lunedì, 1 Marzo 2021
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Se può viaggiare nel tempo, cos’è in realtà la mente?

Se può viaggiare nel tempo cos’è in realtà la mente? Tra psichismo congenito e super-conoscenza dei Santi? Il mistero del tempo appartiene a Dio davanti al quale tutte le cose, per noi passate o future sono eternamente presenti di Francesco Lamendola

Senza dubbio la maggior parte delle persone ritiene di sapere, più o meno intuitivamente, che cos’è la mente; e se fosse invitata a darne una definizione direbbe, press’a poco, che è quell’insieme di facoltà psichiche, quali intelligenza, memoria, immaginazione, volontà, che consentono all’io di aver coscienza di se stesso e stabilire delle relazioni con il mondo esterno su di una base razionale e volontaria. Eppure, vi sono numerosi e circostanziati elementi che ci offrono della mente un quadro molto diverso e, soprattutto, molto più vasto. La mente può “vedere” eventi passati nel tempo, anche da secoli e secoli; così come può sapere quel che accadrà nel futuro, quando non v’è ancora il più piccolo indizio di quello che poi effettivamente accadrà. Questo avviene perché la mente non è limitata al corpo: non è, per dirla chiara, una funzione, o un insieme di funzioni, del cervello. La mente esiste e funziona anche senza il supporto del corpo e al di fuori del cervello. Gli elementi che consentono una tale conclusione sono, prima ancora che di ordine filosofico o psicologico, dei puri e semplici dati di fatto: e coi fatti non si litiga, si cerca semmai di spiegarli. Esistono circostanziate descrizioni di persone che hanno letteralmente visto il passato, così come hanno avuto premonizione del futuro: e i casi sono talmente numerosi, così ricchi, così ben documentati, e i testimoni così attendibili, e i riscontri così esaurienti, che non è semplicemente possibile ignorare questo aspetto della mente. Se gli scienziati accademici lo fanno; se tirano dritti per la loro strada, grettamente materialista ed evoluzionista, continuando a ripetere come dei mantra le formulette di Darwin e di Freud, ciò si deve solo e unicamente alla miseria del loro carattere, alla loro mancanza di onestà intellettuale e di coraggio civile, perché sanno che se lo facessero metterebbero a rischio le loro amate carriere e le loro adorate poltrone. Perciò fanno finta di nulla, e vanno per la loro strada, che poi è la strada tracciata, per la scienza, da una cultura illuminista e massonica che ha deciso in anticipo cosa è vero e cosa è falso, di che cosa si può e si deve parlare e di cosa no: vale a dire una cultura militante,  ideologizzata, che ha della scienza un’idea strumentale e  fuorviante, poiché la vede solo come instrumentum regni, proprio come un tempo Machiavelli, e altri, consideravano che lo fosse la religione.

