martedì, 9 Marzo 2021
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La crisi del cattolicesimo è anche una crisi culturale

Chi ha un complesso d’inferiorità nei confronti del mondo moderno non è degno dei “Tesori del Vangelo”! E si ricordi le parole di Gesù: “nessuno può servire due padroni” di Francesco Lamendola  

La Chiesa cattolica sta vivendo la crisi più grave di tutta la sua storia. Nemmeno al tempo delle persecuzioni degli imperatori romani, prima dell’editto di Milano del 313, regnavano una tale confusione, un tale sbandamento, una così profonda crisi d’identità. E nemmeno l’eresia ariana, che nel IV secolo prese uno sviluppo talmente impetuoso da far pensare che tutto il cristianesimo sarebbe divenuto ariano, e un numero impressionante di vescovi passavano nel campo del probabile vincitore, neppure allora si respirava l’atmosfera di crepuscolo, di disfatta, di dissoluzione che si respirano oggi nella Chiesa cattolica. Di questa crisi abbiamo parlato già moltissimo, esaminandone i singoli aspetti e cercando di risalire sempre più indietro per coglierne la prima radice, per individuare i fattori scatenanti più remoti. Ma c’è un aspetto che probabilmente non viene mai considerato abbastanza, perché siamo tutti presi da quello che fa e che dice il papa, o colui che attualmente si fa passare per tale; da quello che dicono e fanno i vescovi; da quello che dicono i teologi e da quello che fanno i sacerdoti e i religiosi. Infatti per capire l’attuale deriva e l’attuale autodemolizione della Chiesa cattolica, beninteso nelle sue strutture e manifestazioni esteriori (perché l’anima della Chiesa è di Gesù Cristo, e pertanto appartiene alla dimensione soprannaturale, ove nulla e nessuno la possono minimamente scalfire) bisogna tener conto della crisi e della deriva che hanno investito la cultura cattolica nel corso specialmente dell’ultimo secolo, intendendo la parola cultura nel significato più vasto e non in quello ristretto che riguarda solo una élite di professionisti e specialisti.

Per capire, ad esempio, come mai la stampa cattolica, sia quella popolare, come L’Avvenire o Famiglia Cristiana, sia quella più selezionata, come La Civiltà Cattolica, sia divenuta ex cattolica, o meglio anticattolica, veicolando idee lontanissime e spesso contrarie a quelle della vera dottrina e della vera morale cattoliche, non basta indagare su quali direttori si siano avvicendati alla guida di quei giornali, e chi abbia spianato loro la strada, e sulla base di quali ragionamenti, o di quali forze, o di quali intrighi di palazzo; no: è necessario chiedersi come mai milioni di lettori (sempre di meno, comunque: attualmente si tratta solo di alcune migliaia) abbiamo accettato una cosa del genere, continuando ad acquistare quei quotidiani o quei periodici, o rinnovandone l’abbonamento, in apparenza senza cogliere il tradimento che essi stavano, e stanno, perpetrando ai danni della verità cristiana; e come si sia arrivati a questo punto. Perché se un agricoltore o un apicoltore, che hanno sempre lavorato la terra e allevato le api, a un certo punto accettano di dare ascolto a dei sedicenti esperti che li consigliano di adottare metodi del tutto contrari alla loro esperienza; se un professore accetta di modificare radicalmente la propria impostazione didattica, in base a strampalate direttive provenienti dal Ministero dell’Istruzione, o da quello dell’Università e della Ricerca, ebbene c’è un problema da spiegare, grosso come una casa: come mai la gente smette di fidarsi del proprio sapere, di attingere alla propria saggezza, e accetta di seguire le direttive di sconosciuti i quali pretendono di rifare ogni cosa di bel nuovo, e di procedere in maniera difforme da quella di prima, anzi in maniera diametralmente opposta ad essa, lasciandosi condurre verso il baratro senza fiatare né mostrare alcun segno d’imbarazzo o inquietudine? In realtà, inquietudine e imbarazzo, a dir poco, ci sono: non sarà un caso se Famiglia Cristiana, sempre per fare un esempio, è scesa da 640.000 copie vendute nel 2005 – vendute e non stampate, cioè senza calcolare quelle distribuite gratis o tornate in resa – alle 100.000 o poco più del 2019. Complimenti vivissimi, don Antonio Rizzolo; e complimenti pure a lei, don Antonio Sciortino: i  nostri nonni si rivolterebbero nella tomba se potessero vedere quel che avete fatto e state tuttora facendo del loro giornale, come se fosse vostro e non dei cattolici; se no perché non cambiate testata? È troppo comodo pubblicare un giornale con quel titolo e attirare i lettori che si aspettano dei contenuti cattolici, e poi dar loro, invece, dei contenitori totalmente non cattolici.

