venerdì, 18 Giugno 2021
HomeCONTROINFORMAZIONEI - La guerra dei sessi

I – La guerra dei sessi

 I – Femminismo e violenza di genere: la guerra dei sessi. L’ideologia femminista come la teoria del genere e l’omosessualismo, trova il suo limite nella scomparsa biologica della civiltà europea, biodiversità perduta tra le tante di Roberto Pecchioli

FEMMINISMO E VIOLENZA DI GENERE. LA GUERRA DEI SESSI

I^ parte 

Il 25 novembre scorso è stata celebrata nel mondo occidentale la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, in alcuni paesi ufficialmente denominata “violenza di genere”. E’ diventato manifesto che l’ideologia femminista è dominante, controlla la storia e la narrazione ufficiale alla quale pochissimi osano opporsi. Il suo modo di chiamare le cose è stato imposto e ciò non è affatto banale e insignificante: rappresenta un uso perverso del linguaggio che porta a cambiare il nostro modo di essere e di pensare e la percezione del fenomeno. Esiste uno scarto, una differenza di valore tra l’affermazione dell’esistenza di violenza contro le donne come violenza di genere e la più appropriata espressione “violenza domestica” o intrafamiliare.

Quando parliamo di violenza di genere, affermiamo che il colpevole non è un uomo con nome, cognome e una storia personale, ma è l’intero sesso maschile ad uccidere, violentare, maltrattare le donne per il semplice fatto biologico di appartenere al sesso femminile. Si diffonde un’espressione equivoca e ideologicamente orientata come femminicidio che oscura la realtà, torcendola per precisi fini di ristrutturazione antropologica dei rapporti tra i sessi, in chiave divisiva e di criminalizzazione dell’universo maschile e distruzione (di quel che resta dei) valori virili.

Il femminismo radicale ha lanciato una nuova assurda parola d’ordine: “ci vogliono morte”La carica ideologica di questa affermazione è insieme brutale, malevola e divisiva: l’uomo nasce predeterminato alla violenza contro le donne dalla sua stessa biologia e la esercita sostenuto dall’eteropatriarcato strutturale che domina la società. Può essere riscattato dal suo istinto omicida solo attraverso l’ingegneria sociale proposta dal femminismo liberatorio. “Lui” è intrinsecamente cattivo, “lei” intrinsecamente buona. La guerra dei sessi è un dato di fatto, in queste condizioni, con tutte le devastanti conseguenze di un conflitto irresponsabile. Purtroppo abbiamo raggiunto un grado di degenerazione culturale, politica e istituzionale che denunciare qualcosa di tanto ovvio è impossibile, passibile di denuncia per il reato di maschilismo, un vero e proprio psico reato, presto un delitto di odio.

Indicare la violenza domestica o intrafamiliare come violenza di genere non è banale: ha un fine che obbedisce a ragioni ideologiche e metaculturali di lungo periodo e intanto giustifica la nascita di nuovi centri di potere, ramificazioni burocratiche dotate di denaro e potere nell’ottica di un completo cambio di paradigma nel rapporto tra i sessi, uno dei quali deve essere mortificato, piegato, rieducato perché cattivo, violento, assassino. La perversione del dibattito raggiunge tali estremi che sollevare dubbi, manifestare perplessità espone al nuovo insulto omnibus: si diventa negazionisti, i dannati della postmodernità. Ma negazionisti di che cosaÈ impossibile negare che molte donne muoiono per mano di molestatori; come è impossibile negare, anche se è deliberatamente taciuto, che alcune donne uccidono i loro figli e i loro mariti. 

Negazionismo è la nuova etichetta jolly applicata a tutto ciò che non coincide con la verità ufficiale ed esclude dalla civiltà, non solo dal dibattito, chi non è d’accordo, o semplicemente cerca di osservare obiettivamente le questioni rilevanti; la violenza in ogni sua forma lo è. Nel frattempo, l’inefficacia delle leggi contro la violenza domestica è conclamata. E’ sempre più chiaro che si mira a violare il principio di uguaglianza di fronte alla legge allorché si punisce in modo diverso uno stesso comportamento delittuoso a seconda del sesso di chi lo ha commesso ed anche a cancellare la presunzione di innocenza, ritorta nel suo contrario per false ragioni biologiche. Il falso postulato è che l’uomo è naturalmente violento, in particolare contro le donne che lo circondano e che ama (??). Incredibile capovolgimento, una capriola impressionante al tempo in cui si nega valore ai dati di natura, a favore di supposte imposizioni culturali che diventano invarianze comportamentali.

