lunedì, 20 Settembre 2021
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La lontananza e l’infinito nella geografia di Tacito

La lontananza e l’infinito nella geografia di Tacito. La concisione ossia la brevitas non è in lui mai d’ostacolo alla dimensione poetica, tanto che lo si potrebbe definire uno storico poeta per la sua ricerca della bella forma di Francesco Lamendola

Il senso della lontananza e dell’infinito sembrano a tutta prima delle categorie estetiche prettamente romantiche: chi non ricorda il senso del vago e dell’indeterminato nella poetica di Leopardi? E il sublime e l’orrido, altre categorie tipicamente romantiche, se non addirittura “scoperte” genuine del romanticismo, non sono forse due casi particolari della lontananza e dell’infinito, contigui al senso del mistero e figli dello sguardo stupito e turbato con cui i romantici guardano al mondo della natura, come se lo vedessero per la prima volta? Eppure, a ben considerare, non è stato il romanticismo a scoprire quelle categorie, poiché esse si trovano già negli autori classici, greci e latini, anche se in posizione defilata e in qualche modo attenuata, non al centro della riflessione poetica ma per così dire ai suoi margini estremi.

Si prenda il caso di Tacito: non il Tacito delle opere maggiori, le Storie e gli Annali, bensì il Tacito “minore”, quello della Germania e, ancor più, della Vita di Agricola: e cosa vi troviamo? Foreste interminabili, fiumi maestosi, brughiere e montagne a perdita d’occhio, che svaporano nella nebbia del Settentrione; e popoli barbari, dipinti e bellicosi, dalla vita più semplice di quella dei romani ma al tempo stesso più misteriosa, in unione primigenia con la natura, inafferrabile come lo è il segreto di quelle sconfinate solitudini. Ecco come come Tacito descrive il corso del Reno e del Danubio, i due fiumi maggiori, che segnano a Ovest e a Sud-Est i confini delle terre abitate dai popoli germanici (Tacito, La Germania. Vita di Agricola. Dialogo degli oratoriGermania 1; traduzione di Gian Domenico Mazzocato, Roma, Newton Compton Editori, 1995, pp. 28-28):

Il Reno nasce da una cima delle Alpi Retiche inaccessibile e dirupata; compie una leggera curva per dirigersi verso occidente e andare a sfociare nell’Oceano settentrionale [il Mare del Nord, nota nostra]. Il Danubio nasce da un giogo del monte Abnoba caratterizzato da un dolce e accessibile pendio; attraversa le regioni abitate da molti popoli diversi per andare a gettarsi nel mare Pontico [cioè il Mar Nero] con sei foci. Una settima foce va invece a perdersi nelle paludi.

Si noti che il nome del monte Abnoba ha un significato non solo geografico ma anche teologico, poiché si riferisce a una divinità celtica adorata nella Foresta Nera, per cui dalla severa descrizione scientifica traspare, fin dalle prime righe, la dimensione del sacro e del mistero. Si noti poi la contrapposizione tra l’inaccessibilità delle sorgenti del Reno e l’accessibilità di quelle del Danubio, contrapposizione non solo topografica, ma altresì dialettica e retorica; infine, come osserva Gian Domenico Mazzocato, il grande storico latino vuole isolare nella mente del lettore una sorta di terra mitica (op. cit., p. 184, n. 2). Siamo appena all’incipt dell’opera e già ci troviamo proiettati in una dimensione remota, in una geografia che, pur descritta con rigore, ha in sé qualcosa di remoto e d’indecifrabile, di affascinante e nello stesso tempo d’inquietante, proprio come lo sono le popolazioni che abitano quelle inospitali terre del Settentrione.

All’apertura della monografia fa idealmente da pendant la mirabile chiusa, in cui, dopo aver concluso, coi Fenni (mira feritas, foeda paupertas: “straordinariamente feroci e straordinariamente miserabili”), la rassegna etnografica delle singole tribù germaniche, Tacito ammette di aver potuto conoscere e riferire solo una parte di ciò che avrebbe voluto, poiché la distanza, il clima e le abitudini guerriere dei Germani rendono impossibile, al presente, sciogliere del tutto l’alone di mistero che avvolge quelle genti e la vaste regioni boscose e paludose da essi abitate (Germania, 46, cit., pp. 68-69):

Non devono temere alcunché né dagli uomini né dagli dèi; hanno ottenuto la più difficile tra le cose: non dover nemmeno formulare desideri.

Tutto il testo è favola e mistero: per esempio che Ellusii e Ossioni abbiano aspetto e volto umani, ma corpi e membra ferini. Io lascio queste cose incerte, come materiale da accertare.

