giovedì, 25 Febbraio 2021
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Cosa può insegnare alla civiltà europea la tragedia dimenticata della Bessarabia

Cosa può insegnare alla civiltà europea la tragedia dimenticata della Bessarabia e l’eccidio dei disabili tedeschi. L’invasione sovietica della Bessarabia è da tutti pressoché ignorata ebbe Montanelli come testimone d’eccezione di Francesco Lamendola  

La Bessarabia è una regione storica dell’Europa sud-orientale (oggi divisa fra Repubblica di Moldavia ed Ucraina), già facente parte dell’Impero ottomano e, dal 1812, annessa all’Impero russo – sull’onda delle vittorie di Kutuzov contro l’armata napoleonica -, benché abitata da una popolazione prevalentemente di lingua e cultura romena. Al termine della Prima guerra mondiale, approfittando del collasso della potenza russa e della guerra civile scoppiata fra Bianchi e Rossi, la Romania poté riannettersela (trattato di Parigi del 28 ottobre 1920), ma la perse di nuovo nel giugno del 1940, a seguito di un fulmineo ultimatum sovietico, con il quale Stalin presentò a Hitler il conto, salatissimo, per aver mantenuto una benevola neutralità durante la campagna tedesca contro la Francia e per aver rifornito di materie prime la Wehrmacht. L’Unione Sovietica si annetté non solo la Bessarabia storica, come previsto dai protocolli segreti del Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939, ma anche la Bucovina settentrionale, non prevista in quegli accordi, e il Territorio di Hertza, che, addirittura, non era neppure menzionato nell’ultimatum stesso.

Si faccia caso alle date. Il 14 giugno del 1940, Parigi viene occupata dalle truppe tedesche (e Stalin si affretta a inviare a Hitler un telegramma di vive congratulazioni); il 22, Pétain firma l’armistizio di Compiègne; il 26, Molotov presenta all’ambasciatore romeno a Mosca il suo ultimatum, e il 28 le truppe sovietiche irrompono in  Bessarabia, dopo che Italia e Germania hanno consigliato a re Carol di cedere “per amore della pace”. L’insaziabilità di cui Stalin dà prova in quella occasione (più a nord, il dittatore sovietico si è annesso anche la Lituania, la Lettonia e l’Estonia, benché la prima di queste tre nazioni rientrasse nella sfera tedesca; nonché, al termine della Guerra d’inverno con la Finlandia e il Trattato di Mosca del 12 marzo 1940, il 10% del territorio e il 12% della popolazione di quest’ultimo Paese) è, senza alcun dubbio, uno degli elementi decisivi che indurranno Hitler, l’anno dopo, a scatenare l’Operazione Barbarossa, invadendo l’Unione Sovietica (22 giugno 1941), e la ragione fondamentale per cui la Romania del generale Antonescu sceglierà di schierarsi con i Tedeschi e contro i Sovietici.

Non molti sanno che poco più di 90.000 individui, ossia il 3% della popolazione della Bessarabia storica, erano immigrati tedeschi, colà stabilitisi, per la maggior parte come agricoltori, nel periodo compreso fra il 1814 e il 1842, e provenienti, per la maggior parte, dalla Germania meridionale e sud-occidentale (Baviera, Baden, Württemberg e Alsazia: quest’ultima, all’epoca, provincia francese), e, in minor misura, dalla Prussia e da altre regioni settentrionali. Il Patto Molotov-Ribbentrop si era occupato anche del loro destino, che avrebbe dovuto consistere nel loro trasferimento nel Reich tedesco, come difatti avvenne, senza peraltro bisogno di scegliere una opzione, come nel caso dei Tedeschi dell’Alto Adige rispetto all’Italia – Hermann Göring, nel 1937, aveva pensato di trasferire tutta la popolazione tedesca del Sud Tirolo in Germania -, fra il restare come cittadini sovietici, e lasciare le proprie case per “rimpatriare” in Germania” (dopo un secolo e mezzo di permanenza in quella terra, che ormai consideravano come la loro patria).

Testimone d’eccezione dell’invasione sovietica della Bessarabia nel giugno del 1940 è stato un giornalista italiano che già aveva documentato la Guerra d’inverno finno-sovietica e che sarebbe divenuto famoso anche come scrittore, dopo la fine della Seconda guerra mondiale: Indro Montanelli. Fra le altre cose, egli vide un atroce episodio, una delle tante tragedie dimenticate della storia, che qui riportiamo (in: «Montanelli narratore», Milano, Rizzoli, 1988, pp. 197-198):

«… Fu in questo clima che improvvisamente arrivò la notizia dell’invasione della Bessarabia da parte dei russi. Cinque divisioni romene rimasero prese fra le truppe sovietiche e i rivoltosi comunisti e letteralmente distrutte. Vidi ufficiali crocifissi, sindaci bruciati vivi. Ma non potei scrivere nulla perché Mussolini non voleva torbidi nei Balcani e continuava a credere nell’alleanza con la Russia. Per sopprimere i torbidi e rinforzare l’alleanza, proibiva le notizie. Così al pubblico italiano fu raccontato che le truppe russe avanzavano con mazzi di fiori, spargendo cioccolatini e confetti su loro itinerario. E invece fu una delle tragedie più spaventose che mai abbia visto.

