lunedì, 1 Marzo 2021
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Un mostro si aggira nel buio: ma è dentro di noi

Un mostro si aggira nel buio ma è dentro di noi. E’ il terrore della morte che ci ha ipnotizzato e paralizzato ed è figlio di questa civiltà di morte anticristiana della quale l’aborto volontario è la manifestazione più evidente di Francesco Lamendola

È significativo il fatto che proprio quando la cultura scientista è giunta al suo apogeo, anzi, proprio nel cuore stesso della narrazione scientifica che essa pretende di fare a proposito della supposta pandemia – e che pretende d’imporre come narrazione unica, la sola autorizzata, la sola legittima -, proprio allora emerge il fondo d’ignoranza superstiziosa e di cieco, irrazionale fideismo sul quale essa poggia da sempre.  Ed è un fatto ancor più notevole, per quanto prevedibile, che la società non ha saputo cogliere tale fallacia superstiziosa, ma perfino davanti allo spettacolo palese degli scienziati che si contraddicono fra loro, che forniscono le teorie più diverse sul virus e non sanno spiegare la sua origine e la sua natura, perfino allora il prestigio di cui godono, o meglio, l’aura sacrale di cui sono circondati, non conosce la benché minima incrinatura, anzi, la gente più che mai si rivolge a quei signori per avere indicazioni precise su cosa fare e cosa non fare per salvarsi la vita. E si aggrappa alla prima, ridicola tavola di legno che galleggia sulle onde dopo il naufragio, la prescrizione d’indossare sempre la mascherina, come il naufrago si aggrappa all’ultima speranza di salvezza: anche se alcuni degli stessi scienziati, e soprattutto il più elementare buon senso delle persone comuni, dicono chiaramente che la mascherina non serve a nulla, tranne che a provocare, con l’uso prolungato,  malattie piuttosto serie, sia a livello respiratorio, sia a livello tumorale. Non solo: il fatto che nel pieno dell’emergenza i medici abbiano commesso errori giganteschi, e – contro scienza e coscienza – non abbiano fatto le autopsie dei deceduti e li abbiano fatti immediatamente cremare, causando la morte di moltissime persone con la cieca applicazione di protocolli sbagliati, neppure questo ha minimamente oscurato l’aura di sacra sapienza e la religiosa devozione di cui la loro categoria è circondata. Né che migliaia e migliaia di certificati di morte siano stati palesemente falsificati, in Italia e nel mondo, ascrivendo al Covid-19 il decesso di persone, tutte decisamente anziane, le cui vite erano già in fase terminale per una serie di gravissime patologie pregresse. E nemmeno che migliaia di medici della mutua si siano resi pressoché irraggiungibili, che si siano sistematicamente rifiutati di visitare i loro pazienti a casa, che abbiano prescritto farmaci e terapie facendosi spiegare i sintomi delle malattie per telefono, e abbiano visitato personalmente i pazienti solo col contagocce, dirottandone il maggior numero possibile verso i pronto soccorso.

Nessuna di queste cose, gravissime, ha oscurato il prestigio e l’ammirazione della categoria medica e di quella degli scienziati che studiano la presente, supposta pandemia: al contrario, la stampa, la televisione e le pubbliche autorità li hanno proclamati tutti eroi, tutti cavalieri senza macchia e senza paura, tutti meritevoli della nostra infinita riconoscenza e obbedienza. E con ciò non vogliamo dire che non ci siano e non ci siano stati, fra di loro, dei veri eroi, come pure fra gli infermieri; sappiamo che alcuni medici si sono prodigati negli ospedali, e che alcuni medici della mutua non hanno cessato di prendersi cura dei loro assistiti con la solerzia di sempre, anche vistandoli a casa, se necessario perfino più volte al giorno. Questi casi ci sono stati e ci sono: ma per favore! Non diciamo che sono stati tutti eroi; non diciamo che nessuno avrebbe potuto fare meglio di come essi hanno fatto. E soprattutto, portando il discorso dal piano dei casi personali a quello epistemologico, non diciamo che la scienza, e in particolare la biologia e le scienze mediche, si sono mostrate all’altezza delle aspettative, e che hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Via, un po’ di decenza! Se gli “esperti” di qualsiasi altro ambito della conoscenza, che ne so, di meteorologia, o di finanza, o di apicoltura, avessero mostrato un così generale livello d’impreparazione, di pressapochismo e contraddittorietà; se non fossero stati capaci né di prevedere il tempo atmosferico della prossima settimana, né di dare indicazioni giuste ai risparmiatori sugli investimenti azionari, né di spiegare perché le api muoiono a milioni, sarebbero stati licenziati con disonore e ricoperti dal discredito e dal ridicolo per la loro assoluta inettitudine.

