venerdì, 24 Settembre 2021
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Brevi note storiche sulle distorsioni storiografiche del colonialismo italiano

Brevi note storiche sulle distorsioni storiografiche del colonialismo italiano. La “verità vera” è che l’Italia ha ricavato dalle sue colonie, molto meno di quanto ne investì, a differenza di quanto fecero Gran Bretagna e Francia di Roberto Bonuglia

È nell’ambito delle drammatiche vicende del Secondo conflitto che si origina nell’immaginario collettivo nazionale ‒ e non solo ‒ il mito degli “italiani brava gente”. Una mitologia che affonda le sue radici nella percezione diffusa «in contrapposizione con l’ex-alleato tedesco, identificato […] come il vero e unico responsabile dei disastri della guerra» [1].

Molto in questo senso agì il diverso approccio che gli italiani ebbero, tra le due guerre, rispetto la questione ebraica che non sfuggì, ad esempio, all’acuta analisi di Hannah Arendt la quale evidenziò la nobiltà d’animo della popolazione italiana fornendo ‒ di essa e sotto vari aspetti ‒ un giudizio netto e assolutorio [2].

Ma anche in riferimento alla questione coloniale, il mito dell’“italiano brava gente” trovò un notevole riscontro proprio nell’umanità mostrata dai militari in situazioni nelle quali era tutt’altro che scontata.

Anche per questo, «il mito degli italiani brava gente non è mai tramontato» ed è sempre prevalsa «l’immagine del buon soldato italiano, protagonista valoroso soprattutto nelle disfatte» [3] e impegnato in operazioni di supporto delle popolazioni risiedenti nelle zone occupate. Erwin Rommel, ad esempio, scrisse nel suo diario: «Good soldiers, bad officers; however, don’t forget that without them we would not have any Civilization» [4].

Il nucleo essenziale, nel quale si esplicava questo “essere diversi” dagli altri, era rappresentato dai rapporti che i soldati italiani erano riusciti a creare con le popolazioni locali e dalle opere pubbliche (strade, ponti, ferrovie, etc.) e di miglioramento sociale (censimenti, ospedali, scuole, etc.) che avevano realizzato nelle zone occupate.

Uno dei primi storici ad assumere come punto di vista la differenza che si stava consolidando nella pubblicistica sull’argomento fu Giorgio Rochat il quale respinse la tesi di ‘due colonialismi’ ‒ uno buono e uno cattivo ‒ tra loro diametralmente opposti negli obiettivi e nei metodi come quello dell’Italia liberale e dell’Italia fascista. Distinzione non scontata, visto che si tende sovente a dimenticare che l’espansione coloniale si originò ben prima della Marcia su Roma: il 1° gennaio 1890 [5]. Quindi, «prima che il nostro Paese si costituisse a vita unitaria, italiani s’erano stabiliti e trafficavano nei più importanti centri africani» [6]: in Somalia, ad esempio, i commercianti italiani avevano preceduto l’impresa coloniale: la Società Commerciale Filonardi aveva già impiantato, tra il 1893 ed il 1894, una propria base che si era poi estesa fino a comprendere tutta la costa del Benadir (Mogadiscio, Merca e Brava) [7].

Rochat, inoltre, sottolineò che, a differenza di inglese e francesi, agli italiani si potesse riconoscere una diffusa tendenza a “comportarsi correttamente” e di agire “in favore dei sottomessi”: questa diversità di approccio fu l’humus sul quale nacque il mito del buon italiano.

Il libro dello storico è del 1973: all’epoca, nell’immaginario collettivo, l’idea e l’immagine del “buon italiano” si era già ampiamente diffusa: secondo alcuni ‒ che recepirono l’analisi della Arendt ‒ in conseguenza dell’implicito rapporto che veniva effettuato tra il “bravo italiano” e il “cattivo tedesco” dal 1943 in poi [8]. Secondo altri fu grazie ad alcuni film: quello di Guido Frignone ‒ Sotto la croce del Sud, 1938 ‒ in cui gli italiani venivano descritti come “brava gente” e quelli della commedia italiana degli anni sessanta nella quale la trasfigurazione italica, impersonificata da Alberto Sordi, soddisfaceva tutti i crismi dell’antieore, non immune alla paura e all’opportunismo, nel complesso e tutto sommato incapace di fare male agli altri e quindi, “brava persona” indipendentemente dai contesti. Non solo i film, però: nel 1940, il racconto illustrato di Emilio Salgari Lo schiavo della Somalia raccontava di un giovane somalo liberato dai pirati riconoscente nei confronti dell’equipaggio della Gorgona che simbolicamente dichiara: «Io amare taliani… sì, andare con taliani miei benefattori. […] Taliani essere buoni…» guidando così la spedizione verso Assab [9].

