sabato, 27 Febbraio 2021
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Per la prima volta, la lotta è per rimanere umani

Per la prima volta la lotta è per rimanere “umani”. Alle generazioni “previdenti” del passato si sono sostituite quelle “dei superficiali”: esseri post-umani con un’intelligenza, una sensibilità e un codice di valori modificati di Francesco Lamendola 

Nel passato gli uomini hanno combattuto per conquistare dei diritti: dalla schiavitù alla libertà, dalla povertà al benessere, dall’esclusione all’inclusione. Oggi, per la prima volta nel corso della storia, il campo di battaglia si è spostato su di un terreno completamente nuovo: quello dell’umanità stessa. Oggi si combatte, se pure qualcuno avrà voglia di combattere, per rimanere umani e non arrendersi agli spietati meccanismi che ci stanno derubando, un giorno dopo l’altro, un passo dopo l’altro, della nostra stessa natura di creature umane, per trasformarci in qualcosa di mai visto prima: degli esseri post-umani. Con un’intelligenza modificata, una sensibilità modificata, un codice di valori modificato, una volontà modificata e una memoria modificata. Esseri che non ricordano più chi sono, che non si curano di dove stanno andando, che non hanno più una volontà e una intenzionalità proprie, che non distinguono più il bene dal male, il vero dal falso, il bello dal brutto, e che obbediscono, come burattini telecomandati, alle direttive provenienti da una centrale occulta di potere mondiale.

Occulta, o quasi, fino ad oggi; ma che già dà segni di volersi rivelare, e che un domani lo farà apertamente, nella maniera più clamorosa, pretendendo non solo di essere servita e obbedita ciecamente, ma anche di essere, alla lettera, adorata, così come in passato si adoravano le divinità delle varie religioni. E la post-umanità si piegherà, la servirà, le obbedirà, la adorerà, perché fin d’ora ci sono i segnali che indicano questo orientamento e perché, se non vi sarà un brusco soprassalto di consapevolezza, i possibili anticorpi a questa abdicazione degli uomini dalla loro condizione propriamente umana, saranno completamente distrutti, e non resterà la possibilità di far più nulla se non obbedire, servire, adorare.

È un concetto molto forte, lo ammettiamo. Esso sottintende che essere uomini pienamente umani non è un dato di natura, ma, almeno in parte, un lavoro e una conquista, frutto di una inesausta tensione morale. Lasciarsi vivere così come capita, seguendo solo l’istinto e in particolare l’istinto del piacere, non è da uomini, ma da bruti; per essere uomini è necessario sapere che la vita è preziosa (cosa che dicono quasi tutti) e sapere perché è preziosa (questo l’hanno capito solamente in pochi); sapere perché ci è stata data e l’uso che dobbiamo farne; in altre parole, sapere che siamo solo operai nella vigna del Signore e che a noi resta la libertà di dire sì oppure no all’invito di lavorare in essa, lì onestamente, lealmente, senza risparmiarci e senza disperdere i nostri talenti. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, fa dire Dante al suo Ulisse, ma per seguir virtute e conoscenza. Venire al mondo non è un lavoro, è un dono: ci pensa qualcun altro, lo ha voluto qualcun Altro (non solo i nostri genitori, ma Qualcuno che ama infinitamente, perché è l’Amore Infinito, e che ci ha amati fin da quando siamo stati concepiti, anzi prima ancora, fin da quando la nostra esistenza era presente alla sua Mente Infinita: cioè fin da prima dei tempi, fin da prima che il mondo fosse, perché per Lui tutto è presente e non esistono il passato né il futuro. Vivere da uomini, è compito nostro; e ciò significa assumerci pienamente la responsabilità del nostro vivere, tessendo la tela sulla spola che Dio stesso ha predisposto per ciascuno di noi, nella sua Infinita Sapienza, dotandoci anche dei mezzi sufficienti e necessari perché noi svolgiamo un buon lavoro e ci comportiamo da operai volonterosi e leali. A nessuno egli domanda più di quel che possa fare, a nessuno chiede l’impossibile: ad impossibilia nemo tenetur. Ebbene questo compito, questo lavoro, che è comunque impegnativo, comunque faticoso, perché richiede un cammino che va nella direzione esattamente opposta a quella del mondo, coi suoi piaceri e le sue lusinghe, si aggiunge oggi una nuova, sconvolgente difficoltà: una difficoltà che mina alla radice tutto il lavoro degli operai della vigna. È chiaro, infatti, che abdicare al proprio statuto ontologico di creature umane significa precludersi in partenza la possibilità di svolgere il proprio lavoro, così come esso è da sempre presente nel disegno divino. Come si può essere buoni operai della vigna, se non si è più neppure esseri umani, dotati d’intelligenza e volontà umane?

