domenica, 13 Giugno 2021
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La debolezza italiana spiegata in 2 parole e 1 esempio

La debolezza italiana spiegata in 2 parole e 1 esempio. Guelfi e Ghibellini? Da noi il patriottismo è diventato più o meno un crimine: ci sono sempre 2 partiti inconciliabili di cui uno finanziato e incoraggiato dallo straniero di Francesco Lamendola

C’è una ragione fondamentale per cui l’Italia, che, sulla carta, avrebbe i numeri per essere una potenza di tutto rispetto, uno dei maggiori Paesi europei e una delle economie più sviluppate al mondo, si trova, invece, ad essere perennemente paralizzata da una intrinseca debolezza, per cui non solo essa è divenuta pressoché irrilevante sullo scacchiere internazionale, perfino nell’area geopolitica che la riguarda più da vicino, come le recenti vicende della Libia, e il successivo intervento turco, hanno mostrato con impietosa evidenza, ma non riesce neppure a gestire decentemente gli affari di casa propria. Né a livello economico e finanziario, né a livello giuridico, né, meno che meno, a livello politico; anzi, a dirla tutta, non riesce a sbrigare in maniera accettabile neanche l’ordinaria amministrazione pubblica, pur avendo tale un esercito di burocrati e dipendenti che dovrebbero assicurarle un raro grado di efficienza: pagamento di stipendi e pensioni, sistema sanitario, lavori pubblici, ordinato svolgimento del normale anno scolastico, manutenzione della rete stradale e ferroviaria, monitoraggio della situazione idrogeologica e protezione civile, smaltimento dei rifiuti, ecc. La ragione lontana, naturalmente, parte dalla nascita, sbagliata e velleitaria, dello Stato unitario: con una serie di aggressioni piemontesi a danno degli altri Stati e con una guerra implacabile della massoneria contro la Chiesa cattolica, il cui obiettivo era sradicare la fede avita dalla mente e dal cuore della stragrande maggioranza del popolo italiano; nonché con una centralizzazione forsennata che ha provocato, fin dall’inizio, una vera insurrezione popolare da parte dei contadini meridionali, ingenerosamente liquidata dagli storici, ancora ai nostri giorni, con il nome di Brigantaggio. La ragione vicina s’intreccia con essa, ne è in buona parte una diretta conseguenza, ma risente anche di altri fattori, alcuni  assai più antichi del processo unitario, come un certo tipo di psicologia delle masse, altri più recenti, in particolare le conseguenze della sconfitta nella Seconda guerra mondiale, la rimozione della memoria della guerra civile, l’incapacità di liquidare onestamente i conti con l’esperienza fascistala velocissima americanizzazione degli stili di vita, la disfatta finanziaria a partire dagli anni ’90, e soprattutto l’incistamento di un partito comunista che, dopo la fine della Guerra Fredda, non si è disciolto, ma ha cambiato pelle, conservando tutte le posizioni strategiche nel cuore della società, a partire dal monopolio culturale, e infine stringendo una mostruosa alleanza con il mondo cattolico progressista e modernista, il quale a sua volta si è impadronito della Chiesa, ne ha snaturato i contenuti dottrinali, ne ha cambiato la ragione sociale e l’ha trasformata in una grande organizzazione non governativa di tipo filantropico, ambientalista e massonico, votandosi interamente alla globalizzazione finanziaria e venendo da questa sostenuta in ogni senso, anche finanziario. In breve, il grande problema dell’Italia è questo: che di fronte a qualsiasi problema, grande o piccolo, interno o esterno, subito si formano due partiti l’un contro l’altro armati, guelfi e ghibellini, o, se si preferisce, piagnoni e palleschi, pro o contro i vaccini, pro o contro mascherina e tampone, e così via.

Possiamo esemplificare questa situazione prendendo il caso di uno dei tanti esponenti della cosiddetta Resistenza, Massimo Salvadori Paleotti (Londra, 1908-Northampton, 1992), fratello di Joyce Lussu e cognato di Emilio Lussu. Lo abbiamo scelto non perché nutriamo particolari ragioni di  critica verso di lui, ma perché ci sembra pienamente rappresentativo di un certo tipo umano che, quando il popolo italiano si spacca, trova sempre il modo di schierarsi coi probabili vincitori e si mette oggettivamente al servizio di forze e interessi stranieri, pur convinto di servire la Patria e pur magnificato a livello storiografico da tutta la cultura ufficiale. Ne troviamo un brevissimo ritratto nel libro Milano capitale dell’antifascismo, di Giovanni Ferro (Milano, Mursia, 1985, p. 185):

