sabato, 19 Giugno 2021
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Dio “Bussola” della storia? La storia diviene intelligibile solo per mezzo di Cristo

La storia diviene intelligibile solo per mezzo di Cristo. Ma la storia è fatta dall’uomo o da Dio? Shakespeare e il senso della vita umana valida per noi, oggi? Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi ! di Francesco Lamendola 

La cosiddetta civiltà moderna è stata costruita senza Dio e contro Dio: l’uomo è stato posto come essere (non come creatura!) che si autodeterminata, e la storia come l’opera del suo determinarsi. L’idealismo gentiliano, addirittura, fa della storia la determinazione assoluta mediante il pensiero, non di Dio, ma dell’uomo, anzi dell’uomo che diventa dio, e pertanto risolve così il pensare quanto l’agire in uno storicismo assoluto. La storia, in sostanza, diventa la protagonista assoluta del movimento dialettico del pensiero: pensando (ma che cosa?), il pensiero diventa azione, e il pensiero-storia esprime la realtà totale. Tutto è pensiero, dunque tutto è storia. Ahimè, solo a parole: perché, nei fatti, la storia è sempre e solo storia, cioè movimento parziale e contingente, movimento che trova in altro da sé, sia la propria origine, sia la propria meta; mentre il pensiero, per quanto pensi, non potrà mai pensare tutta la realtà, perché se così fosse, sarebbe un pensiero che pensa se stesso, e ciò appartiene solo a Dio. Non a un dio solo pensante, che non potrebbe mai uscire da sé e non potrebbe mai pensare altro che sé; ma il Dio creatore, il Verbo, cioè il Dio che si fa Parola e, facendosi Parola, crea il mondo, e lo crea perché lo ama, e lo ama a tal punto da mandare nel mondo il suo Figlio unigenito.

Finché si rimane all’interno del cerchio stregato dell’immanenza radicale; finché si considera la storia come frutto della dimensione puramente umana; finché si esclude la trascendenza, cioè il naturale rapporto delle creature con il loro Creatore, la storia è destinata a rimanere un qualcosa d’incomprensibile, inintelligibile e perfino di assurdo o di beffardo. E ciò vale sia per la grande storia, quella dei popoli, delle nazioni e del’intera umanità, sia per la piccola storia individuale, quella delle singole persone, con tutto il loro bagaglio di speranze e delusioni, di aspettative e di frustrazioni. E così come la vita individuale risulta incomprensibile e beffarda se considerata solo nell’ottica dell’immanenza, anche la grande storia risulta un rebus indecifrabile, una tragedia che eternamente si ripete e che non insegna nulla ad alcuno, perché nessuno impara mai nulla da essa. È a questa storia, a questo modo di guardare alla storia e alla vita umana, che si riferiva Shakespeare quando  consegna al Macbeth questa tremenda riflessione:

La vita è un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco e poi non se ne sa più niente. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, che non significa niente.

Ed è sempre alla penna di Shakespeare, questa volta nel King Lear, che si deve una riflessione analoga, ma che sembra pensata appositamente per descrivere la nostra situazione attuale, immersi come siamo nel terrore di una falsa pandemia e, frattanto, spogliati del lavoro, della proprietà e perfino della più elementare libertà di muoverci, parlare, scrivere, curare la nostra salute come riteniamo giusto, tutto in nome e con la scusa di una falsa emergenza sanitaria: che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi!

E tuttavia, proprio collegando queste due riflessioni di Shakespeare, che giungono allo stesso luogo ma partendo da due punti di osservazione diversi, ci sembra che si possa estrarre una morale valida per noi, oggi, ma anche per l’intera riflessione sulla storia e quindi sul senso della vita umana. Nel Macbeth, Shakespeare osserva che la vita è uno spettacolo assai rumoroso, ma stupido, di passioni disordinate, che non ha alcun significato e quindi sembra pensato da un pazzo. Nel King Lear il poeta lamenta che la stupidità umana è posta al governo di una massa inconsapevole: il che lascia aperto uno spiraglio alla speranza, perché, evidentemente, se al governo non ci fossero degli idioti, forse anche le masse uscirebbero dal loro stato di ottundimento e di cecità interiore. In altre parole: la storia è qualcosa di assurdo e incomprensibile solo se a scrivere il copione è un’umanità impreparata, presuntuosa e arrogante, che crede di sapere tutto ma in realtà non sa nulla. Al contrario, essa comincia ad acquistare un senso, o meglio noi cominciamo a vedere il senso che in essa si annida, a condizione che gli uomini aprano gli occhi, si riscuotano dal sonno sonnambolico in cui sono immersi, sappiano alzare lo sguardo verso l’alto, verso il Cielo, e comprendere che il senso della vita è quello che essi intendono darle. È proprio a questo punto, però, che può scattare la trappola dell’ego. Non basta infatti che gli uomini si risveglino e si riscuotano; non basta che imparino ad aprire gli occhi e a vedere dove mettono i piedi; non basta che assumano una posizione di consapevolezza e di responsabilità sia verso se stessi, sia verso il mondo: il più è ancora da fare. E il più consiste nel prendere coscienza che l’uomo non è tutto; che la storia, la grande e la piccola storia senza distinzione, non acquisteranno mai un vero significato, finché gli uomini pretendono di essere gli artefici esclusivi di tale senso; che per proiettarla nella dimensione della verità, come è necessario ad una vita autentica e a una storia che non si avvolga continuamente su se stessa, senza respiro, senza ampiezza, senza profondità, è necessario aprire le porte della consapevolezza al terzo attore: Dio, che poi è l’artefice primo di ogni cosa e la meta finale cui ogni cosa è chiamata a ritornare.

