giovedì, 17 Giugno 2021
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Il cristianesimo è rivoluzionario?

Il cristianesimo è rivoluzionario? No, o si è cristiani o rivoluzionari: ogni potere terreno è voluto o permesso da Dio e quando si rivolta contro Dio e perseguita i figli di Dio diviene automaticamente “malvagio e illegittimo” di Francesco Lamendola  

Il cristianesimo è una dottrina  rivoluzionaria? Quante volte lo abbiamo sentito dire, dal pulpito, durante la santa Messa; quante ce lo siamo sentito ripetere, pappagallescamente, da una quantità di catechisti, diaconi, sacerdoti, vescovi, e perfino da quello che dovrebbe essere il pulpito più alto, dal quale parla il vicario di Cristo in terra. Certo, e perché no? Chiunque abbia meno di sessant’anni ha sempre sentito parlare della rivoluzione in termini positivi, fin dai banchi di scuola; è sempre stato abituato a considerare il carattere rivoluzionario di una certa cosa come un valore aggiunto; tanto è vero che per rendere un concetto più gradito e appetibile basta aggiungere l’aggettivo rivoluzionario e tutte le remore cadono, restano solo porte spalancate e aria di complicità. Che bello sentirsi rivoluzionari, a partire dal 1968, lodati e ammirati da tutti: giornalisti, intellettuali, professori di liceo e di università, e vezzeggiati dal cinema (sì, perfino da Hollywood: si pensi a Reds, di Warren Beatty, del 1981, sulla vita del rivoluzionario americano John Reed), dalla televisione e dalle case editrici! I vescovi conciliari sono stati troppo precipitosi, o forse solo molto astuti: se avessero atteso ancora pochi anni, anche loro avrebbero potuto fregiarsi dell’epiteto di padri rivoluzionari, e le masse li avrebbero applauditi già per questo solo fatto, prima ancora di andare a vedere in che cosa consistesse questa loro rivoluzione: bastava il fatto che avevano dovuto battersi contro la resistenza delle retroguardie oscurantiste, i vescovi conservatori che in ogni modo avevano cercato di ritardare, boicottare, svuotare il contenuto delle novità conciliari. Invece il solo che chiamò le cose col loro nome, e disse che il Concilio era stato una rivoluzione nella Chiesa, proprio come quella del 1789 è stata una rivoluzione nella società francese, fu il vescovo Lefebvre, la cui voce non contava nulla: era la voce del più accanito dei conservatori, anzi, per dir meglio di un vero e proprio reazionario, propenso a vedere ovunque complotti e sovversioni, figuriamoci se si poteva prendere sul serio l’allarme da lui lanciato!

E comunque, non è forse vero che Gesù porta una rivoluzione nei nostri cuori, e che seguirlo equivale ad assumere un contegno rivoluzionario verso la società costituita? E non è forse vero che il Discorso della Montagna è un discorso rivoluzionario, perché sovverte la normale percezione di ciò che è desiderabile e di ciò che non lo è, e perfino di ciò che è bene e di ciò che è male? Certo, stiamo parlando di una rivoluzione interiore: cosa che molti seguaci della teologia della liberazione (uno a caso: il signore che risiede a casa Santa Marta) tendono a scordarsi bellamente, per far passare l’idea che pur di vedere realizzati i principi del Vangelo qualsiasi mezzo diventa buono e lecito. Chissà se qualcuno si ricorda ancora del prete Camilo Torres, morto ammazzato durante un’operazione di guerriglia in Colombia, dopo che aveva deciso di unirsi alle formazioni rivoluzionarie, e divenuto subito una specie di martire nonché un simbolo di riscatto e libertà, quasi quanto Ernesto “Che” Guevara, negli anni ’60 del secolo scorso. Non abbiamo udito con i nostri orecchi un pezzo grosso della chiesa bergogliana, monsignor Sorondo, affermare che la società cinese è quella che più di tutte si avvicina alla realizzazione della dottrina sociale della Chiesa? Del resto, dirà qualcuno, tutto sta a mettersi d’accordo sul significato delle parole: rivoluzione è un termine generico; ci sono le rivoluzioni cattive, come quella dell’Ottobre 1917 in Russia, e quelle buone, come appunto la rivoluzione portata dal cristianesimo nella società romana antica. E infatti  Alessandro Manzoni, cattolico liberale – vale a dire che non aveva ben deciso se essere cattolico o liberale, perché le due cose insieme evidentemente è impossibile conciliarle) non ha forse scritto un Saggio compartivo della rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, per sostenere che la prima era cattiva perché estremista e anticristiana, la seconda invece era buona perché moderata e liberale? Aveva la vista corta: e sì che le leggi antiecclesiastiche varate in Piemonte, e subito estese al resto d’Italia, avrebbero dovuto chiarirgli le idee.