L’argomento è vastissimo e si potrebbe scrivere su di esso un trattato di centinaia, anzi, di migliaia di pagine; è talmente vasto e talmente delicato da far girare la testa. Ma poiché, in questa sede, non vogliamo dargli una connotazione puramente teorica, bensì trarre delle possibili indicazioni sul terreno della vita pratica, ci limiteremo a fare un paio di esempi tratti da situazioni molto concrete. Situazioni che fino a qualche anno fa sarebbero state impensabili e che mai i nostri nonni, o anche solo i nostri genitori, si sono trovati ad affrontare. È pur vero che, se oggi le cose sono arrivate fino a questo punto, è stato anche per la nostra pigrizia e negligenza, mentre i nostri nonni e i nostri genitori non avrebbero permesso che le cose sfuggissero loro di mano così tanto da doversi svegliare, un mattino, come ora accade a noi, e vedere tutte le nostre certezze, tutti i punti di riferimento, tutto il nostro sistema di vita sul punto di sparire per sempre. Essi, infatti, appartenevano alle generazioni previdenti, mentre la nostra è la generazione dei superficiali; essi si chiedevano sempre fin dove potevano arrivare e dove bisogna fermarsi (non voler fare il passo più lungo della gamba, ci avevano insegnato saggiamente); mentre noi siamo cresciuti nella folle ebbrezza della crescita continua e del progresso illimitato, e quindi abbiamo perso ogni senso del limite e ogni coscienza della nostra finitezza creaturale. Con il bel risultato che ora vediamo tutto compromesso, compreso l’inestimabile patrimonio materiale e morale che essi, con la loro serietà, con la loro ponderatezza, con la loro perseveranza, hanno accumulato a prezzo di grandi sacrifici, per poi trasmettercelo affinché ne facessimo buon uso.

Il primo esempio riguarda la minaccia esterna che grava sulla nostra futura umanità. L’avvocato e senatore Simone Pillon, già presidente del Forum Famiglie dell’Umbria e co-fondatore del Family Day, a proposito della legge Scalfarotto-Boldrini che sta per essere discussa e approvata in Parlamento, nel disinteresse generale e nel silenzio complice dei mass-media, ha postato l’altro giorno questo monito:

Non solo 6 anni di galera, non solo risarcimenti astronomici, non solo lavori gratuiti per le associazioni LGBTQ Etc Etc.

Ai condannati per omofobia sarà tolta la patente, sarà revocato il passaporto e ogni altro documento valido per l’espatrio, sarà tolta la licenza di caccia e dopo la galera dovranno osservare il coprifuoco rientrando a casa al tramonto.

Mancano solo 20 frustate e l’esilio, e poi abbiamo visto tutto. Questo è il concetto di libertà di Zan, Scalfarotto, Boldrini & company.

Dovreste solo dimettervi dal parlamento e vergognarvi per aver anche solo pensato cose del genere.

Fate girare questo messaggio perché non lo troverete certo sui giornaloni.

Sabato 11 luglio tutti in piazza.

Ora, chi è il senatore Pillon, dal punto di vista della cultura mainstream, fondata sul politicamente corretto? Una persona del tutto inaffidabile, essendo affetta da una grave sindrome maniacale, quella del complottismo. Inoltre, si è squalificato da se stesso, perdendo in primo grado una causa per diffamazione intentatagli da un circolo LGBT affiliato all’Arcigay, presso il Tribunale di Perugia. E dunque, perché mai bisognerebbe prendere sul serio il suo grido d’allarme?

Nella “voce” di Wikipedia a lui dedicata, e non certo redatta da suoi amici, c’è un paragrafo intitolato Complottismo, che recita testualmente:

Crede nell’esistenza della teoria del complotto sull’ideologia di genere e che essa venga insegnata nelle scuole italiane. Afferma inoltre che esista una lobby gay (fantomatica cospirazione che vedrebbe le persone LGBT associarsi con lo scopo di rovesciare “l’ordine morale”) e che essa punti al reclutamento omosessuale (panico morale nato negli anni ’70). Poco dopo la sua elezione a senatore sostiene che nelle scuole di Brescia venga insegnata agli alunni la stregoneria riferendosi a un progetto promosso dalla biblioteca civica e finanziato dal Comune, sulle fiabe e i racconti del mondo dove venivano trattate anche le streghe.