Tutta la storia acquista un significato nuovo e diverso, come pure la singola vita umana, se guardata dal punto di vista di Dio, che è il punto di vista dell’eternità. Ogni cosa è destinata a fare i conti con l’eternità: acquistano perciò valore e significato le vite individuali e le costruzioni storiche che hanno ben chiaro il punto di riferimento e il punto d’arrivo del proprio movimento; mentre scivolano nel caos e nella follia del non-senso, quelli che non ce l’hanno. La civiltà medievale è quella, fra tutte, che ha avuto più chiara la connessione fra il presente e l’eterno, fra il mondo di quaggiù e il mondo di lassù, fra ciò che l’uomo è e ciò che Dio lo chiama ad essere, trasformandosi mediante la conversione. L’uomo che si converte a Dio, che rivolge a Dio i suoi pensieri, che fa del richiamo di Dio la bussola della propria esistenza, realizza pienamente se stesso e diviene ciò che deve essere, ciò che a Dio piace e che permette il massimo sviluppo delle sue potenzialità, intellettuali, affettive, sociali. L’uomo che disprezza Dio, che lo ignora, o addirittura lo combatte, si consegna nelle mani del diavolo e si vota all’inferno dell’immanenza chiusa in se stessa, il cui esito finale è la dannazione, ossia l’eterna separazione dell’Amore divino. Varrebbe la pena che l’uomo moderno, letteralmente frastornato e ottenebrato da tutto il clima culturale in cui vive, dalle frivolezze in cui lo immerge il diabolico consumismo, dalla superficialità e dalla presunzione degli uomini politici che assumono la guida dei governi, si riscuotesse dal suo letargo e riacquistasse coscienza della sua intrinseca dignità: che non gli viene da se stesso (no quindi a ogni umanesimo), ma dal suo Creatore, che lo ha fatto a propria immagine. Ecco perché non si può capire nulla della Divina Commedia se si prescinde dall’orizzonte di senso che Dante, anima profondamente cristiana, vi ha impresso; perché non si può capire la pittura di Giotto, del Beato Angelico, di Giovanni Bellini; né si può comprendere a pieno la bellezza e l’armonia delle cattedrali medievali; né capire la bellezza sontuosa e la solennità austera della liturgia cattolica pre-conciliare, soprattutto la musica sacra, così ineffabilmente protesa verso l’Infinito. Non si può capire e apprezzare nulla di queste cose, e di moltissime altre che sono a fondamento della nostra civiltà, se si prescinde dalla prospettiva cristiana, se si mette Dio fra parentesi (come fanno anche i pessimi teologi della cosiddetta teologia negativa, secondo i quali bisogna vivere etsi Deus non daretur, come se Dio non ci fosse) o si considera il mistero della divina Incarnazione come una dolce favoletta per bambini, o qualcosa del genere.

Osserva a questo proposito lo storico Giorgio Cracco in Lineamenti di storia medievale (Torino, G. Giappichelli Editore, 1969,  vol. 1, pp. 43-45):

Il Medioevo sarebbe impenetrabile senza il Cristianesimo. Non già perché portò civiltà e fu civiltà, ma  perché portò salvezza e fu salvezza. Esso è infatti una religione; e come tale non si preoccupa tanto dell’uomo e della storia quanto del fine ultimo dell’uomo e della storia; opera nel mondo, perché qui si svolge la sua missione, qui prepara la salvezza dei singoli e della comunità dei singoli, cioè della Chiesa; ma non è del mondo; sta con gli uomini, con la società, con i sistemi politici ed economici più diversi, perché al Dio dei cristiani piace stare con gli uomini; ma è nel contempo irriducibile a ogni esperienza terrena. È tipico anzi del Cristianesimo capovolgere la gerarchia di valore in cui sta irretito l’uomo non redento: pretendendo la pace e il perdono al posto della guerra e della violenza, l’amore invece che l’odio, la povertà invece che la ricchezza, l’umiltà invece che a superbia, il disprezzo di sé invece che la gloria, e infine la Croce come suggello estremo di una dignità che Cristo Crocefisso ha meritato agli uomini: la dignità di figli di Dio.

