domenica, 28 Febbraio 2021
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Ricordiamo che la scintilla del ‘68 partì dai cattolici

Ricordiamo che la scintilla del ‘68 partì dai cattolici. Le 2 rivoluzioni: religiosa e profana: il Vaticano II e il ’68 non sono affatto indipendenti ma si tennero l’una con l’altra si influenzarono e si sollecitarono a vicenda di Francesco Lamendola 

Sono passati cinquantadue anni da quel 15 novembre del 1967 e forse molti non se lo ricordano più, molti non lo sanno e non l’hanno mai saputo, ma è un fatto, assolutamente certo e incontrovertibile, che la scintilla del ’68 è partita dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, cioè dagli studenti cattolici, o di area cattolica, o comunque di formazione cattolica. Il che vorrà pur dire qualcosa, anche se poi questa verità è stata fatta scivolare un po’ in seconda linea, se non proprio nel dimenticatoio. La sinistra voleva rivendicare la sua priorità rivoluzionaria, come sempre, quindi era gelosa; poi c’è stato il grande compromesso storico, con la nascita dell’Ulivo e la fusione tra la vecchia DC, o almeno la sua parte maggioritaria, e il vecchio PCI, anche se riverniciato a nuovo perché il Muro di Berlino gli era cascato addosso e bisognava pur fare qualcosa per recuperare il tempo perduto, o meglio, per dare l’impressione di averlo recuperato. D’altra parte, c’era un’altra primogenitura, ancor meno invidiabile, che sinistra marxista e cattolicesimo progressista avrebbero potuto contendersi, ma nessuno dei due aveva voglia di prendere in mano la patata bollente: quella del terrorismo. Sebbene anche in questo caso, se è vero che i fatti non sono opinioni, la primogenitura spetterebbe ai cattolici, vista l’occupazione della Facoltà di Sociologia di Trento il 1° febbraio 1968, e visto il ruolo che nelle vicende successive, che portarono alla nascita delle Brigate Rosse, ebbero Renato Curcio e altri compagni di estrazione cattolica. Ad ogni modo, il fatto è quello: il ’68 studentesco, snodo fondamentale della nostra storia contemporanea, a partire dal quale ogni cosa – scuola, cultura, istituzioni, politica, economia, moda, cinema, musica leggera, costumi – ha imboccato irrimediabilmente la via del degrado, del declino e della dissoluzione, è partorito dagli studenti delle famiglie cattoliche che frequentavano l’università “medioevale” fondata nel 1921 da padre Agostino Gemelli per riportare l’Italia sulla retta via della fede, ormai quasi smarrita. E invece è da essa che i compagni rivoluzionari hanno suonato la diana dei moti insurrezionali che avrebbero dovuto portare la fantasia al potere, e, mediante il sei politico e la prassi del proibito proibire, aprire un’era nuova, meravigliosa e progressiva per la società italiana. E poi… sappiamo troppo bene com’è andata.

Tuttavia, ai compagni di estrazione cattolica e al loro leader Mario Capanna incontestabilmente spetta la primogenitura della svolta a sinistra della cultura e della mentalità italiana che si verificò in quegli anni, con tutti i suoi contraccolpi negli ambiti più vari, compresa la morale sessuale e le vicende che avrebbero condotto alla riconoscimento del divorzio, alla liberalizzazione dell’aborto e più tardi, molto più tardi, ma sempre troppo presto a nostro giudizio, alla parificazione delle unioni di fatto con la famiglia fondata sul matrimonio, e, fra queste, anche delle coppie omofile. Forse non era per questo che quei genitori, con mille sacrifici, erano riusciti a mandare i loro rampolli alla Cattolica, negli ani ’60 del Novecento; ma fu proprio quel che accadde: quei rampolli si misero alla testa dell’ondata rivoluzionaria che stava per sollevarsi. E non si dimentichi un altro fatto: che appena due anni prima dell’occupazione della Cattolica si era conclusa un’altra rivoluzione, apparentemente assai diversa, ma, in effetti, ben più profonda e destinata ad avere ripercussioni più durevoli e più incisive nell’assetto dell’intera società: quella del Concilio Vaticano II. Una rivoluzione pilotata dall’alto e diretta da una regia tuttora, almeno in parte, oscura; e nondimeno una rivoluzione a tutti gli effetti, se “rivoluzione” significa rottura irreparabile con la tradizione e totale rovesciamento del paradigma culturale. Tanto è vero che nel 1967 era apparso un libro indubbiamente rivoluzionario che venne a sconvolgere la scuola e le idee pedagogiche, Lettera a una professoressa, libro che era stato ispirato ai ragazzi della scuola di Barbiana proprio da un sacerdote, debitamente progressista e di sinistra: don Lorenzo Milani, un prete tanto ribelle al suo arcivescovo di Firenze, monsignor Ermenegildo Florit, quanto lo studente Mario Capanna era ribelle al suo rettore della Cattolica, Ezio Franceschini.

