martedì, 15 Giugno 2021
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Gesù psicanalista trascina al desiderio, non al dovere

Gesù psicanalista trascina al desiderio, non al dovere. I pessimi maestri degli anni ’60 e ’70 del Novecento e i demenziali sproloqui della psicanalista Françoise Dolto, che vede Gesù Cristo come un precursore di Sigmund Freud di Francesco Lamendola

Nei tragici anni ‘70 del secolo scorso – tragici dal punto di vista morale: gli anni del terrorismo, del divorzio, dell’aborto, della droga, ecc. – i cattolici adulti ed emancipati facevano del loro meglio, o piuttosto del loro peggio, per mettersi al passo con le mode del mondo, imitando banalmente gli slogan e gli atteggiamenti dei loro “fratelli” atei e laicisti e unendosi al coro delle denigrazioni, nel loro caso delle auto-denigrazioni, verso la cultura dalla quale provenivano. Da parte loro, gli intellettuali e i giovani progressisti, col loro bravo Marx e il loro bravo Freud nello zaino, oltre alla denigrazione, adottavano spesso e volentieri una tattica diversa nei confronti del cristianesimo: quella di appropriarsene ideologicamente, facendolo passare per una “cosa” di sinistra, e Gesù per un rivoluzionario i cui insegnamenti, ovviamente, erano stati traditi e mortificati da un clero bigotto e reazionario. Vi sono stati dei casi nei quali tale pretesa di appropriazione ideologica ha raggiunto  i limiti dell’assurdo ed è sconfinata nel ridicolo: uno di essi è stato quello della famosa psicanalista Françoise Dolto (1908-1988), una delle sacre Vestali della Rive gauche, fondatrice, nel 1964, assieme al suo maestro Jacques Lacan, della Scuola Freudiana di Parigi, attraverso la quale ha raggiunto la notorietà internazionale e divulgato ovunque i suoi lavori “scientifici”. Mettiamo la parola scientifici fra parentesi non solo per la ragione generale che tutta la psicanalisi è una pseudo-scienza, ma perché i lavori della signora Dolto, in modo particolare, toccano le sublimi altezze del surrealismo, tanto che gli ammiratori di Breton, se avessero avuto un po’ di senso dell’umorismo anche al di fuori della loro parrocchia libertaria e sinistrorsa, non avrebbero mancato di apprezzarli come le opere forse più riuscite in quel particolare ambito culturale, in tutto degne dell’arte di Mirò, Picabia e Dalì.

Una di tali opere, sulla quale vogliamo brevemente soffermarci, è Psicanalisi del Vangelo, in due parti, del 1978, nella quale la Dolto, in collaborazione con un altro psicanalista della stessa scuola, Gérard Séverin, sostiene in tutta serietà la tesi che Gesù, psicanalista ante litteram, non è venuto a insegnare una morale, e tanto meno una dottrina religiosa, ma a trascinare gli uomini e le donne verso la realizzazione del loro desiderio. Rivisitando in chiave psicanalitica la vita di Gesù, i due brillanti autori ritengono di essere giunti alla comprensione autentica del Vangelo: un manuale di perfetta liberazione da ogni repressione e di piena liberazione di ogni desiderio. Attraverso una serie di domande e risposte, domande di Séverin psicanalista e risposte della Dolto “paziente”, i due autori pervengono a una rilettura integralmente antropocentrica del messaggio di Cristo, della cui pretesa di essere il Figlio di Dio, ovviamente, si curano tanto quanto l’imperatore di tutte le Russie potrebbe curarsi dell’ultimo mugik del suo immenso impero. Secondo loro, quel che Gesù è venuto a fare  è stato guidare le persone a comprendere le proprie motivazioni profonde e ad esplicitarle nel più libero dei modi: è venuto a liberare il desiderio da ogni senso di colpevolezza, inventato dai farisei di allora e di sempre, per vivere pienamente la comunione con se stessi e con il mondo. E si spingono così lontano, lungo questa bellissima strada fiorita, che arrivano al punto, la Dolto in verità, ad adombrare che Gesù non sia nemmeno del tutto contrario all’incesto fra padre e figlia: un tema particolarmente caro alla signora in questione, che ne era letteralmente ossessionata, tanto che le sue ripetute esternazioni in materia le sono costate forse l’unica censura, peraltro molto garbata e rispettosa, di quei circoli progressisti i quali notoriamente possiedono un senso etico a senso unico e per molto, ma molto meno, non avrebbero esitato a sbranare addirittura chi avesse osato esprimere analoghi concetti dalla barricata opposta, vale a dire dalla detestata e detestabile cultura di destra.  E ancora: il senso di colpa inventato dagli eterni farisei serve a bloccare le esigenze di mutamento e la ricerca di libertà della persona: pertanto Gesù è venuto a combattere il solo peccato che esiste al mondo, il peccato contro il proprio desiderio. Egli insomma voleva spezzare il circuito chiuso dell’individualismo, che è alienazione (così recita la quarta di copertina) per aprirsi e condividere con gli altri la propria vita, la propria ricchezza, la conoscenza, il potere. Anche il letto? I due sedicenti maîtres-à-penser non lo dicono in maniera del tutto esplicita, ma il senso è questo; anzi, anche qualcosa di più: perché se un padre desidera la propria figlia, allora in fin dei conti, perché no? In tutti i casi non si tratta, propriamente parlando, di un problema morale (la morale essendo solo ciò che la legge proibisce) ma “solo” un problema dovuto al non aver ben messo a fuoco i veri desideri dell’io. In questo, essi affermano, consiste l’insegnamento di Gesù: nella liberazione da ogni complesso e ogni tabù per raggiungere la libertà di amare, con la pienezza e l’abbandono che l’animo umano possiede per sua intrinseca natura.  