Certo, questo clima di irrazionalità e di superficialità è stato creato, nell’opinione pubblica, da quelli che hanno per mestiere di creare e manipolare l’opinione pubblica (che non va confusa con il vero sentire delle persone di buon senso): i giornalisti, la categoria che più di tutte ha deluso, ha tradito, ha mostrato di non avere neppur l’ombra – sempre fatte salve le debite eccezioni – di una coscienza professionale. Nessun giornalista, fra quelli che contano, ha mai fatto le domande giuste a scienziati e medici; nessuno ha mai chiesto loro, per esempio: Ma questo famoso virus del Covid-19, lo avete isolato, almeno? E non l’hanno fatta a ragion veduta: perché altrimenti sarebbe emersa la verità: che il virus non è mai stato isolato; che, nel corso di questi mesi, si è continuamente modificato; che qualsiasi vaccino “preventivo” è un’assurdità in termini; e insomma che non sappiamo neppure di cosa stiamo parlando, per tacere della sua origine, che non si sa neppure con certezza se sia naturale o artificiale, se venga dalla Cina o da chissà quale altro Paese, se sia entrato in circolo per caso o per volontà intenzionale. E se non sappiamo un accidenti di niente, meno ancora sappiamo spiegare perché un metro di distanza con il nostro prossimo farebbe la differenza tra la salute e il contagio; perché la mascherina di stoffa sarebbe in grado d’impedire il passaggio di un virus infinitesimale,  in entrata o in uscita; e perché in tutto questo tempo quasi nessuno scienziato e nessun medico abbiano insistito sulla necessità di rinforzare gli anticorpi, di assumere vitamine, di condurre una vita sana e all’aria aperta, proprio per mettere l’organismo in grado di fare il suo lavoro che è quello di combattere vittoriosamente, ogni santo giorno di tutti e dodici i mesi, contro la continua aggressione dei virus nocivi – e lasciar passare tranquillamente quei milioni di virus che invece non solo non sono nocivi, ma sono utili all’equilibrio fisiologico della nostra persona. Né si sono visti molti medici e scienziati ricordare che la condizione numero uno per non ammalarsi è quella di volere, volere fortissimamente la propria salute; e perciò di non vivere nel terrore, come mass-media di regime ci stanno imponendo, e i solerti amministratori locali stanno ribadendo con ossessionanti e quotidiane maratone televisive, ma al contrario vivere serenamente, con il cuore in pace, e, se si è credenti, andando in chiesa, pregando e partecipando alla santa Messa. Esattamente quel che facevano i nostri nonni, che erano molto piè sani e più robusti di noi, si ammalavano pochissimo e non si preoccupavano se, intingendo le dita nell’acquasantiera per farsi il segno della croce, quell’acqua poteva contenere dei germi di qualsiasi tipo. Non ci pensavano proprio! E tuttavia stavano benone: mille volte meglio di noi. Non sapevano cos’è l’esaurimento nervoso, con conoscevano la depressione; e se per caso si ammalavano, guarivano in metà del tempo che ci mettiamo noi, imbottendoci di farmaci che essi ignoravano. Appunto perché amavano la vita, la prendevano sul serio, con senso del dovere, ma non temevano esageratamente la morte, perché sapevano che essa fa parte del ciclo naturale delle cose, e che l’importante non è arrivare fino a cent’anni, ma vivere bene, onestamente e nella grazia di Dio, e lasciare un buon ricordo di sé nell’anima e nel cuore dei figli e dei nipoti.

Ora, quel che non è stato fatto notare da chi di dovere, è che l’effetto maggiore e più sicuro dell’emergenza sanitaria è stato l’isterismo collettivo: un isterismo che non aiuta a stare meglio, ma che provoca, a sua volta, infiniti mali, sia sul piano psichico che su quello fisico. L’isterismo ha trasformato il virus in un nemico subdolo e inafferrabile, onnipresente, che striscia nell’ombra e sta in agguato per colpirci a morte; che chi non si isola in casa propria, non evita di abbracciare i nipotini, non si astiene dal giocare a carte con gli amici, è un pazzo incosciente, e soprattutto un pericolo pubblico, nonché il solo responsabile del fatto che certamente si ammalerà e morirà fra atroci sofferenze (abbiamo udito coi nostri orecchi un governatore regionale, nel corso delle sue tele-prediche quotidiane, descrivere con sadico compiacimento i sintomi orribili che accompagnano la morte per soffocamento causata dal Covid-19). Insomma, nella nostra mente il virus è diventato un mostro spaventoso e senza volto, proprio perché avvolto da un alone di mistero: e come stupirsene se da anni la stampa e la tv ci hanno familiarizzato con espressioni come la montagna assassina (se un alpinista imprudente o sfortunato precipita in un crepaccio), l’orso assassino (se un turista idiota gli si avvicina per offrirgli un panino, scambiandolo per il simatico orso Yoghi), lo squalo assassinol’onda assassina, e via dicendo. È la fama, il si dice, il vero mostro da temere, come bene aveva intuito Virgilio nel canto quarto dell’Eneide.