Stupenda efficacia e concisione della narrativa tacitiana: Cetera iam fabulosa: “le altre cose che si dicono di loro hanno un sapore di leggenda”. In Tacito, però, la concisione, ossia la brevitas, non è mai d’ostacolo alla dimensione poetica; tanto che lo si potrebbe definire, pur con tutto il suo scrupolo di documentazione e di precisione, uno storico poeta, per la sua ricerca della bella forma e per la sua attrazione verso ciò che è lontano e misterioso: più simile per tale aspetto, volendo fare un parallelo con i greci, a Erodoto che a Tucidide. Scriveva il filologo Armando Salvatore in Stile e ritmo in Tacito (Loffredo Editore, Napoli, 1950, pp. 71-73):

Oltre alla “variatio” e alla “brevitas”, un altro elemento, caratteristico della prosa tacitiana, spesseggia nella “Germania”, l’elemento poetico. Cerchiamo di vederne le varie manifestazioni.

Tacito si compiace spesso di usare espressioni vaghe, indeterminate. Tale tendenza al vago – che della poesia elemento essenziale – si realizza mediante l’uso, a volte a breve distanza, di avverbi, quali ad es., “olim”, “quondam”, o di espressioni avverbiali, dal valore generico. Specialmente quando parla di mari, o, in genere, fa della geografia, Tacito ama avvolgere il suo stile in un alone d’impreciso: così riesce a darci il senso della lontananza, dell’infinito. Mi riferisco a frasi come le seguenti c. 1 “cetera Oceanus ambit, latos sinus et insularium immensa spatia complectens” 17 “Eligunt fera set… velamina spargunt maculis… beluarum, quas exterior Oceanus atque ignotum mare gignit”; 35 “Tam immensum terrarum spatium non tenent…”.

Poesia è anche l’animazione che Tacito dà ad elementi materiali, naturali, come al Danubio, nel primo capitolo: “Danuvius molli et clementer edito montis… iugo effusus plures populos adit, donec in Ponticum mare sex meatibus erumpat.: lo vediamo, questo fiume, effondersi dai gorghi  dal dolce declivio, accostarsi, quasi nell’atto di visitarli (“adit”), a più popoli, impaziente di riposare nel mare (“donec… erumpat”): sono tante sfumature poetiche che il lettore deve cogliere, per non confondere queste descrizioni tacitiane con altre simili. È l’animazione conferita alle cose dalla lingua, che Tacito ha appreso da Virgilio, soprattutto dal grande Virgilio delle “Georgiche”. La descrizione, e il capitolo, si concludono con una frase smorzata, in tono minore: “septimum os paludibus hauritur”.

Immediatamente prima del Danubio, Taciuto parla del Reno. Vale la pena di trascrivere il periodo per mostrare come, anche nell’ambito delle descrizioni, questa prosa tacitiana sia varia e adegui persino i suoni alle cose descritte: “Rhenus Raeticarum Alpium inaccesso ac precipiti vertice ortus, modico flexu in occidentem versus septentrionali Oceano miscetur”. Il periodo è diviso in due parti nella prima, si ha la visione del fiume che – quasi improvvisamente, impetuosamente – balza dalla cima erta ed inaccessibile delle Alpi (ciò è sottolineato dall’asprezza dei suoni: “inaccesso ac precipiti”); nella seconda, ci è ritratto il fiume stesso che, trovata la sua via, sembra placare la corrente: il suono si fa più dolce (“modico flexu”). A “miscetur” risponde metricamente “erumpat”, riferito al Danubio. L’analisi non è stata, forse, eccessiva.

Da questo e da altri esempi appare evidente come nella “Germania” ci sia, più che nelle opere precedenti, quel senso del colore a volte barocco, quella fantasia, vorrei dire, coloristica e musicale: elementi che troveremo nelle opere future.

Osservazioni giustissime e condivisibili, per quanto limitate essenzialmente alla Germania e al piano della forma; mentre noi pensiamo che il senso della lontananza e dell’infinito siano ancor più presenti nella Vita di Giulio Agricola e che non siano limitate al piano stilistico e formale, ma abbiano la loro radice in un atteggiamento complessivo dello storico, che è sia intellettuale, sia sentimentale, nei confronti della materia trattata. Nelle opere di più ampio respiro, come le Storie e gli Annali, ove predomina lo scrupolo del ricercatore e del testimone della verità (una verità di parte, come noi sappiamo, filo-senatoria e ferocemente anti-imperiale; ma lui non sembra ne avesse coscienza) questo lato della personalità di Tacito è naturalmente messo in ombra; ma nelle brevi monografie che trattano luoghi e genti remote, poste quasi ai limiti dell’ecumene, essa ha modo di emergere e si esprime in un certo qual gusto per il meraviglioso che, pur trattenuto sul piano razionale, fa capolino dalle espressioni e dai vocaboli che lo scrittore trasceglie dal suo ricchissimo repertorio. Ecco dunque profilarsi le coste della Britannia dai nebbiosi mari boreali (Agricola, 10;  op. cit., trad. G. D. Mazzocato, pp. 82-83):