L’obiezione più prevedibile, e più banale, a quanto abbiamo detto, è che i casi di retro-cognizione e di preveggenza sono solamente delle rare eccezioni, e l’eccezione, si sa, conferma la regola. Invece non è così. Prima di tutto, non si tratta di rare eccezioni, ma di migliaia e migliaia di casi documentati; e, anche non tenendo conto di tutti quelli nei quali è possibile sospettare una spiegazione diversa del fenomeno, resta il fatto che una percentuale non indifferente di persone ha avuto, nel corso della vita, delle esperienze di tal genere. Questo fa ragionevolmente ipotizzare che la facoltà della mente di viaggiare oltre le frontiere del tempo fosse un tempo assai più diffusa, che fosse addirittura la norma, per poi regredire di pari passo con l’avanzare della civiltà tecnologica. Gli antropologi, infatti, hanno osservato che tali facoltà psichiche si osservano frequentemente preso i popoli primitivi. Quando le tribù degli aborigeni australiani vivevano ancora nel loro ambiente originario, ma in certi casi anche ai nostri giorni, accade che un uomo improvvisamente parta e si metta in viaggio per tornare al villaggio natio, magari distante centinaia di chilometri: egli “sa” che suo padre o sua madre sono morti, e vuole partecipare ai riti funebri, anche se nessuna notizia in tal senso gli è giunta coi mezzi ordinari. Oppure tutti ricordano come, all’epoca dello tsunami dell’Oceano Indiano, nel 2004, si temeva seriamente che gli abitanti delle isole Andamane, che non poterono essere preavvertiti perché vivono volontariamente isolati dal resto del mondo, e i cui villaggi sorgono bassi sul livello del mare, fossero stati sterminati dalle onde di altezza mostruosa che si abbatterono sulle coste di tutta quella regione. Invece, quando fu possibile ristabilire un contatto, sia pure indiretto – perché gli andamanesi, un popolo forse venuto dall’Africa non meno di 60.000 anni fa, rifiutano ogni contatto con il mondo esterno – ci si rese conto che presumibilmente nessuno di loro era perito, ma tutti si erano messi in salvo. Con quali mezzi avevano previsto l’arrivo dello tsunami, quando neppure gli strumenti scientifici moderni erano valsi ad assicurare un sufficiente margine di allarme alle popolazioni rivierasche? In questo caso, più che di preveggenza, potrebbe essersi trattato di genericamente di precognizione; peraltro, sono numerosi i poteri psichici che le popolazioni primitive possiedono, o per dir meglio possedevano, e che sembrano attestare che la mente degli uomini, un tempo, era in grado di vedere e sapere ciò che accade di là dallo spazio e dal tempo. A questo punto, bisogna concludere che, in questo ambito, l’eccezione non conferma la regola, ma che l’eccezione è la spia di un’altra regola oggi dimenticata o poco conosciuta, la quale configge con la regola “ufficiale” ammessa dagli scienziati accademici. Proprio come la vera scienza configge con lo scientismo, che è la sua caricatura positivista e rozzamente materialista, sostenuta assai più da sedicenti divulgatori scientifici che non dagli scienziati veri e propri, molto più interessati allo studio dei fatti che ad abbracciare con spirito da crociati una determinata  ideologia.

Dunque: sappiamo, perché ne esiste una ricca documentazione scientifica, che la mente può vedere sia il passato, sia il futuro; in questo secondo caso, essa è anche in grado di modificarlo, nel senso che può prendere decisioni che non avrebbe preso se fosse rimasta all’oscuro dei prossimi eventi, tali da cambiare radicalmente il corso delle cose. Il celebre storico e filosofo della storia Arnold Joseph Toynbee (1889-1975), autore del monumentale Civiltà al paragone (A study of History), una specie di risposta al Declino dell’Occidente di Oswald Spengler, fin dalla giovinezza  ebbe svariate esperienze di visione di eventi passati, nel corso di un viaggio di studio in Grecia e Asia Minore. Ecco come tali visioni sono state descritte dallo scrittore irlandese James Herbert Brennan, specializzato nell’occulto e nel mistero, nel libro Viaggiatori nel tempo (titolo originale: Time Travel: a New Prespective, 1997; traduzione di Eleonora Baron, Milano, Armenia, 2000, p. 50):

Nel 1912, all’età di 23 anni, lo storico Arnold J. Toynbee visitò la Grecia. Il 10 gennaio di quell’anno si trovava appollaiato su un’altura nei pressi di Cineocefale e osservava il paesaggio nella luce del tramonto, pensando alla battaglia che lì si era combattuta nel 197 a. C. Improvvisamente, scivolò in una “sacca temporale” e venne riportato indietro ai giorni in cui le truppe di Filippo V affrontarono le legioni romane. Il tempo era cambiato: c’era una densa foschia che gli permise appena di vedere, ai piedi della collina, la disastrosa carica macedone. I romani si aprirono un varco nella formazione macedone, cambiarono rapidamente direzione e attaccarono con tale ferocia che Toynbee dovette distogliere lo sguardo dall’orrenda carneficina. In un istante la scena scomparve, ed egli si ritrovò in un pacifico, soleggiato presente.