I tedeschi, con l’approvazione dei quali la tragedia si svolse, contrattarono coi bolscevichi il ritorno in patria di centocinquantamila [in realtà, circa centomila: nota nostra] contadini germanici dislocati nella zona occupata. E, come al solito, organizzarono stupendamente il rimpatrio. Costruirono apposta un ponte e un immenso hangar come posto di ristoro. Tutti i membri di una stessa famiglia contadina portavano sulla schiena un cartello con lo stesso numero, e questo numero veniva stampigliato su ogni pezzo di bagaglio. Non so se quella gente era contenta o no di tornare in patria. Non credo che fossero stati interrogati. I due governi si erano messi d’accordo per farli sloggiare, e questo bastava. Parlavano un tedesco antiquato, un dialetto “schwab” piuttosto incomprensibile. Vivevano in quella zona da duecento anni, ma erano rimasti una unità etnica compatta e si erano sempre sposati tra loro. Una delle pratiche conseguenze di questo razzialismo caro al signor Hitler era che fra loro c’erano circa cinquecento degenerati, frutti di matrimoni fra consanguinei troppo stretti: scemi, gobbi e gozzuti. Questi arrivarono per ultimi al varco della frontiera. I tedeschi, quando li videro sul ponte che attraversava il fiume, imposero loro l’alt e mandarono una delegazione a parlamentare coi russi per far presente che quest’ultimo drappello non lo volevano. I russi risposero che tedeschi erano anche quelli e che loro non intendevano disfarsi delle buone braccia da lavoro per tenersi quelle cattive. Le trattative durarono un pezzo. Il collega Stevens ed io osservavamo da vicino in compagnia della figlia del ministro di Germania – una delicata fanciulla bionda dall’aria dolcissima – che prestava servizio al posto di ristoro. Non so cosa conclusero i delegati. So solo che a un tratto dalle due parti – russa e tedesca – mitragliatrici furono puntate sul ponte e d’improvviso si misero a crepitare. Mai, finché campi, dimenticherò il quadro goyesco di quella lezione pratica di eugenetica: le facce ebeti di quegli infelici che, guardando senza capire e ridendo con bocca bavosa, si abbattevano a grappoli sotto le raffiche. Stevens e io ci coprimmo gli occhi con le mani. La delicata fanciulla bionda figlia del ministro guardò invece con occhio fermo, senza trascolorare né batter ciglio. Poi tornò al suo lavoro.»

È un episodio particolarmente interessante, questo, e non solo perché regna tuttora una completa ignoranza e una totale indifferenza rispetto alla pagina di storia, ormai dimenticata, relativa alla annessione sovietica della Bessarabia e della Bucovina settentrionale nel giugno del 1940 (nessun libro a noi noto parla di divisioni romene annientate, né, tanto meno, di crocifissioni e di roghi umani, che pure Montanelli vide con i suoi occhi: anche se, allora, non poté raccontarlo ai suoi lettori del «Corriere della Sera» per ragioni di censura politica), ma proprio per quell’agghiacciante testimonianza sulla sbrigativa eliminazione dei disabili tedeschi, dei quali nessuna delle due parti, la sovietica e la germanica, intendeva farsi carico.

Sulle assi di quel ponte sul fiume Prut, in un angolo morto e dimenticato dell’Europa, mentre tutta l’attenzione del mondo era rivolta ad Occidente, alla drammatica e spettacolare caduta della Francia (l’esercito francese era ancora ritenuto da molti, fra i quali gli stessi Francesi, uno dei migliori, se non il migliore, al mondo, e il suo sfacelo dopo sole cinque settimane di operazioni aveva del sorprendente), i due regimi apparentemente contrapposti, comunista e nazista, mostrarono il loro vero volto e la loro essenza barbarica, profondamente anti-cristiana e, in definitiva, anti-umana. La freddezza, il cinismo e la spietatezza con cui le due parti aprirono il fuoco, simultaneamente, su quel mezzo migliaio di poveri infelici, avrebbero fatto capire all’Europa – se raccontate – molte cose, prima che la tragedia del 1939-45 giungesse al culmine, provocando milioni di morti.

