martedì, 21 Settembre 2021
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Cirillo Giovanni Zohrabiàn: un piccolo frate gigantesco nella tragedia del popolo armeno

Cirillo Giovanni Zohrabiàn: piccolo frate gigantesco nella tragedia del popolo armeno. Nel 1915-16 si è consumato ai danni del popolo armeno il primo genocidio della storia moderna il «Metz Yeghern» ad opera dei Giovani Turchi di Francesco Lamendola

Nel 1915-16 si è consumato, ai danni del popolo armeno, il primo genocidio della storia moderna: il «Metz Yeghern», ad opera del triunvirato al potere dei Giovani Turchi: Talaat, Gemal ed Enver Pascià, nell’Impero Ottomano che si trovava impegnato nella Prima guerra mondiale, a fianco della Germania e dell’Austria-Ungheria, contro le nazioni dell’Intesa.

Una specie di “prova generale” di esso si era già verificata nel biennio 1894-96, sotto il sultano Abdul Hamid; e una “coda”, di cui si parla poco e niente – perché sarebbe ritenuto politicamente scorretto -, si ebbe fra la conclusione della Prima Guerra mondiale e la Guerra greco-turca, ossia fra la firma del Trattato di Sévres, il 10 agosto 1920, che prevedeva (fra le altre cose) la nascita di una nazione armena indipendente entro i confini storici della Turchia, e il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923, che annullava il precedente e si rimangiava il progetto dell’Armenia indipendente: ne fu autore il nuovo governo turco repubblicano di Mustafà Kemal Atatürk, che si rese responsabile anche di atrocità così gravi e diffuse ai danni della popolazione greca in Anatolia, da potersi equiparare, anch’esse, ad una attiva politica genocidiaria.

Si calcola che, in totale, da un milione e mezzo a due milioni di Armeni siano caduti vittime di questo genocidio in tre tempi: genocidio che ormai l’intera comunità internazionale riconosce essere avvenuto, ma che il governo di Ankara si ostina a negare, comminando la prigione per quei cittadini turchi che osano farne menzione. Il 12 aprile 2015 il papa Francesco ha parlato esplicitamente del genocidio armeno: la reazione del premier turco, Erdogan, è stata rabbiosa e immediata; appena due giorni dopo, ha ribattuto che le cose dette dal pontefice erano “sciocchezze” e ha ammonito il Vaticano a farsi gli affari propri.

Durante la fase più acuta del genocidio armeno, quella del 1915-16, venne letteralmente sterminata la famiglia di un frate cappuccino che, probabilmente, verrà proclamato santo in tempi abbastanza brevi, e che non venne a sua volta assassinato per la sola ragione che, in quel momento, aveva lasciato l’interno della Turchia, e la sua città natale di Erzerùm, per recarsi a Costantinopoli, d’ordine dei suoi superiori; e nella capitale ottomana, anche a causa della presenza degli ambasciatori dei Paesi neutrali, la politica di sterminio venne condotta con un certo grado di  prudenza. Quel frate si chiamava Cirillo Giovanni Zohrabiàn.

Scampato al genocidio del suo popolo, nel 1923 anch’egli venne arrestato dalle autorità turche del nuovo regine “democratico” e repubblicano, che gli inflissero una delle torture più sadicamente raffinate in uso nelle pur feroci abitudini della polizia turca: trecento colpi di frusta sulle piante dei piedi; una pena dalla quale la vittima, non di rado, usciva allo stato di cadavere. E questo per la sola ed unica ragione di essersi prodigato, senza alcuna finalità politica, a sostegno dei pochi suoi connazionali rimasti vivi, e bisognosi di tutto, con uno spirito di carità e di abnegazione illimitati, quali ci si possono aspettare solo da un santo.

«Cirillo Giovanni Zohrabiàn: chi mai era costui?», potrebbero domandarsi, in molti, come fece il manzoniano don Abbondio alle prese con un nome che gi era in qualche modo familiare, e tuttavia oscuro, o che tale gli parve allorché, casualmente, finì per incontrarlo sulle pagine d’un libro.

Così ne riassume la vita esemplare Giovanni Spagnolo (nel mensile «La voce di Padre Pio», San Giovanni Rotondo, Foggia, n. 6, giugno 2015, pp. 66-68):

«Tra i testimoni dell’immane tragedia che ha colpito il popolo armeno è da annoverare certamente il Servo di Dio Cirillo Giovanni Zohrabiàn, frate cappuccino e vescovo, che ha dedicato la sua lunga vita a curare e ferite dei suoi connazionali nella diaspora.

