giovedì, 25 Febbraio 2021
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I – Il mio Abruzzo: “L’ Abruzzo degli Eremi e di Celestino V”

di Rodolfo Palermo

L’Abruzzo è la mia terra di adozione. Ormai lo è da 40 anni, ovvero dal 1980, anno in cui mio padre dovette trasferirsi da Torino in questa regione per motivi di lavoro. Io avevo 13 anni e, inizialmente, soffrii molto di questo spostamento. Mi pareva di essere passato dalla civiltà e modernità del capoluogo sabaudo, al “nulla” dell’Italia centro meridionale adriatica. Ed infatti, nel 1980, la differenza tra Torino e Lanciano – cittadina quest’ultima nella provincia di Chieti in cui venimmo a vivere – era abissale. Torino era una metropoli industriale, un crocevia importantissimo del nord Italia, un’antica e signorile capitale, aveva praticamente tutto; Lanciano era un paesone di trentamila abitanti, senza università, senza grandi servizi, collocata lontano da ogni via di grande comunicazione, adagiata su dolci colline circondate solo dalla campagna.

Ma qualcosa, in questo borgo medievale e ancora fortemente legato alle sue antiche tradizioni, mi affascinò sin da subito; per non dire poi dell’emozione che provai, salendo un giorno sulla terrazza condominiale al sesto piano del mio palazzo situato in zona Cappuccini, quando scorsi l’immensa linea azzurra del mare Adriatico a pochi chilometri di distanza. Una visione nuova per me: nel contempo di forza e di delicatezza, di pace e di tumulto, di ancestrale memoria e di fervida modernità.

Ben presto, quindi, ribaltai la mia visione sull’Abruzzo, e scoprii che ciò che credevo fossero sue carenze e difetti, in realtà erano suoi pregi e punti di forza. Ovvero mi accorsi delle peculiarità di una terra – soprattutto nella sua spettacolare porzione appenninica – che offriva infinite emozioni al mio petto e preziosi spunti di ricerca alla mia mente: di studio, di conoscenza e di approfondimento. Una terra non densamente abitata ma antropizzata in maniera assai armoniosa, distante dalle grandi rotte commerciali e di sviluppo ma per tale ragione meravigliosamente preservata, un tantino arretrata (parlo di 40 anni fa) ma ancora fortemente selvaggia e immacolata. Presi a girare in lungo e in largo attraverso la mia nuova regione, e finii per innamorarmene. Ed avevo tutte le ragioni per farlo. Arrivai a conoscere il territorio abruzzese meglio dei suoi stessi abitanti, perché accadde ciò che accade quando non nasci in un contesto ma ti ci ritrovi già grandicello: ti prende una curiosità ed una vera e propria smania di conoscenza che ti porta ad esplorare ogni angolo ed a voler conoscere tutto, ma proprio tutto, del tuo “nuovo mondo”. Fotografai tantissimo con la mia Nikon reflex a pellicola, scrissi innumerevoli poesie e molti racconti, ascoltai testimonianze e storie di anziani nei paesini che decidevo di volta in volta di visitare, dormii all’addiaccio nei bivacchi di montagna e nei rifugi; come in una gelida notte di settembre del 1990 in vetta alla Majella, sul monte Amaro all’interno del mitico bivacco Pelino, a 2793 metri di quota, a zero gradi centigradi.

Pietro da Morrone, poi Papa Celestino V

Primo Levi diede una definizione di questa regione che è rimasta nella memoria collettiva e riecheggia nella mia mente ogni volta che viaggio sulle mie montagne: “Abruzzo forte e gentile”. Forte perché questa porzione di appennino è davvero dura ed aspra, con i suoi giganteschi massicci come il Gran Sasso, la Majella, il Sirente, il Velino… tutte le montagne più alte e “forti” dell’intera dorsale appenninica, per intenderci. Su questi monti l’uomo vive da millenni, ma con il massimo del rispetto e della reverenza. Sono montagne sacre e sacrali; al di sopra di tutte c’è la Majella, la montagna sacra per eccellenza. Un Olimpo italiano. Narra la leggenda che la dea frigia Maja scelse Nicate (l’antico nome della Majella) per morire, schiantata dal dolore per la perdita del figlio morto a sua volta, si narra, sul vicino Gran Sasso (il cosiddetto “gigante dormiente”). Maja predilesse una lunga valle sublime caratterizzata da un dolce declivio – al di sopra dei 2000 metri – raccolta come una conca (la conca tanto cara all’iconografia abruzzese) e protetta ad un’estremità dalla paterna mole del monte Amaro. Questa conca, tanto cara a tutti gli appassionati di alpinismo e agli abitanti dei piccoli paesi sottostanti, prese il nome di valle di Femmina Morta. C’è qui tutta la forza della divinità che, simbolicamente e allegoricamente, da morente si rende immortale. Echeggia in queste valli il puro intento di potenza e di determinazione di Maja, ma anche il suo dolore così squisitamente umano. Si ascende a questi luoghi come in preghiera. Passando attraverso sentieri battuti nei secoli da eremiti, da pastori con piccole greggi, da briganti post unitari, da solitari animi curiosi e contemplativi come il mio. Ed in vetta il panorama, se la giornata è tersa, si fa meraviglioso. La vista spazia su colline e su valli che declinano ubertose e generose verso il mare. La seconda caratteristica, la gentilezza dell’Abruzzo, sta proprio nel suo saper donare – dopo l’asprezza della salita, del lavoro, della conquista del territorio e di se stessi – i frutti straordinari della terra: olio e vino sopra ogni altra cosa. Ed anche, non meno fragranti, si possono cogliere i frutti raffinati ed eterei del cuore: l’amabilità e la generosità di queste popolazioni temprate dagli elementi ma levigate dalla spiritualità, dal misticismo e dall’ascetismo che qui aleggiano ovunque.