Non un imperialismo nazionalista, dunque, ma qualcosa di diverso, più “nobile” negli intenti di un regime volto a realizzare il sogno di un espansionismo che tra le due guerre da italiano diventa fascista. Ciò trova conferma nel fatto che «lo stesso nascente movimento […] ed in particolare Mussolini, avevano inteso dissociarsi dalle posizioni imperialistiche dei nazionalisti, proclamandosi “espansionisti”. L’espansionismo — a differenza dell’imperialismo — non era di carattere militare, ma doveva consistere nell’irradiazione nel mondo del genio italiano, attraverso i commerci, l’emigrazione e la cultura» [10]

Tra l’altro non va dimenticato un certo disinteresse per la ‘questione coloniale’ nei primi anni del fascismo: esso è solo parte di un più generale cambio di atteggiamento verso la politica estera, ma risulta ben lungi dal rappresentarne uno dei punti cardine dell’agenda politica. È di fatto questa la tesi di De Felice quando afferma che «l’andata al governo di Mussolini segnò indubbiamente un mutamento di stile nella politica estera italiana; nella sostanza questa mutò però assai meno» [11]: se vi sono differenze rispetto all’Italia liberale nella gestione delle colonie ereditate da quell’esperienza, esse sono considerabili come diretta conseguenza della volontà di porre in essere un “governo forte” segnando una discontinuità con la tradizione parlamentare [12].

Durante gli anni centrali del Regime Augusto Del Boca sottolinea, inoltre, quanto lo stesso fascismo fosse impegnato a veicolare, non tanto l’immagine di soddisfare con l’intervento in Eritrea un bisogno imperiale, quanto quello di inviare «un intero esercito di lavoratori, a lavorare concretamente al fianco degli indigeni, per il comune benessere» [13].

Una considerazione non scontata se consideriamo da chi viene fatta: Del Boca, infatti, ha impegnato l’intera sua produzione letteraria ‒ agiografica più che storica rispetto alle proprie tesi assunte e come tali pregiudiziali e antifasciste ‒ a demolire, senza riuscirvi, il mito dell’“italiano buono” evidenziandone strumentalmente gli eccessi di agonismo bellico, senza ovviamente dare conto della feroce reazione etiope ben documentata invece dai documenti ufficiali [14], anch’essi poco consultati nelle sue ricerche redatte ‒ che Clio ci liberi e scampi ‒ come «studioso, che si autodefinisce “anticolonialista” e che del proprio anticolonialismo ha fatto una bandiera ideologica» [15].

Devoto come fu alla penna piuttosto che alla consultazione delle fonti nonché degno erede della tradizione giacobina e azionista dei presunti storici piuttosto a loro agio nelle «ricostruzioni tra stile giornalistico e moralismo orianesco» fatte senza mettere «il piede oltre la soglia ed il proprio culo sulle sedie di qualche archivio» [16], Del Boca confidò ad Antonio Carioti le sue debolezze del proprio modo di ‘fare storia’: «Lo ammetto, nelle mie ricostruzioni sulla guerra in Africa Orientale mi sono schierato dalla parte degli etiopi. Sono da sempre un nemico del colonialismo e mi sembrava giusto sottolineare soprattutto le nostre responsabilità di Paese cosiddetto civile rispetto a popolazioni che avevamo aggredito con estrema violenza. Inoltre avevo un’enorme ammirazione per il negus Hailé Selassié e questo mi confortava nell’idea che bisognava evidenziare in primo luogo i crimini italiani» [17].

Un modo piuttosto lontano dal rigore metodologico che uno storico deve imporsi secondo la lezione fornita, su tutti, da De Felice ‒ al quale, da che pulpito, Del Boca riservò critiche sul rigore metodologico cercando una polemica insostenibile dal punto di vista del rigore storiografico [18] ‒ e che contribuì in modo rilevante, scrisse Rochat, a fare della produzione scientifica sul colonialismo un ircocervo disomogeneo rispetto alla scansione cronologica (con lunghi periodi di damnatio memoriae e di acceso interesse) e a quella ideologica (con nette distinzioni tra lavori apologetici e altri demonizzanti).

