martedì, 15 Giugno 2021
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Disattivare la trappola della paura per essere liberi

Come la morte è diventata il nemico numero uno? Tra figli e nipoti del ’68 e le “false” pandemie dei Padroni Universali: il cieco egoismo d’una generazione vuota e parolaia di Francesco Lamendola 

È ormai del tutto evidente che i Padroni Universali ci stanno facendo quello che ci stanno facendo, e che possono farlo grazie alla nostra ignavia, perché stanno giocando spregiudicatamente la carta, o meglio la trappola, della paura. Finché ci tengono in uno stato di terrore permanente; finché i mass-media, gli amministratori pubblici e i politici ci rintronano gli orecchi, a tutte le ore del giorno e della notte, ormai da quasi un anno, con la cupa litania dei nuovi contagiati e dei nuovi deceduti, manipolando e falsificando sfacciatamente i dati e inventandosi un’emergenza sanitaria che non c’è, e non c’è mai stata, essi saranno in grado di far passare qualsiasi cosa, senza neanche bisogno di imporcela, nel senso che comunemente ha questa parola. Al contrario, le loro azioni sempre più restrittive, folli e criminali, miranti a scardinare l’economia, la società, la famiglia, la stessa integrità psichica e morale degli esseri umani, troveranno un consenso sempre più grande, fino a farci assistere al mesto spettacolo di milioni d’individui isolati, impoveriti e quasi impazziti dal terrore, i quali supplicano le pubbliche autorità di distribuire e somministrare al più presto i vaccini anti-Covid (una contraddizione in termini: non esiste vaccino per un virus che non è stato isolato, che muta continuamente e che entro qualche mese si sarà esaurito spontaneamente), ignorando i gravissimi rischi di una mancata sperimentazione e invocando anzi provvedimenti severissimi contro i “negazionisti” che, rifiutando di vaccinarsi, mettono in pericolo l’intera società. Il fatto che a queste voci abbiette e deliranti si sia aggiunta, come da copione, anche quella del falso papa che la massoneria internazionale sacrilegamente ha posto sulla cattedra di san Pietro, blaterando del dovere morale universale di vaccinarsi, e seguitando a tacere il nome di Gesù Cristo e l’importanza fondamentale della preghiera e della fede, non fa che aggiungere una più truce pennellata al quadro d’insieme, ma non cambia la sostanza del discorso. Che si può così riassumere: tutti i poteri costituiti, civili, sanitari, giudiziari, politici e religiosi, hanno abbandonato al loro destino le persone comunitutti le hanno vendute ai poteri forti della grande finanza; tutti le hanno tradite e le stanno ingannando sistematicamente e deliberatamente.