Ma ecco come il protagonista di quelle vicende, Mario Capanna, rievoca la prima occupazione della Cattolica da parte degli studenti, nel novembre del 1967; una seconda occupazione si sarebbe verificata nel marzo 1968, ed entrambe le volte intervenne la polizia e ci furono scontri e imponenti manifestazioni di piazza, con decine di migliaia di studenti che manifestavano per le vie di Milano (da: M. Capanna, Formidabili quegli anni (Milano, Rizzoli, 1988, pp. 17-19):

A metà novembre, incredibilmente, scendono in campo gli studenti dell’Università Cattolica a Milano. Segno dei tempi. Unica università confessionale del Paese, era stata per decenni, durante e dopo il fascismo, un caposaldo di stabilità culturale e politica. Gioiello delle gerarchie ecclesiastiche, era tenuto sotto controllo direttamente dal Vaticano tramite l’assidua supervisione di un suo fiduciario.

Ad animare il movimento sono gli studenti alloggiati nei due collegi universitari (uno maschile, l’”Augustinianum”, l’altro femminile, il “Marianum”, separati da un muro invalicabile, letteralmente), pupille degli occhi della Cattolica. Basti dire che lì, prima di noi, avevano compiuto i loro studi Francesco Cossiga e Ciriaco De Mita, solo per fare due nomi.

Per accedere ai due collegi bisognava superare una selezione durissima, e un implacabile esame d’ammissione. Per potervi restare, continuando a usufruire del presalario statale (300 mila lire l’anno) occorreva ottenere i massimi voti a ogni esame, in pratica la media del 30 in ogni anno accademico.

Le vittime che restavano lungo il percorso erano numerose. Perciò studiavamo come pazzi. Fallire un esame avrebbe significato l’interruzione degli studi. Per me sarebbe stato senz’altro così: i miei fratelli non avrebbero potuto darmi di più. L’eventualità mi atterriva.

Studiavamo, dunque, di giorno e di notte. Ma non solo le materie d’esame. Leggevamo Marx e altri autori marxisti praticamente proibiti nell’insegnamento ufficiale. E leggevamo teologi allora innovatori e di frontiera, come Karl Rahner, Edward Schillebeeckx, Hans Urs von Balthasar. Sugli uni e gli altri facevamo sovente discussioni che duravano fino all’alba. Proprio lì il dissenso cattolico, crescente nel Paese, si nutriva di razionali e solidi argomenti. Era il segnale di un disagio che si ramificava e diveniva profondo. Era il preannuncio della politica.

Questa emerge e si dispiega pienamente a metà novembre. L’occasione è data da un improvviso aumento delle tasse di iscrizione alla Cattolica. Il 14 è indetto lo stato di agitazione e va avanti per tre giorni. Si verifica anche qualche episodio curioso, come il duello oratorio tra il rettore Ezio Franceschini e me. 

Mi piazzo di buon mattino all’ingresso dell’ateneo e per ore, da un microfono collegato a un altoparlante, informo gli studenti, che stanno entrando, di quanto bolle in pentola. Si avvicina il rettore e, come termino il breve comizio volante, mi chiede il microfono. Indicandomi, dice: “Badate, quello lì non è un prete”. Quindi spiega che l’aumento delle tasse è inevitabile. Torno a parlare io e ribadisco i motivi dell’agitazione. Reinterviene lui sempre precisando il punto del prete.  Siccome pioviggina, indosso un impermeabile nero, lungo fino alle caviglie, prestatomi da un sacerdote assistente universitario. Abbottonato fino al collo, mi fa davvero sembrare un uomo di chiesa ed è la cosa, evidentemente, che preoccupa di più il rettore. Uomo tenace, Franceschini non abbandona il campo se non dopo due ore.

Il 17 novembre un’ assemblea di più di mille studenti, riunita nella grande aula “Gemelli” (il fondatore dell’università), dopo ore di dibattito, a mezzanotte decide l’occupazione a tempo indeterminato.

Per la prima volta il sacrilegio viene sancito con voto palese e democratico, per di più alla presenza del rettore che prende la parola, tentando, inutilmente, la dissuasione.

La piattaforma rivendicativa è essenziale: ritiro degli aumenti delle tasse, pubblicità dei bilanci dell’università – inaudito! -, democrazia, riconoscimento dell’assemblea degli studenti come istanza decisionale. Poche ore dopo, alle 3 del mattino, è chiamata la polizia a irrompere nell’università e ci porta fuori di peso, a centinaia. Per la prima volta le forze dell’ordine violano la “sacralità” della Cattolica, rispettata persino durante il fascismo.

