domenica, 13 Giugno 2021
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Una storiografia cialtrona e volgare è lo specchio d’una debolezza morale

Una storiografia cialtrona è lo specchio d’una debolezza morale. La storia del fascismo e poi quella della II^ guerra mondiale è stata sempre presentata in una forma mostruosamente deformata, manipolata e adulterata di Francesco Lamendola 

Sono passati settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma la storiografia divulgativa, da sempre appannaggio – come, del resto, quasi tutta la cultura, la saggistica e l’informazione – dell’establishment legato all’area politica gravitante a sinistra, non ha avuto vergogna, per quasi tutto questo tempo (solo negli ultimissimi anni, in parte, le cose hanno incominciato a cambiare), di indulgere a una serie di riti basati sul disprezzo, sull’ironia, sulla irrisione sistematica di tutto quel passato della nostra storia nazionale che dava ombra alla “purezza” ideologica, e alla supposta superiorità morale, di lorsignori.

In altre parole, per circa settant’anni è stato lecito, gradito, e perfino quasi obbligatorio, non parlare mai delle ideologie conservatrici, degli uomini di destra, delle loro azioni, se non partendo dal presupposto della loro assoluta stupidità e/o malvagità; non considerarli mai come qualcosa di serio, su cui ragionare pacatamente; ma riservare ad essi, ad ogni occasione, e anche senza l’occasione, i commenti più velenosi, le battutine più mordaci, i sorrisetti e gli ammiccamenti più complici e più sfacciati, come quando si parla di situazioni assurde o di perfetti cialtroni.

Il pregiudizio, prima ancora che ideologico, è stato di natura etica: per questo si è presentata la storia del fascismo, e poi quella della Seconda guerra mondiale, in una forma mostruosamente deformata, manipolata, adulterata; non si poteva, né si doveva, concedere alle forze del “male”, fortunatamente sconfitte dalla storia (ma a determinare l’esito della “storia”, in quel caso, sono stati i mezzi militari e le risorse, industriali e finanziarie, immensamente superiori di una delle due parti in lotta), la benché minima opportunità di essere riconsiderate e valutate in maniera spassionata. Esse erano state condannate una volta per tutte, in via definitiva, storicamente e moralmente; e anche solo nominarle, senza contemporaneamente sputare sopra di esse, a mo’ di esorcismo, sarebbe parso un delitto di lesa maestà verso la Morale e verso il Bene.

Ecco perché si è tanto parlato della Fosse Aredatine, ma poco e male di Via Rasella; ecco perché si sono ricordati continuamente i sette fratelli Cervi, ma si sono volutamente ignorati i sette fratelli Govoni; ecco perché si sono alzate alte strida per l’uso dei gas in Abissinia, nel 1935-36, da parte dell’aviazione italiana, ma si è presentata come “necessaria”, anzi, come “benefica” (perché avrebbe affrettato la fine del massacro) la bomba di Hiroshima; ed ecco perché si è reclamizzata al massimo l’immagine della “belva nazista”, che, ferita a morte, si abbandona ai crimini peggiori nella storia dell’umanità, ma si è passata sotto silenzio la fucilazione dei prigionieri italiani e tedeschi, al termine della battaglia di Gela, da parte degli americani del generale Patton, nel luglio del 1943.

E si potrebbe continuare a lungo, quasi all’infinito: ecco perché si è dovuto attendere sei decenni, perché si cominciasse a parlare seriamente delle foibe e del dramma degli italiani profughi dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia; ed ecco perché, ancora oggi, quasi nessuno, nel nostro Paese libero e democratico, ha mai sentito il nome di Rolando Rivi, il seminarista di quattordici anni, assassinato dai partigiani comunisti dopo tre giorni di continue sevizie e umiliazioni, o di Giuseppina Ghersi, una ragazza di tredici anni, anch’ella uccisa dai partigiani, alla fine della guerra, dopo giorni di stupri, di brutalità, subite insieme alla madre e sotto gli occhi del padre, i cui beni erano stati, in precedenza, saccheggiati.