Ahinoi, sono solo dei sofismi: la rivoluzione è la rivoluzione e la sua idea centrale è non tanto il rifiuto radicale dell’ordine costituito (il che, quando quest’ultimo è aberrante, la renderebbe automaticamente legittima), quanto la pretesa di rifare un ordine nuovo e “perfetto” che non viene da Dio, come nel caso di quello che si vuole abbattere, ma dall’uomo stesso, il quale da sé solo decide d’instaurare una società radicalmente umana, nel senso di radicalmente immanente, laicista, razionalista e antitradizionale. Questo è la rivoluzione, e non altro: la ribellione contro l’autorità diventa, perciò, un’espressione simbolica della più vasta e profonda rivolta contro Dio e contro l’ordine da lui stabilito, che coincide in larga misura con quello indicato dalla ragione naturale, indipendentemente dalla forma di governo. Certo, la monarchia assoluta è, o meglio era, quella che più di tutte interpretava simbolicamente il potere che viene dall’alto; e l’ultima vera monarchia assoluta rimasta dopo due secoli di tempeste rivoluzionarie era proprio la Chiesa cattolica, con il papa al vertice della gerarchia, in quanto vicario di Cristo. Ma poi è venuto il Vaticano II, si sono affermate le teorie conciliariste e sinodali e la prassi assembleare: tutti gli atti del Concilio mostrano questa volontà rivoluzionaria, a cominciare dal rifiuto, da parte della fazione rivoluzionaria (riduttivamente  chiamata progressista) di adottare gli schemi preparatori già predisposti dalla Curia romana, rifiuto che si può paragonare al rifiuto di riunirsi e di votare separatamente, per ordine, da parte del Terzo Stato, nell’assemblea degli Stati Generali francese del 1789. Che cosa c’è, infatti, al fondo di ogni spinta rivoluzionaria? La pretesa dell’uguaglianza assoluta fra gi uomini; il che va sia contro la ragione naturale, sia contro la divina Rivelazione. Checché ne dicano i rivoluzionari, gli uomini non sono tutti uguali; non hanno tutti la stessa intelligenza, la stessa capacità, la stessa laboriosità, la stessa onestà, ecc: la pretesa che uno vale uno, pertanto, è quanto di più contrario si possa immaginare alla razionale accettazione della realtà, oltre ad andare contro ogni principio d’ordine bene inteso. Che succede se un imbecille viene posto a capo di un governo, se un incompetente viene messo al ministero della sanità nel bel mezzo di un’emergenza, se un disonesto viene fatto ministro degli esteri nel pieno di un conflitto internazionale? Succede quel che sta succedendo in questi anni, in questi mesi, in queste settimane alla nostra povera Italia – e, se la cosa ci potesse in qualche modo consolare, anche in altri Paesi, dato che le dinamiche in atto sono le stesse: cioè la sottomissione del mondo al potere malvagio della grande finanza, eufemisticamente chiamato globalizzazionenuovo ordine, nuovo umanesimogreat resetnuove opportunità, e Dio sa con quante altre espressioni ingannevoli, menzognere e truffaldine.

Molto utili e interessanti ci sono parse queste riflessioni, intitolate Se la cultura cattolica si ispira alla rivoluzione, di Riccardo Pedrizzi, pubblicate sulla eccellente rivista delle suore Francescane dell’Immacolata Il settimanale di Padre Pio (n. 39 dell’011/10/20), una delle pochissime che possono ancora dirsi realmente cattoliche in mezzo al diluvio della stampa massonica e modernista  contrabbandata per cattolica:

In questi ultimi tempi su vari organi di informazione, anche di diverso orientamento culturale e politico, è ricorrente la domanda, ancorché retorica, «perché la Chiesa, o almeno una parte di essa, abbia sostenuto fin dall’inizio, e continua a farlo, questo governo?», meravigliandosi che ci siano «interi settori del mondo cattolico benedetti da uomini di fede celebri, autori di libri e articoli sui giornali, che i giallorossi li hanno sostenuti, voluti, incoraggiati» nonostante il continuo attacco ai cosiddetti «Principi non negoziabili»: dalla pillola abortiva a chilometro zero, come l’ha definita Francesco Storace, alla disastrosa e liberticida proposta di legge Zan-Scalfarotto, tanto per citare le ultime “conquiste di libertà”, come le definiscono tutti gli ambienti antinatalisti, libertari e Lgbt.

La verità è che non c’è per niente da meravigliarsi, se solo si conosca appena la storia. Infatti non c’è nulla di nuovo sotto il sole, perché questo atteggiamento di benevolenza per forze cosiddette progressiste viene da molto lontano, da quando una parte consistente di cultura cattolica si è “riallineata”, come definiva il fenomeno il grande storico Jean Dumont, autore di numerose pubblicazioni su questo tema, ai miti, ai valori, alle idee della Rivoluzione francese e dell’Illuminismo. Ovvero quando parte della Chiesa si è “accomodata”, come aveva rilevato Romano Amerio nel suo splendido libro “Iota unum”, al mondo moderno.