Arrivati a questo punto, il lettore potrebbe pensare che stiamo scherzando o che stiamo inventando addirittura; che stiamo forzando il pensiero di quei due illustri signori, per volgerlo in caricatura. Purtroppo non è così; e quando dicevamo che gli anni ’70 sono stati terribili, intendevamo anche questo: che vi è stata una totale confusione, non solamente etica, ma anche intellettuale; e che qualsiasi stranezza, assurdità, blasfemia, è stata salutata con scrosci irrefrenabili di applausi dalle platee della sinistra, purché venisse dalla loro stessa curva dello stadio; infatti, in caso contrario, la musica sarebbe stata ben diversa. Sono stati anni d’impazzimento della ragione e di esaltazione di tutto ciò che di torbido, di sporco, di fangoso, giace nelle profondità dell’animo. Eppure quei signori, ligi al dogma di Rousseau, secondo il quale l’uomo è buono per natura, è puro, è innocente come un agnellino, hanno ritenuto che fosse cosa buona e giusta insegnare a ciascuno a vivere quel fango sino in fondo, a sprofondarci e a sguazzarci di gusto, tanto non è fango, sono i moralisti e i farisei a vederlo così, in realtà è oro purissimo, ed  è quanto di più nobile e bello possa albergare nell’animo umano.

Ed ecco qualche perla estratta dalla seconda parte di Psicanalisi del Vangelo, pubblicata in Italia con il titolo, ancor più accattivante, La libertà d’amare (G. Séverin-F. Dolto, titolo originale: L’Évangile au risque de la Psychanalyse, Éditions Universitaires, 1978; traduzione dal francese di Sarah Cantoni, Milano, Rizzoli, 1979; ci siamo limitati all’inevitabile capitolo dedicato a Gesù e alla donna adultera):

F. D. Quella donna ha trovato il suo piacere in amori adulterini, ma può anche darsi che sia stata intrappolata dal suo bisogno sessuale, e il suo desiderio è forse altrove… non lo so. Forse andava con un uomo semplicemente perché, nel focolare domestico, non aveva alcuna tenerezza, e l’uomo col quale andava per avere un po’ d’affetto ne approfittava per avere il suo corpo. (p. 71)

F. D. Non è forse amare permettere all’altro di vivere il suo desiderio? (p. 72)

F. D. Se Gesù è un uomo, ha delle contraddizioni. È evidente. Diversamente, egli non è incarnato, carnale, umano. Del resto, il Vangelo non è pieno di contraddizioni? (p. 73)

G. S. L’atteggiamento di Gesù e ben diverso… Egli risveglia e non censura…

F. D. Quando noi andiamo contro il senso della nostra struttura, proprio allora pecchiamo. Qual è questa struttura del nostro essere? È perdersi dandosi! Noi siamo nati dall’incontro di due esserti, spermatozoo paterno e ovulo materno che si sono perduti dandoci la vita. Fondamentalmente, questo è il senso che ha presieduto alla nostra esistenza. Fondamentalmente, ecco l’ordine della nostra struttura. Ecco la nostra verità! (p. 75)

F. D. Ammettiamo che un padre ignori la proibizione dell’incesto, che abbia dei rapporti sessuali con sua figlia e che nasca un figlio. (…)

G. S. Se il padre, quando la desidera, “prende” sua figlia, in quel momento vive il suo desiderio… Egli “ama” e fa ciò che vuole. Sant’Agostino deve rallegrarsene!