Non è nostra intenzione “rovesciare” la storia; non intendiamo dire che il Bene e il Male della storia debbano essere capovolti, rispetto alla lettura che ne ha fatto la cultura politica oggi dominante: quel che ci preme è ricordare che la storia non è un tribunale e che chi scrive di storia non è un giudice, tanto più che il bene e il male, nella storia, sono sempre mescolati, e che le vittime innocenti, come anche le persone in buona fede, si trovano, sempre, in entrambi gli opposti schieramenti. Vogliamo, però, mettere in guardia contro il facile e banale moralismo nella ricostruzione dei fatti storici: è penoso, infatti, leggere certi libri e ascoltare certi documentari televisivi, pagati con i soldi dei contribuenti.

Lunghissimo, e alquanto deprimente, sarebbe l’elenco dei giornalisti e degli scrittori che si sono occupati della nostra storia recente, adottando un’ottica intollerabilmente faziosa e settaria, infarcita di moralismo da quattro soldi e di buonismo a senso unico; si prova un senso di disgusto, misto a vergogna, nel pensare come sono scesi in basso tutti costoro, nell’infierire contro la memoria di certi morti, nel disprezzare le loro idee e i loro valori, e questo solo per il fatto di sentirsi forti di suonare il piffero al potere dominante, di rappresentare la maggioranza: come se questo li avesse autorizzati a tenere nel massimo spregio le regole elementari della obiettività, della imparzialità, del dovere di comprendere, o di sforzarsi di comprendere, anche ciò che non si approva, anche ciò che ha dato frutti cattivi, o pessimi.

Perché, lo ripetiamo, il compito di chi studia la storia non è quello di improvvisarsi giudice e giustiziere nei confronti del passato – compito veramente troppo comodo e troppo facile: chissà se avrebbero mostrato lo stesso coraggio, quei signori, se fossero stati loro a trovarsi dalla parte degli sconfitti -, ma di cercare una spiegazione per quanto è accaduto, sempre tenendo conto del fatto che, a posteriori, sono tutti bravi a sentenziare cosa è giusto e cosa sbagliato, cosa è vero e cosa è falso, cosa è bene e cosa è male; ma che, nel calore e nel travaglio delle situazioni concrete, specialmente quando si tratta di situazioni drammatiche, come guerre, rivoluzioni, crisi sociali ed economiche, la cosa non è affatto così semplice, perché gli uomini le stanno vivendo dall’interno, e manca loro il distacco necessario, e, spesso, anche la lungimiranza, per capire quel che realmente stia accadendo, e verso che cosa si stia andando.

E adesso, ecco alcuni brani, trascelti quasi a caso da un singolo capitolo – il XVI – di una delle monografie “storiche” di Silvio Bertoldi: «Hitler, la sua battaglia» (Milano, Rizzoli, 1990; le sottolineature sono nostre):

A proposito della vita sessuale del padre di Hermann Göring, si lascia scappare una battuta che vorrebbe essere salace e magari brillante, ma che è soltanto pesantemente, inutilmente squallida e banale (p. 202):

«Göring è figlio di un ex ufficiale passato alla diplomazia e nominato console ad Haiti. Ottima famiglia, buon livello sociale. Nasce il 12 gennaio 1893 in una clinica di Rosenheim, in Bavera, quarto figlio del secondo matrimonio di suo padre, che dalla prima moglie di figli ne aveva avuto altri cinque. IL SIGNOR CONSOLE AD HAITI NON SI RISPARMIAVA IN CAMERA DA LETTO

Parlando della nascita della figlia dello stesso Göring, dopo il suo secondo matrimonio con l’attrice, divorziata, Emmy Sonnermann, non si vergogna di scherzare su un mistero profondamente sentito, e amato, dai cattolici, così, soltanto per fare mostra di disinvoltura laica e di uno spregiudicato, e assai discutibile, “sense of humour” (p. 204):

«Benché dichiari  di essere divenuto impotente in seguito all’intervento all’inguine dopo la grave ferita riportata a Monaco nel 1923, nasce una bambina, Edda, PER LA QUALE SI DOVREBBE PRESUMERE L’INTERVENTO DELLO SPIRITO SANTO.»

A proposito di Goebbels, che volle rimane con Hitler nel bunker sino alla fine e che con lui si tolse la vita, insieme a tutta la sua famiglia:

«L’unica gratificazione quest’uomo la scoprirà nella politica, dopo aver fatto fiasco perfino come impiegato di banca. Ma tutto gli si può negare, tranne un’intelligenza volpina, una mentalità straordinariamente portata all’intrigo, il gusto delle macchinazioni machiavelliche, la prerogativa dell’adulazione, L’OPPORTUNISMO, LA FEDELTÀ VERSO IL PADRONE QUANDO SIA SICURAMENTE VINCENTE.»

