domenica, 19 Settembre 2021
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La questione adriatica secondo Abramo Lincoln

Una sorpresa “storica”. La questione adriatica secondo Abramo Lincoln. Il paradosso inglese e la lettera con Mazzini: “un parallelismo con l’atteggiamento slavofilo e anti-italiano di un suo nefasto successore Woodrow Wilson” di Francesco Lamendola  

È ormai un fatto storicamente assodato che, nella infelice sistemazione della “questione adriatica”, dopo la Prima guerra mondiale, un ruolo determinante fu svolto dal presidente americano Woodrow Wilson, grande amico dei nazionalisti slavi, Trumbic e Šupilo, tanto quanto era scarsamente amico ed estimatore dell’Italia. Fra parentesi, l’atteggiamento slavofilo e anti-italiano di Wilson ebbe conseguenze di lunga durata, perché contribuì a fare dell’Italia, Paese militarmente vincitore, un Paese strategicamente sconfitto, o quasi, generando così in esso la sensazione di una “vittoria mutilata” e creando le premesse perché il futuro governo italiano (il fascismo era alle porte, ma non ancora al potere, quando, nel 1921, col trattato di Rapallo, Giolitti liquidava in perdita la vertenza di confine con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) finisse per collocarsi al fianco della Germania, nella politica revisionista della pace di Versailles, e contro i suoi vecchi alleati nominali, la Gran Bretagna e la Francia, i quali non l’avevano sostenuta affatto e a stento avevano dissimulato la loro soddisfazione nel vedere come il presidente statunitense si permetteva di umiliare pubblicamente l’Italia, ad esempio rivolgendosi direttamente al popolo italiano con un manifesto a mezzo stampa, e scavalcando la delegazione di Orlando e Sonnino a Parigi, con un gesto diplomaticamente inaudito per la sua rozzezza e irritualità. Ebbene, è di notevole interesse confrontare l’opinione di Wilson, che muoveva da una prospettiva puramente etnica della questione adriatica, e non teneva in alcun conto i fattori storici, culturali, economici e strategici, i quali giocavano tutti nel senso di una chiara preponderanza italiana nel Mare Adriatico, come d’altronde stabilito dal patto di Londra del 1915, con quella di un suo illustre predecessore, Abraham Lincoln, sedicesimo presidente di quella nazione, che tenne la carica nel momento più drammatico della sua esistenza, dal 1861 al 1865, cioè durante la guerra di secessione.

Ecco cosa scriveva Lincoln, ardente ammiratore dell’Italia e fautore della sua causa, nel 1853, otto anni prima d’essere eletto Presidente, in una lettera diretta al patriota Macedonio Melloni, tradotta e pubblicata da Giuseppe Mazzini, quale testimonianza dell’amore di Lincoln per il nostro Paese, e della sua ampia comprensione dei problemi complessivi, e non solo grettamente demografici e statistici, implicati in qualsiasi futura soluzione della questione adriatica (cit. in: Bruno Spampanato, Contromemoriale,  Roma, Centro Editoriale Nazionale, 1974, vol. 2, pp. 548-550):

Circa l’Alsazia, Humboldt vi avrà scritto la ma opinione. In una futura confederazione  di Stati tedeschi, in una unione ai tedeschi dell’impero distrutto ineluttabilmente, l’Alsazia deve trovarsi necessariamente  il proprio posto, perché nulla varrà mai, e poi mai, a giustificare la violenza di un atto, quale fu quello di toglierla al paese d’origine, per farne qui pure un’appropriazione indebita. Allo strazio di questo strappo illegale  pianse le più amare lacrime Wolfango Goethe, voi lo ricorderete.

E come non si può giustificare questa ingiustizia, così non si può giustificare quell’altra pure atroce che l’Inghilterra commette a danno della povera Irlanda. L’orgoglio della piccola Inghilterra deve essere ridotto alle sue legittime proporzioni deve essere limitato e compreso nei suoi giusti confini, etnograficamente parlando. Per principio non deve ammettersi l’audace ingordigia di nessun popolo a detrimento degli altri. La vera libertà non esisterà mai se non riconosce a tutti i popoli la propria legittima indipendenza. Che diritto ha l’Inghilterra di appropriarsi Gibilterra e Malta? Non  è, questa appropriazione indebita,  una giustificazione al diritto del corsaro e del predone? Non si ammette implicitamente con questo fatto che ogni popolo ha il diritto a non rispettare la proprietà degli altri? Non si sancisce con ciò che la proprietà è un furto a dispetto delle leggi vigenti dell’ordine? Io sono convinto che i barbari venuti dalle lontane tundre, i quali, colle invasioni delle loro abominevoli orde, approfittando dello stato di sfacelo morale in cui dibattevasi l’Impero romano, lo hanno predato, manomesso, derubato, annientato, abbiano fatto retrocedere di secoli e secoli indietro la marcia trionfale in avanti della vittoria umana sulla coscienza universale dei popoli affratellati.  Ci avviciniamo tutti indistintamente ad essere un solo popolo, una sola famiglia, e, repentinamente, si addensarono sul mondo civile d’allora le tenebre più fitte della più incomposta delle barbarie sulla luce meridiana di Roma immortale ed eterna. Di quella gloriosissima Roma, o illustre amico, che ha dato la civiltà a tutto il globo terrestre, che ci ha persino scoperti, che ci ha creati, redenti, educati, nutriti, moralmente, colle sue leggi indistruttibili. Di quella Roma, ripeto, che dovrà essere, in un periodo di tempo, più o meno prossimo, la capitale  luminosa degli Stai Uniti d’Europa in contrapposizione a quella sistematica distruzione di ogni più fondamentale principio di libertà indipendenza che sta facendo ed ha fatto sin qui la presuntuosa piccola Inghilterra, la quale domina dispotica, con malta e Gibilterra, indebitamente appropriate, in un mare, nel quale essa avrebbe nulla a che fare e pel quale è sacra l’affermazione di “mare nostrum” della gran madre Roma vaticinata “caput mundi” dai tempi antichissimi: Roma-Amor, la città affascinante del più bel sole contro le mene ipocondriache della nebbia ottenebrante.

