giovedì, 24 Giugno 2021
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Oltre la Pachamama, Gesù fa rima pure con Sai Baba?

Oltre la Pachamama, Gesù fa rima pure con Sai Baba? Il caso di don Mario Mazzoleni, discepolo di Sai Baba, scomunicato latae sententiae nel 1992? Oggi gli darebbero un importante dicastero nell’ambito del dialogo interreligioso di Francesco Lamendola  

Strano destino, quello del defunto don Mario Mazzoleni (nato a Zogno in Val Brembana nel 1944, morto nel 2001): si direbbe che la sua sfortuna sia stata quella di venire avanti troppo presto; ancora qualche anno, e invece di scomunicarlo la chiesa lo avrebbe fatto vescovo e magari cardinale. Che cosa aveva fatto di così grave, da meritare la scomunica latae sententiae, nel 1992? Aveva fatto una cosa che oggi sembrerebbe una vera sciocchezzuola, anzi, un qualcosa di altamente meritevole: si era recato più volte in India, aveva visitato diversi ahsram, era divenuto un ammiratore e un discepolo di Sai Baba e aveva pubblicato un libro nel quale equiparava Sai Baba a Gesù Cristo, affermava che praticando diverse religioni si può giungere allo stesso Dio, e infine che il divino è nell’uomo, e lo scopo della ricerca spirituale è l’auto-divinizzazione dell’uomo. Insomma, niente di speciale, considerato alla luce di questi ultimi tempi: semmai qualcosa di creativo e di meritorio. Da quando Bergoglio ha detto chiaramente che Dio non è cattolico e neppure cristiano; che il regno di Dio è quaggiù e non Lassù; che tutte le religioni sono buone e tutte sono egualmente volute da Dio stesso, ci sembra che le tesi sostenute da don Mazzoleni negli anni ’90 avessero un solo torto: di essere troppo in anticipo sulla tabella di marcia della massoneria ecclesiastica. Insomma, il problema non è quel che egli diceva e credeva, ma la tempistica:  un libro come il suo, pubblicato oggi, parrebbe quasi timido a confronto dei libri di Enzo Bianchi, il teologo preferito del sedicente papa, per il quale la stessa divinità di Gesù è solo un mito, perché Egli altro non era che un profeta venuto a narrare Dio agli uomini. Peccato, dunque che don Mazzoleni abbia avuto troppa fretta; forse era un ingenuo, un entusiasta, a suo modo un’anima candida: un’anima candida nel senso di totalmente auto-centrata, auto-referenziale, auto-promozionale, cioè nel senso che si può applicare ormai alla stragrande maggioranza dei sacerdoti usciti dai seminari dopo il Concilio Vaticano II, con la testa gonfia delle belle teorie di Heidegger, Rahner, Teilhard de Chardin, naturalmente di Leonardo Boff e dei vari teologi della liberazione. Di questi tempi infatti, tempi di primitivismo e paganesimo di ritorno, tempi dei sinodi amazzonici e di intronizzazioni di idoli indigeni nella Basilica vaticana, sulla tomba di san Pietro, non c’è dubbio che l’opera di don Mazzoleni sarebbe giudica positivamente, sarebbe vista come un ponte gettato verso l’altro, come una mano tesa verso i non cristiani, come un segno tangibile di quella pastorale dell’inclusione che non vuole escludere alcuno, a  costo di pigliare a bordo della chiesa anche quelli che proprio non vogliono saperne di entrarci. Non solo i seguaci delle sette ereticali e delle false religioni, ma anche i massoni, gli atei, i radicali, gli anticristiani accaniti, gli abortisti, i divorzisti, gli omosessualisti, e insomma tutti quelli che odiano dal profondo il Vangelo di Gesù per il suo carattere di aut-aut, mentre essi, hegelianamente e marxianamente, sono per la dialettica dell’et-et, tesi più antitesi uguale sintesi: questo e quello, il diavolo e l’acqua santa, il bene e il male, tutti insieme appassionatamente. Perché è ora di finirla con i ghetti e le divisioni, coi pregiudizi e le scomuniche, è tempo che gli uomini si riscoprano tutti fratelli, beninteso non in Gesù Cristo ma nella comune fede massonica nell’Uomo stesso, l’uomo che si auto-determina, che costruisce da sé il proprio destino, che impara a far da solo e non ha più bisogno di preghiere, di santini, di rosari e di Madonne o altre reliquie di una fede medievale che è ormai tutta da archiviare e, se possibile, da dimenticare.