Sul fatto che Goebbels ha avuto sei figli dalla moglie Magda Quandt e sulla sua educazione religiosa, mettendo insieme le due cose con un commento di rara volgarità (p. 207):

«Hitler cena spesso a casa sua. Nel 1931 è stato testimone alle sue nozze con Magda.Quandt, l’elegante moglie divorziata di un ricco industriale, molto stimata (e forse qualcosa di più) dal Capo. Con lei ha messo al mondo sei figli, DA BUON CATTOLICO EDUCATO NELLE SCUOLE DEI PRETI.»

Circa il doppio suicidio dei coniugi Goebbels e l’uccisione dei loro sei figlioletti, ancora un commento irrispettoso, moralistico, farisaico e non privo di ignorante irrisione nei confronti dell’antica mitologia germanica (come se non si sapesse quale destino aspettava le donne di Berlino, e a maggior ragione i familiari del braccio destro del Führer, mano a mano che i Sovietici occupavano la capitale; p. 208):

«La mente umana rifiuta di capire quali mostri tenebrosi abbiano potuto spingere un padre e una madre, per quanto perversi, a concludere la loro esistenza e quella dei loro figli con un simile rito odinico.»

«La mente umana rifiuta di capire, eccetera»: no, cari signori, questo è il tradimento verso la verità e verso la giustizia: rifiutarsi di capire. Lo storico, o anche il semplice studioso di storia, non può “rifiutarsi di capire”, mai; perché capire non significa affatto giustificare, assolvere, e così via: del resto, chi è mai lo storico, chi è mai lo studioso di fatti storici, che possa ritenersi autorizzato ad assolvere o a condannare, a giustificare o a non farlo?

Qui c’è molta vigliaccheria, oltre che molto facile moralismo: è troppo comodo dire queste cose, quando ci si trova dalla parte dei vincitori e quando si sa che si riceveranno quasi solo applausi, che si incontrerà la quasi universale approvazione. È la viltà della maggioranza, sommata alla viltà del pseudo-intellettuale che s’impanca a custode e sacerdote della morale pubblica, presente, passata e futura.

L’intellettuale “progressista”, del resto, è così: essendosi auto-proclamato alfiere del progresso, ambisce a trovarsi sempre all’avanguardia (non importa di che cosa: ci sarebbe da ridere, o da piangere, nell’esaminare la coerenza della biografia personale di molti di costoro), sempre  un passo avanti rispetto agli altri; però gli piace anche molto, moltissimo, essere ammirato ed applaudito, trovarsi al centro dell’attenzione. E siccome le due cose, ovviamente, non vanno del tutto d’accordo, ecco che l’intellettuale “progressista”, dopo aver annunciato (a parole) le meraviglie del futuro, se la prende così spesso (nei fatti) con gli orrori del passato: quelli veri e quelli presunti. Ciò gli dà la meravigliosa sensazione di avere ragione in ogni caso, senza timore di smentita alcuna: e chi mai potrebbe smentirlo, se è lui stesso, insieme ad altri come lui, a decidere cosa sia il passato, come vada letto, e come lo si debba giudicare, senza nemmeno fare il più piccolo sforzo per comprenderlo?

Ad esempio: non vale la pena cercar di capire quale fosse la concezione politica di Hitler; Hitler era “un mostro”, dunque era un anormale, un pazzo: e i pazzi non hanno idee, hanno solo farneticazioni. Ne abbiamo già parlato e non ci torneremo sopra (cfr. il nostro articolo: «La questione della Weltanschauung di Hitler come problema storiografico», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 22/07/2009). Eppure, cercar di comprendere le idee e i progetti di Hitler non significa affatto condividerli, e tanto meno approvarli: c’è bisogno di dirlo?

Ma per favore, un po’ di dignità: evitiamo, se non il “servo encomio”, almeno il “codardo oltraggio” di manzoniana memoria. Crediamo che non sia chiedere troppo: solo, la schiena diritta…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 12 Novembre 2020

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