Tutto ciò ha prodotto miti, falsi miti, leggende e distorsioni che solo negli ultimi anni progressivamente si stanno, pur con non poche difficoltà, sanando. Pochi sono stati gli studi che hanno cercato «di mettere in luce i limiti dell’interpretazione tradizionale e di ricordare anche gli aspetti dimenticati delle conquiste coloniali, illustrando il loro costo umano e politico» [19].

In termini economici e sociali, infatti, la verità vera è che l’Italia ha ricavato dalle sue colonie molto meno di quanto ne investì, a differenza di quanto fecero le potenze coloniali tradizionali come la Gran Bretagna e la Francia, ma anche delle minori, sia antiche, come l’Olanda e il Portogallo, sia recenti, come il Belgio. Il che, magari, sarebbe il caso di non tacerlo in una riflessione che voglia porsi se non storicamente equilibrata, almeno onesta intellettualmente.

Note:

[1] L. Allegra, Italiani, brava gente? Ebrei, fondi inquisitoriali e senso comune, in «Quaderni storici», a. XLVIII, n. 1, aprile, 2013, p. 251.

[2] Cfr., H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 1999.

[3] D. Messina, Il falso mito degli italiani brava gente, in «Corriere della Sera», 9 dicembre 2012.

[4] E. Rommel, The Rommel Papers, a cura di B.H. Liddell Hart, Londra, Harcourt, Brace and Company, 1953.

[5] È con il Regio Decreto n. 6592 del 1° gennaio 1890 che nacque la “Colonia eritrea”. Il Presidente del Consiglio era Francesco Crispi ed il Re d’Italia Umberto I. Ma già prima dell’Unità, in effetti, un certo interesse italiano era stato mostrato per quell’area che l’apertura del Canale di Suez rese geopoliticamente strategica: nel 1857 Leone Carpi chiese all’allora governo sabaudo di occupare una parte delle coste del Mar Rosso a ridosso della zona interessata dai lavori che avrebbero collegato il golfo egiziano con il Mediterraneo. Cfr., L. Carpi, Delle colonie e dell’emigrazione italiana all’estero, Milano, Tipografia Editrice Lombarda, 1874, v. II, p. 17.

[6] R. Ciasca, La politica coloniale dell’Italia, in AA.VV., Problemi storici e orientamenti storiografici, a cura di E. Rota, Como, Cavalleri, 1942, pp. 1069-1070.

[7] R. Bonuglia, Oltremare, in AA.VV., I Carabinieri nell’identità italiana. Da Roma Capitale alla Grande Guerra, Roma, Publica, 2009, p. 72.

[8] Cfr., F. Focardi, Bravo italiano” e “cattivo tedesco”: riflessioni sulla genesi di due immagini incrociate, in «Storia e Memoria», n. 1, 1996, pp. 55-83; Id., La memoria della guerra e il mito del “bravo italiano”: origine e affermazione di un autoritratto collettivo, «Italia contemporanea», n. 220-221, del 2000, pp. 393-399. I due saggi sono stati poi rielaborati e divenuti il più organico Id., Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2016.

[9] E. Salgari, Lo schiavo della Somalia, Milano, Sonzogno, 1940.

[10] E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1975, p. 150 e ss. In tal senso anche G. Rumi, Alle origini della politica estera fascista, Roma-Bari, Laterza, 1968.

[11] R. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi, 1974, p. 335.

[12] In questo senso, quindi, andrebbe letta la nomina stessa di Luigi Federzoni a Ministro delle Colonie cfr., R. Cantalupo, Jacopo Gasparini, in «Annali dell’Africa Italiana», a. IV, n. 2, del 1941, p. 687.

[13] V. Rastelli, La civiltà del lavoro verso l’impero, «Il Solco fascista», 11 agosto 1935.

[14] F. Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell’esercito italiano, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 2011.

[15] F. Lamendola, Angelo Del Boca e la “sua” Africa, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, dell’11 novembre 2015.

[16] G. Aliberti, Il riposo di Clio, Roma, e-doxa, 2005, p. 305.

[17] A. Carioti, L’esercito corregge gli storici. E Del Boca ammette forzature, in «Corriere della Sera», del 6 gennaio 2011.

[18] Cfr., F. Fattore, “La storia negata”, dieci saggi contro il revisionismo e l’uso politico della storia, in «Il Messaggero», dell’11 febbraio 2010.

[19] G. Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1973, p. 11.

Del 03 Dicembre 2020

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