Due mesi dopo, a Creta si verificò un episodio analogo, mentre stava vistando i ruderi di una villa montana, lo colse una sensazione simile a quella che si prova a bordo di un aero entrando in un vuoto d’aria e scivolò in un’altra sacca temporale. Questa volta la sacca era di soli 250 anni, fino al giorno in cui la villa era stata bruscamente evacuata e abbandonata.

A Efeso visse un terzo episodio, mentre stava vistando le rovine del teatro in cui San Paolo si era scontrato con la corporazione locale degli argentieri. Gli “Atti degli Apostoli” (19, 27-28) narra di come un argentiere di nome Demetrio biasimò le azioni di San Paolo, il quale aveva incoraggiato gli efesini a non acquistare le riproduzioni del tempio. Il racconto degli “Atti” prosegue con le parole di Demetrio:

«E non soltanto la nostra attività minaccia di cadere in discredito, ma anche il tempio della grande dèa Artemide rischia di perdere ogni prestigio, e colei che è onorata da tutta l’Asia e dal mondo intero rischia di essere spogliata di tutta la sua grandezza”. Udite queste parole, si riempirono di sdegno, e gridavano: “Grande è l’Artemide degli Efesini!».

Toynbee riuscì addirittura a distinguere i due compagni di Paolo, Gaio e Aristarco. Quando l’inno ad Artemide iniziò a scemare, la sacca del tempo si richiuse ed egli si ritrovò nel presente.

Un mese dopo il 23 aprile, accadde nuovamente. In quel momento si trovava in Laconia ed era salito alla fortezza di Monemvasia. Arrampicatosi attraverso una breccia nelle mura, s’imbatté nei resti di alcuni cannoni di bronzo quasi del tutto nascosti dalla bassa vegetazione. Ad un tratto provò l’ormai sensazione di vuoto e scivolò indietro nel tempo fino al 1715, anno in cui la fortezza cadde in mano ai Turchi.

Il mese seguente, visitando le rovine di Mistra, a Sparta, vide le orde che nel 1821 rasero a terra la fortezza. L’esperienza fu così intensa che lo spinse a scrivere il suo “Study of History”.

Fra la ricca casistica relativa alla preveggenza e alle premonizioni, possiamo citare il caso di un uomo d’affari che viaggiava a bordo del piroscafo Waratah, da Melbourne a Londra, nel 1909. Terrorizzato da una serie di sogni che lo mettevano in guardia contro quella nave, peraltro nuovissima, in quanto uscita dai cantieri da meno di un anno e quindi giudicata sicura, il signor Claude G. Sawyer, che pure non era affatto un novellino (aveva viaggiato in lungo e in largo su tutti i mari del mondo) decise di sbarcare a Durban, in Sud Africa, e di attendervi il passaggio di un’altra nave qualsiasi per proseguire il viaggio verso casa. E fece appena in tempo: perché nel tratto relativamente breve fra Durban e Città del Capo il Waratah, che non era dotato di stazione radio, semplicemente scomparve. Passarono i giorni, le settimane, e le ricerche non diedero alcun frutto: non venne mai ritrovato né un rottame, né un bagaglio, né un corpo umano, benché la nave recasse 211 passeggeri oltre ai 154 membri dell’equipaggio (nel viaggio di andata i passeggeri erano il doppio, perché la nave trasportava soprattutto emigranti diretti dalla Gran Bretagna all’Australia). C’era stata una forte burrasca, con venti di 90 km/h e onde alte fino a nove metri, e si ipotizzò che la nave fosse stata trascinata verso le gelide e nebbiose acque antartiche (si era a fine luglio, cioè, in pieno inverno per l’emisfero meridionale); ma alla fine, nel 1911, bisognò concludere che doveva essersi capovolta, probabilmente per un problema di stabilità strutturale o di distribuzione del carico, senza possibilità di scampo per quanti erano a bordo. Il signor Sawyer era stato chiamato a testimoniare davanti alla commissione d’inchiesta istituita dal Ministerro del Commercio: riferì per filo e per segno i suoi incubi notturni, come del resto aveva fatto con gli altri passeggeri, quando si trovava a bordo, prima di sbarcare: e i giudici non poterono che congratularsi con lui per lo scampato pericolo e per il coraggio che aveva dimostrato nel non curarsi della curiosità non sempre benevola del pubblico verso le sue strane dichiarazioni.