O forse, anche se fosse stata raccontata, non avrebbe turbato particolarmente le coscienze, né fatto scomporre più di tanto l’opinione pubblica europea. Forse che essa si era scomposta per gli orrori della conquista giapponese di Nanchino, del dicembre 1937? (cfr. il nostro articolo: «Lo “stupro di Nanchino” nel dicembre 1937 preludio agli orrori della seconda guerra mondiale», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 29/07/2008, e ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 15/11/2015) Orrori talmente barbarici, per non dire demoniaci, che avrebbero dovuto destare un fremito nella coscienza dell’umanità intera e suonare come un terribile monito circa la strada che i governi delle maggiori potenze mondiali stavano imboccando, e che inevitabilmente avrebbe portato  – ormai lo vedevano quasi tutti – verso un conflitto mondiale ancora più vasto e distruttivo di quello, già apocalittico, del 1914-18.

Comunismo e nazismo sono state due delle grandi eresie del XX secolo, originate da un analogo terreno socialmente disgregato e moralmente degenerato, e accomunate dal folle progetto di instaurare un totalitarismo umanistico, cioè radicalmente fondato sull’uomo, concepito come creatura immanente, ad esclusione di qualunque trascendenza e di tutti i valori morali a questa riconducibili; e, in tal senso, sono stati entrambi figli legittimi della Rivoluzione francese, e specialmente del progetto illuminista e giacobino di rifare il mondo, e l’anima delle persone, secondo un disegno rigorosamente razionale (il comunismo più del nazismo), nel quale non vi fosse spazio né per il sentimento del mistero, né per il senso del limite. Nulla doveva opporsi alla delirante progettualità “umanistica” di queste ideologie, le quali pretendevano di servire l’uomo, nel momento stesso in cui lo tradivano: perché negare la presenza, nell’uomo, del bisogno di Dio, e sopprimere tanto il senso della trascendenza e del mistero, quanto la necessità di porsi un limite, equivale a tradire l’essenza più profonda dell’autentica umanità.

Il disprezzo della vita delle creature più deboli e meno fortunate, come i poveri infelici dei quali ci ha parlato, e sia pure a tanti anni di distanza dai fatti, Indro Montanelli, è la logica e naturale conseguenza di questa progettualità inumana e prometeica, di questa vera e propria hybris che è connaturata a qualunque ideologia che non rispetti la vera natura dell’uomo e che pretenda di offrire il Paradiso in terra, sulla base della eliminazione chirurgica e definitiva del male: l’esistenza della classe borghese, secondo il comunismo; l’esistenza degli individui e delle razze “nocive”, secondo il nazismo (i membri di quelle semplicemente “inferiori” avrebbero potuto sopravviver, ma ridotte alla condizione di servi della gleba al servizio dei signori di stirpe ariana). Lo sterminio di classe e lo sterminio di razza (e di eugenetica) si incontravano nella comune diagnosi, sbagliata e immorale, a proposito della natura umana: nella soppressione del naturale sentimento di pietà verso i deboli e verso gli infelici, e la negazione del valore della sofferenza (e del perdono) quale elemento rigeneratore nella vita dell’individuo, come in quella dei popoli e delle nazioni.

Il nazismo, già da anni, conduceva una feroce politica di eliminazione sistematica delle persone portatrici di handicap, contro la quale si erano levate poche voci ferme, ma isolate, specialmente nel mondo cattolico (cfr. il nostro articolo: «Von Galen difese la sua patria a viso aperto così come aveva difeso le vittime del nazismo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/02/2012, e ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 27/05/2015). Quanto al comunismo, si sa quale trattamento psichiatrico fosse riservato ai dissidenti – per non parlare di quello fisico – e quale disprezzo dell’uomo, della sua dignità, della sua salute, esso abbia costantemente dimostrato, nelle cose grandi e piccole: dall’esposizione di reparti militari, e intere popolazioni ignare, alle radiazioni nucleari, nel corso di scellerate esercitazioni in tempo di pace, alla massiccia somministrazione di sostanze anabolizzanti agli atleti e alle atlete destinati a riportare il maggior numero di medaglie nelle competizioni sportive internazionali, a maggior gloria della patria del socialismo.

È strano, ma, anche oggi, viaggiando per la Germania e la Russia, non è cosa frequente imbattersi in persone handicappate. Non vogliamo fare illazioni: sarebbe imprudente e, soprattutto, irrispettoso, su un tema così delicato. Crediamo, comunque, che difficilmente la scena del fiume Prut avrebbe potuto verificarsi in un Paese come il nostro. Altrettanto difficile immaginare una gentile fanciulla che vi avesse assistito impassibile, senza volger lo sguardo, né tradire alcuna emozione. È giusto render merito, di ciò, all’educazione cattolica, fondata sul senso del limite e sul rispetto dell’uomo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Novembre 2017

Del 14 Novembre 2020

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