martedì, 22 Giugno 2021
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Cosa si cela nei loro cuori tenebrosi?

Cosa si cela nei loro cuori tenebrosi: invidia? Da Rousseau a Hegel, fino alle “Teorie gender”: odiano la famiglia naturale perché vorrebbero costruirne una anche loro. Come le ideologie moderne rifiutano il principio di realtà di Francesco Lamendola  

Il cuore umano è fragile: è turbato dagli istinti, sconvolto dalle passioni. Solo un imbecille come Rousseau poteva pensare che sia essenzialmente buono, e che basti far crescere un bambino lontano dalla società, perché sviluppi tutte le doti possibili, senza alcuna macchia. Eppure Rousseau ha fatto scuola, e tutta la cosiddetta educazione moderna ruota attorno alle sue false e pazze teorie: le teorie di un uomo che scriveva trattati di pedagogia e intanto metteva i suoi figli all’orfanotrofio, per evitare a sé e alla loro madre la seccatura di crescerli. Noi non ci meravigliamo del male che si trova già nel cuore del fanciullo, e del fatto che non tutti gli istinti sono buoni, tutt’altro; il cristianesimo lo ha sempre saputo e sempre insegnato: è il mysterium iniquitatis, tragica conseguenza della Caduta originaria: quella di Adamo e quella di Lucifero. Per lo stesso motivo non ci meravigliamo se gli uomini, sovente, oltre a fare il male, si gloriano di farlo: la ragione non riesce a comprendere e a spiegare sino in fondo una cosa del genere, un orrore tanto abissale; però l’esperienza ce ne offre continui esempi, per cui non resta che arrenderci al principio di realtà.

L’illuminismo, come tutte le moderne ideologie di salvezza, rifiuta il principio di realtà, non vuol credere né accettare quel che vede, quel che ode, perché si ritiene depositario di una realtà più alta, di una verità più vera, e in nome dei suoi strampalati filosofemi volge le spalle alla vita vera, e condanna gli uomini a percorrere vie perverse, che recheranno ulteriore confusione e ulteriore sofferenza. Liberalismo, socialismo, comunismo, anarchismo, nazismo, sono tutti figli, legittimi o illegittimi, dell’illuminismo, aggravato e reso ancor più folle dall’idealismo hegeliano, che inverte la giusta relazione fra il pensiero e l’essere e fa dell’essere una manifestazione del pensiero – come se potesse esistere qualcosa anteriormente all’essere. Tratto comune a tutte queste ideologie: negare il principio di realtà in nome di una verità “superiore”, che solamente i suoi sacerdoti conoscono; recare agli uomini i benefici di questa verità superiore, con le buone o con le cattive, partendo dal presupposto che l’uomo è naturalmente buono, mentre la società è cattiva. Tipico esempio, il marxismo, secondo il quale basterà abbattere lo sfruttamento di classe e strappare le unghie all’avida borghesia, perché gli uomini non abbiano più bisogno di guide, di norme, di tribunali e polizia, dato che ogni controversia non avrà più ragion d’essere, e se anche si verificasse, gli uomini si metterebbero d’accordo facilmente.

Prendiamo il caso del cosiddetto orgoglio omosessuale, con tanto di sfilate dei Gay Pride nel centro delle città, e prendiamo anche il disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia, la bifobia ecc., in procinto di essere approvato dal Parlamento, che parte dal medesimo presupposto ideologico: non solo “gay è bello”, ma è proibito a chiunque dire il contrario; è proibito manifestare contrarietà al cosiddetto matrimonio omosessuale o alle adozioni omosessuali; è proibito esprimere disgusto davanti alle raccapriccianti esibizioni che i militanti LGBT inscenano in occasione dei Gay Pride, costringendo la popolazione ad assistere allo spettacolo di uomini villosi con le calze a rete, vistosissime parrucche e chili di rossetto, che si abbrancano e si baciano sulle labbra e godono, palesemente, a calpestare il comune senso del pudore e anche semplicemente il comune senso estetico delle persone normali (eccola qui la parolaccia imperdonabile, “normali”: è proprio questa la normalità che la legge in questione vuol colpire al cuore, altro che tutela di una minoranza discriminata). Queste persone, dunque, non solo vogliono costringere l’intera società ad assistere alle loro esibizioni  e alle loro ostentazioni di pessimo gusto; non solo vogliono costringere tutti quanti a dire che sono bellissime, onde evitare di attirarsi una denuncia per omofobia; vogliono anche far passare la loro idea di “famiglia” e la perfetta liceità morale della fecondazione eterologa e della pratica dell’utero in affitto, contrabbandata dietro tortuose espressioni come paternità o maternità surrogata. Vogliono imporre multe, sanzioni amministrative e galera per chi osi affermare che la vera famiglia è formata da un uomo e una donna, con ritiro della patente e del passaporto e con l’obbligo di prestare servizio presso qualche associazione LBT a scopo di rieducazione e riabilitazione sociale. Vogliono anche revocare l’esercizio della patria potestà e sottrarre i figli a chi si renda colpevole del reato di omofobia, magari affidando i suoi bambini a qualche casa famiglia o a qualche coppia arcobaleno, secondo il ben noto schema di Bibbiano e coi premurosi uffici di qualche assistente sociale o consulente psicologico tipo Claudio Foti & gentile consorte. Sorge perciò la domanda: che cosa si cela nel cuore di queste persone, quelle che propongono una simile legge in Parlamento, quelle che sfilano in quel certo modo nei Gay Pride, quelle che si scagliano con quotidiana, satanica violenza contro la famiglia naturale, accusandola di tutti i peggiori obbrobri, fino a inventarsi violenze domestiche inesistenti, pur di sporcarla, infangarla, delegittimarla e sottrarre i figli a quegli sventurati genitori, colpevoli, in sostanza, di essere un uomo e una donna, anziché due uomini o due donne?