Siamo ormai alla vigilia del gran finale. Si riunisce a Milano – il 29 marzo 1945 – il CNLAI per decidere la costituzione del Comitato insurrezionale. A questa riunione è presente il colonnello Max Salvadori. Pochi sanno che egli sta per concludere la sua lunga carriera di militante antifascista. Era tornato in Italia, da dove aveva dovuto allontanarsi giovanetto con il padre perseguitato dal fascismo, nel 1932, per riorganizzare le file del Movimento “Giustizia e Libertà”, incaricati da Gaetano Salvemini. Era stato arrestato e condannato al confino all’isola di Ponza dove rimase fino al 1934. Espatriato si dedicò all’insegnamento della storia in chiave liberale. Scoppiato il conflitto si era arruolato nell’esercito inglese. Paracadutato nell’Italia occupata aveva assunto il ruolo di ufficiale di collegamento del Comando alleato con il CVL e il CLNAI. A Liberazione avvenuta ritornò nell’anonimato secondo il suo stile inglese per dedicarsi alla sua missione di educatore e per la diffusione nel mondo della coscienza civile e liberaldemocratica.

In questo quadretto agiografico i fatti vengono accomodati alla tesi precostituita dell’Autore, e mai smentita nelle quasi 300 pagine fitte del suo libro: che gli antifascisti sono sempre eroi senza macchia e senza paura, mentre i fascisti sono tutti, immancabilmente, una risma di emeriti farabutti. Non viene detto, per esempio, che Salvadori, esule volontario in Svizzera dal 1925, ove aderisce al movimento Giustizia e Libertà, torna in Italia per diffondere la stampa clandestina, ma così poco in incognito che può conseguire una seconda laurea all’Università di Roma (dopo una prima a Ginevra); e che, arrestato nel 1932, e condannato a cinque anni di confino all’isola di Ponza, ne sconta uno solo e poi va al domicilio coatto a Fermo, perché si sottomette al fascismo, ovviamente sulla parola d’onore di desistere dalle attività sovversive; salvo poi, nel 1933, espatriare di nuovo in Svizzera e in Inghilterra, grazie al passaporto britannico di cui dispone perché suo padre, un conte, è da sempre in eccellenti rapporti con esponenti del mondo politico e culturale inglese (leggi: massoneria?). Ma non vogliamo insistere su questi spiacevoli dettagli (spiacevoli per la specchiata coerenza di Salvadori e per l’obiettività storica di Ferro); limitiamoci a quel che di lui ci viene detto in questa presentazione: scoppiato il conflitto si era arruolato nell’esercito inglese. Come, come? Rileggiamo queste righe, per favore. Nel 1940 Italia e Gran Bretagna si trovano in guerra l’una contro l’altra e il nostro eroe, indossata l’uniforme  inglese, prende le armi contro la sua Patria. Abbiamo capito bene? Sì, abbiamo capito benissimo. Prende le armi contro l’Italia, mentre i nostri aviatori sacrificano la vita sui cieli di mezza Europa, i marinai la sacrificano nel Mediterraneo, nel Mar Rosso, nell’Oceano Atlantico e i fanti la sacrificano sulle Alpi, in Grecia, nei Balani, in Russia, in Africa orientale e in Africa settentrionale. Si battono in condizioni di netta inferiorità e si fanno ammazzare piuttosto che cedere: a Bir el Gobi, a El Alamein, sulla Voiussa, sul Don, a Capo Matapan, nella scorta ai convogli per la Libia e la Tunisia; mentre Salvadori, soldato delle Forze armate di Sua Maestà britannica, si accinge a dare il suo personale contributo, ma su ordini di Londra, non solo alla sconfitta della Patria, ma anche alla ferocissima guerra civile che infuria per diciotto mesi e che Churchill alimenta coi denari e le forniture di armi ed esplosivi finanziati dai banchieri londinesi. Eh certo, ma Salvadori è un conte, oltretutto cosmopolita e di sinistra: negli ambienti sociali che lui frequenta e che in Italia trovano sponda nelle classi superiori, presso industriali come gli Agnelli (che col fascismo si sono immensamente arricchiti) ed ambienti della stessa casa reale savoiarda, come la futura regina Maria José, questo modo di agire non si chiama tradimento, ma lotta per la libertà. Agli ordini del nemico e coi mezzi forniti dal nemico, per attuare la disfatta e l’asservimento dell’Italia (non del fascismo); ma insomma, lotta disinteressata per la libertà.

