è colma di stupore e commozione davanti allo spettacolo prodigioso, affascinante della foresta primeva: su questo sfondo, di una natura viva e immensa, palpitante e misteriosa, si staglia la dolce figura della protagonista, una giovane appassionata e tenacemente fedele al promesso sposo, che rinuncia alle gioie dell’amore e della famiglia piuttosto che venir meno alla promessa fatta.

Fin qui, la soave poesia di Longfellow e la commozione dell’anima romantica, di cui si nutriva la giovanissima poesia nordamericana; la realtà della storia è molto più prosastica e brutale e ci ricorda che la pratica inumana di ridurre una regione alla “pulizia etnica”, deportando una intera popolazione la cui presenza risulta sgradita, è stata efficacemente trasmessa dalla Gran Bretagna e appresa dagli Stati Uniti, come una lezione passata dal maestro al discepolo. Il governo statunitense, infatti, se ne sarebbe ricordato – crediamo – allorché decise di praticare una politica di deportazione e trasferimento di intere popolazioni indiane al di là del Mississippi (esplicitamente denominata Indian Removal Act, una legge firmata dal presidente Andrew Jackson), per acquisire le loro terre ai coloni bianchi e, naturalmente, per aprirle ai vantaggi impagabili della “civiltà”. In particolare, si ricorda la deportazione delle cosiddette Cinque Tribù Civilizzate, negli anni intorno al 1830: Chickasaw, Choctaw, Creek, Cherokee e Seminole; di esse, l’ultima, quella dei Seminole, si oppose alla deportazione, e fu punita con una vera e propria guerra da parte dell’esercito statunitense, che, peraltro, non riuscì interamente nell’intento di piegare e catturare il grosso di quel fiero e coraggioso popolo (cfr. il nostro precedente articolo: «Osceola e la lotta dei Seminole per la libertà», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/08/2007).

Si calcola che gli Acadiani, prima della loro cacciata, fossero circa 23.000 mila; considerato che alcune migliaia si trasferirono nella Louisiana spagnola, che era stata francese fino alla pace di Parigi del 1763 (poi conosciuti come Cajuns), mentre quasi 12.000 erano stati deportati in vari luoghi d’Europa e d’America, e le loro case distrutte col fuoco, si può concludere che solo poche migliaia di persone riuscirono a sfuggire alla deportazione, non più di 5 o 6 mila: dunque, al massimo un quarto della popolazione iniziale. Se ne può dedurre che quella dell’Acadia fu una delle più riuscite operazioni di pulizia etnica della storia. Anche un tentativo di resistenza armata, sotto la guida di Joseph Broussad, detto Beausoleil (1702-1765), venne represso entro il 1761. Prima di procedere alla deportazione, decisa e diretta dal governatore inglese Charles Lawrence (1709-1760) – un altro gentleman che pagava generosamente gli scalpi dei pellerossa uccisi -, agli Acadiani era stato richiesto un giuramento di fedeltà alla Corona britannica. Essi avevano risposto dicendosi disposti a giurare la loro neutralità, ma non altro: e quel rifiuto aveva deciso il loro tragico destino…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Novembre 2017

Del 15 Novembre 2020

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