Si diffondono legislazioni sbilanciate che, oltre a non risolvere il problema della violenza, incoraggiano false accuse, mezzi di vendetta, armi improprie per ottenere una posizione vantaggiosa nelle cause di separazione divorzio e nel delicatissimo problema della custodia dei figli. Non tutti gli uomini sono assassini e molestatori, né tutte le donne sono esseri luminosi; le leggi non riescono a proteggere i bambini e trascurano gli atti di violenza tra coppie dello stesso sesso, in attesa di manipolazioni statistiche che affermino l’assenza di violenza nelle relazioni omosessuali.  Il giudizio sulla giornata contro la violenza sulle donne obbliga a intervenire sul tema complessivo dei rapporti sui sessi e della femminilizzazione della società.

Il punto dolente, nel dibattito a tesi precostituita, è stata l’assenza di reazione, di una visione diversa, anche da parte di forze politiche e culturali lontane dal femminismo ideologico. Occorre opporsi vigorosamente al concetto di “violenza di genere”, il cui nucleo centrale è che le donne sono oggetto di violenza, molestie e assassinio da parte degli uomini- in particolare mariti, fidanzati e compagni, presenti e passati – per il solo fatto biologico dell’appartenenza al sesso femminile, odiato “strutturalmente” dall’esemplare maschio della sfortunata specie umana. Accettare questa tesi nasconde una grave insidia antropologica, la nascita di un apartheid tra i sessi dalle conseguenze catastrofiche, il cui esito finale sarebbe un folle omosessualismo “difensivo” che segnerebbe la fine della specie umana per estinzione. Sotto il profilo culturale, significa finire preda dell’idea, proposta da Carole Pateman1, secondo la quale la violenza è un elemento costitutivo dell’identità maschile, il motore immobile della società eteropatriarcale, organizzata cioè “a misura di maschio”.

Il pensiero di Carole Pateman si focalizza sulla critica della teoria contrattualista. Dirige l’attenzione sul fatto che i teorici del contratto sociale sostengono che le loro concezioni politiche conferiscano uguaglianza e libertà a tutti gli individui, attraverso l’eliminazione delle precedenti giustificazioni del potere, la volontà divina o una gerarchia “naturale” che prevede il predominio del più forte o più potente. Al contrario, per la studiosa britannica la teoria contrattualista fonda la soggezione di alcuni gruppi umani su basi diverse rispetto al passato assicurandone la sottomissione nel passaggio dall’epoca premoderna a quella moderna. Le vittime sono innanzitutto le donne, ammesse nella società del contratto su basi molto ambigue poiché considerate di fatto prive delle caratteristiche necessarie per la stipulazione di contratti, poi i lavoratori e in generale le classi più disagiate della società. Il suo testo più conosciuto, Il contratto sessuale, fu pubblicato in Italia da Editori Riuniti, la casa editrice del vecchio PCI.

Il contratto sessuale è ciò che istituisce le società moderne ovvero matrimonio come contratto, e con esso il prevalere del diritto politico degli uomini sulle donne. La china delle teorie della Pateman oltrepassa inevitabilmente la materia delle relazioni tra i sessi, finendo per gettare vera e propria dinamite sul principio di libertà individuale, posto che il comportamento maschile sarebbe non condizionato, ma determinato dalla violenza “strutturale”, espediente semantico per non dire violenza biologicamente determinata, stante il divieto di attribuire valore ai dati di natura.

