domenica, 13 Giugno 2021
HomePENSIERO LIBEROEditorialiDa dove incominciare?

Da dove incominciare?

Ci hanno inculcato un’anti-cultura e un’anti-morale una chiave di lettura per capire il presente: in un mondo capovolto come possiamo uscire dall’ipnosi vincere la paura e riaffermare il diritto a una vita serena senza ricatti? di Francesco Lamendola 

Il fatto che l’aggressione portata dall’élite dei superoligarchi al resto dell’umanità sia entrata nella fase finale, quando ogni dinamica viene estremizzata e ogni tensione viene portata al massimo grado di tollerabilità, ha l’effetto di creare una spaccatura definitiva e insanabile, non solo intellettuale, ma anche psicologica e morale, fra quelli che hanno capito il gioco e quelli che non l’hanno capito. I primi si trovano a vivere, di fatto, in un mondo letteralmente capovolto, dove ogni cosa è esattamente al contrario di come dovrebbe essere: vorrebbero raccapezzarsi, vorrebbero ritrovare la giusta direzione, ma devono andare controcorrente ad ogni passo, inciampano in mille ostacoli, incomprensioni e difficoltà; si vedono incompresi, guardati con diffidenza, addirittura ostracizzati. I secondi, che credono a tutto ciò che viene diffuso dai mass-media al servizio del potere, sono più che mai convinti, anche loro, di aver capito: ma il loro aver capito si riduce nell’aderire totalmente alla narrazione ufficiale dei fatti, nel ripeterla a loro volta con ardore missionario, e nel pretendere dal governo e dalle autorità locali provvedimenti se possibile ancor più rigorosi, e tolleranza zero nei confronti di chi non si adegua, non si uniforma, non accetta le nuove regole. Le quali hanno distrutto, nello spazio di qualche settimana o al massimo qualche mese, tutto l’ordinamento democratico che avevamo sempre conosciuto; fanno polpette di secoli di diritti riconosciuti e d’istituzioni necessarie, a cominciare dalla separazione dei poteri; riscrivono la tavola dei valori ponendo al primo posto la salute, ma dopo aver fatto in modo che tutti si credano in pericolo immediato di morte, e davanti a tale diritto unilaterale alla salute e alla sicurezza gli altri diritti, compreso quello di poter lavorare e portare a casa onestamente uno stipendio, semplicemente spariscono. Non solo: l’opinione pubblica, totalmente catturata da questa narrazione dei fatti, ma rabbiosa e frustrata e perciò alla ricerca d’un colpevole, non chiede di meglio che sfogare la sua ira impotente contro i complottisti, i negazionisti, i terrapiattisti, i neonazisti, insomma contro tutta la brutta gente che non crede alla pandemia, o che non crede che essa sia così grave da giustificare misure estreme, prolungate, suicide, quali non si erano mai viste neppure al tempo delle grandi pestilenze dei secoli passati.

E che la gente sia nervosa, aggressiva, distratta, depressa, è evidente e lo si vede ogni giorno, in cento e cento occasioni. Gli automobilisti semi-intossicati dalla loro brava mascherina, che non si tolgono neppure quando sono al volante, guidano male, non rispettano le precedenze, non rallentano davanti alle strisce pedonali, non si curano dei pedoni o dei ciclisti che si muovo al margine della carreggiata. I vicini di casa sono rabbuiati, diffidenti, sospettosi: si muovono con aria circospetta, cambiano marciapiedi se incrociano qualcuno, squadrano con antipatia quelli che non indossano bene la mascherina, e sono pronti a rimproverarli e a pretendere che se la mettano meglio, così da coprire interamene il naso e al bocca. Perfino i clienti dei negozi sono scontrosi, bisbetici; protestano se il negoziante lascia entrare un cliente in più, sbuffano se qualcuno non si igienizza le mani nell’entrare, esigono che la porta sia lasciata aperta anche se fa molto freddo, perché il locale deve essere ben aerato; si rifiutano di essere serviti se il commesso non si è prima disinfettato le mani e se non si è tirato su bene la mascherina fino alla radice del naso. A scuola, le maestre non esitano a telefonare a casa dei genitori non appena si accorgono che un bambino ha trentasette di temperatura; nei bar non si legge più il giornale, non si gioca a carte, non si sta vicini, si tiene la mascherina perfino seduti al tavolo, e la si abbassa solo per mandar giù il vino, o la birra o il caffè. Sul portone delle chiese c’è sempre uno zelante parrocchiano, o parrocchiana, incaricato (o auto-incaricato) di sorvegliare quelli che entrano, assegnare i posti per la Messa, controllare che non siedano in più di tre allo steso banco, e che in tutto non entrino più di venti o trenta persone, a seconda delle dimensioni dell’edificio, anche se potrebbero starcene tranquillamente almeno cento. In tutto questo nervosismo, in questa agitazione, in questa sospettosità con forti tratti paranoici, si direbbe che il buon senso sia evaporato come nebbia al sole; proibito fare domande di buon senso, ad esempio perché la santa Messa di mezzanotte dovrebbe creare situazioni di pericolo più di quante non ne crei, ammesso che le crei, se viene celebrata con due ore di anticipo; proibito chiedere perché bar e ristoranti diventano luoghi altamente pericolosi dopo le ore diciotto, e non prima; e proibito anche chiedere perché sono stati acquistati decine e centinaia di migliaia di banchi scolastici con le rotelle, visto che le scuole sono state chiuse quasi subito e comunque, anche con le lezioni in classe, nessuno ha capito quale fosse la ratio di tali manufatti, e perché mai non si potessero semplicemente distanziare i banchi di un metro l’uno dall’altro, anche senza disporre di rotelle. Ma proibito, soprattutto, fare domande più impegnative, ad esempio chiedere perché tutti quelli che muoiono in ospedale con il Covid, vengono automaticamente catalogati come morti di Covid; e proibito chiedere perché la sanità si sia dedicata così poco alla ricerca di terapie a base di medicinali che erano e sono già disponibili sul mercato, e che hanno sempre dato buoni risultati in situazioni analoghe, invece di perdere quasi un anno nell’attesa di un misterioso vaccino che nessuno sa con quali criteri venga fabbricato, con quali tempi di sperimentazione verrà distribuito, e quali effetti collaterali potrà avere.