F. D. Io non posso immaginare cosa rallegri sant’Agostino, ma non credo che desiderare un oggetto sessuale sia di per sé  manifestazione d’amore per la persona. (p. 80).

G. S. Ma allora, perché il Cristo dice alla donna adultera che non condanna: “Va’, e d’ora in poi non peccare più”? 

F. D. Mi sembra che questo voglia dire: “Non fermarti per strada ad appagare il tuo piacere. Al di là di quel piacere c’è qualche altra cosa verso la quale sei spinta, attratta, e alla quale puoi giungere”.

G. S. Il peccato, secondo lei, (…) è anche fermarsi?

F. D. Ma certo. Il Cristo ci incita a non fermarci mai. I farisei si fermano: hanno trovato una legge definitiva, intoccabile! Mentre i “peccatori”che il Cristo ama frequentare e che non condanna mai sono coloro che fanno l’esperienza dei loro limiti, della loro finitezza. (p. 83)

F.D. Io non direi però che, in questo racconto, Gesù liberi la donna né dal suo senso di colpa, né dal suo peccato reale. La consiglia di non peccare più e forse, col suo atteggiamento, le offre il mezzo di dominare il proprio desiderio e la propria debolezza. (pp. 88-89)

Che dire davanti a tanta strumentalizzazione, a una tale sfrontatezza nel prendere il Vangelo e trasformarlo in un prontuario di psicanalisi, e nel fare di Gesù Cristo un precursore di Sigmund Freud, per certi aspetti più avanzato di Freud, diciamo un po’ più vicino a Wilhelm Reich (siamo negli anni ’70, che diamine, non ai primi del Novecento!), dato che perfino Freud, arrivato al bivio fra tabù e nevrosi, sceglie la nevrosi piuttosto che infrangere i tabù, come quello dell’incesto, che invece pare tanto affascinare la signora Dolto? Dal punto di vista dei contenuti specifici, quello di Dolto e Séverin è semplicemente un non discorso, cioè uno sproloquio. Lasciamo perdere, in questa sede, quanto può esservi, anzi sicuramente c’è, di irrispettoso, di offensivo e di blasfemo nei confronti della figura di Gesù Cristo, così come la conoscono e la adorano i cattolici; limitiamoci pure ad un discorso prettamente laico e razionale.

– Il quadretto della povera donna adultera che tradiva suo marito perché bisognosa d’affetto e tenerezza, e che è finita tra le braccia di un amante profittatore che sfrutta quella sua debolezza per possedere il suo corpo, è un cliché assai consunto, addirittura kitsch, da quanto dolciastro e stantio appare, oltretutto curiosamente in contrasto con il sottofondo femminista che, manco a dirlo, accompagna tutto il libro, con la Dolto pronta a rinfacciare a Séverin che lui tende a prender le parti del marito cornuto, e non tiene nel debito conto le ragioni della moglie infelice,  prigioniera di un matrimonio probabilmente non voluto. Ma si sa che le signore femministe, quando fa loro comodo, ritraggono gli unghioni come i gatti, e amano rappresentarsi come tenere fanciulle indifese, vittime della barbarica prepotenza del maschio arrogante.

– Che il Vangelo sia pieno di contraddizioni, questa è una tesi non dimostrata, che dovrebbe a sua volta sostenere un’altra tesi indimostrabile: che Gesù fosse solamente umano, e dunque lui pure pieno di contraddizioni. Ma la lettura onesta dei Vangeli ci dice il contrario. In tutta la storia umana non si troverà un altro personaggio dotato di un equilibrio così formidabile, di un’inalterabilità e di una pazienza operosa che si possano anche solo lontanamente paragonare a quelle di Gesù. La citazione della cacciata dei profanatori dal Tempio è priva di qualsiasi base fattuale: che Gesù abbia cacciato quelle persone non significa affatto che si sia fatto trascinare dalla pura emotività, tanto meno da un impeto di rabbia. Quindi non c’è la benché minima contraddizione fra il Gesù misericordioso, che parla con umanità e dolcezza alla donna adultera, che cura i malati e conforta gli afflitti,  che ama e benedice i bambini, e il Gesù che caccia dal Tempio i profanatori: è sempre lo stesso Gesù, animato dagli stessi sentimenti, e in ogni caso sempre perfettamente padrone di se stesso. Lo sarà anche durante la Passione, il processo, l’agonia sulla croce: sempre lucido e presente a se stesso, sempre coerente coi suoi insegnamenti, sempre fermo e al tempo stesso pieno di compassione, perfino verso i suoi stessi carnefici (Signore, perdona loro, perché non sanno quello che fanno).