È inutile girarci attorno: o si è cristiani o si è rivoluzionari. Il cristiano crede, alla lettera, che Gesù Cristo è il Re dell’Universo; crede, inoltre, che ogni potere terreno è voluto o permesso, da Dio, e che fino a quando è rivolto al bene comune, deve essere considerato legittimo, mentre quando si rivolta contro Dio e perseguita i figli di Dio, diviene automaticamente malvagio e illegittimo. Un potere che chiude le chiese; che permette la loro distruzione e la loro profanazione; che interrompe la santa Messa e minaccia il sacerdote che la sta celebrando; che legalizza l’aborto volontario e lo presenta come un fatto di civiltà; che aggredisce la famiglia naturale e sponsorizza, accanto ad essa, delle famiglie che tali non sono, né secondo la ragione naturale, né secondo la visione cristiana, è evidentemente un potere illegittimo, che in nessun caso può godere dell’appoggio e del sostegno dei cristiani. Pertanto quei sedicenti cattolici che amano pascolare a sinistra, che amano trescare con il comunismo e il post-comunismo, che gongolano quando le forze sataniche e anticristiche vanno al potere negli Stati Uniti e si strappano i capelli per la rabbia e la disperazione quando ciò non accade, ebbene quei sedicenti cattolici non hanno nulla di cattolico e nulla di cristiano, sono degli impostori, dei travestiti, più o meno in malafede, ma comunque privi di qualsiasi credibilità perché sprovvisti qualsiasi serietà e coerenza rispetto al Vangelo di Gesù Cristo. Il rivoluzionario, al contrario, è un individuo il quale ritiene che la storia sia interamente nelle mani dell’uomo; che a lui spetti costruire il paradiso in terra, o almeno qualcosa che gli assomigli (l’utopia al potere è il suo eterno e contraddittorio slogan); e che per realizzare il regno dell’uomo sia necessario passare attraverso la rottura totale con l’ordine preesistente, di solito nella forma simbolica del parricidio: Carlo I in Inghilterra, Luigi XVI in Francia, Massimiliano in Messico, Nicola II in Russia. Decapitando o fucilando il sovrano, il “popolo” consuma l’uccisione della figura detestata del Padre: uccide il re per indicare che vorrebbe uccidere Dio. Dio, infatti, se esiste, se ha creato il mondo, è al di sopra dell’uomo, ma per il rivoluzionario niente è al di sopra dell’uomo, e soprattutto niente deve essere al di là del controllo della rivoluzione. Nella Francia giacobina un poeta, Fabre d’Eglantine, volle addirittura ribattezzare i mesi dell’anno (c’è sempre un poeta dove c’è una rivoluzione: Aleksandr Blok arriva a paragonare i bolscevichi ai dodici Apostoli di Cristo), ovviamente dopo che erano stati decostruiti e ricostruiti secondo una nuova scansione; e quello stesso governo volle togliere la settimana per poter togliere la domenica, oltre che per far lavorare la gente nove giorni filati anziché sei. Rifare il calendario per rifare il tempo; rifare la ricorrenza dei santi e sostituirla coi martiri della rivoluzione per rifare la storia; rifare il sistema di pesi e misure per rifare gli strumenti del lavoro e dell’economia; rifare la scuola per rifare i cervelli; e scatenare la guerra, all’intero e all’esterno, affinché nulla del mondo di prima possa sopravvivere. Questo è l’ideale rivoluzionario, ed è chiaro che non ha niente a che vedere col Vangelo di Gesù Cristo.

Ma c’è ancora una cosa da dire. La rivoluzione per antonomasia è quella politica, e la rivoluzione politica per antonomasia è quella francese. I suoi principi fondamentali sono la fraternità, la libertà e l’uguaglianza, sempre intese in senso massonico e anticristiano: e infatti tutte le rivoluzioni moderne (la rivoluzione in sé è un concetto moderno) sono partite dall’attacco frontale contro la Chiesa e il cristianesimo. I cattolici cosiddetti progressisti, che sono sempre pronti a inginocchiarsi se in un atro continente viene ucciso un delinquente di colore, ma non fanno una piega se altrove, o anche nella nostra Europa, vengono uccisi i cristiani per odio alla loro fede, hanno la testa piena delle chiacchiere filo-marxiste di uomini come Pedro Arrupe e Leonardo Boff, padre Turoldo o  Ernesto Cardenal (altri poeti grandi amici della rivoluzione, stavolta con il saio e la stola!), ma sono del tutto fuori dai binari del vero cristianesimo. Anche i simpatizzanti di Lutero e di Calvino sono del tutto fuori, perché Lutero e Calvino sono stati due rivoluzionari in piena regola, altro che riforma protestante, e infatti il loro primo oggetto di odio era la Chiesa cattolica; il secondo, che sarebbe venuto come un frutto maturo dopo tre o quattro secoli, il Dio cristiano in quanto tale, con la sua ingombrante presenza e il suo soffocante amore. Lutero, infatti, è il primo dei moderni: chi non l’ha capito, non ha compreso dove e come inizia la modernità. Perciò alla domanda: il cristianesimo è rivoluzionario?, la riposta non può essere che una: certo che no. La sua rivoluzione è quella interiore; ma allora, per favore, non chiamatela rivoluzione, chiamatela piuttosto conversione.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 23 Novembre 2020

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