L’episodio è riferito da Michael Hardwick nel volume I grandi misteri insoluti, a cura di John Canning (titolo originale: Great Unsolved Mysteries, Century Books Ltd., 1984; traduzione dall’inglese di Marco Veronesi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1987, pp. 141-142):

Il passeggero si rigirava in continuazione nello spazio angusto della sua cuccetta, in preda a un sogno sempre più inquietante. Quel sogno l’aveva già fatto e il suo subconscio lo combatteva, perché subito dopo, al suo risveglio, si ritrovava tutto sudato e aggrappato alle lenzuola.

Pochi minuti di veglia, però, erano sufficienti per calmarsi. Non avvertiva rumori o sensazioni sgradevoli che potessero legittimare le sue paure, il movimento della grossa nave a vapore non era mutato. Stava tornando a casa, da sua moglie, e non era angosciato da preoccupazioni domestiche o di lavoro tali da spiegare la sua agitazione. Eppure sapeva, dall’esperienza di diverse notti consecutive, che quando si sarebbe riaddormentato, il sogno sarebbe tornato; e, per quanto fosse abituato a viaggiare e si trovasse a bordo di una nave moderna e quasi nuova avrebbe nuovamente temuto per la propria vita.

Ogni volta si vedeva in piedi vicino al parabordo a fissare il mare calmo. Improvvisamente le acque si aprivano, per far emergere l’anacronistica figura di un cavaliere medioevale con l’armatura. L’armatura era sporca di sangue, che l’acqua del mare non riusciva a tergere. In una mano aveva un panno insanguinato, nell’altra brandiva una spada sguainata.

Non era la minaccia della spada o la vista del sangue a terrorizzare il sognatore, un uomo d’affari con la testa sulle spalle, e per nulla avvezzo ad andare a letto dopo un lauto pasto e un’abbondante bevuta. Il sogni giungeva al culmine quando la figura, prima di scivolare di nuovo nell’acqua, si rivolgeva a lui ripetendo senza suono un’unica parola: «Waratah! Waratah!»; le sillabe arrivavano distinte al suo orecchio. Poi il cavaliere scompariva e il sognatore si svegliava. Dopo essere rimasto disteso sul letto in preda al terrore per qualche minuto, si calmò e si disse che non poteva continuare così e che, non appena arrivato a Durban, avrebbe cambiato imbarcazione per compiere il resto del viaggio.

“Waratah” era il nome della nave dove si trovava e dove stava avendo quell’inquietante sogno.

L’infelice passeggero si chiamava Claude G. Sawyer ed era al suo dodicesimo lungo viaggio. Questa volta stava navigando da Melbourne a Londra, via Sud Africa.

Il piroscafo a vapore per passeggeri e merci “Waratah”, di 9.339 tonnellate, aveva meno di un anno: era il 9 luglio 1909 e il “Waratah” era stato varato sul Clyde nell’ottobre precedente.