Carole Pateman sostiene che la democrazia è la riorganizzazione del patriarcato nella modernità. Ciò significa che, sebbene l’uguaglianza di diritti sia proclamata nella sfera pubblica, è inesistente nell’ambito privato. Questa tesi è la trasposizione nella sfera sessuale dell’idea di Herbert Marcuse di “tolleranza repressiva”, in base alla quale gli individui- e in special modo le donne – sono sottomessi a strutture sociali di potere che le escludono. Ci piacerebbe sapere se i politici di orientamento sedicente conservatore, che non fiatano sull’argomento per timore di conseguenze elettorali, hanno compreso che le pretese del femminismo ultimo hanno come obiettivo finale il ribaltamento dell’assetto generale della comunità umana. La lotta contro la violenza subita dalle donne non può trasformarsi in una post moderna caccia alle streghe – in questo caso di sesso maschile- che punisce in funzione dell’identità sessuale e non secondo fatti e circostanze, in cui entrano in gioco aggravanti e attenuanti che il diritto prevede da sempre.

Fin qui le considerazioni sul tema specifico della violenza contro le donne, che condanniamo senza riserve e per la quale esigiamo severe punizioni, ma che non possiamo chiamare “violenza di genere”. Più in generale, affrontare il tema della relazione uomo-donna da un punto di vista non femminista è oggi estremamente difficile, oltreché impopolare e pericoloso. Tuttavia, non intendiamo sottometterci alla premessa obbligata in questi casi, che respinge con sdegno ogni ipotesi di “maschilismo “e impone di affermare la più totale adesione alla causa femminista. Excusatio non petitaaccusatio manifesta. Scusa non richiesta, accusa (e coda di paglia) manifesta.

Come la stragrande maggioranza degli uomini, chi scrive non è un violentatore seriale o un assassino potenziale di donne; ha amato in vita sua con tutto il cuore soprattutto esseri umani di sesso femminile senza torcere loro un capello né esercitare forme di violenza, materiale o psicologica, dunque non si scuserà di colpe non commesse, di essere nato uomo e di manifestare orgoglio per le specifiche virtù virili. Tuttavia, è almeno necessario separare l’opposizione al femminismo delle ultime ondate, anti maschile, rancoroso, agonale e strutturalmente violento, alla ricerca di vendette, deciso a costruire una nuova antropologia non paritaria, tesa verso una inaccettabile supremazia, e il rispetto, l’ammirazione, l’attrazione non solo istintuale, ma spirituale per l’universo femminile. Allo stesso modo, nulla eccepiamo alle tesi del primo femminismo, orientato alla parità.

No, compagne di vita, figlie, madri, sorelle, amiche, colleghe, non vi vogliamo affatto morte, né abbiamo nel software biologico la violenza “strutturale” di cui le peggiori di voi ci accusano. Il progetto esistenziale è lo stesso dai tempi del Genesi: “maschio e femmina li creò” 2, per vivere insieme e, da alleati, dare colore, varietà al mondo e riprodurre, culturalmente e biologicamente, le nostre comunità umane. Padri e madri, figli e figlie, diversi e complementari: infine, semplicemente persone umane di sessi diversi. 

Al fine di fornire una sia pur parziale visione alternativa, riproduciamo di seguito il capitolo dedicato all’ultimo, folle, rancoroso, femminismo in un nostro libro ancora inedito, che, virus permettendo, uscirà nel 2021, “Volontà d’impotenza. La grande cancellazione “, rinviando a un intervento successivo un’analisi antropologica complessiva sul femminismo occidentale e la relazione storico antropologica tra i sessi. 

LA GUERRA DEI SESSI

Il carattere femminile e l’idea di femminilità su cui si modella sono prodotti della società maschile (Theodor W. Adorno)

Il neofemminismo

In una scuola d’infanzia di Barcellona, le maestre hanno vietato la fiaba di Cappuccetto Rosso perché “sessista” e trasformato la leggenda di San Giorgio in quella di Santa Giorgina. Il femminismo ultimo è uno degli elementi più significativi della volontà d’impotenza occidentale per aver trasformato le sue rivendicazioni in una rancorosa guerra dei sessi, da cui tutti, uomini e donne, escono sconfitti. E’ il neo femminismo della quarta e quinta ondata. Supportato da tutti i cascami del post marxismo intellettuale alleato con il libertarismo, il femminismo di ultima generazione promuove un’antropologia fondata su un’anticaglia, la lotta di classe. Ha sostituito la lotta sociale con la guerra tra i sessi. E’ una deriva pericolosissima con due convitati di pietra, l’omosessualismo e la teoria di genere (gender), all’ombra del potere neo liberista, a cui non par vero di realizzare i suoi obiettivi distogliendo uomini e donne dalla lotta contro le ingiustizie della società di mercato.