Ora, per chi non lo ricordasse o per chi, troppo giovane di età, non l’avesse neanche mai sentito nominare, ricordiamo che Sathya Sai Baba (Puttaparthi, Andra Pradesh, 1926-ivi, 2011), a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, ha raggiunto una notorietà internazionale non tanto come predicatore religioso a base sincretista, che si rivolgeva a persone di tutte le fedi e insegnava a riscoprire il divino che è in ciascun uomo, quanto perché attorno alla sua figura, peraltro controversa, è sorta ben presto una vera e propria devozione, in quanto è stato visto da molti come un’incarnazione di Dio, paragonabile a Krishna e a Gesù Cristo, ossia come un essere divino egli stesso, cosa che sarebbe stata attestata principalmente dalla sua supposta capacità di compiere miracoli davanti a migliaia di persone. Ci siamo a suo tempo personalmente  interessati a questa singolare figura di sedicente mistico e abbiamo conosciuto persone che dall’Italia, come del resto da altri Paesi europei e dagli Stati Uniti d’America, si recavano frequentemente in India per vederlo e ascoltare i suoi insegnamenti, riconoscendo in lui tale supposto carattere divino; e siamo giunti alla conclusione che si trattava quasi certamente di un personaggio largamente sopravvalutato e idealizzato, di un furbo esibizionista che si serviva di trucchi per compiere “miracoli” come l’apparizione, dal nulla, di una supposta cenere “divina”, la Vibhuti; miracoli che, in ogni caso, avevano tutti un carattere di frivolezza e di ricerca del meraviglioso, finalizzati a stupire il pubblico e del tutto privi di una valenza etica e pedagogica, come avviene nei veri miracoli dei veri santi, per non parlare di quelli di Gesù Cristo tramandati dai Vangeli. A ciò si aggiunga una serie di vicende poco chiare e soprattutto poco edificanti, che vanno dall’accusa di abusi sessuali sui minori all’istigazione al suicidio, nonché a quella di provocare negli adepti una sorta di possessione maligna, il che ha indotto alcuni sacerdoti cattolici a vedere in lui uno stregone dedito alla magia nera, dietro il velo rassicurante dei discorsi umanitari e delle attività filantropiche da lui coltivate e promosse. Tutto sommato, un personaggio mediocre, ambiguo e falsamente mistico, come allora ce n’erano parecchi, e ce ne sono alcuni anche al giorno d’oggi; in quella fase storica, però, esisteva una vera e propria moda, fra i giovani occidentali, di andare a cercarsi un qualche privato messia dalle parti dell’India, e di tornare a casa illuminati, beninteso quelli che tornavano e non decidevano di rompere i ponti con la civiltà cristiana e rinascere, con un nuovo nome, alla spiritualità orientale, ripudiando il loro passato materialista e occidentale e abbracciando il grande flusso del divino che trascorre in ogni cosa ma che, in definitiva, risiede nel profondo di ciascuno di noi. Inutile precisare che tali maestri o santoni erano tanto autenticamente figli dell’India e della sua vera cultura millenaria quanto potevano esserlo i sedicenti maestri di Yoga che sbocciavano in California come funghi dopo la pioggia, o magari i Bambini di Dio, gli Hare Krishna o i seguaci della Chiesa dell’unificazione del reverendo Moon, che impazzavano per le città di mezzo mondo, infatuati, o piuttosto invasati, da una spiritualità torbida, che esprimeva soprattutto uno stato di grave insoddisfazione esistenziale, una nevrosi latente e un fortissimo, incontenibile desiderio di evasione dalla grigia vita d’ogni giorno.

Tornando a don Mazzoleni – che, sia detto fra parentesi, poco dopo la scomunica ha pubblicato un secondo e un terzo libro sul suo “guru”, L’albero dei desideri. Riflessioni sugli insegnamento di Sri Sathya Sai Baba e Il divino che tutto avvolge, per poi sposarsi nel 1994 con una donna – ecco alcune perle tratte dal suo primo libro Un sacerdote incontra Sai Baba, cominciando da ciò che confessa nel prologo (Milano, Armenia Editore, 1991, p. 7):

Alcuni amici e conoscenti, venuti a sapere della mia intenzione di scrivere un libro su Sai Baba ed essendo ormai loro note le mie convinzioni riguardo questo Essere che di umano ha solo il corpo, si sono subito allarmati. Con fraterna sollecitudine, mi hanno chi consigliato, chi pregato, chi scongiurato di pubblicarlo sotto uno pseudonimo, immaginando le infauste conseguenze a cui avrei potuto andare incontro per parte della gerarchia ecclesiastica. Mi sono chiesto che cosa dovrei temere nel dire ciò che questi miei occhi hanno visto. Perché dovrei aver paura di render noto ciò che questo mio povero cuore prova davanti a una presenza straordinaria? Dovrei forse sentirmi in colpa per ciò che sono venuto a scoprire e temere di annunciarlo? No di certo!