Per inquadrare il problema della crisi della cultura cattolica, abbiamo trovato dei validi spunti di riflessione in un ampio articolo del professor Danilo Castellano, filosofo del diritto e già docente presso l’Università di Udine, nel periodico Instaurare omnia in Christo (n. 3, dicembre 2020, pp. 3-4), intitolato Necesse est ut veniant scandala, del quale riportiamo un breve estratto:

IL PROBLEMA DELLA CULTURA CATTOLICA.

Già san Paolo raccomandò ai Tessalonicesi di esaminare tutto ma di ritenere solamente ciò che è buono («omnia probate, quod bonum est tenete», I Lettera di Tessalonicesi 5, 21. Inoltre, lo stesso san Paolo raccomandò ai cristiani del suo tempo di non conformarsi al mondo, alla mentalità secolare (Lettera ai Romani, 12,2). Segno che già alle origini del Cristianesimo era viva fra i cristiani la tentazione di adeguarsi alle contemporanee mode di pensiero e di vita. Nel corso dei secoli questa tentazione si è costantemente presentata. Soprattutto, però, nell’epoca moderna e contemporanea essa ha trovato largo accoglimento. Si è ritenuti e si ritiene, infatti, di fare opera pastorale buona “battezzando” sistemi di pensiero, tendenze morali largamente praticate, regimi politici. L’adeguamento ad ogni costo  offre, da una parte, l’illusione di aver conquistato al Cristianesimo i suoi avversari e, dall’altra, esso è meno faticoso e (almeno apparentemente) più vantaggioso dell’opposizione. A questo proposito esemplare è l’opera della Segreteria di Stato. Per richiamare solamente alcuni fatti, ricordiamo la politica che ha portato al “Ralliement” nei confronti della Francia laicista, massonica, anticlericale al tempo di Leone XIII; l’accoglimento del liberalismo politico(cardinale Gasparri e don Luigi Sturzo); l’illusorio tentativo di ricuperare il fascismo (padre Gemelli e Pio XI); l’abbraccio con l’americanismo (già condannato da Leone XIII) e la democrazia moderna (Montini, quale sostituto alla Segreteria di Stato e, in parte, Pio XII); la linea della Ostpolitik del cardinale Casaroli e di Paolo VI; l’apertura alla Cina del cardinale Parolin e di papa Francesco. Su un piano parzialmente diverso (meno pragmatico e più dottrinale)  ma in continuità con questa “linea”, va considerata la benedizione della “laicità” francese, rectius l’elogio (in occasione del suo centenario) della Legge della laicità (combattuta da san Pio X e considerata, invece, cristiana da Giovanni Paolo II) da parte di papa Wojtyla; la tesi secondo la quale il liberalismo sarebbe l’anima del cristianesimo (Benedetto XVI); l’erroneo insegnamento secondo il quale Lutero (confutato e giustamente considerato eretico dal Concilio di Trento) sarebbe un riformatore da apprezzare (papa Francesco). Lo scrisse apertamente Eugenio Scalfari dopo un colloquio (sollecitato direttamene da Bergoglio) pubblicato su “La Repubblica” pochi giorni prima del viaggio a Lund di papa Francesco.Soprattutto, però, va considerato, a questo proposito, l’atteggiamento metodologico del Concilio Vaticano II che tentò un “recupero” della modernità al Cristianesimo, non riuscendovi – è vero – ma presentando la Chiesa cattolica prona innanzi al mondo.