– La tesi che il solo peccato contro il quale Gesù si scaglia è quello di reprimere il proprio desiderio è semplicemente aberrante. Al contrario di quel che dice la Dolto, Gesù è venuto a fondare una morale: una morale più alta di quella esistente ai suoi tempi, ma niente affatto elastica e permissiva. Se il tuo occhio ti dà scandalo, strappatelo; se la tua mano o il tuo piede ti sono occasione di scandalo, tagliateli; e chiunque guarda una donna con desiderio, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Sono queste le parole di un “maestro” venuto ad abolire la morale in nome della formula, rubata a sant’Agostino ma indegnamente travisata, ama e fa’ ciò che vuoi? A quelli come la signora Dolto, davanti all’evidenza, non resta che invocare l’aiuto dei filologi modernisti e sostenere che passi come quelli ora citati sono stati interpolati dai bigotti seguaci del maestro. Fanno sempre così: quando non possono aver ragione, perché i fatti li smentiscono, allora rovesciano il tavolo.

– La tesi che Gesù è venuto a insegnar la dottrina del non fermarsi mai, nel senso di una liberazione permanente del proprio desiderio, è bislacca e puerile: cos’era Gesù per la Dolto, un uomo affetto dalla sindrome psicomotoria, un maestro di acatisia?

– Anche l’affermazione secondo la quale i “peccatori” che il Cristo ama frequentare e che non condanna mai sono coloro che fanno l’esperienza dei loro limiti, della loro finitezza  è priva di riscontri, dunque puramente ideologica. In compenso, piacerebbe moltissimo al signor Bergoglio, che con tale interpretazione appare in piena sintonia.

a) Primo, Gesù non ama  frequentare i peccatori in quanto peccatori, ma in quanto anime da liberare dal peccato; così come il medico non rifiuta il contatto col malato, non perché ami la malattia, ma per guarire quelle persone.

b) Secondo, non è vero che non li condanna mai: non li condanna in quanto persone, ma condanna i loro peccati: Vai, e non peccare più. Questa cos’è, per la Dolto e Séverin: un’approvazione o una condanna?

c) Terzo, definire il peccato come un’esperienza dei limiti e della finitezza piacerebbe molto, ripetiamo, al signor Bergoglio (si veda Amoris laetitia, specialmente il § 303), ma tradisce il senso preciso della parola peccato, che è un’infrazione alla legge morale e quindi una grave offesa fatta a Dio. Questo, per i credenti; quanto ai laici, che non credono al peccato, anch’essi sono però tenuti a rispettare il significato delle parole nell’accezione di coloro che le adoperano. Per Gesù il peccato era, ed è, infrangere l’amore di Dio, che si manifesta anche nella legge morale; voler fare di Gesù un maestro che usa la parola peccato per indicare l’esperienza del limite e della finitezza, significa equipararlo a un qualsiasi Bergoglio ante litteram.

– Si noti la melliflua perfidia dell’ultima frase: Gesù consiglia all’adultera di non peccare più. È un consiglio: vedete che dolcezza, che indulgenza? Un consiglio non è vincolante; non è come dire che piuttosto di peccare, è meglio strapparsi l’occhio, o tagliarsi la mano o il piede. Che squisitezza, che amorevolezza, che larghezza di vedute! Gesù, il maestro venuto a distribuire buoni consigli alla gente. Ve lo immaginate, un Gesù di tal genere? Se sì, complimenti: vuol dire che la vostra fantasia è capace di galoppare oltre il buon senso e oltre il ridicolo.

Il guaio è che questi pseudo intellettuali progressisti, uniti in una sorta di confraternita mafiosa, hanno spadroneggiato a lungo, e tuttora spadroneggiano i loro eredi, producendo, gli uni e gli altri, danni immensi, specie a livello educativo. La Dolto aveva persino fondato la Maison Verte, uno spazio “educativo “ per bambini. Oggi i suoi eredi continuano a “educare” o a dare indicazioni e suggerimenti agli educatori, ai responsabili dei servizi sociali, a tutto quel sottobosco di cosiddetti “esperti” dell’infanzia che abbiamo visto all’opera nel caso di Bibbiano, e solo Dio sa in quanti altri casi che non abbiamo potuto conoscere. E come non vedere l’eco di quelle tesi deliranti nelle prese di posizione del cosiddetto clero cattolico, ai tempi di “papa” Francesco?

Stiamo tuttora pagando il costo di quegli anni infernali, gli anni ’60 e ’70 del Novecento, nei quali una folta e ben pagata schiera di pessimi maestri ha gettato il cattivo seme della dissoluzione, della degenerazione e della perversione: ed è un conto salatissimo, che non è ancor dato sapere quando avremo finito di pagare.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 01 Gennaio 2021

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