Ci si chiede se sia più grande l’incoscienza di un sacerdote cattolico che definisce Sai Baba un Essere divino, o l’ingenuità di un uomo che, avendo visto coi propri occhi alcuni prodigi, come quello della Vibhuti, arriva senz’altro alla convinzione di aver incontrato l’incarnazione di Dio, e si fa ardente promotore della propria scoperta. Ci si chiede anche a quale titolo un sacerdote cattolico, stipendiato dalla Chiesa di Roma, passi il suo tempo al seguito di un santone indù, invece di dedicarsi a una delle opere per le quali il sacerdozio cattolico è stato istituito: la cura delle anime, l’insegnamento della Verità cristiana e l’assistenza ai poveri e ai malati per amore di Gesù Cristo. Non si può fare a meno d’interrogarsi sul tipo di formazione che un tale sacerdote deve aver ricevuto in seminario; e molte cose diventano chiare quando si viene a sapere che la tesi con la quale si è specializzato in Teologia morale s’intitolava Il mondo religioso-etico nel cinema di Pier Paolo Pasolini, del 1977. Un regista oggi rivalutato e quanto mai apprezzato dal signor Bergoglio, ma che, a suo tempo, suscitò molte e giustificate perplessità in ambito cattolico per la sua volontà di umanizzare radicalmente la figura di Cristo e a contaminarla con atteggiamenti e insegnamenti che risentivano assai più dell’inquietudine di quell’epoca, invece  di porla nella sua vera dimensione, divina e salvifica, quale almeno è per qualsiasi credente cattolico. Decisamente don Mazzoleni è stato il figlio, uno dei tanti, di una stagione culturale ben precisa, che va dal 1965, l’anno della Dignitatis humanae, al 1977, l’anno degli indiani metropolitani, quando il clero cattolico ha ricevuto in pieno la ventata sessantottesca e post-sessantottesca, dopo averla anzi anticipata e favorita con alcune istanze del Concilio Vaticano II.

Ed ecco una straordinaria confusione tra il Maestro Gesù e il “maestro” Sai Baba (p. 58):

Se quello che avevo capito era vero, non potevo permettermi di giungere al termine della vita senza prima aver visto almeno una volta ‘de visu’ Colui che si dichiarava “Madre e Padre di tutto il genere umano”. (…) No. Non poteva accadere questo. Non ero io che stavo andando da Lui, ma Lui  che veniva da me per attirami a Sé. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”.

La citazione finale dal Vangelo di Giovanni rende ancor più imbarazzante l’atteggiamento di don Mazzoleni: dopo aver nominato Sai Baba con l’iniziale maiuscola e aver accettato la sua bestemmia di essere Madre e Padre dell’umanità, sembra poi confonderlo con il solo Maestro che un qualsiasi cristiano riconosce, per non dire di un sacerdote che ha fatto buoni studi all’Università Alfonsiana. Ci si chiede sgomenti: ma che razza d’inverosimile confusione c’era nella testa di un tale sacerdote?

Esponendo poi l’insegnamento di Sai Baba, dopo averlo conosciuto di persona, afferma che l’uomo non è solo una creatura di Dio, ma è Dio sostanzialmente lui stesso; e che Gesù (p.130) diceva esattamente la stessa cosa, solo che è stato tragicamente frainteso, e nel cristianesimo sono entrati il senso d’indegnità e auto-mortificazione dell’uomo. Straordinario: una volta i sacerdoti studiavano in seminario per comprendere a fondo il significato della fede cattolica e poterla insegnare adeguatamente, invece già negli anni ’60 e ’70 apprendevano che un qualunque Sai Baba può spacciarsi per la Madre e il Padre degli uomini e rivendicare per sé la stessa devozione che i cristiani riservano a Gesù. Difficile non vedere in questa disastrosa deriva non solo spirituale, ma anche intellettuale, i frutti velenosi della Nosta aetate, con la sua esaltazione delle false religioni poste quasi al livello del cristianesimo stesso (e, nel caso del giudaismo, perfino senza il quasi); difficile non cogliere in quel clima impazzito i frutti del culto interreligioso promosso negli anni ’80 da Giovanni Paolo II. Il libro termina con un capitolo intitolato Cara Madre e rivolto alla Chiesa, che l’autore, col piglio saccente e accusatorio di un don Milani, esorta a non formalizzarsi se al mondo ci sono tante religioni e ciascun uomo segue la propria, perché in realtà esse si equivalgono, portano tutte allo stesso Dio, un Dio che, tutto sommato, è già in noi, anzi che siamo noi, ciascuno di noi; la rimprovera di aver usato la figura di un Padre severo che punisce i suoi figli per ottenere obbedienza e fare quel che vuole, tradendo il senso della propria missione; infine si dichiara un appassionato sostenitore dei riti, della liturgia intensa e suggestiva, al punto da nominare con rispetto perfino il vescovo Lefebvre (p. 241), ma sempre in un’ottica multiculturale e interreligiosa: è bene che ciascuna fede abbia i suoi riti, che ciascun essere umano cerchi Dio nel conteso di una certa ritualità, l’importante è capire che in fondo non ci sono vere differenze e che ciò che divide i seguaci delle varie fedi è questione più d’apparenza che di sostanza. Tuttavia, si dirà, alla fine la Chiesa ha condannato formalmente l’eresia di don Mazzoleni, il che significa che ha rigettato le sue affermazioni. Certo, ma trent’anni fa; oggi gli darebbe un importante dicastero nell’ambito del dialogo interreligioso e lui sarebbe un pupillo di Bergoglio. Non è una malignità gratuita: è ciò che si evince dalla pastorale di Abu Dhabi e della Pachamama. E sfidiamo chiunque a dire che non è vero.

Del 18 Dicembre 2020

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