martedì, 15 Giugno 2021
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Dalla ‘Great Transformation’ al ‘Great Reset’: l’altra faccia dell’utopia globalista

di Roberto Bonuglia 

«Pensa a livello locale, agisci a livello globale»: no, non è un aforisma di un filosofo mondialista del pensiero unico, ma molto peggio. La frase fu pronunciata nel 2000 dall’allora CEO di Coca-Cola Douglas Daft e riassumeva la nuova strategia di marketing dell’azienda, da sempre simbolo di una società completamente assoggettata alle leggi del mercato.

Da allora, altri brand globali hanno fatto proprio questo claim assumendolo come mantra e declinando i propri linguaggi a seconda dei segmenti di mercato: «Quando vendi a qualcuno, devi farlo nella loro lingua», disse Willy Brandt.

Ne è conseguita un’evidente degenerazione: la generazione che ha costruito l’attuale società consumistica dandole una dimensione globale a colpi di neoliberismo, ha ceduto il posto ad un’élite ancor più pericolosa ‒ 26 persone detengono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone [1] ‒ che ha utilizzato e strumentalizzato il mercato rendendolo un’ideologia: fanno piuttosto pena, infatti, quei figli degli operai metalmeccanici indottrinati da L’Unità o da Il Manifesto negli anni Sessanta e Settanta che sono divenuti ‒ dopo l’Erasmus [2] ‒ imprenditori convinti di essere liberi di ‘farsi da soli’ in un mondo ‘senza confini’, senza rendersi conto di essere divenuti, invece, dei piccoli burocrati in balia di uno sviluppo tecnologico già tracciato. 

Ciò va detto e scritto con forza perché se «la falsificazione del passato obbedisce a triti canoni ideologici (ormai anche comici), […] la sua accettazione consapevole indica sostegno, a poco prezzo, alla corruzione intellettuale del presente» [3]: noi questo prezzo lo paghiamo volentieri tutti i giorni.

E così, nel villaggio globale preconizzato da McLuhan [4], è del tutto normale ‒ per i più ‒ svegliarsi in un letto Ikea, farsi un caffè con le cialde Nestlé (ma ‘naturalizzate’ Nespresso), indossare un paio di jeans Levi’s, arraffare il proprio Apple, fare colazione alternando cereali Kellog’s e cookie virtuali che gli algoritmi dei siti web usano ah hoc per imporre solo le notizie che devono arrivare sul device del consumatore del Terzo millennio. Il quale, inconsapevolmente, coltiva l’illusione di scegliere il meglio per sé stesso mentre, de facto, non fa altro che girarsi ‒ piuttosto che nel suo letto ‒ in una ragnatela (questo significa la parola ‘web’, in inglese) perdendo, ogni giorno, un pezzo della propria libertà di arbitrio, di espressione e di identità.

É così, a ben vedere, che ha preso forma l’incubo pasoliniano [5] delineato all’indomani del referendum sul divorzio (prima tappa di una falsa secolarizzazione ‒ proseguita con la liberalizzazione dell’aborto ‒ che non aprono certo alla ‘modernità’, bensì al mutamento antropologico del cittadino in consumatore): il passaggio da un’economia incardinata nella società, ad una società di mercato risultante di una proiezione ideale di una dimensione tutta economica del sociale nella quale, la stessa economia, diventa ideologia e, come tale, «radice di tutti i mali» [6].

D’altro canto, l’uomo si muove verso la società come verso un luogo che gli è estraneo [7] e, mai come nella società di mercato, ciò si realizza così velocemente e impercettibilmente consumando, prima, la Great Transformation [8] e, cronaca di questi giorni, il Great Reset [9].

Il mercato, va detto, non è il male assoluto perché esso «preesiste alla modernità» [10] ma, nella sua versione globalizzata, il problema risiede nel predominio che si configura, in esso, delle istituzioni multinazionali e dei rapporti transumani che sono per loro natura estranei al mercato ed alla dimensione domestica dell’economia, ormai del tutto persa col passaggio «dalla parsimonia al consumo» [11].

È questa la dimensione che è stata persa: «non c’è più Olimpia, Atene è stata sostituita da Francoforte» e il deserto culturale, la socializzazione della cultura, la delegittimazione degli studi storici, la demonizzazione della difesa identitaria sono funzionali «alle necessità d’una tecnica economica distante ormai anni luce dai postulati classici dell’economia politica» [12].

Lecito dunque evidenziare che l’economia di mercato pensata da Pareto e Einaudi era tutt’altro che quella imposta dalla globalizzazione: essa avrebbe dovuto essere il prodotto di una cultura pre-esistente, non crearne una nuova, globale e piatta come il mondo globalizzato [13] in cui siamo finiti tutti; doveva essere una forma di razionalizzazione e non di coercizione della vita collettiva; l’economia di mercato, inoltre, si sarebbe dovuta poggiare su un ordine in grado di valorizzare l’impegno degli individui realizzando il sogno di Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno della ‘piena occupazione’ [14] e non del precariato diffuso e della negazione dello stesso diritto al lavoro e di quelli ad esso afferenti; infine, l’economia politica avrebbe dovuto valorizzare quelle forze sociali cui guardava Giulio Pastore e non colpirle a morte ‒ come è stato fatto ‒ nel trentennio della dorata menzogna della globalizzazione.

Ma per realizzare tutto ciò e non trascendere  in senso ovviamente negativo  la sua dimensione, l’economia di mercato aveva bisogno dello Stato che, però, è morto a bordo della nave da guerra HMS Prince of Wales a largo di Terranova quando non fu stipulata solo la Carta Atlantica, ma il funerale di quello Stato-nazione simbolo stesso del primato universale di un’Europa ‒ essa stessa Nazione ‒ che ha cessato di essere un’idea per diventare una Banca. E delle peggiori.

