lunedì, 1 Marzo 2021
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Stati Uniti d’America: “La Patria dei Misteri”

Chi ha vinto le presidenziali in Usa? Il mainstream ha incoronato Biden, ma a vincere dovrebbe essere stato Trump; anche se i poteri segreti del Deep State hanno probabilmente messo in atto una “colossale frode” per truccare il voto. Le opinioni eretiche di Michele Rallo 

Chi ha vinto le presidenziali negli Stati Uniti? La stampa mainstream ha incoronato Biden, ma la vicenda é tutt’altro che conclusa. A vincere, in realtá, dovrebbe essere stato Trump, ma i poteri segreti di un Deep State americano hanno probabilmente messo in atto una colossale frode per truccare il voto. Il fatto é – come ho piú volte scritto su queste pagine – che certi fortissimi poteri dell’alta finanza globalizzatrice non possono assolutamente permettersi un secondo quadriennio trumpiano, pena la definitiva sconfitta del progetto di annientamento degli Stati Nazionali (immigrazione, massacro sociale, “riforme”, eccetera).

In ogni caso, peró, é assai difficile che Donald Trump riesca a prevalere in questa battaglia che definire titanica é poco. Spero di sbagliarmi, ma temo che, alla fine, almeno uno dei membri “conservatori” della Corte Suprema sará colto da improvvisa prudenza e passerá dall’altra parte.

Comunque, nell’attesa dei prossimi sviluppi, mi sembra opportuno dedicare qualche riga a tracciare un breve profilo di quello che, con definizione approssimativa, viene chiamato Deep State e che oggi vorrebbe archiviare in fretta gli innegabili successi della presidenza Trump.

L’espressione Deep State (“Stato profondo”) venne coniata dal generale Dwight “Ike” Eisenhower, uomo-simbolo della vittoria americana nella Seconda guerra mondiale e, poi, 34° Presidente degli Stati Uniti d’America. Il popolare Ike la pronunció nel corso del suo discorso di commiato, nel 1961, all’atto del passaggio di consegne al suo successore, John Kennedy (che sará poi vittima di un misteriosissimo attentato).

Il Deep State – secondo la definizione datane da Eisenhower in quella circostanza – era il Military-industrial Complex (“Complesso militar-industriale”), un influente contro-potere che operava al di fuori e al di sopra del potere politico legittimamente costituito: una sorta di governo invisibile, dominato dalla potentissima industria bellica americana, in sotterranea complicitá con alcuni settori della politica e degli alti gradi militari che erano legati da accordi inconfessabili con la lobby degli armamenti. Il popolo americano – era il messaggio lanciato al suo successore – doveva essere tutelato contro il pericolo della crescente influenza di quel potere invisibile sulla politica americana.

In veritá, quello denunciato da Eisenhower era un complex edulcorato (mancava una componente fondamentale, quella dell’alta finanza), e non era comunque una novitá per la politica americana. Per buona parte del XX Secolo (e probabilmente anche prima) i poteri forti della societá americana avevano condizionato pesantemente le scelte del governo legittimo; determinando anche la partecipazione degli USA alle due guerre mondiali, con il “sollecitare” – per cosí dire – il potere politico ad optare per l’intervento (nonostante la popolazione statunitense fosse radicalmente anti-interventista).

A un certo punto si era anche andati vicino alla sua scoperta – diciamo cosí – ufficiale. Era avvenuto nel 1934, quando il Senato degli Stati Uniti varó una Commissione Speciale d’Inchiesta sull’Industria delle Munizioni (la cosiddetta Commissione Nye) allo scopo di accertare se la partecipazione degli USA alla Prima guerra mondiale fosse stata determinata dalle illegittime pressioni dell’industria degli armamenti sul governo. La Commissione accertó non soltanto il comportamento illegittimo dell’industria bellica, ma pure quello delle banche cointeressate alla produzione militare. E, indagando su quelle banche, appuró anche che queste avevano finanziato lo sforzo bellico dell’Inghilterra e dell’Intesa con cifre enormi (oltre 2 miliardi di dollari del tempo), e che le loro pressioni sul governo di Washington erano state determinate principalmente dalla esigenza di poter riscuotere sorte capitale e interessi di quei prestiti.

La Commissione era andata avanti come un treno, animata dal suo presidente, il senatore repubblicano Gerald Nye, uno di quei personaggi vecchio stampo che – per dirla con una frase fatta – “non guarda in faccia nessuno”. In poco piú di un anno di attivitá, dalla fine del 1934 a tutto il 1935, aveva tenuto 90 sessioni ed interrogato 200 testimoni, ivi compresi alcuni degli uomini piú potenti d’America.