Per chi si spinge oltre la sterminata e informe distesa di terre che si estendono oltre quel litorale estremo, la Britannia si assottiglia a guisa di cuneo.

La flotta romana che per la prima volta ha costeggiato la costa del più lontano mare, la Britannia è un’isola. Allo stesso tempo scoperse e soggiogò le isole, fino ad allora sconosciute, chiamate Orcadi. Fu scorta perfino Thule, perché l’ordine era di non spingersi oltre e incombeva la brutta stagione.

Ma il mare, torpido e greve a chi cerca di remare, a quanto si dice, non viene sollevato neppure dai venti. Io penso che sia dovuto al fatto che le terre e i monti, causa e materia di tempeste, sono lì radi e una e una grande e ininterrotta massa marina fa più fatica a muoversi.

L’ultima Thule! Chi non prova un brivido d’emozione al sentir nominare quella favolosa terra del Nord? E la flotta romana giunse fino in vista di essa, anche se dovette virare di bordo e rientrare alle sue basi a causa della brutta stagione incipiente e degli ordini ricevuti, che non prevedevano un ulteriore ampliamento delle conquiste. La descrizione del mare ghiacciato, poi, ha qualcosa di cupamente surreale: quella pesantezza delle acque, che nemmeno l’infuriare dei venti riesce ad agitare, reca una nota quasi sepolcrale, lugubre, come se le leggi naturali in quei mari estremi fossero misteriosamente sovvertite; qualcosa che al lettore moderno richiama altre pagine famose, come quelle di Una discesa nel Maëlstrom o del Gordon Pym di Edgar Allan Poe. E anche se Tacito, subito dopo, avanza una sua spiegazione scientifica del fenomeno, nel lettore resta l’impressione destata dalla sua potente fantasia, che certamente si è nutrita, a sua volta, di racconti di prima mano, raccolti con vivissima curiosità dalle labbra del suocero Gneo Giulio Agricola, o di altri soldati romani che parteciparono a quelle imprese.

Ecco la descrizione del quinto anno della campagna condotta da Agricola contro i Caledoni, nell’82, quando per la prima volta le navi romane si spinsero oltre la Clyde (Agricola, 24; cit., pp. 96-97):

Nel quinto anno di campagna Agricola si spinse per la prima volta con la sua flotta in mari mai solcati e domò con scaramucce frequenti e tutte fortunate, popolazioni fino ad allora sconosciute. Fornì di una guarnigione di soldati la parte della Britannia che è rivolta verso l’Ibernia.

Ancora la vastità, la lontananza, la sensazione d’esser giunti ai limiti estremi del mondo conosciuto ed abitabile. Infine lo spettacolo del campo di battaglia del monte Graupio dopo la disfatta dell’esercito di Calgaco, nell’83 o nell’84 d. C. (Agricola, 38; cit., pp. 110-111):

La notte, trascorsa nell’allegria per il bottino fatto, fu piacevole per i vincitori. I Britanni, sparsi qua e là, piangevano e mescolavano il loro pianto con quello delle donne: trascinavano via i feriti e chiamavano gli incolumi; abbandonavano le case e le incendiavano, con furore di loro iniziativa; sceglievano un nascondiglio per lasciarlo subito dopo; si riunivano per scambiarsi qualche consiglio e subito si separavano; guardavano i loro cari e ne provavano disperazione e talora rabbia. Ed era risaputo che, fatti crudeli dalla pietà, alcuni avevamo ucciso la moglie e i figli.

Un quadro potente, drammatico, degno del Virgilio del II libro dell’Eneide. C’è qualcosa di estremo nel contegno dei Caledoni sconfitti, come estremo è il paesaggio boreale che fa da sfondo corrusco alla loro tragedia. È come se fosse impossibile spingersi ancora più in là, sia geograficamente che moralmente. Simile all’Alessandro Magno del Pascoli, Agricola s’è affacciato fino al limite estremo dell’orbe: alla sua brama di conoscenza e di conquista non si offre più alcuna terra da percorrere…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Dicembre 2019

Del 30 Novembre 2020

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