La stessa privilegiata geografica posizione della città eterna, in confronto d’ogni altra contrada, ne convalida agli occhi di ognuno l’augurale vaticinio. Violentare, deviandolo, il corso normale della storia dei popoli, è criminoso! E per addivenire alla costituzione dei futuri Stati Uniti d’Europa è indiscutibile innanzi tutto la più assoluta indipendenza politica dell’Italia vostra, nazione indispensabile all’’equilibrio stabile del mondo civile. Tutta la penisola italica dev’essere interamente unita in una unica nazione con le sue tre maggiori isole del Mediterraneo (Corsica, Sardegna e Sicilia), col Lombardo-Veneto e colle due Venezie (Tridentina e Giulia), per intero, senza sbalzi dannosi e salti incomposti, coll’assoluta padronanza l’antico lago di Venezia, da Fiume alle Bocche di Cattaro, ininterrottamente, per tutta la Dalmazia, in aggiunta indiscutibile a tutta l’Albania. La sola unità italiana che si possa ammettere è questa: chi non l’ammette calpesta i principi della più sana delle oneste politiche, per preparare, nell’avvenire, la più cruenta e micidiale delle guerre, la più torbida ed insensata delle speculazioni innominabili.

La Dalmazia ha una sua storia unitaria nazionale  di quasi ventidue secoli: quelle quantità etniche, le quali vi si sono violentemente sovrapposte, sono costituite (se si eccettuano i romeni, fulcro vitale di luminosa latinità) dai più barbari e selvaggi popoli della terra, bulgari, croati e serbi (dei turchi vi scrissi a lungo l’ultima volta), che non hanno, specialmente i serbi, al loro attivo quasi altra gloria che assassinii e delitti e sterminii e vandalismi di ogni specie in tutte le loro gradazioni sociali, disonore della società, che hanno bisogno di essere ben bene ripuliti dalle nazioni di civiltà superiore in nome del più umano dei principi civili dei popoli: quella gloriosa Dalmazia, così simpatica, che, tradita a Campoformio, fu venduta all’Austria e poi passata a Napoleone.

Quella Dalmazia, infine, che la Santa Alleanza ridonò all’Austria!…

Il lago di Venezia non deve essere più oltre defraudato. Non ammetterne l’annessione per intero, senza eccezione di sorta, all’Italia, è, pei cittadini di tutte le terre e pei conterranei di Franklin e di Washington, un vero e proprio matricidio che getterebbe l’infamia sui fedifraghi ingiuriatori e griderebbe vendetta dinanzi ala Nemesi stessa della storia…

Due imperi sono indeprecabilmente destinati  a scomparire dalla terra, per dar posto all’avvenire, libero ed indipendente, delle nazionalità. Ho nominato l’impero britannico e l’impero austriaco, vere incongruenze storiche o, se più vi piace, veri paradossali mosaici delle più svariate etnografie.