Questa testimonianza di uno dei leader indiscussi del movimento studentesco è quanto mai significativa. A parte la notazione apparentemente buffa, ma in sostanza più seria di quanto non paia, dell’impermeabile prestato a Capanna dal suo amico prete e che lo faceva sembrare un prete lui stesso, al punto da indurre il rettore Ezio Franceschini a chiarire ripetutamente, davanti alla folla degli studenti in subbuglio, che quello non era un prete – il che, evidentemente, avrebbe anche potuto essere, cosa che avrebbe acquistato un significato alquanto particolare – colpisce ciò che egli dice delle letture forsennate che lui e i suoi amici facevano e delle appassionate discussioni notturne relative ad esse. Le rivoluzioni, anche quelle farsesche come il ’68, nascono dalle idee: e di quali idee dibattevano, fino all’alba, Mario Capanna e gli altri giovani studenti che stavano per gettare l’Italia nella stagione sessantottina? Quelle di Marx, è naturale, e anche di altri pensatori marxisti; ma non solo: anche le idee di Karl Rahner, di Edward Schillebeeckx e di Hans Urs von Balthasar. Straordinario. Una improvvisa e misteriosa fascinazione per la teologia, dunque? Ne dubitiamo assai: piuttosto, essi erano andati a cercare appositamente i teologi che apparivano loro “innovativi e di frontiera”, come poi li avrebbe definiti Capanna. In altre parole, cercavano un punto su cui fare leva per scardinare la vera e sana teologia cattolica: e lo trovarono, ovviamene, nei cattivi teologi che avevano ispirato, tre o quattro anni prima, il Concilio Vaticano II. Quegli studenti della Cattolica non erano interessati alla teologia se non per trovare la maniera di eroderla e far saltare la fede dall’interno: la stessa strategia – sarà un caso, o forse no – perseguita, da molto più tempo, ma che allora stava giungendo al culmine, dalla massoneria: infiltrare dall’interno il vertice della Chiesa e poi agire in modo da fare cambiare Roma con Roma, e non contro Roma, cioè da dentro e non da fuori, per usare l’efficace espressione del modernista scomunicato Ernesto Buonaiuti.

Par quasi di vederli, gli studenti bramosi di rivoluzione, discutere sino all’alba della Lunga Marcia di Mao, della rivoluzione dei Barbudos cubani, del Capitale di Marx (ma chissà quanti di loro lo avranno letto davvero, poi?), di Gramsci, di Lukács, di Pannekoek, di Castoriadis, e… dell’eretico Nuovo Catechismo Olandese del 1966, Rahner, Schillebeeckx e von Balthasar. Questa è la testimonianza più convincente del fatto che le idee dei teologi ”novatori” del Concilio erano oggettivamente rivoluzionarie: piacevano così tanto ai nemici della Chiesa da appassionarli in lunghe discussioni, perché vedevano in esse il possibile grimaldello mediante il quale forzare il ben custodito Deposito della fede. E a ciò si aggiungano le recenti iniziative e parole d’ordine di don Milani, di don Mazzi e di alcuni altri preti d’assalto, disobbedienti ai loro vescovi e saturi di lotta di classe; per non parlare del lasciato morale dei vari Dossetti, Lazzati e La Pira: il sindaco cattolico di Firenze che s’improvvisava ambasciatore (comunista) ad Hanoi e volava nella capitale del Nord Vietnam per manifestare la sua solidarietà ai valorosi combattenti contro il capitalismo, quasi a voler correggere la politica estera del governo italiano, allora alleato di ferro degli Stati Uniti d’America. E questo mentre il cardinale Giacomo Lercaro, che si era fatto notare al Concilio come punto di riferimento dei vescovi progressisti italiani, il 1° gennaio 1968 pronunciava dalla cattedrale di Bologna una celebre omelia contro i bombardamenti sul Vietnam del Nord che era anche una critica, nemmeno velata, alla politica americana. A proposito della questione, sempre controversa e oggi più che mai d’attualità, di quanto sia sottile il confine che separa la religione dalla politica e l’azione pastorale dei sacerdoti in ambito spirituale e religioso dal loro intervento, e magari dalla loro indebita irruzione, nelle cose di questo mondo.

Giungiamo così alla conclusione, anzi, per dire meglio, alla constatazione e alla conferma, di ciò che abbiamo già più volte evidenziato: che le due rivoluzioni, quella religiosa e quella profana, il Concilio e il Sessantotto, non sono affatto indipendenti, ma si tengono l’una con l’altra, si influenzano, si sollecitano a vicenda: ma è quella religiosa – è un dato di fatto – a precedere e mettere in movimento la seconda, quella profana. Questo aspetto dovrebbe chiarire le idee a quei cattolici che ancor oggi, a mezzo secolo di distanza, continuano a meravigliarsi della deriva a sinistra della cultura cattolica e dell’elettorato ex democristiano e si chiedono come possano vescovi e cardinali elogiare Pannella e Bonino, e trattare da lebbrosi Siri o Caffarra. Non c’è stata alcuna deriva: dentro il mondo cattolico, un’anima marxista, radicale e anticattolica c’era già, e da sempre…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Novembre 2019

Del 10 Novembre 2020

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