Invece di partire da una serie di riflessioni teoriche sulla perdita del senso del limite oltreché del pudore, e sul narcisismo rovesciato ovunque imperante, in questo caso preferiamo partire da un caso concreto, un caso da manuale, si può dire, che rivela meglio di qualsiasi discorso generico quel che si agita nel cuore, nella mente, nell’anima di una di tali persone. Ci riferiamo a Daniela Bedogni, uno dei soggetti inquisiti nel corso dell’inchiesta Angeli e demoni, affidataria, insieme alla sua amica Fadia Bassmaji, di una bambina, che le due donne volevano convincere di aver subito violenze sessuali del tutto immaginarie, mentre viveva in casa coi suoi genitori. Le intercettazioni effettuate mentre la Bedogni si trovava, da sola, alla guida della propria automobile, hanno rivelato al g.i.p. emiliano un quadro psichico a dir poco inquietante e tale da indurlo a decretare l’immediato allontanamento della bambina dalle due “mamme” affidatarie, con obbligo, per queste, di tenersi alla distanza di almeno un chilometro. Dalle carte del giudice, infatti, risulta che la donna, profondamente convinta della propria missione salvifica nei confronti della piccola Katia, si esprime con urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d’improvviso a canti liturgici. (…) [Pronuncia] interi colloqui con persone immaginarie, [ha] deliri improvvisi in cui immagina situazioni inesistenti, [si abbandona a] sproloqui d’ogni tipo, sempre intervallati a bestemmie e canti eucaristici. (…) In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci.

Ed è per punire la presunta omofobia di un padre incolpevole che una bambina è stata sottratta alla sua famiglia e affidata a una persona, anzi a due persone, di questo genere, grazie alla rete di omertà e complicità della locale amministrazione gay-friendly, di cui faceva parte Federica Aghinolfi, nel suo doppio ruolo di assistente sociale e di attiva militante LGBT, nonché amica di Claudio Foti, il sedicente psicoterapeuta che non aveva neppure una laurea in psicologia ma che veniva chiamato ovunque per sentenziare se questa o quella famiglia meritavano di vedersi togliere i loro bambini; e già amante – se è lecito usare una parola dal sapore obsoleto – della Basmaji, attuale compagna della Bedogni: come dire che tutto restava sempre in famiglia, compensi pubblici per le “terapie” e contribuiti per il mantenimento dei minori compresi.

Dalle stesse intercettazioni risulta che la Bedogni, sempre da sola alla guida della sua macchina, ripeteva ossessivamente la frase: Io non ho un marito, io ho una moglie; io non ho un marito, io ho una moglie, e avanti così di seguito. Ci sembra che ci sia materiale d’avanzo per fare delle motivate riflessioni e per tirare qualche conclusione sulla domanda che ci siamo posti all’inizio, cosa si cela nelle profondità di queste anime. Né si obietti che un singolo caso non può essere esteso alla generalità dei casi, perché, al contrario, questo singolo caso, per varie ragioni, si presenta come una sintesi perfetta di ciò che avviene nella psiche di simili soggetti; e il fatto che il soggetto in questione non solo ignorasse completamente di essere sottoposto a intercettazione, ma parlasse a quel modo con se stesso, nell’intimità dell’abitacolo della propria automobile, ha un valore altamente probativo, più di cento intercettazioni nelle quali il soggetto sospetta di essere sotto osservazione e perciò potrebbe esercitare una sorveglianza su di sé, perfino quando si trova da solo. Dunque: innanzitutto la Bedogni parlava, parlava incessantemente a voce alta, o meglio urlava: il che è già un tantino strano. A tutti sarà capitato, qualche rara volta e per qualche breve espressione. Tenere dei discorsi prolungati, interminabili, e soprattutto abituali; salire in macchina da soli e cominciare a parlare senza posa, con se stessi, ma a voce alta, è indice di una psiche in sofferenza, di un profondo tormento o almeno di un disagio interiore. Ma non basta. Non è un parlare normale, quello della signora in questione: è un torrente di bestemmie, sempre rivolte contro Dio, e continuamente intercalate, di punto in bianco, con dei canti liturgici. Strano, vero? Molto, molto strano. Qui si comincia a sentire il puzzo dell’inferno. S’intravvede un rapporto di amore-odio con la religione, un conflitto non sopito e non risolto, una rabbia che si sfoga di continuo ma che di continuo viene inframmezzata con canti di chiesa che sembrano, al contrario, un’offerta di pace a Dio, o forse un modo di cancellare le precedenti bestemmie. Per inciso, l’ateo convinto e pacificato non sente alcun bisogno di rivolgere insulti a Dio: è arrivato alla conclusione, più o meno sofferta, che Dio non esiste, pertanto ci ha messo una pietra sopra. Non ci pensa più. Ma se ci pensa così spesso da tornare sempre a inveire contro di Lui, allora vuol dire che la questione non è affatto chiusa; che c’è un conflitto fra il livello cosciente e quello subconscio, l’uno che nega e bestemmia, l’altro che prega e invoca.