In queste riflessioni di geopolitica, Lincoln cade, talvolta, in eccessi retorici, ma vi cade per una sovrabbondanza di idealismo romantico e di rigore morale; mentre gli eccessi in cui sarebbe caduto Wilson, meno di sette decenni più tardi, sono quelli di un altro tipo d’idealismo: quello freddo, positivista, soppesato sul bilancino del farmacista e calcolato con la squadra e il compasso, del puritano che vuol desumere ovunque un principio d’ordine non dalla forza delle idee, ma dalla precisa, puntigliosa e sovente miope registrazione matematica dei fatti. Per Wilson, si tratta di definire le frontiere secondo il principio di nazionalità: e dove, come nell’area adriatica, e anche in altri scacchieri d’Europa, la cosa risulta impossibile, perché le etnie sono alquanto mescolate, si deve applicare il principio maggioritario, come se si trattasse di collegi elettorali. Il suo è pertanto un criterio puramente quantitativo ed estrinseco, che non tiene in alcun conto i fattori storici, culturali, spirituali, e anche economici, benché anch’essi esercitino una funzione nella storia dei popoli e delle relazioni internazionali, anzi, ne esercitino sovente una maggiore che non il mero dato etnografico. Per Wilson, se una regione strategica, o un mare strategico, è nelle mani dello Stato X o dello Stato Y, non fa alcuna differenza, basta che sia rispettato il principio etnico maggioritario: un uomo, un voto. Lincoln, al contrario, pur simpatizzando per la causa della libertà dei popoli e auspicando una futura confederazione europea, ha il coraggio intellettuale di sfidare questa idea astratta e velleitaria di autodeterminazione e di democrazia, e afferma che una zona strategica deve essere assicurata a quello Stato che possiede i necessari requisiti di civiltà, e non a delle orde dedite all’assassinio come normale stile della vita politica. È razzismo, questo? Forse. Ebbene, un futuro presidente degli Stati Uniti, promotore dell’abolizione della schiavitù nel suo Paese, non si perita di affermare che, per motivi storici, ma anche di civiltà, l’Adriatico deve essere tutto, fino alle Bocche di Cattaro, e poi giù fino all’intera Albania, un lago italiano; e si scaglia con espressioni durissime contro chi non condivida questo giudizio. Altro che Fiume, altro che il Quarnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna: tutto l’Adriatico, fino all’ultima città e all’ultima isola della Dalmazia, terre da sempre romane, veneziane, italiane.

Ma l’Adriatico non è che un mare chiuso all’interno di un altro mare chiuso, il Mediterraneo. E lo sguardo di Lincoln si allarga e coglie immediatamente le due grandi anomalie, le due grandi ingiustizie storiche: che Malta e Gibilterra siano in mani britanniche, cioè appartengano a una nazione che non ha nulla a che fare con quel mare. Poi parla delle tre grandi isole che devono far parte dell’Italia: Sicilia, Sardegna e Corsica. Ribadisce il concetto che l’Italia, per ragioni storiche e strategiche e anche per rafforzare la stabilità dell’Europa, di cui è parte essenziale, deve poter disporre di libertà di manovra nel mare di casa sua. Si spinge a sostenere, in un passaggio che abbiamo omesso per ragioni di spazio, che, se verrà tagliato l’Istmo di Suez, anche il relativo canale non potrà essere di una sola nazione, come Gibilterra lo è della Gran Bretagna, ma che la libertà di accesso deve essere garantita a tutte le nazioni. Corsica, la Dalmazia, l’Albania, la sicurezza nel Mediterraneo: sono nomi che ricordano qualcosa, vero? Sono le parole d’ordine dei nazionalisti italiani alla fine del XIX e nei primi decenni del XX secolo, specialmente in epoca fascista. Se qualcuno osasse pronunciare quei nomi, oggi, passerebbe per un folle ultrareazionario; e se qualcuno osasse dire che, nella Seconda guerra mondiale, l’Italia combatté semplicemente per realizzare il “programma di Lincoln”, essere padrona in casa sua, e specialmente nel mare di casa sua, verrebbe cacciato dall’establishment culturale politicamente corretto. Le sue tesi verrebbero tacciate di revisionismo, di ultranazionalismo e, naturalmente, di fascismo. La cultura dominante in Italia dopo il 1945 ha fatto sì che non si possa neppure formulare un pensiero difforme dalla mitologia resistenziale e antifascista, laddove degli stranieri onesti e intelligenti, che amano l’Italia, trovano assolutamente normale che gli italiani, come del resto fanno tutti i grandi popoli europei, si dovrebbero preoccupare anzitutto dei loro interessi nazionali, senza complessi e senza sottostare a ricatti ideologici. È molto interessante anche quel che dice Lincoln a proposito dell’Alsazia, una terra naturalmente tedesca, e dei due grandi imperi che devono sparire per il bene e la pace dell’Europa. Probabilmente è stato ingiusto con l’Impero austriaco, il quale ha svolto una secolare missione di civiltà e anche di equilibrio, in mezzo a popoli arretrati e continuamente impegnati in guerre e rivalità reciproche. Invece il suo giudizio severissimo sull’Inghilterra colpisce per la sua originalità e, ancora una volta, per la sua contiguità con le linee guida di una parte della politica estera fascista, specie dopo il 1935. Per il solo fatto della sua esistenza, l’Impero britannico è stato un male per l’Europa e un fattore di squilibrio nelle relazioni internazionali: una piccola nazione che ha preteso di asservire al suo sfruttamento un quarto del globo terrestre. Purtroppo per noi, i successori di Lincoln, cioè Wilson e soprattutto Roosevelt, hanno trovato il punto di forza della loro politica europea in un’alleanza di ferro con la piccola, avida Inghilterra e il cinico imperialista Churchill, e nella distruzione di quelle potenze che, come l’Italia, vollero sottrarsi a tale egemonia…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Marzo 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 14 Novembre 2020

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