Come i vari Salvemini e tutti gl’intellettuali espatriati nelle democrazie anglosassoni, titolari di cattedre e graditi ospiti di quei governi, che allora erano impegnati a coltivare in vitro la futura classe dirigente italiana per il prossimo dopoguerra; e come quei signori rimasti in Italia sulle loro ben remunerate poltrone, come l’ammiraglio Franco Maugeri, della Regia Marina, il quale a guerra finita riceve dal governo degli Stati Uniti la decorazione Legion of Metit  «per la condotta eccezionalmente meritevole nel compimento di superiori servizi resi al governo degli Stati Uniti, in qualità di capo del servizio informazioni navali, come comandante della base navale di La Spezia e come capo di stato maggiore della marina militare italiana durante e dopo la seconda guerra mondiale». Sì, avete capito bene: condotta eccezionalmente meritevole nel compimento di superiori servizi resi al governo degli Stati Uniti, in qualità di capo del servizio informazioni navali. Più chiaro di così. Non occorre essere indovini per capire di quale natura fossero i servigi eccezionali resi agli Stati Uniti da questo ammiraglio italiano che dirigeva il controspionaggio italiano nel bel mezzo di una guerra in cui si giocavano i destini della Patria per i prossimi secoli, e mentre i marinai e gli ufficiali posti ai suoi ordini si battevano e affrontavano la morte con sommo sprezzo del pericolo. Fu per tutelare gente di quel calibro che gli Alleati, nel Trattato di pace del 1947, imposero all’Italia sconfitta l’umiliante e disonorevole articolo 16, che inibiva al governo italiano qualsiasi azione penale nei confronti di quei suoi cittadini che fin dal 10 giugno 1940 avevano collaborato coi nemici della Patria e si erano adoperati per la sua disfatta.

Ma torniamo a Salvadori, che, dice Ferro, paracadutato nell’Italia occupata aveva assunto il ruolo di ufficiale di collegamento del Comando alleato con il CVL e il CLNAI. Evidentemente l’Italia occupata era quella del Nord; l’Italia del Sud non era occupata dagli anglo-americani, no, quella era liberata dagli amici anglosassoni. Quelli stessi che bombardavano spietatamente, notte e giorno, le città del Nord per affrettare la loro liberazione, e che fecero scientemente dieci volte più vittime civili di quante ne fecero, nel corso delle attività belliche, gli occupanti tedeschi, con tutte le loro repressioni, tipo le Fosse Ardeatine; che ora la storia (scritta dai vincitori) descrive come belve sanguinarie o come sadici assassini. Si può inoltre leggere su Wikipedia che Salvadori

Nel 1943, ufficiale dell’Esercito britannico, prese parte alla campagna di Sicilia e agli sbarchi alleati di Salerno ed Anzio con la missione di organizzare la ribellione contro il regime di Mussolini. Salvadori ebbe un ruolo di primo piano nel riorganizzare le attività “politiche” della N.1 Special Force (Special Operation Executive) in Italia e nel cercare di allineare le posizioni di questo organismo con quelle del Partito d’Azione.

Per chi non lo sapesse, Special Operations Executive era un’organizzazione di coordinamento terroristico ispirata e approvata da Winston Churchill, avente lo scopo d’incendiare l’Europa con il sabotaggio e la sovversione  dietro le linee dell’Asse; in altre parole, di fomentare la guerra civile in tutti i Paesi europei ove erano presenti le forze dell’Asse. L’equivalente della parte opposta, se fosse esistito, sarebbe stata un’organizzazione italo-tedesca volta a fomentare il sabotaggio, gli attacchi terroristici e gli assassini politici nei Paesi dei Dominions e nelle colonie britanniche, oltre che in Inghilterra e negli Stati Uniti. In quel caso, si sa come trattavano le spie nemiche i democratici anglosassoni: le fucilavano senz’altro; e non consideravano certo “patrioti” quegli indiani, irlandesi, maltesi (vedi Carmelo Borg Pisani) i quali, con l’aiuto dell’Asse, lottavano per l’indipendenza delle rispettive patrie. Ma che dire se invece di indiani, irlandesi, maltesi, a prendere le armi contro la loro patria fossero stati gli stessi inglesi, per ragioni ideologiche, ossia per simpatie verso il fascismo e il nazismo? Immaginiamo se l’Operazione Leone Marino avesse avuto luogo e i tedeschi fossero sbarcati in Gran Bretagna: è immaginabile che si sarebbero trovati dei cittadini inglesi disposti a prendere le armi per l’ideale fascista, e a spargere il sangue dei loro fratelli, già impegnati a combattere per respingere l’invasore? Crediamo di no: che neppure un Oswald Mosley sarebbe sceso tanto in  basso. Meno ancora, se la guerra fosse finita con la vittoria dell’Asse, oggi quei cittadini che tradirono la patria (perché bisogna pur chiamare le cose con il loro nome, alla fine) sarebbero ricordati come dei fulgidi eroi della libertà. Oppure sì? Noi siamo convinti di no, e per una ragione molto semplice: nei Paesi anglosassoni, ma in quasi tutti i Paesi degni di questo nome, i traditori sono e restano traditori, marchiati d’infamia per sempre; e i patrioti restano patrioti, anche se combatterono “dalla parte sbagliata”, ossia quella che poi è risultata soccombente. Right or wrong, it’s my Country: giusta o sbagliata che sia la causa per cui si combatte, questa è la mia Patria, dicono.