Gli eremiti. Sì, questo è un argomento assai caro a me ed a moltissimi di coloro che visitano l’Abruzzo. Voglio spendere due parole su di essi. L’intera regione, sin dall’epoca precristiana, fu scelta da eremiti o piccole comunità che trovarono nel territorio la ragione e l’espressione della loro vena contemplativa, spirituale e mistica. Poi in epoca cristiana tale tendenza s’accrebbe. Famosissimi e bellissimi sono gli eremi che costellano l’intero territorio montuoso abruzzese, ma il fulcro di tutto questo fermento – come ho già detto – è soprattutto il massiccio della Majella. Ne voglio citare qui sei per tutti: l’Abbazia di San Martino in Valle (sulla Majella); l’Eremo di Sant’Onofrio a Morrone (sul massiccio del Morrone, contiguo alla Majella); l’Eremo di San Giovanni all’Orfento (sulla Majella); San Bartolomeo in Legio (sulla Majella); La Grotta Sant’Angelo a Palombaro (sulla Majella); l’Eremo di Santo Spirito a Majella (anch’esso sulla Majella). Quest’ultimo mi è caro perché legato ad una figura importantissima del medioevo, ovvero a San Pietro Angelerio, Pietro da Morrone, che divenne papa col nome di Celestino V nel 1294, e poi nel giro di pochi mesi abdicò al soglio pontificio (“colui che fece per viltade in gran rifiuto”, come dice presumibilmente di lui Dante nel terzo Canto dell’Inferno). Celestino V, Pietro da Morrone, è una figura emblematica per capire l’Abruzzo e la sua essenza antica, ancestrale, atavica. Egli era di origini molisane, queste due regioni sono legate inscindibilmente tra loro, ma trascorse molti anni sulla Majella e sul Morrone in Abruzzo. La sua vita fu improntata alla preghiera, alla contemplazione, alla costruzione di eremi e alla creazione di un ordine (i Celestini) che ebbe anche una certa importanza. I suoi fraticelli furono chiamati originariamente fratelli di Santo Spirito o Majellesi (dal monastero di Santo Spirito a Majella, loro primo insediamento) e poi Morronesi (dal monastero del Morrone, sede dell’abate generale della congregazione).

Quando mi reco in questi luoghi, e lo faccio almeno una volta l’anno, il mio cuore si riempie di gioia, di amore e di gratitudine muta; mentre i miei occhi si saziano dello splendore paesaggistico ed anche architettonico ivi presente. Sento ciò che doveva sentire fra Pietro prima di essere eletto, suo malgrado, papa; e cammino sui suoi passi e mi nutro della stessa energia potente di Madre Majella e dello stesso soffio trascendente e sottile del divino che albergò tutta la vita nel suo petto. Ho scritto molto di lui, poesie e brevi racconti. Ho scritto immaginandolo giovane, a volte con un altro nome e con altre sembianze, immerso nella contemplazione ma anche travagliato dai suoi dubbi e dalle traversie dell’esistenza. Scrivendo di lui, in realtà, ho scritto di me. È sempre così.

Poi a Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila, sono stato più volte sulla sua tomba. È una basilica medievale di una bellezza commovente. Anche se ferita terribilmente dal terremoto del 2009. Celestino V fu il primo a concepire una sorta di Giubileo – poi messo a punto ed a regime da Bonifacio VIII nel 1300 – inventando la “Perdonanza Celestiniana” il 29 settembre del 1294 con il passaggio attraverso la Porta Santa della stessa Basilica l’aquilana.

Il mio intento, mentre mi avvio alla conclusione di questo articolo, è quello di invitarvi a venire in Abruzzo con lo spirito di dei “novelli Adamo ed Eva”. Con occhi puliti per poter cogliere ciò che c’è da cogliere, ciò che è ancora celato tra i monti, nei borghi, lungo i sentieri, nei santuari, negli eremi, nel cuore di questa terra e di questa gente così “forte e gentile”.

Nei prossimi scritti vi parlerò della fascia costiera adriatica, e anche di un uomo come Gabriele D’Annunzio, altro figlio eccelso di questa terra.

Del 23 Dicembre 2020

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