Sorge perciò la domanda da dove si possa ripartire, su che cosa si possa fare leva per ricominciare, per riprendersi almeno la dimensione interiore della normalità, visto che quella esteriore ci è stata sottratta, e chissà se e quando ce la restituiranno mai. Parliamo, naturalmente, di quelli che sono usciti dalla bolla ipnotica creata dalla narrazione ufficiale degli eventi e che si accorgono, con rammarico e quasi con raccapriccio, di essere solo un’esigua minoranza della popolazione. Per ciascuno di essi si apre una fase di totale incertezza, di confusione quasi assoluta: non sanno letteralmente che partito prendere, a quale consiglio appigliarsi, nel mondo capovolto ove improvvisamente si sono trovati a vivere. Sì, c’erano stati dei segnali, in precedenza; anzi, a voler essere onesti, bisogna pur dire che la maggior parte delle persone si era già lasciata spogliare di questi beni essenziali: la razionalità, il buon senso, la concretezza, e soprattutto il senso delle proporzioni, la cognizione di ciò che è essenziale e di ciò che non lo è. Pure, ora che il potere ha gettato l‘ultimo velo, e si mostra apertamente per quel che è, un meccanismo spietato che non si ferma davanti a nulla pur di completare i piani predisposti da lungo tempo, anche quelli che già si erano abituati a vivere un po’ come degli esuli in patria, coltivando l’essenziale mentre la maggioranza inseguiva l’effimero, a usare la razionalità e il buon senso quando tutti gli altri si lasciavano prendere dall’emotività e da un sentimentalismo d’accatto, anche per costoro l’orizzonte si è fatto scuro, scurissimo, e anche loro, pur allenati a un certo grado di sofferta autonomia, a saper fare a meno di quasi tutto ciò che per gli altri è irrinunciabile, ora, nel vedersi minacciati anche nell’essenziale, provano una sorta di sgomento, di vertigine. A che appigliarsi, dunque? Alla razionalità? Impossibile: nel mondo rovesciato, gli argomenti razionali non servono a nulla; sono stati completamente surclassati da quelli pseudo razionali, messi in circolazione dai mass-media controllati dall’élite. All’amicizia, allora? Neanche. Una delle cose più dolorose, infatti, è lo spettacolo degli amici, delle persone care, di quelli che godevano della nostra stima, i quali hanno perso completamente il bene dell’intelletto, la dignità, il rispetto di se stessi, travolti nel generale impazzimento dovuto alla paura, una paura sapientemente coltivata e sempre abbondantemente alimentata dai poteri che ci tengono sotto scacco, e tuttavia una paura che trova risonanze insospettate nell’animo di molti, di troppi, compresi i cosiddetti credenti, ai quali ora la nuda vita, come l’ha chiamata il filosofo Giorgio Agamben, sembra un bene talmente prezioso, che pur di salvaguardarla val bene la spesa di sacrificare tutto il resto. Aggrapparsi alla fede, allora?