Oppure prendiamo il caso della Germania. Credete che in Germania, oggi, il colonnello Stauffenberg sia considerato un eroe, per aver attentato alla vita di Hitler? O che sia considerato un eroe il generale von Paulus, che durante la prigionia dopo Stalingrado accettò di collaborare col governo sovietico? Oh, sì: sui libri di scuola ci sarà anche scritto così, dal momento che, dopotutto, la Germania ha perso la guerra e la cultura democratica tedesca è stata imposta dai democratici vincitori a suon di bombe e di tribunale di Norimberga; ma in cuor loro la maggioranza dei tedeschi, almeno quelli che hanno fatto o visto la guerra, disprezzano simili personaggi. Non, come volgarmente si crede, specie da parte dell’opinione pubblica di sinistra, per una forma di devozione cieca nei confronti di Hitler e della sua memoria, ma semplicemente perché i tedeschi,  pensando a quelle vicende, semmai si commuovono per la sorte dei soldati che morirono congelati  sul fronte russo,  o perirono a bordo dei sommergibili durante la disperata Battaglia dell’Atlantico. La verità, senza orpelli e senza finzioni, è che a decidere la giustezza di scelte come quella di Carmelo Borg Pisani, irredentista di Malta fucilato dagli inglesi per aver desiderato la riunione della sua isola alla sua Patria naturale, o, all’opposto, come quella di Max Salvadori, è sempre e solo la forza. Se l’Asse avesse vinto la guerra, strade e scuole sarebbero ora intitolati a uomini come Borg Pisani, e i libri di scuola li ricorderebbero come martiri dell’idea; mentre così come sono andate le cose, strade e scuole sono intitolate a uomini come Max Salvadori, dei quali si dice solo che lottarono per la libertà: non che si macchiarono le mani di sangue fraterno, per giunta indossando uniformi straniere e prendendo ordini da governi stranieri. Ma la parte più interessante dell’ultima citazione è là dove afferma che il compito di Salvadori era cercare di allineare le posizioni di questo organismo con quelle del Partito d’Azione. Sia concesso a noi, che viviamo in un’Italia asservita ai liberatori anglosassoni, i cui governi e i cui servizi segreti continuano a considerarla alla stregua di una loro colonia, tradurre quella frase in maniera più esplicita: allineare il Partito d’Azione ai voleri e gl’interessi britannici. E non è che gli altri partiti della “rinascita democratica”, dopo il 1945, godessero (e godano) di maggiore autonomia.

Ecco, il dramma e la debolezza dell’Italia sono sostanzialmente qui. Da noi ci sono sempre due partiti inconciliabili, uno dei quali finanziato e incoraggiato dallo straniero; e mentre il patriottismo, nella nostra cultura, è diventato più o meno un crimine, equiparabile al fascismo e al razzismo, gli eredi di quelle idee politiche e sociali che sono state sonoramente sbugiardate dalla storia siedono ora nei centri di potere, decidono – sempre dietro suggerimento esterno – la nostra politica, e puntano i dito contro quella parte d’italiani brutti, sporchi e cattivi, che non vogliono civilizzarsi più in fretta e adottare in tutto e per tutto gli standard del Nord Europa, virtuoso, tollerante  frugale. Spiccano fra tutti Eugenio Scalfari, Paolo Mieli e Marco Travaglio, campioni infaticabili di questo perenne Kulturkampf, di questa guerra per la civiltà, contro le forze oscure del clericalismo, del sovranismo e del populismo antieuropeista. Poverini, sai come sudano e si affaticano. Si tratta di spingere a pedate nel sedere un popolo riluttante a piegarsi a tutti i diktat della grande finanza internazionale. Oh, ma sempre per il suo bene, si capisce: in fondo, si tratta di recuperare un ritardo storico di alcuni secoli…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Settembre 2020

Del 16 Novembre 2020

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