Esula dagli scopi di questo scritto esaminare nel dettaglio il significato della visione ricorrente che mise in allarme il signor Sawyer e, alla fine, lo indusse a sbarcare precipitosamente e ad allungare i tempi del ritorno a casa, pur di non restare un giorno di più a bordo della nave sulla quale pareva incombere un sinistro destino. Non è chiaro per quale ragione l’ammonizione prendesse la forma di un cavaliere medievale, armato e insanguinato, emergente dalle acque del mare, una fantasia che pare ben strana considerando l’indole pratica e assai prosaica del soggetto interessato. Bisognerebbe conoscere il passato del signor Sawyer, ma forse nemmeno ciò potrebbe rivelarsi sufficiente: forse l’illustrazione di un libro sfogliato nell’infanzia può essersi depositata nel suo subconscio ed esservi rimasta in quiescenza, fino al momento di riemergere, tanti anni dopo, sotto la forma di un sogno premonitore ricorrente. Sia come sia, una cosa è certa: il subconscio del signor Sawyer sapeva, grazie a quei sogni, che qualcosa di terribile sarebbe accaduto ai viaggiatori del Waratah, e ciò implica necessariamente che una qualche facoltà della sua mente gli avesse consentito di sapere vedere che qualcosa sarebbe fatalmente accaduto, qualcosa d’irreparabile che doveva assolutamente prevenire, non potendo scongiurarlo e non essendo neanche consapevole di quale genere di pericolo si trattasse esattamente (ma quale altro pericolo se non quello di un naufragio, trattandosi d’una nave impegnata in una lunga traversata oceanica?). A questo punto è secondario stabilire se si sia trattato di qualcosa che la sua mente aveva visto o intuito: di sicuro essa era uscita dal fragile involucro del cervello, da quel corpo che dormiva i suoi sonni agitati nella cuccetta, e si era proiettata molto oltre dove avrebbe dovuto essere, secondo le nostre conoscenze generalmente accettate e secondo ciò che la nostra scienza ufficiale ritiene vero, possibile e ammissibile.

Riassumendo. La mente può vedere o sapere eventi passati ed eventi futuri, e ciò attesta che non è limitata al cervello, non è una funzione del cervello, non esiste solo a condizione che il cervello esista. Qui probabilmente sta la chiave per comprendere il mistero della vita dopo la morte: o, se non per comprenderlo, quanto meno per gettare un fascio di luce nelle tenebre fitte, che solo la fede religiosa può illuminare adeguatamente. Se la mente sa più cose di quelle che dovrebbe sapere se fosse legata al corpo, non è questa una prova indiretta che la morte del corpo non spegne per sempre anche la mente? E non è un indizio del fatto che la mente sa poche cose finché rimane legata al corpo e si crede limitata al cervello, mentre ne sa molte di più quando, per cause indipendenti dalla volontà cosciente, si “sgancia” da tale ancoraggio e dalle limitazioni spazio-temporali che ne derivano? Sappiamo, dalle vite dei Santi, che per costoro il futuro non ha molti segreti, e nemmeno il passato; che la loro conoscenza può estendersi molto aldilà di quel che potrebbe fare se la loro mente fosse limitata alla dimensione del corpo fisico. Sappiamo anche, perché è articolo di fede e perché a ciò conduce una logica indagine razionale, che la fonte della super-conoscenza dei Santi è Dio, il quale rivela ad essi le cose passate e future, così come parecchie altre che sono nascoste all’occhio umano, in virtù del loro stato di grazia. Uomini come Arnold J. Toynbee o come Claude G. Sawyer non risulta che fossero dei Santi, bensì che fossero delle persone comuni; nel loro caso bisogna perciò ipotizzare che l’origine delle loro visioni risiedesse in un sviluppato psichismo congenito, del quale erano loro stessi inconsapevoli. Ma allora tutte le persone dotate di spiccate facoltà psichiche possono vedere il passato e conoscere il futuro? Forse sì e forse no; del resto, lo ripetiamo, è ipotizzabile che in tempi lontani tutti gli uomini, o quasi, fossero dotati di simili facoltà. La cosa certa è che il mistero del tempo appartiene a Dio, davanti al quale tutte le cose, per noi passate o future, sono eternamente presenti. Tutto è eterno nella divina Mente eterna. Perciò abbiamo detto in un precedente scritto che tutte le cose esistono per sempre: perché sono tutte nella sua Mente.

Del 28 Dicembre 2020

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