venerdì, 18 Giugno 2021
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Genova, il 5G e il “maniman”

di Roberto Pecchioli

La mia città dagli amori in salita/Genova mia di mare tutta scale / e su dal porto, risucchi di vita. Era questa la dichiarazione d’amore a Genova del poeta Giorgio Caproni, livornese di nascita. Tramontana contro libeccio, acciughe salate contro cacciucco. Caproni amava così tanto questa striscia di strade strette tra mare e appennini, da sfidare per essa il buon Dio. “Quando mi sarò deciso d’andarci, in paradiso ci andrò con l’ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo”.

Genova fatta a scale, una volta Superba, senza più industrie, con il triste record universale della denatalità, nel 2017 si è liberata di quarant’anni e più di egemonia rossa, eleggendo un sindaco di centrodestra, Marco Bucci. Rosso antico quello sotto la Lanterna: i compagni genovesi sono comunisti sul serio. Dopo la tragedia del ponte, Marco Bucci è stato l’anima della ricostruzione. Il ponte è di nuovo a cavaliere del paesaggio di archeologia industriale della val Polcevera, ma Genova, a differenza della Roma di Nerone, non è rinata “più bella e più superba che pria”. Colpa di una crisi di lungo periodo che frusta la città dagli anni 60, iniziata dopo l’insurrezione dell’esercito privato del PCI, i portuali della Compagnia Unica, contro il governo Tambroni. Industrie chiuse a decine, sedi prestigiose di multinazionali e di compagnie armatoriali perdute, la portualità – oggi si deve dire shipping– stravolta dalla tecnologia, le infrastrutture vecchie, obsolete, insufficienti, i giovani migliori con la valigia in mano.

Su tutto, due macigni: il plumbeo dominio di una sinistra chiusa, arretrata, generazioni di dirigenti politici abili solo come necrofori della città, forse in omaggio al monumentale cimitero di Staglieno. E poi, la radicata, maledetta cultura del “maniman”. Maniman, con l’accento sulla seconda “a”, è un termine dialettale intraducibile. Significa, più o meno, non si sa mai e racchiude una mediocre filosofia di vita: per paura di fallire o di rimetterci, si resta immobili. Bucci ci ha un po’ risvegliato dagli sbadigli dell’eterno maniman. Eppure, Genova non decolla. Certo, il sindaco barbuto ha dato alcune scosse: ponte a parte, la mobilità è migliorata, il clima è più favorevole all’iniziativa, al fare. La siderurgia (Ilva) è stata difesa, dopo 36 anni – sì, trentasei – Esselunga ha potuto aprire un punto vendita, dopo un tenacissimo ostracismo filo-Coop.

Lorcompagni, alleati con imprenditori assistiti, hanno riempito le colline, nonostante il costante calo demografico, di orribili ammassi di case popolari e in cooperativa, senza servizi né barlume di comunità. Puntualmente, ai piedi dei rilievi urbanizzati, innalzavano orrendi parallelepipedi in stile Ceausescu: la Coop e i suoi vassalli. Non è ancora cambiato il clima culturale, con l’assessorato inizialmente affidato a una ragazzona radicaleggiante di bell’aspetto il cui merito era la vicinanza ad ambienti di Arcore, e il polo museale affidato al comico Luca Bizzarri. Per fortuna, Bucci è tornato sui suoi passi, ma aspettiamo ancora la svolta.

Servono soprattutto le infrastrutture; per i porti, per non isolare città e regione che vivono di turismo e economia dei trasporti. Il Terzo Valico ferroviario è vicino al completamento dopo mezzo secolo di attesa, ma non avanza la cosiddetta “gronda”, l’indispensabile via di scorrimento a monte che deve restituire alla città il tracciato autostradale. Ne abbiamo bisogno come del treno ad alta velocità, per ospitare non solo turisti, ma imprese e nuovi residenti dalla Padania, attirati dal clima mite e dalla qualità della vita. Su questo Bucci punta forte. Vita, lavoro, tempo libero: la chiama smart city– chissà perché in inglese- ma siamo indietro. Pensiamo all’aeroporto, che è in città, ma anche fuori, scollegato da strade e mezzi pubblici. Basterebbe una bretella di un chilometro per unirlo alla linea ferroviaria.

Ultimamente, il sindaco lavora fortemente per dotare Genova della fibra 5G, facendo della città il centro pilota della nuova comunicazione ultraveloce. Su questo punto, gli chiediamo di ascoltare l’antico “maniman”. Benissimo se ottiene finanziamenti, ancora meglio se riesce a radicare in città imprese di ricerca avanzata, la vecchia scommessa dell’industria “pensante” al posto di quella pesante, decotta e con grave impatto ambientale. Siamo meno d’accordo se sull’altare laico della fibra cinese sacrifica la salute dei cittadini o minimizza i rischi connessi. Si legge che alcune compagnie, in certi paesi, avrebbero rifiutato di assicurare gli addetti alla posa di cavi e antenne. Falsa notizia, eccesso di cautela o informazioni celate al pubblico? Certo, senza fibra iperveloce, addio al miraggio della nuova via della seta e forse minore attrattività per le aziende fintech che Genova corteggia.

Tuttavia, occorre prudenza. Pensiamo piuttosto alla metropolitana leggera, a riportare in città il fulcro degli interessi del gruppo armatoriale Costa che fece grande Genova, all’Alta Velocità e anche a fare della malinconica capitale della denatalità una città aperta alla vita. Non costa troppo aiutare chi sostiene le future madri. All’inizio dell’avventura di Bucci, scrivemmo che obiettivo dell’amministrazione doveva essere riportare il segno più nelle statistiche della popolazione, delle nuove imprese e dei genovesi occupati. Non ci siamo ancora: solo così Genova diventerà davvero una città furba – smart, se preferisce il sindaco-   oltre la fibra 5G e le antenne. Provaci, Marco, “maniman” ritornano i becchini.    

Del 23 Dicembre 2020

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