Nessuno si oppone frontalmente al nuovo, pernicioso femminismo. Timidezza, paura delle reazioni di chi è padrone del linguaggio corrente, disinteresse da parte dei tanti concentrati sugli affari. Il risultato è la prevalenza per assenza di contraddittorio. Percorriamo questa stazione della Via Crucis per riconoscere l’antropologia negativa della guerra dei sessi.

La storia del femminismo è caratterizzata da varie ondate. La prima ha rivendicato l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, ed ha conseguito pienamente i suoi obiettivi. La seconda ondata, nata negli Usa e terminata con gli anni 80 del XX secolo, era imperniata sull’indagine dell’oppressione maschile. Le fasi successive si sono fondate su concetti come l’emancipazione radicale, i diritti del corpo, l’abortismo, sino alla quarta ondata, caratterizzata dall’idea di intersezionalità, l’’interconnessione di tutti i sistemi di oppressione.

La fase presente è quella del “genere” (gender), il rifiuto del fatto biologico dell’esistenza di due sessi fisiologicamente, psicologicamente e funzionalmente distinti (Judit Butler 3). Su questo versante si gioca una partita decisiva, in cui il femminismo è alleato con l’omosessualismo e il transessualismo. Tali curvature ideologiche sono alla base delle ultime parole d’ordine, il “sessismo”, ovvero l’intenzione antifemminile di atti, parole, comportamenti maschili, la richiesta imperativa di leggi che puniscano la cosiddetta violenza di genere, la nascita di movimenti come #Metoo, in cui il sacrosanto rigetto per l’abuso sessuale si trasforma in odio per l’universo maschile e imposizione di una narrazione falsa, quella dell’uomo naturalmente incline all’abuso violento.

Elementi di enorme rilievo del femminismo dell’ultimo ventennio sono la vicinanza con l’attivismo omosessuale e il rifiuto della maternità. Molte teoriche sono lesbiche: Andrea Dworkin è capofila del femminismo radicale omosessuale. La tesi è che tutte le femministe possono e dovrebbero essere lesbiche. Le prime avvisaglie risalgono al 1949, ad alcune asserzioni di Simone de Beauvoir 4, l’autrice del Secondo Sesso, musa, compagna e complice di discutibili comportamenti privati del marxista nichilista Jean Paul Sartre. Significativo è il percorso esistenziale della psicologa Adrienne Rich, icona femminista a cavallo tra XX e XXI secolo, nota per l’affermazione che l’eterosessualità è stata imposta alle donne con la forza, sposata, divorziata e legata poi sentimentalmente a un’attivista donna.   

Ciò che appare all’osservatore esterno come esito delle elaborazioni dei laboratori intellettuali americani e dei collettivi d’occidente, è una società spappolata nel desiderio senza freni, nei diritti privi di doveri, sino al diritto legale di prescindere dalla natura: l’odium fati, emblema dell’intera postmodernità contrapposto all’antico amor fati. E’ la punta di un iceberg, la sovrastruttura di un cambio di paradigma esistenziale. La battaglia culturale si concentra sulla guerra dei sessi, la banalizzazione dell’aborto, la tesi che il sesso, ridefinito genere, sia un costrutto culturale, la definizione dell’uomo come violentatore naturale, l’odio verso la maternità, la rivendicazione di leggi che contraddicono il principio dell’uguaglianza davanti alla legge. Judit Butler è la più coerente sostenitrice del sesso/genere come prodotto sociale. “Il genere è un insieme di atti ripetuti”, un’attitudine imposta dalla società “eteropatriarcale”, fondata sul primato dei padri eterosessuali.

La crisi, il declino e l’attuale svuotamento della famiglia ha molto a che fare con il femminismo. Scrive Marcello Veneziani: “abbiamo pagato l’emancipazione femminile con la decadenza della famiglia. (…) Ciascuno valuti se il baratto è stato vantaggioso o meno, e si ponga il dubbio se una diversa soluzione – per esempio rigettare la supremazia maschile senza abbattere le differenze – avrebbe potuto comportare una più equa compensazione”. Fondamentale fu l’importanza della contraccezione. Unanime è il giudizio di tutte le correnti femministe: la “pillola” è stata un mezzo di equità e liberazione, il controllo delle nascite il primo passo verso la libertà. Un’affermazione femminista ha un potente contenuto veritativo: tutte le politiche sono politiche riproduttive. Il primo obiettivo di ogni società è infatti la sua riproduzione, la trasmissione dei suoi valori e dei suoi costrutti attraverso vari mezzi, il più importante dei quali è la nascita di nuovi membri.