Stando così le cose, se uno è affetto dalla terribile malattia chiamata complottismo; se crede che le lobby gay non siano dei dati di fatto, ma delle fantomatiche cospirazioni; se crede che i disegni di tali lobby siano solo una forma di panico morale nato negli anni ’70; se crede che tali lobby si servano anche delle fiabe da leggere ai bambini per realizzare i loro intenti, fra l’altro promuovendo una percezione positiva della stregoneria: se tutto questo è vero, deve certamente essere vero, perché risponde ai canoni del politically correct, allora il grido d’allarme del senatore Pillon è solo il delirio di un malato di mente e non vale la pena di prenderlo sul serio. E bene fanno persone come la signor Boldrini a inginocchiarsi in Parlamento in omaggio alla memoria del nobile eroe George Floyd, mentre presentano al medesimo Parlamento un disegno di legge che prevede sei anni di galera, multe astronomiche, il lavoro forzato nelle strutture LGBT, il ritiro della patente e del passaporto e il rientro in casa al tramonto, per quanti vengano condannati per omofobia. Perché l’omofobia esiste, eccome, anche se il legislatore non si è preso la briga di darne una definizione giuridica (perché non ne aveva voglia o perché è impossibile?); mentre le lobby gay, quelle no, sono solo allucinazioni e paranoie dei complottisti. Omofobi, ovviamente.

Il secondo esempio lo vogliamo prendere dall’ampio bacino delle auto-limitazioni che molte persone stanno infliggendo a se stesse, e sia pure sotto la massiccia e sistematica pressione di forze esterne, in questo caso la programmazione televisiva imposta dal vigente regime di totalitarismo tecnico-sanitario. Intendiamo riferirci a come milioni di persone, dopo aver subito una segregazione domiciliare forzata, per ordine dello Stato, protrattasi per circa tre mesi, ora che la segregazione non è più richiesta dalle autorità, continuano ad auto-infliggersela volontariamente. Conosciamo personalmente uomini e donne i quali continuano a uscir di casa con la mascherina, anche per guidare l’automobile (da soli) o per pedalare in bicicletta, anche per fare una passeggiata solitaria in mezzo ai campi; e, quel che è peggio, che rifiutano la compagnia altrui, non gradiscono la visita di amici e conoscenti, rifiutano che qualcuno li vada a trovare, perché temono di essere contagiati col virus del Covid-19. Parliamo di persone di una certa età; di persone che vivono da sole; parliamo anche di nonni e nonne ottantenni e novantenni, i quali per tre mesi non hanno visto anima viva, se non dalla finestra di casa, tranne qualche parente o assistente sociale che, restando sulla porta e indossando la mascherina, passava loro i generi alimentari o le medicine necessarie; e che adesso, non che essere bramose di compagnia, di ricevere il conforto di una presenza amica, magari il nipotino o la nipotina tanto amati, reagiscono con diffidenza e ostilità a qualunque tentativo di rompere il loro isolamento e di far loro visita. Sono persone, inoltre, che, se incontrano un amico o un conoscente in bottega mentre fanno la spesa, e questi si avvicina per chiedere loro come stanno, e se hanno bisogno di qualcosa, li fermano con un gesto imperioso della mano, fanno capire di non avvicinarsi neanche un metro di più, e si allontanano salutando a mala pena, privandosi anche della consolazione di scambiare quattro parole con qualcuno che sia fisicamente presente, e non solo una lontana voce al telefono. Pensando di proteggersi da un pericolo immaginario, ma che esse credono ancora ben vivo e in agguato, aggiungono a se stese ulteriore angoscia, ulteriore solitudine e ulteriore sofferenza, oltre a quelle che hanno già vissuto per così tanto tempo.  E agendo così sono le prime a soffrire: soffrono nel privarsi di quella compagnia; nondimeno, sono persuase di non poter fare diversamente, e che il loro agire sia pienamente giustificato dalle minacciose circostanze.

Non poche di queste persone sono credenti, sono anziani abituati a recitare il Rosario tutti i giorni, e anche più volte al giorno; eppure non hanno minimamente protestato per la soppressione della santa Messa per tre mesi consecutivi, Pasqua compresa; anzi, trovano giustificate quelle misure; né si scandalizzano del fatto che i sacerdoti, dopo il lock-down, seguitino a dare la Comunione con i guanti e le pinzette. Il responsabile di un tale terrore irrazionale è, lo ripetiamo, la televisione, che seguita imperterrita a spaventare gli spettatori con cifre paurose di morti, assolutamente inventate e che, se anche fossero vere, non andrebbero date a quel modo. Certo, è nel pieno diritto di quelle persone agire così: ci mancherebbe. Ma è triste, infinitamente triste. Ecco due esempi che illustrano come sia ormai gravemente in pericolo la sopravvivenza della nostra umanità. L’attacco delle minoranze aggressive da un lato, la paura indotta artificialmente dall’altro, hanno creato in noi le condizioni perché attendiamo rassegnati che ci sia strappato l’ultimo brandello della nostra umanità.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Giugno 2020

Del 10 Novembre 2020

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