domenica, 19 Settembre 2021
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Ritorniamo a Tommaso per rispondere all’eresia “Neoparmenidea”

Ritorniamo a Tommaso per rispondere all’eresia “Neoparmenidea”. Il creare dal niente non significa ammettere prima il non-essere e poi qualcosa, dal momento che, in questo modo, il niente sarebbe un qualcosa antecedente l’essere di Daniele Trabucco

Un concetto fondamentale della teologia cattolica é la “creatio ex nihilo”, o meglio la creazione libera e dal nulla da parte di Dio di tutto ció che esiste. Il salmo 32 descrive in maniera sublime questa veritá di fede: “Egli parla e tutto é fatto, comanda e tutto esiste”.

L’atto stesso del parlare di Dio, come narra l’autore sacro nel capitolo 1 della Genesi, é ontologicamente creativo. L’obiezione, proveniente da una parte della filosofia contemporanea e presente nel pensiero “neoparmenideo” del prof. Emanuele Severino (1929-2020), ritiene che la creazione delle cose dal nulla costituisca una contraddizione. Se il non essere non é e non lo si puó né dire, né pensare, secondo l’insegnamento di Parmenide espresso nel poema incompleto “De natura”, bisogna necessariamente concludere che il mondo é eterno proprio qual é l’essere della scuola eleatica (“pietrificato” ha scritto il prof. Giovanni Reale).

Nell’opuscolo intitolato “De aeternitate mundi”, composto da Tommaso d’Aquino (1225-1274) tra il 1270 ed il 1271, l’allievo di Alberto Magno dimostra, con rigore logico, l’infondatezza di questa tesi senza pervenire alla conclusione “eretica” dell’eternitá del mondo. L’Aquinate sostiene che il creare dal niente non significa ammettere prima il non-essere e poi qualcosa, dal momento che, in questo modo, il niente sarebbe un qualcosa antecedente l’essere. Ma ció che non é, non puó essere.

Dio, allora, ha certamente creato le cose dal nulla, ma questo “nulla” non é “post nihil”, cioé dopo un niente preesistente. Il mondo, in altri termini, riceve il suo essere da Dio quale causa necessaria ma al contempo coeterna, escludendo che, prima del mondo, ci fosse qualcosa di eterno che si chiamava nulla. Né si potrebbe ammettere che un atto della volontá di Dio, esprimentesi nella creazione, preceda il suo effetto nel tempo. Cosí ragionando, infatti, ci si troverebbe ad immettere in Dio una dimensione temporale, o meglio creata, che é tale unicamente in virtú della parola creativa di Dio e non coesistente al creare.

Daniele Trabucco (Associato di Diritto Costituzionale italiano e comparato e Dottrina dello Stato presso la Libera Accademia degli Studi di Bellinzona (Svizzera)/INDEF. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico).

Del 17 Novembre 2020

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