Nati a Erzerùm, capitale dell’Armenia Maggiore, il 25 giugno 1881, Giovanni manifestò fin da bambino ai frati cappuccini siciliani, presenti nella sua città, la volontà di essere come loro. Nel 1898 iniziò la sua vita religiosa nel noviziato di Costantinopoli e proseguì i suoi studi di filosofia e teologia a Buggià dove, il 12 maggio 1904, fu ordinato sacerdote e destinato alla missione cappuccina del Mar Nero.

Iniziò il suo ministero sacerdotale prima nella sua Erzerùm e quindi a Costantinopoli privilegiando l’insegnamento con la costruzione di scuole e orfanotrofi. Continuamente tenuto sotto osservazione, in quanto armeno, fu arrestato a Trebisonda e imprigionato nel 1923, appositamente scambiato per un certo agitatore politico di nome Mesròb Aarkis.

Per estorcergli false confessioni, padre Cirillo fu sottoposto alla tortura, crudelissima, del “palahàn”: due soldati gli flagellavano con un nervo di bue le piante dei piedi, 60 colpi per cinque volte mentre altri due soldati rullavano i tamburi per coprire le urla di dolore del Cappuccino. In tutto trecento colpi, e se rimase vivo fu per miracolo, evitando  la fora dopo che, sottoposto alla prova finale del riconoscimento, un frate domenicano confermò trattarsi del “padre Cirillo”.

Del resto, quella dei Zoharbiàn può essere considerata a tutti gli effetti una famiglia di martiri, sterminata durante il genocidio: la mamma Sara Hovhannesiàn, morì affranta dal dolore dopo aver esortato il marito e i figli a tenersi fedeli alla Chiesa cattolica. Il fratello Arakiaàl, condannato a spaccare pietre, morì assiderato sui campi di neve. Meghirditch, unico fratello sposato della famiglia, fu ucciso a colpi di bastone a Kemàh.

Sullo stesso luogo furono trucidati i suoi tre figlioletti, mentre la moglie morì di fame a Racca. Vartàn, il papà, fu trucidato nel 1915. Don Giuseppe, prete, fu scorticato vivo e inchiodato al suolo,. Reo di avere esortato i suoi fedeli a rimanere saldi nella fede. La sorella Margherita, delle Suore Armene, dell’Immacolata Concezione, non resse al dolore delle carovane dei deportati verso i campi di sterminio.

Esiliato dalla Tirchia, padre Cirillo accettò volentieri di assistere spiritualmente i profughi armeni in Grecia, diventando subito un punto di riferimento sicuro e autorevole, grazie anche al suo impegno incessante nella fondazione di scuole, collegi e colonie in tutte le isole del Mare Egeo e nella stessa Atene, tra le quali le fiorenti stazioni missionarie di Kokkinià e Durguti.

Il 21 dicembre 1925 Pio XI nominò pare Cirillo ordinario degli Armeni in Grecia, pur senza conferirgli la dignità episcopale per motivi di opportunità politica. Il cappuccino di Erzerùm, tra grandissime difficoltà e ostilità dichiarate, si fermò ad assistere i suoi connazionali nell’Egeo fino al 1938 quando fu nominato vicario patriarcale dell’Alta Gezira, in Siria. Il 27 ottobre 1940, a Beirut, padre Cirillo ricevette la consacrazione episcopale e gli fu assegnata la sede titolare di Acilisene, con l’espressivo motto che riassumerà la sua vita: “Animas Deo!”. Durante la sua prima visita pastorale sul desolato altopiano siriano, fu arrestato, spogliato, derubato delle insegne episcopali e condannato all’esilio perpetuo.

Dopo un’udienza durante la quale Pio XII, benedicendolo, lo incoraggiò e confortò, mons. Zohrabiàn ritornò nella sua diocesi, facendosi tutto a tutti nella carità, sempre tra difficoltà di ogni genere e avversioni politiche crescenti che culminarono ancora una volta, nel 1949, nel carcere e nell’interdizione a vita a rientrare in Turchia.

Nel 1953 il patriarca Pietro XV Gregorio Agagianiàn nominò padre Cirillo “Visitatore nell’America latina”, in vista della costituzione di un ordinariato armeno, compito espletato con grande generosità tra Argentina, Uruguay e Brasile, nonostante i suoi 72 anni.

Conclusa la sua visita pastorale, nel 1954, padre Cirillo si stabilì definitivamente a Roma da dove, come “vescovo della carità”, continuò a far giungere aiuti concreti ai suoi fratelli armeni attraverso le vie inesplorate della Provvidenza, e a rendersi presente ovunque fosse chiamato a rendere la sua ricca testimonianza di fede.

Tra il 1962 e il 1965 fu tra i padri che parteciparono al Concilio Ecumenico Vaticano II, convocato da san Giovanni XXIII. Sempre nel 1965 padre Cirillo acconsentì alla pubblicazione delle sue “Memorie di vita missionaria”, appassionato reportage di un periodo storico, con tante ombre ma anche con tante luci.