Ciò dimostra che la cultura cattolica contemporanea si pone in un rapporto di costante subordinazione rispetto alla cultura elaborata in opposizione al Vangelo. I tentativi fatti nella seconda metà del secolo XX di dimostrare che il marxismo era “recuperabile” alla dottrina cattolica (essendone, per taluni, figlio) analogamente a quanto era stato fatto da san Tommaso d’Aquino con l’aristotelismo, non considerano che Aristotele non si poneva “contro” il Cristianesimo (cosa impossibile essendo vissuto prima di Cristo) come, invece, fa Marx, sviluppando le premesse del pensiero illuministico. Emblematica, a questo proposito, è la posizione di Maritain che negli anni Trenta del Novecento sostenne la tesi del marxismo come eresia cristiana; tesi sconfessata subito da Pio XI che definì, invece, il marxismo come dottrina intrinsecamente perversa.

Castellano giustamente ricorda che il magistero della Chiesa, in quest’ultimo secolo, non è stato esente da ripensamenti e oscillazioni nei suoi giudizi verso il mondo moderno, i suoi governi e le sue manifestazioni: i casi dell’americanismo, del liberalismo, del fascismo e del comunismo mostrano ad abundantiam che alcuni papi hanno ritenuto di poter dialogare, e perfino di poter stabilire delle alleanze tattiche, con ideologie che i loro predecessori avevano disapprovato e condannato. E non stiamo parlando di questioni di secondaria importanza: il liberalismo è stato solennemente condannato da Pio IX, nel Sillabo, insieme a molte altre espressioni della cultura società moderna, mentre sotto il pontificato di Pio X (che non può certo essere sospettato di simpatie moderniste) venne stretto il Patto Gentiloni che portò al sostegno, sia pure indiretto, dei cattolici ai candidati liberali in funzione antisocialista. Al tempo stesso, e altrettanto giustamente, Castellano fa notare – in altra parte del suo saggio – che una cosa è il magistero straordinario dei pontefici, infallibile e vincolante, e un’altra cosa è il magistero ordinario, il quale non implica necessariamente l’infallibilità e tuttavia impegna i fedeli, beninteso se rispetta alcune condizioni, fra le quali avere per oggetto le verità della fede ed essere in continuità con il magistero precedente, con i Concili e con la Tradizione. Ora, il problema che si pone a partire dal Vaticano II, e con tutti i pontefici che sono succeduti a Pio XII, è proprio quello della continuità del loro magistero con quello anteriore al Concilio. Come si può sostenere che la Dignitas Humanae del 7 dicembre 1965, che afferma solennemente il principio della libertà religiosa (e quindi presuppone il relativismo e il soggettivismo etico) è in continuità con il magistero perenne della Chiesa, con i Concili precedenti e con la Tradizione? Un’altra condizione evidentemente indispensabile per parlare di magistero autentico è che esso provenga da un papa vero. Questo problema non si era mai posto fino ai nostri tempi, perché perfino i peggiori papi del passato – i peggiori dal punto di vista morale – non avevano mai osato stravolgere la dottrina e macchiarsi della colpa inaudita di proclamare un magistero falso ed eretico. I rarissimi casi dubbi – papa Onorio I sulla questione del monotelismo, papa Giovanni XXII sulla visione di Dio per le anime dopo la morte – hanno un carattere episodico, assai limitato sia nelle prospettive che nei loro effetti; nessuno di essi è mai giunto a mettere in crisi la Chiesa e la fede dei cattolici sulle questioni essenziali concernenti la verità e la salvezza. Invece il caso di Bergoglio è del tutto diverso: qui ci troviamo di fronte a un attacco sistematico, capillare, subdolo e recidivo alle essenziali verità di fede, tanto che si può parlare di un vero e proprio contro-magistero, di un magistero infernale. A ciò si aggiunga la questione, non certo secondaria, anzi decisiva, della legittimità dell’elezione di Bergoglio al soglio di Pietro, questione che invece nell’articolo succitato non viene neanche presa in considerazione, perché l’autore lo chiama “papa Francesco” e lo considera legittimo pontefice.