Certo, sarebbe la risposta tipica che ci si può aspettare, sia pure in una società post-cristiana caratterizzata dall’eclisse del sacro, di fronte a una sciagura così grande come quella che ci ha colpiti; e non ci riferiamo tanto al virus in se stesso, ma al suo mostruoso sfruttamento in senso politico totalitario da parte di un potere assolutamente privo di scrupoli. Invece, anche questa risorsa è stata seriamente ipotecata dal fatto che il vertice della chiesa, così come gran parte del clero – bisogna pur dirlo – è caduto in mano agli stessi poteri che stanno attuando questo odioso colpo di stato mondiale, e che, padroni dei mass-media e quindi della narrazione ufficiale, nonché dei governi, e perciò della risposta politica alla presunta emergenza, stanno facendo del loro meglio, o sarebbe più giusto dire del loro peggio, per distaccare e disaffezionare i cattolici alla fede, per espropriarli di quest’ultimo bene, un bene immateriale ma preziosissimo e insostituibile, quello che illuminava la vita dei nostri genitori e dei nostri nonni anche e soprattutto nei passi più difficili, nei momenti più travagliati. Un esempio di ciò, anche se non il più grave, ma solo l’ultimo in ordine di tempo, è l’orrido “presepio” fatto allestire dal clero del signor Bergoglio in Piazza san Pietro, dove la scelta delle statue aliene, fredde, brutte e disumane, che a tutto fanno pensare, a degli extraterrestri o a dei mostri ma non certo alla Sacra Famiglia, ai pastori e ai Re Magi, serve evidentemente ad accentuare il senso di solitudine, di sconforto, di abbandono dei fedeli, che in quel simbolo natalizio cercavano un po’ di conforto alla tristezza dell’ora presente. Si voleva provocare in essi una reazione di rigetto, di disgusto, come di chi si avvicini a una fontana per bere, divorato dalla sete, ma non appena accosta le labbra all’acqua si accorge che essa è putrida, imbevibile, portatrice di chissà quali malattie; e se ne ritrae con un senso di dolore e di tradimento, come se fosse stato beffato o pugnalato alle spalle. E dunque: senza poter contare né sulla razionalità, né sull’amicizia, né sulla fede, o almeno sulla fede assistita da un clero che sappia mostrarsi vicino al dramma spirituale dei credenti (dopo tante chiacchiere sulla chiesa come ospedale da campo, e sui preti di strada come i soli che sanno stare vicino alla gente più in difficoltà), che cosa si può fare, da che parte ci si può rivolgere per non farsi travolgere dallo sconforto e dalla depressione?

A noi sembra che l’ora presente sia veramente un’ora privilegiata, un’ora provvidenziale per chi la sa prendere nel verso giusto, ossia come occasione di ulteriore chiarificazione e come prezioso ammonimento a lasciar perdere le sciocchezze, l’edonismo egoistico, le forme della vita inautentica e immatura nelle quali troppo a lungo abbiamo finora indugiato, e decidersi ad assumere la responsabilità di essere adulti. Assumersi la responsabilità di essere uomini, creature pensanti e dotate di anima immortale; creature che confidano in Dio e che a Lui chiedono umilmente, con timore e tremore, di assisterle nell’ora del bisogno, di mostrare la via che conduce fuori dalla selva oscura del turbamento e della tristezza. C’è una frase di Ezra Pound, a questo proposito, che meriterebbe di essere incisa sulle travi del soffitto di ogni casa, come faceva Michel de Montaigne nel suo castello con le massime dei saggi greci e latini, così da averla costantemente sotto gli occhi ed essere letteralmente costretti a riflettervi senza sosta; la frase del grande poeta americano è questa e risale al 1933 (Selected Prose, Faber, Londra 1973, p. 208; in: E. Pound, Aforismi e detti memorabili, Newton Compton, 1993, p. 40):

Le persone con nessun senso di responsabilità cadono sotto il dispotismo e meritano tutti i castighi e le afflizioni procurate dalla maggior forma di dispotismo.

Questa è anche una chiave di lettura per capire il presente e spiegare ciò che ci sta accadendo. Deresponsabilizzati da decenni di anti-educazione, in una anti-scuola e una anti-chiesa che ci hanno inculcato un’anti-cultura e un’anti-morale, eravamo istupidititi al punto di accettare passivamente la peggior forma di dispotismo: la falsa democrazia che paradossalmente ci espropria di tutto, in nome della lotta contro un nemico invisibile e inafferrabile che minaccerebbe la nostra sopravvivenza. «Ti rinchiudiamo in casa, ti impediamo di lavorare, ti proibiamo di frequentare gli amici, e perfino di abbracciare i tuoi cari e di trascorrere qualche ora serena accanto a loro; e se ti ammali, ti facciamo morire in solitudine, senza vedere nessuno: ma lo facciamo per te, per il tuo bene, e un giorno lo capirai e ci ringrazierai». Questo ci dicono i luogotenenti dei Padroni Universali. Cercano anche di colpevolizzarci, affermando che se i decessi aumentano, ciò avviene perché non rispettiamo le regole, non rinunciamo alla nostra vita sociale e osiamo perfino baciare la fidanzata. Oggi un grande giornale italiano riportava, senza vergogna, la fotografia di due ragazzi, peraltro entrambi con la mascherina rigorosamente calata sul viso, che si abbracciavano in una stazione ferroviaria: e l’ha pubblicata con l’intento di gettarci in faccia tutta la nostra incoscienza e la nostra irresponsabilità. Spettacolo disgustoso, voleva dire. Ebbene, a questo falso senso di responsabilità bisogna opporre quello vero: uscire dall’ipnosi, vincere la paura e riaffermare il diritto a una vita serena, senza ricatti.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Dicembre 2020

Most Popular

Recent Comments