L’atto rivoluzionario è stato separare per via farmacologica il sesso dalla procreazione: contraccezione più la portata esplosiva dell’aborto come diritto. Far accettare che il feto sia solo un grumo di cellule di proprietà della donna, detentrice del diritto esclusivo di disporne in autonomia e di liberarsene senza limiti o sensi di colpa, come atto supremo di liberazione, è stata dinamite inserita nel corpo sociale. Oggi siamo al passo successivo, la separazione tecnologica (utero in affitto, tecniche riproduttive, utero artificiale) della procreazione dal sesso.

Riappare una parola chiave: liberazione. E’ una costante di tutto il pensiero moderno. Il femminismo si è trasformato da movimento di rivendicazione della parità di diritti e opportunità, quindi di libertà, in elemento di dissoluzione. Liberarsi di qualcosa implica una sottrazione, una cancellazione cui succede una sostituzione di principi. Alla triade del passato, Dio, Patria, famiglia, succedettero Libertà, Uguaglianza e Fraternità, ma il risultato odierno è la fine della fraternità in nome del soggettivismo e dell’estinzione del legame comunitario; la svalutazione della libertà a liberazione; la riduzione dell’uguaglianza a equivalenza tra differenze, ciascuna enfatizzata a detrimento della dimensione comunitaria.

La differenza femminile è rivendicata in forma agonale, rancorosa, senza riguardo per la biologia e la fisiologia. Non è più vera la cosmogonia del Genesi, maschio e femmina li creò, ma la distinzione binaria è frutto di un sistema normativo che sancisce l’esistenza di due generi distinti e opposti. Due affermazioni spaventano, una per la sua infondatezza, ovvero che la distinzione non faccia parte della natura, e l’altra per la sua violenza: i generi sono opposti. Preoccupa per il carico di avversione che diffonde la frase di una leader femminista: le donne hanno un’idea molto vaga di quanto gli uomini le odino. Uomini e donne sanno che non è vero, ma deprime l’inversione come elemento del pensiero e della prassi progressista: l’odio che provano loro è attribuito al nemico di cui hanno bisogno.

La carica di disgregazione sociale di convinzioni siffatte è tremenda, giacché trasferisce le differenze di visione politica e civile dal campo del dibattito a quello di un moralismo feroce. Non c’è un avversario, ma il Male, il nemico da estirpare; si torna allo scontro elementare amico/nemico, trasferito in un’assurda guerra dei sessi. Se uomini e donne sono nemici, devono vivere separati – è tremendo l’apartheid di certo femminismo ultimo – poiché i maschi sono istintivamente violenti contro le femmine. E’ una contraddizione: se è una costruzione sociale il genere femminile, lo è anche quello maschile, dunque è insensato attribuirgli comportamenti psicologici biologicamente definiti.

Si diffondono legislazioni che trattano diversamente la violenza se commessa da uomini o donne, in spregio dell’uguaglianza dinanzi alla legge, conquista capitale del pensiero europeo, alla quale il primo femminismo aveva inteso attribuire concretezza. Donne non si nasce, si diventa, insistono le neofemministe. Un’altra idea femminista ribalta una falsa credenza diffusa da Sigmund Freud, l’invidia del pene che tormenterebbe l’inconscio femminile. Non si sentiva il bisogno di teorizzare “l’invida dell’utero” di cui sarebbero vittime gli uomini, a meno di non considerarla, come è, la meraviglia ammirata per il mistero della fecondità, il sentimento vivo del rispetto per la condizione di madre.

Più serio è l’argomento che metà della popolazione lavora per quasi nulla. Questa affermazione è vera, ma si sostiene entro una cornice da combattere, la riduzione di tutto a fatto economico misurabile in unità di conto. Il ruolo essenziale di madre, di educatrice, la direzione delle questioni familiari non sono economicamente riconosciuti, non godono il prestigio sociale che meritano. Appaiono residuali e ridicole. Le femministe dimenticano che l’irruzione della donna nelle professioni, arti e mestieri fu una scelta di sfruttamento – il primo “esercito di riserva”5 del capitalismo – non di emancipazione.