Scriveva, da parte sua, Herman Melville nel quarantunesimo capitolo del suo capolavoro (da: H. Melville, Moby Dick; traduzione dall’inglese di Cesarina Minoli, Milano, 1986, pp. 226-227):


E neppure mancavano bizzarre dicerie di ogni genere ad esagerare e rendere ancor più terrificanti  i racconti di questi scontri mortali. Poiché, non solo favolosi “si dice” si sviluppano per forza naturale dalla vera realtà di tutti gli eventi sorprendenti e terribili – come la pianta percossa dà origine alle sue muffe -, ma anche, nella vita di mare, molto più che in terraferma, abbondano le voci più strane, dovunque vi sia una realtà adeguata a farle attecchire. E come il mare supera la terra, in questa materia, così la baleniera supera ogni altro tipo di vita marinara quanto alle dicerie stupefacenti e spaventose che talora vi circolano. Poiché, non solo, nel loro complesso, i balenieri non sono immuni da quell’ignoranza e da quelle superstizioni ereditarie proprie dei marinai, ma, tra tutti costoro, essi sono quelli più direttamente a contatto  con ciò che, sul mare, è spaventosamente sorprendente: essi non solo guardano faccia a faccia le sue più grandi meraviglie, ma, mano contro mandibola, danno loro battaglia. Solo, in acque così remote che, anche navigando mille miglia e oltrepassando mille coste, non arrivereste mai, sotto quel sole, a un focolare scolpito o a qualcosa di ospitale, a tali latitudini e longitudini, e per di più esercitando una professione come la sua, il baleniere è soggetto a influssi che tendono, tutti, a far partorire dalla sua fantasia fatti straordinari.

Non v’è da meravigliarsi, dunque, che – aumentando sempre più di volume per il puro e semplice transito sulle distese  più sterminate dell’oceano – le dicerie sulla Balena Bianca, gonfiandosi,  finissero per assorbire in se stesse ogni sorta di quelle allusioni  morbose e credenze mezzo espresse di cause soprannaturali, che hanno rivestito Moby Dick  di nuovi terrori, non presi a prestito da alcun fenomeno visibile. Cosicché, in molti casi, la Balena Bianca finì per creare un tale panico che pochi di coloro che, per via di quelle dicerie, ne avevano sentito parlare, pochi di quei cacciatori, dico, sarebbero stati pronti ad affrontare i pericoli della sua mascella.

Noi, oggi, siamo come quei marinai paurosi e superstiziosi, come quei balenieri fisicamente coraggiosi, ma dominati da arcani terrori, dei quali parla Herman Melville: noi, con tutta la nostra scienza e la nostra medicina moderna, con tutti i nostri strumenti di ricerca e di cura, con tutti i farmaci e le possibilità di analisi cliniche di ogni recesso più segreto del nostro organismo, dei quali disponiamo. Anche noi siamo terrorizzati dalla nostra Moby Dick; anche noi abbiamo ingigantito a dismisura il pericolo che si è profilato all’orizzonte e stiamo morendo di paura, prima ancora che ci abbia realmente aggrediti. Del resto, è logico: come si può lottare vittoriosamente contro un nemico, dopo averlo immaginato come onnipresente, onnipotente, astutissimo, implacabile? Si è già sconfitti in partenza: qualsiasi cosa si faccia, sarà sempre debole e inadeguata. Non abbiamo compreso, o meglio non abbiamo voluto comprende, che il vero mostro è dentro di noi, non fuori: è il terrore della morte che ci paralizza, dopo averci ipnotizzato; ed è figlio di questa civiltà moderna, materialista e anticristiana, che è una civiltà di morte, non di vita, della quale l’aborto volontario è la manifestazione più evidente. Certo: tutto questo è stato indotto in noi dall’opera incessante, martellante, dei mezzi di comunicazione di massa. E tuttavia: una simile campagna terroristica avrebbe avuto così pieno e rapido successo, se noi non fossimo già stati predisposti alla resa da tutto un sistema di vita sbagliato? Se non ci fossimo scordati che vecchiaia, malattia e morte fanno parte del ciclo naturale della vita? E che l’importante non è strappare alla morte un altro anno, una settimana, un giorno, ma presentarsi all’appuntamento con la coscienza pulita e l’animo sereno, in pace con Dio e il prossimo, sapendo che l’ultima parola non la dirà la morte, ma il nostro Signore, Colui che ha sconfitto la morte per amor nostro? Come scrive San Paolo in Romani, 14,7-9:

Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.

Del 13 Novembre 2020

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