venerdì, 24 Settembre 2021
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Diventeremo una “Colonia cinese”?

Attenzione, dietro l’angolo ci sono i cinesi che attendono, nell’ombra, di acquisire ogni attività a costi irrisori, proprio come nella perla lagunare di Betty Scapolan

La città di Venezia, ormai, è divenuta una colonia “dagli occhi a mandorla”; non solo bar e ristoranti, ma anche agenzie di viaggio, negozi di oggettistica e di articoli da regalo, cartolerie, parrucchieri, estetiste, sartorie ed imminenti sono pure gli acquisti degli hotel; da un vicolo ad un altro, il dialetto veneziano è scomparso, sostituito da quello cinese. Dal 1998, i tempi sono notevolmente cambiati; allora le attività registrate della Repubblica Popolare Cinese erano solamente quarantacinque, mentre oggi, si stimano intorno alle 850; peccato, però, che la maggioranza non vengano neppure dichiarate. Inoltre, il più delle volte, il denaro è riciclato da scommesse provenienti da organizzazioni criminali e pertanto non rintracciabile. E’ di questi giorni la notizia che i cinesi stiano investendo ed acquistando a prezzi stracciati, ciò che rimane di una città martoriata dalla crisi, dovuta al Coronavirus: con il turismo bloccato da mesi, Venezia è al collasso. Una domanda mi sorge spontanea: “Questa mossa è una strategia decisa direttamente dal governo cinese?” “Oppure riguarda un affare ordito da più persone che lavorano indipendentemente le une dalle altre?”Le attività di bar e ristoranti sono da anni un facile bersaglio, benché gli affitti non siano tanto accessibili. Nonostante ciò, i cinesi sono riusciti ad imporre la propria egemonia. Ma a quale prezzo? Semplicemente, non pagando le tasse allo Stato Italiano. Si calcola che, dal 31 gennaio 2019 ad oggi, con oltre 10.000 codici fiscali registrati, mancherebbero nelle casse del Fisco circa 860 milioni di Euro; pertanto è proprio il caso di dire che costoro non versano assolutamente nulla. Ma la situazione peggiore si ravvisa quando la Guardia di Finanza va a controllare le loro attività. Risulta, infatti, che i soggetti in questione, (i titolari d’impresa), non presentino un profitto reddituale finanziario idoneo da giustificare l’avvio dell’attività stessa; ciò significa che un dipendente che percepisce 800€ al mese, improvvisamente si ritrova le risorse necessarie per acquisire lo stesso posto dove ha lavorato anche se, la maggioranza delle volte, il finanziamento stesso avviene tramite prestiti alimentati da parenti e conoscenti, per cui non facilmente identificabili. E la Finanza, per poter accedere ad un conto corrente straniero, specie se in una Banca cinese, dovrebbe essere autorizzata da una rogatoria internazionale, in cui viene esplicitamente richiesto l’intervento del Ministero della Giustizia e quello degli Esteri. Figurarsi, non accadrà mai, soprattutto con questa situazione di stallo, orchestrata da stati compiacenti e manovrati. Ed i cinesi ringraziano la nostra stupidità perché, in questi anni, si sono portati a casa quasi 600 milioni di Euro, senza che nessuno si interessasse di bloccare tale evasione fiscale; oltretutto, il loro PIL è in forte crescita rispetto ad altri paesi mondiali. Ora, la Cina ha puntato gli occhi sui porti italiani: dopo Genova, Gioia Tauro e Taranto, il colosso Cosco punta su altre alternative. Non solo Venezia, dunque, attrae; le altre città portuali sarebbero: La Spezia, Ravenna e Trieste (l’unico porto, per ora, venduto ad una finanziaria tedesca). La Via della Seta ci riserverà ancora tante sorprese. L’Italia è una nazione in (s)vendita, ma con poche briciole rimaste; quanti pesci riusciremo ancora a pescare?…

Del 12 Gennaio 2021

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