Il neofemminismo odia gli uomini per il fatto di essere tali, imitandone i tratti peggiori, individualismo, corsa al successo, cinismo. Ma il vero odio è nei confronti della donna in quanto madre, garante della famiglia, della continuità e della trasmissione dei valori, maledizioni imposte dal maschio, ostacoli all’emancipazione individuale. L’ideologia neofemminista converge con l’obiettivo omosessualista, l’esaltazione della relazione sterile mono genere. Le battaglie sono condotte in comune, a partire dall’attacco al diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e vivere serenamente le rispettive identità sessuali in formazione. L’aborto, al di là del giudizio di merito, scatena un doppio sentimento negativo negli uomini: li umilia, giacché non hanno diritto di parola sull’espulsione di un essere il cui patrimonio genetico è per metà il loro; ne alimenta l’irresponsabilità, lasciando la donna sola con le proprie scelte.

Il nuovo femminismo usurpa la rappresentanza, gli interessi e la volontà della donna, esattamente come i marxisti si arrogavano l’esclusiva sul proletariato e i liberali delle libertà. Con le due grandi ideologie materialiste condivide la riduzione della relazione uomo donna alla dimensione economica. Per alcune femministe il matrimonio è prostituzione legalizzata, escludendo l’amore, la condivisione e l’impegno reciproco.

Si tratta di un pensiero isterico per la sua contraddittorietà: nega con tutte le forze le differenze sessuali dalle quali è ossessionato. Un intellettuale spagnolo, Pio Moa, nel 1989 pubblicò un saggio intitolato La società omosessuale, in cui sosteneva la tesi, allora ardita, che il fondo del femminismo è l’abolizione delle differenze naturali, fisiche e psichiche, trattate come un fatto culturale manipolabile estraneo alla biologia. Moa definì il neofemminismo “ideologia omosessista”, separatrice, tesa a utilizzare la democrazia contro la democrazia, la sua rivendicazione di libertà contro la libertà altrui, chiedendo a gran voce e poi imponendo un’agenda culturale e legislativa totalitaria.

Nessuna controffensiva potrà raddrizzare il piano inclinato, se non si ripartirà da due verità per cambiarne la direzione: le donne che vivono la condizioni di madri, mogli, impegnate nella cura familiare non sono riconosciute economicamente e socialmente. Ogni politica è “riproduttiva”, ma ciò non attiene alla sfera sessuale o ai rapporti di forza tra sessi, bensì alla sopravvivenza di qualunque società. Senza trasmissione biologica, avvizzita da un greve materialismo, isterilita dal rigetto del passato e disinteressata a qualunque futuro diverso da quello soggettivo, la civilizzazione muore.

L’ideologia femminista, come la teoria del genere e l’omosessualismo, trova il suo limite nella scomparsa biologica della civiltà europea, una biodiversità perduta tra le tante. A chi consegneranno le loro idee, la loro sterile visione del mondo, se l’orizzonte è abortismo, soggettivismo, guerra dei sessi? E’ la morte per eutanasia attiva, donne e uomini, omo ed etero uniti nel medesimo destino: un pallido ricordo, oggetto di stupore per chi verrà al nostro posto. Avevano tutto, perché si sono estinti? 

( 1. Continua) 

NOTE

1.Carole Pateman (1940-) Filosofa, femminista e teorica della politica inglese, di orientamento post strutturalista. Il contratto sessuale, 1997.

2. La Sacra Bibbia, Genesi 1, 26-27.

3. Judit Butler (1956- ) Filosofa e attivista americana femminista post-struttralista. La più coerente sostenitrice delle teorie gender.

4. Simone de Beauvoir (1908-1986). Scrittrice e saggista francese, allieva e compagna di vita di J.P. Sartre.

5 Esercito di riserva è un’espressione utilizzata da Karl Marx nel Capitale per designare l’interesse capitalista a inserire le donne nel lavoro in fabbrica.

Del 29 Novembre 2020

Most Popular

Recent Comments