Questa frenetica attivitá aveva inciso profondamente sull’opinione pubblica del tempo, oramai convinta della falsitá delle argomentazioni che avevano giustificato l’intervento degli USA nel conflitto. Peraltro, ci si avvicinava a grandi passi verso lo snodo fondamentale: la prova che l’ex Presidente, il democratico Woodrow Wilson, avesse mentito al Congresso ed al popolo americano per potere trascinare il paese in guerra. Era a quel punto, nel febbraio 1936, che la maggioranza democratica del Senato tagliava i fondi necessari per il funzionamento della Commissione, impedendo cosí che questa potesse continuare i propri lavori.

Venne poi la Seconda guerra mondiale, durante la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, anche lui democratico ed anche lui in buoni, ottimi rapporti con certe “grandi famiglie” di Wall Street. Ufficialmente FDR – come a suo tempo Wilson – era contrario ad intervenire nella guerra d’oltreoceano; anzi, si era fatto rieleggere nel 1940 dietro solenne impegno che mai avrebbe mandato “i nostri ragazzi” a morire in Europa.

E, invece, pure in quel caso ci fu – provvidenzialmente – un atto di brutalitá del nemico che consentí al Presidente di forzare la mano e di entrare in guerra. Fu l’attacco giapponese a Pearl Harbour, che peró – secondo autorevoli ambienti militari americani – fu di fatto provocato dallo stesso Roosevelt, attraverso una politica continua di piccoli dispetti e di gravi provocazioni che, conoscendo la mentalitá nipponica, non potevano non provocare una forte reazione. E, infatti, fin dall’estate del 1941 i servizi inglesi avevano allertato gli americani circa la possibilitá di un attacco del tipo poi verificatosi a Pearl Harbour.

Peraltro, avuta notizia dei preliminari dell’attacco, Roosevelt ed i suoi consiglieri militari avrebbero allertato con forte ritardo il Comando della Flotta del Pacifico, impedendo cosí che venissero predisposte idonee misure di difesa. Il ritardo – a detta dei critici del Presidente americano – sarebbe dipeso dal fatto che FDR avrebbe voluto che l’attacco giapponese fosse il piú devastante possibile, al fine di avere una motivazione forte che giustificasse una dichiarazione di guerra alle potenze dell’Asse.

Pur non volendo dar credito alle accuse piú gravi, era comunque evidente che la vicenda di Pearl Harbour avesse avuto dei punti oscuri. Le istituzioni americane, perció, promossero nel tempo ben otto diverse commissioni d’inchiesta, che peró produssero soltanto la destituzione di alcuni generali e ammiragli.

Nonostante ció, su Roosevelt (e sul Deep State) continuarono a piovere accuse da parte di autorevoli esponenti civili e militari: dal contrammiraglio Robert Theobald al capo dell’FBI, Edgar Hoover, per citare solo i piú noti.

Altro clamoroso episodio che varie fonti “non politicamente corrette” imputano a poteri forti piú o meno definiti, é l’assassinio del Presidente Kennedy. Assassinio avvenuto pochi mesi dopo la storica decisione di consentire l’emissione di certificati di credito (di fatto, una moneta parallela) direttamente da parte del Governo degli Stati Uniti, e non attraverso la Federal Reserve, la banca privata “centrale”. [vedi “Social” dell’8 novembre 2013]

Naturalmente, questa elencazione non é esaustiva. Altri avvenimenti del passato vi potrebbero essere aggiunti (a cominciare dall’assassinio del governatore Huey Long nel 1935). Ma anche certi eventi di questi giorni potrebbero rientrare in una ipotetica grande trama di uno “Stato profondo” che vuole a tutti i costi imporre il suo volere al popolo e al governo degli Stati Uniti. Penso anche a quest’ultima campagna elettorale presidenziale ed ai suoi arcani risultati ufficiali.

Attenzione: non esiste alcuna prova che i ricordati eventi siano tutti ascrivibili a indefiniti e indistinti “poteri forti” americani, né che siano tra loro collegati da un invisibile fil rouge. Mi sono semplicemente preso la libertá di mettere in fila alcuni fatti enigmatici, che sembrano peró coerenti con quella che a me pare quasi una costante della storia americana.

Certo, se dalle iniziative giudiziarie di Trump dovesse emergere che “qualcuno” si sia spinto fino a truccare le elezioni piú importanti della “patria della democrazia”, sarebbe lecito porsi altri e piú pesanti interrogativi. Ma questo i poteri forti non possono permetterlo. Ecco perché temo che, in un modo o nell’altro, a Donald Trump non sará consentito di andare fino in fondo.

Del 21 Novembre 2020

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