La fine dello Stato-nazione ha comportato una serie di conseguenze politiche, economiche e sociali alle quali nessuno si è potuto sottrarre: su tutte, lo sviluppo di un diritto internazionale che ha svuotato quelli costituzionali dei singoli Stati. Per questo il mercato è diventato «il meccanismo dominante che integra l’intera società» [15]. Ma il tipo di integrazione che viene a configurarsi risulta superficiale e meccanica, sottoposta al mutamento degli interessi e alla loro aggregazione artificiale: non si compra più ciò che è necessario a sé stessi, ma a chi produce.

Questa pseudo-integrazione diventa una regola di condotta e un’espressione di razionalità che esclude i valori ‒ sia laici che religiosi, ad esempio, anticipando arbitrariamente di qualche ora l’arrivo del Natale aggiustando ‘fantozzianamente’, come quest’anno, persino gli orologi ‒ e l’identità monopolizzando tutto e tutti: la logica del mercato globale crea progressivamente distorsioni sempre maggiori dell’utopia ‒ «Imagine […] A brotherhood of man, Imagine all the people, Sharing all the world» cantava John Lennon… ‒ che fagocitano ogni forma di cultura e minacciano, alle radici, il legame sociale.

Questa integrazione antidemocratica e totalitaria  pur se vestita di buonismo e di paternalistica induzione al consumo  recide gli stimoli alla scoperta e allinnovazione: in quanto dipendente dalla domanda, infatti, il mercato si limita a corteggiarla, stimolando quegli istinti che la attivano, orientandola ai suoi paradigmi, non a quelli del presente.

La domanda, così, tende a ripetersi sugli stessi moduli, orientandosi sui bisogni più elementari e sugli istinti più primitivi della specie umana, determinando la perdita dei valori e il livellamento della cultura ai livelli più bassi: un recinto, insomma, dal quale l’uomo non riesce più ad uscire, poiché privato della dimensione dinamica e rivoluzionaria di soggetto creatore della propria storia e del proprio destino.

Senza libero arbitrio, mutato antropologicamente, l’uomo perde la capacità di scegliere in favore di una sempre più maliziosamente imposta “induzione al consumo” che, per sua natura, è acritica e istintiva. Non più in grado di creare, l’uomo del Terzo millennio è ridotto ad un soggetto tutt’altro che “radicale”  per dirla con Aleksandr Gel’evič Dugin , ma dipendente” dall’evoluzione prevedibile della scienza e della tecnologia. Da esse e di esse, infatti ‒ imparando a vivere in una società “razionalistica e antieroica” nella quale predominano l’inerzia e l’uniformità ‒, gli individui non possono che subirne gli effetti: Covid-19 docet.

Quella di un uomo così mutato antropologicamente «non è la scelta di un comportamento razionale, è solo l’accettazione di uniformarsi a modelli dominanti che in cambio della rinuncia alla creatività e alla volontà offrono la sicurezza della soddisfazione a breve termine di istinti e bisogni elementari» [16].

E che paradossalmente, di questi tempi, riescono a dare un valore economico anche al primario di quei bisogni: il respiro. Che per essere soddisfatto, necessita comunque di una mascherina, ovviamente da comprare.

Note:

[1] A. Mincuzzi, Disuguaglianze, in 26 posseggono le ricchezze di 3,8 miliardi di persone, in «IlSole24Ore», del 21 gennaio 2019.

[2] L. Borgia, L. Ferrari, La generazione Erasmus che non c’è, in «Il Foglio», del 7 gennaio 2019.

[3] P. Simoncelli, Cagli, De Libero, “La Cometa”. Censure e manomissioni dagli anni ’30, Roma, Nuova Cultura, 2020, p. 7.

[4] M. McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, New York, Signet Books, 1964.

[5] P.P. Pasolini, Gli italiani non sono più quelli, in «Corriere della Sera», del 10 giugno 1974.

[6] R. Bonuglia, A Economia como Ideologia: Raiz de Todos os Males, in «Legio Victrix», del 10 agosto 2020.

[7] F. Tönnies, Gemeinschaft und Gesellschaft, Lipsia, Verlag di Fues, 1887.

[8] K. Polanyi, The Great Transformation, Boston, Beacon Press, 1944.

[9] C.M. Viganò, A Meditation on the “Great Reset” and the Liberty of Christians, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, del 2 dicembre 2020.

[10] W.J. Booth, On the Idea of the Moral Economy, in «The American Political Scienze Review», vol. LXXXVIII, n. 3, del 1994, pp. 653.

[11] G. Aliberti, Dalla parsimonia al consumo. Cento anni di vita quotidiana in Italia (1870-1970), Firenze, Le Monnier, 2003.

[12] P. Simoncelli, intervento al Convegno Oltre Salerno. Benedetto Croce, Ignazio Silone e la loro attualità politica, del 28 settembre 2014, ora in G. Di Leo, Atti del Convegno di Pescasseroli e Pescina, Roma, Aracne, 2015, p. 162.

[13] Per la definizione del ‘mondo diventato piatto’ cfr., T.L. Friedman, The World Is Flat. A Brief History of the Twenty-First Century, New York, Farrar, Straus & Giroux, 2005.

[14] R. Bonuglia, Pasquale Saraceno tra economia e politica, Roma, Nuova Cultura, 2010, p. 208.

[15] W.J. Booth, On the Idea of the Moral Economy, cit., p. 653.

[16] F. Perroux, Pouvoir et économie, Parigi, Bordas, 1973. In tal senso anche A. Etzioni, The Moral Dimension. Toward a New Economics, New York, The Free Press, 1998, p. 161 e ss.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 10 Dicembre 2020

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