Sorella morte lo incontrò nel convento romano di via Cairoli il 20 settembre 1972 alla veneranda età di 91 anni ed è sepolto nella chiesa dei cappuccini di Palermo. Il 22 marzo 1983 è stato avviato il processo di beatificazione e canonizzazione.»

Quello che più colpisce nella vita lunga, operosa, drammatica, di questo cappuccino che pochi Europei hanno sentito nominare, è la riserva pressoché inesauribile di dedizione alla causa degli uomini di buona volontà, di benevolenza e disponibilità nei confronti di tutti, di perdono e di amore: e ciò dopo che la sua famiglia era stata atrocemente massacrata e dispersa e che lui stesso era stato sfiorato dalla fredda ala della morte, dopo aver subito una tortura raccapricciante. Come san Paolo nei suoi viaggi apostolici, Zohrabiàn non si diede mai per vinto: assalito, spogliato, bastonato, derubato, non smise di servire il prossimo, di prodigarsi per i più bisognosi. Soprattutto, non smise mai di amare Dio e il prossimo, umilmente, incondizionatamente: non si arrese mai alla legge della ferocia e della malvagità, non rimase irretito dal suo alito mortale, perché il suo cuore era incapace di rancore, odio e desiderio di vendetta.

Davanti a figure gigantesche come la sua – gigantesche non solo per il loro eroismo, ma anche per la loro umiltà – si rimane pensosi, quasi turbati; ci si chiede se, al posto loro, noi avremmo avuto la centesima parte di quella forza d’animo, di quel coraggio a tutta prova, di quella pazienza indefettibile; se essi e i torturatori, essi e gli assassini, essi e i pianificatori di un genocidio, appartengano davvero ad una stessa specie vivente, la specie “homo sapiens”, o se appartengano a specie radicalmente diverse, inconciliabili, incommensurabili: quella di chi sa solo odiare e quella di chi ha capito che la vita è amore.

Cirillo Giovanni Zohrabiàn: un piccolo uomo (come era piccolo, fisicamente molto piccolo, san Leopoldo Mandic, un altro cappuccino che è stato un eroe silenzioso del XX secolo, e la cui vita umile, nascosta, quasi sempre consumata nell’angustia di un confessionale, avrebbe tante cose da insegnare agli uomini dei nostri giorni): chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, di ascoltarlo, di vederlo adoperarsi indefessamente per lenire le ferite di una umanità così duramente provata, deve aver avuto una sia intuizione, sia pure infinitamente vaga e lontana dall’originale, di ciò che provarono i primi discepoli di Gesù, quando egli li chiamò a sé, promettendo loro di farli pescatori, non più di pesci, ma di uomini.

Il XX secolo è stato il secolo dei grandi crimini: dei genocidi, delle guerre mondiali, della bomba atomica. Eppure, non è stato solo il secolo dei mostri: degli Enver, degli Hitler, degli Stalin; è stato anche il secolo dei santi, nonché il secolo dei martiri. Considerato sotto questo punto di vista, ecco che il Novecento acquista una prospettiva nuova ed insolita, perfino seducente: non ci appare più solo come il luogo della notte, dell’orrore, dei crimini innominabili, ma anche il luogo della luce, della speranza, del presagio del Regno di Dio. Per ogni aguzzino, c’è stato un padre Massimiliano Kolbe; per ogni fanatico assassino, c’è stato un padre Cirillo Giovanni Zohrabiàn. Costoro ci hanno mostrato l’unica possibile via d’uscita dagli abissi tenebrosi dell’anima abbandonata da Dio: l’inesausta capacità di perdonare, di amare, di rispondere al male con il bene.

L’istinto primordiale degli esseri umani, anche dei più pacifici, è quello di rispondere al male con il male. È quello che fece Soghomon Tehliriàn, un armeno che volle vendicare il genocidio perpetrato contro il suo popolo, assassinando uno dei tre grandi responsabili: Mehmed Talaat Pascià, il 15 marzo 1921, a Berlino. Ed è quello che fece Gabriele Bagradiàn, il protagonista del romanzo di Franz Werfel «I 40 giorni del Mussa Dagh», attraverso il quale milioni di lettori, più che dai libri di storia, hanno appreso l’esistenza del genocidio armeno del 1915. Rispondere al male con il male è comprensibile, è perfino legittimo, è – appunto –  umano. Però non risolve il problema: semmai lo aggrava, perché alimenta la spirale dell’odio, innescando ulteriore desiderio di vendetta. La soluzione sarà sempre quella indicata da umili eroi giganteschi, come Cirillo Giovanni Zohrabiàn…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 16 Novembre 2020

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