Siamo, come minimo, al limite di un quadro di schizofrenia vera e propria: e forse anche oltre quel limite. Qui non c’è più una personalità coerente, e sia pure agitata; qui ci sono due distinte e opposte personalità, in lotta incessante fra loro. Non si capisce chi vincerà: il conflitto si rinnova sempre, e si conclude sempre, per così dire, in parità. E poi c’è un altro fatto ancora: quel parlare con degli interlocutori immaginari, con insistenza, abitualmente; e, soprattutto, quell’imitare le loro voci. Anche questi sono indizi di dissociazione, per non dire di schizofrenia. Il ritornello Io ho una moglie, non un marito, ripetuto anch’esso in maniera compulsiva, sembra avere la funzione di auto-convincimento che va bene così, che è tutto a posto, che è perfettamente sano e normale, per una donna, non avere un marito, bensì una moglie. Ma, di nuovo: se il soggetto in questione fosse davvero convinto e pacificato, se il suo livello profondo avesse raggiunto un equilibrio e un’auto-accettazione, non vi sarebbe bisogno di ripetere quelle parole, quasi a scopo apotropaico: anch’esse sembrano una preghiera, indirizzata all’altro livello di se stessa: Ti prego, lasciami in pace; non mi tormentare con la nostalgia di un uomo. Accetta questo fatto, di avere una moglie e non un marito. Proprio come i canti liturgici si possono interpretare come una richiesta a Dio: Ti prego, lasciami in pace; non ti voglio più nella mia vita; però sii buono con me, non punirmi, vedi che anch’io sono buona e canto come se fossi in chiesa? Fra parentesi: non tutti conoscono i canti liturgici; chi non ha mai praticato il culto cattolico, non li conosce; perciò siamo in presenza di reminiscenze di quando il soggetto partecipava alla santa Messa, forse da bambina. Infine, a dare l’ultimo tocco, l’incessante sproloquiare, cioè il parlare a vanvera, senza capo né coda, e l’incessante inventarsi situazioni immaginarie, che fanno da sfondo a colloqui altrettanto immaginari, con persone immaginarie.

Crediamo ce ne sia più che abbastanza per giungere alla conclusione che quando si vive contro Dio e contro le leggi di natura; quando si fa della propria vita una battaglia contro la verità e contro il bene; quando ci si auto-nomina redentori di bambini sottratti alle loro famiglie, ai quali insegnare le inesistenti crudeltà del proprio genitore, allo scopo di assuefarli al modello della famiglia arcobaleno, c’è poi un pesantissimo prezzo da pagare. A Dio non la si fa, dice il dottor Manson alla fine del romanzo di A. J. Cronin La cittadella, subito dopo avere appreso della morte accidentale della moglie Cristina, con la quale si era appena rappacificato. E neppure ci si fa beffe impunemente della natura, che ha le sue leggi ben precise, anch’esse stabilite da Dio. Lasciare il rapporto naturale dell’uomo con la donna e della donna con l’uomo, per sostituirlo con il rapporto omosessuale, e pretendere di equipararlo alla vera famiglia, fino a esigere dallo Stato la celebrazione di matrimoni omosessuali, il cambio dello stato anagrafico secondo la percezione soggettiva di se stessi, l’adozione di bambini e infine la punizione di chi non è d’accordo con tutte queste cose, ciò ha qualcosa di sinistro, d’infernale. E forse ha un nome: invidia. Nel profondo, queste persone invidiano la normalità, anche se non lo confesserebbero mai. Odiano la famiglia naturale perché vorrebbero costruirne una anche loro. E dall’invidia disperata alla vendetta maligna, il passo è breve…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Luglio 2020

Del 31 Novembre 2020

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