Quanto a noi siamo di diverso avviso. Non solo Bergoglio è un falso papa, perché nella sua elezione i cardinali massoni della mafia di San Gallo hanno contravvenuto alle più elementari leggi canoniche (prima fra tutte, l’ineleggibilità al papato di un gesuita), ma se anche fosse papa legittimo sarebbe comunque pienamente e intenzionalmente eretico, non in questo o quell’aspetto della sua pastorale, ma pressoché in tutti, essendo un nemico della Chiesa che è stato posto sulla cattedra di Pietro al preciso scopo di distruggerla, come da moltissimo tempo la massoneria si prefigge di fare. Il problema peraltro si allarga per l’ovvia considerazione che Bergoglio non è sbucato fuori dal nulla, e che i cattolici, a partire dal clero, da decenni si sono abituati a un magistero non più ortodosso, ma eterodosso, che ha avallato, implicitamente o esplicitamente, tutta una serie di condotte e stili di vita che sono l’antitesi del Vangelo di Gesù Cristo. Se questo è stato possibile, allora bisogna ammettere che la mala pianta dell’eresia non è spuntata d’improvviso su un  terreno sano, ma che allignava da tempo; e che da tempo i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i teologi, le riviste nominalmente cattoliche stavano deragliando e stavano tradendo la purezza e l’integrità della dottrina cattolica, parlando sempre e solo di certi temi, peraltro gonfiati oltremisura e snaturandone la prospettiva, e tacendo completamente su altri, non meno importanti. È così che un poco alla volta i cattolici si sono abituati a non dedicare più neppure un pensiero al dramma dell’aborto volontario, legalizzato ed equiparato a un sacro diritto, e alla fine anche a chiudere un occhio sull’eutanasia e approvare le cosiddette famiglie arcobaleno. E tutto ciò mentre chi avrebbe dovuto vigilare taceva, al punto che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha praticamente smesso di funzionare, alla stampa è stata lasciata libertà di pubblicare qualsiasi cosa (con l’abbandono del nihil obstat) e i seminari e le facoltà cattoliche sono diventati altrettanti focolai di eresia, ove le idee più contrarie al cattolicesimo, già solennemente e più volte condannate dal magistero, hanno trovato terreno fertile per essere insegnate e propagate come delle stupende novità volute da un non meglio precisato “spirito”, che certo non ha nulla a che vedere con lo Spirito Santo. Bisogna perciò arrivare alla conclusione inevitabile, se pur dolorosa che tutti i papi dal Concilio in poi hanno avallato, permesso o approvato questi nuovi indirizzi “pastorali” i quali, di fatto, hanno distrutto la dottrina cattolica e gettato i fedeli nello sbandamento più totale. E ciò sempre per la stessa ragione: perché il clero e i fedeli hanno voluto mettersi al passo con la civiltà moderna (avevano un ritardo di due secoli da recuperare, secondo il massone e gesuita cardinale Martini), ed erano stanchi di sentirsi dei relitti sorpassati dalla storia. Scordandosi della perennità del Vangelo e facendo proprio il punto di vista del mondo moderno, secondo il quale solo le novità meritano attenzione, mentre le cose antiche sono da gettare nel cestino, quei preti e quei fedeli hanno decretato l’atto di morte del cattolicesimo. Tutto il resto è solo una conseguenza di quella resa fondamentale, di quel dire di sì al mondo per piacere allo spirito moderno e sedere a tavola con gli altri, non più relegati in una posizione marginale.

Tale è lo stato presente delle cose. Ed è da qui, da questo disastro, da queste macerie, che bisogna ricominciare, iniziando la ricostruzione della cultura cattolica: con serietà, con onestà intellettuale, con coerenza e anche con un po’ di fierezza. Chi ha un complesso d’inferiorità nei confronti del mondo moderno non è degno dei tesori del Vangelo. Faccia perciò la sua scelta e si ricordi le parole di Gesù: nessuno può servire due padroni.

Del 31 Dicembre 2020

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