Bisogna dire che rispetto alle grandi religioni precristiane di Oriente e di Occidente il Cristianesimo ha questo di peculiare  e di straordinario, quasi assurdamente rivoluzionario: toglie Dio dai cieli, lo incarna, lo fa uomo tra gli uomini, per innalzare gli uomini a Dio. I Greci avevano separato, allontanato irreparabilmente Dio dagli uomini; l’induismo, il buddismo, l’universismo cinese avevano puntato sulla nobiltà delle risorse umane, sulla capacità del singolo di sottrarsi  in qualche modo al suo destino di dolore, non su un Dio di amore che riscattasse l’umanità ferita (specchio, in questo, di civiltà complesse e maestose). Il Dio dei cristiani, invece, ”ha tanto amato il mondo da darli il suo unico Figlio” (Giov. 3,16). Con l’incarnazione di Dio in Cristo comincia appunto la sua storia una religione che oggi conta 600 milioni di seguaci. (…)

La trama dei fatti che divinamente guidata, porta a Cristo e permette la comprensione di Cristo e della Chiesa che da lui discende, principia quando “Dio creò il cielo e la terra” (Gen. 1,1), l’uomo e la donna e li pose a regnare nel Paradiso terrestre. Alla gioia creativa di Dio rispose tuttavia l’infedeltà della creatura, la sua caduta, la cacciata, la maledizione (ma non l’abbandono) di Dio, il succedersi di una stirpe buona (quella di Abele e di Set), ma anche di una stirpe cattiva (quella che veniva da Caino). “Allora si pentì il Signore di aver fatto l’uomo sulla terra” (Gen. 6,6), e mandò il diluvio, dal quale si salvò soltanto Noè e il suoi figli (Sem, Cham, Iafet) , ammonendoli: “Chi sparge sangue umano, dall’uomo sarà sparso il suo sangue, perché a somiglianza di Dio fu fatto l’uomo. E voi prolificate e crescete, spandetevi per la terra e in essa moltiplicatevi… Né più verrà il diluvio a guastare la terra (Gen. 9, 6-7, 11).

La storia umana, quindi, così come la singola vita umana, ha senso se proiettata nella prospettiva cristiana: cioè come storia della salvezza, e dunque della redenzione. Ogni anima è chiamata a convertirsi: e convertirsi significa morire al mondo e rinascere in Cristo. Per colui che si converte, le cose di prima non contano più nulla, e le cose che prima erano evitate ed aborrite acquistano un valore decisivo. Il cristianesimo, infatti, insegna agli uomini il “disprezzo” di sé e del mondo: disprezzo non nel senso di rifiuto radicale e di condanna, ma nel senso di riconquista della propria totale autonomia spirituale, e rescissione di ogni dipendenza da ciò che è effimero, transitorio, contingente. Il cristiano punta all’Assoluto, e per puntare all’Assoluto deve sbarazzarsi di tutto ciò che è superfluo: in questo senso disprezza il proprio ego, e in questo senso disprezza il mondo. Non li disprezza nel senso che li odia, ma nel senso che sa porli nella giusta relazione con l’Assoluto: ossia come tappe verso la meta finale, e non già come trappole in cui restare imprigionato. L’uomo che rifiuta la conversione cristiana rimane prigioniero di tali trappole: la trappola dell’ego e la trappola del mondo. Con la prima si fa schiavo delle proprie passioni disordinate; con la seconda, si fa schiavo di qualsiasi oggetto esterno eserciti un fascino materiale su di lui. L’anima redenta è anche un’anima liberata; non teme più le delusioni, perché non aspira a quelle soddisfazioni che gonfiano l’ego; non teme la povertà, la vecchiaia, la malattia e la morte, perché le cose materiali non lo intimoriscono, così come non lo seducono. La morte per lui perde i connotati angosciosi che la cultura moderna le ha conferito; non è più la sciagura suprema, il nemico che bisogna combattere prolungando una vita ormai giunta alla sua naturale conclusione, a prezzo d’inutili sofferenze (concetto comunque, si badi, ben lontano da quello dell’eutanasia). Al contrario, la morte diventa il luogo dell’incontro luminoso e definitivo con Gesù Cristo. Per questo può dire, con KierkegaardAllora la lotta sarà terminata: io potrò riposare in un giardino di rose, e parlare in eterno a Gesù…

Del 15 Novembre 2020

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