Quello che non è chiaro è come i Padroni Universali siano riusciti ad attuare la loro manovra con irrisoria facilità, come affondando una lama nel burro. In altre parole: se lo strumento per essi vincente è stata la paura della morte, come mai la grande massa della popolazione si è mostrata così sensibile, così vulnerabile, alla paura della morte? Da dove viene tutta questa paura, che i nostri nonni non avevano, e neppure i nostri genitori? Certo, la società contemporanea si è desacralizzata e la visione materialistica del reale si è diffusa ovunque, conquistando, in particolare, quasi tutti gli intellettuali di grido, gli opinionisti, e naturalmente i registi cinematografici, i produttori televisivi, i direttori di giornale, i professori universitari: sicché da alcuni decenni la gente non sente quasi profferire verbo che non sia espressione d’una simile visione. Ma appunto il materialismo non dovrebbe aver predisposto le menti all’idea che l’uomo è una creatura mortale, proprio come tutti gli altri animali che popolano la Terra? E che quindi la morte, e non la vita, è il solo dato assolutamente certo e incontrovertibile con il quale dobbiamo fare i conti, e sul quale dobbiamo riflettere? Come mai, invece, la paura di ammalarsi e di morire è stata l’arma vincente, usata con irrisoria facilità dai Padroni Universali contro la popolazione pressoché inerme, e disposta ad accettare disciplinatamente qualsiasi limitazione, qualsiasi sacrificio, anche i più palesemente irrazionali e cervellotici (ristoranti aperti, ma solo fino alle 18,00: come se il virus si scatenasse a partire da una certa ora della sera e non prima) pur di esorcizzare un simile spettro? Parlando più precisamente, ciò che oggi si chiede ai giovani e ai bambini è di restare in casa, di non frequentare la scuola, di non fare praticamente nulla fuori di essa e di portare la mascherina anche in casa, se viene in visita un amico, per la protezione dei poveri nonni. Commovente sollecitudine, che i diretti interessati, cioè gli ottantenni, la sola categoria seriamente a rischio di fronte al Covid-19, non chiede, ma pretende, per la propria salvaguardia. Ebbene, gli ottantenni di oggi, che si aggirano per strada con aria sospettosa e furtiva e rifiutano di aprire a chicchessia, se prima non si è igienizzato le mani e ha indossato la museruola regolamentare, e non vanno nemmeno più a Messa, sebbene ci siano andati per tutta la vita, perché, come dice il papa, finché non si è fatto il vaccino, bisogna esser prudenti ed evitare qualsiasi assembramento, sono quelli che nel 1978 hanno voluto la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. Sono quelli che hanno praticato l’aborto e hanno consigliato le loro figlie a praticarlo per risolvere il problema d’un bambino indesiderato in arrivo, per circa sei milioni di volte. Sono quelli che hanno ricevuto la benedizione, nella loro crociata per il diritto all’aborto, da preti come David Maria Turoldo, e ora ricevono l’assoluzione plenaria e la piena riabilitazione morale dal signore argentino vestito di bianco, che ha derubricato l’aborto dai peccati gravi che solo il vescovo può assolvere. In breve, sono i membri d’una generazione di sommi egoisti senza cuore, che se ne sono sempre fregati della vita altrui, pur di tutelare il benessere della propria. Ora si sentono minacciati dal virus e vorrebbero che il mondo intero si fermasse per loro: perfino le scuole elementari, perfino gli asili, anche se è arcinoto che nessun bambino e nessun giovane è mai stato in pericolo a causa del Covid (peraltro, anche fra gli anziani, quanti sono stati i politici o gli alti prelati morti di Covid?; perfino Berlusconi, perfino Bassetti l’hanno avuto e sono guariti). E perché, se non perché loro, i vecchi egoisti – non tutti, si capisce: parliamo della generazione nata intorno agli anni ’40 -, come il gigante egoista della fiaba di Oscar Wilde, sono invidiosi della gioventù che potrebbe uscire, divertirsi, condurre una vita normale, mentre loro devono stare in casa, con la sola compagnia d’una televisione inguardabile, menzognera, che accresce ogni giorno i loro terrori?

Ora, la domanda è sempre la stessa: perché questa generazione si è ridotta così? Perché preferisce la solitudine, l’isolamento sociale, il rifiuto di vedere i propri nipoti, in cambio della misera speranza di non contrarre il virus (il cui indice di mortalità è dello zero virgola qualcosa, dunque simile a quello di tutte le atre influenze “cattive”, e decisamente meno letale dell’influenza “asiatica” degli anni ’60, per la quale nessun governo si sognò d’istituire il lockdown) e di strappare al destino qualche altro mese o anno di vita? Fermo restando che la regola è che bisogna essere afflitti da altre serie patologie perché il Covid-19, di per sé, possa risultare pericoloso e fare la differenza fra una prognosi fausta ed una riservata o addirittura infausta. Cosa induce questa generazione (ripetiamo, non si fa questione delle singole persone, che possono essere ben diverse) a un tale ripiegamento esistenziale, a preferire la maschera e l’amuchina al sorriso dei nipoti, e a prendere per buona la raccomandazione a vaccinarsi fatta dal sedicente vicario di Cristo, senza trovarci nulla di strano, e a preferirla alla santa Comunione? Perché qualche cosa deve ben essere successo, in quelle menti e in quei cuori, per arrivare a un così triste capolinea. Riflettiamo. Gli ottantenni di oggi sono quelli che avevano vent’anni all’epoca del Concilio Vaticano II, che tifavano per i vescovi progressisti e che accolsero come una liberazione la nuova Messa di Paolo VI, o meglio dell’arcivescovo massone Annibale Bugnini, senza più il latino e con gli altari moderni posti in mezzo al presbiterio, rovesciando la prospettiva dei fedeli, non più diretta verso Dio, ma verso il celebrante. E sono quelli che nel ’68 erano sulla trentina, studenti fuoricorso e assistenti e giovani professori che hanno alimentato, per anni, il clima di rivoluzione permanente contro la scuola, contro la famiglia, contro la proprietà, contro il lavoro, contro la tradizione, contro l’ordine naturale, contro la saggezza, contro l’esperienza, contro la cultura, lo studio, il sapere vero, in nome del nulla spacciato per liberazione dell’uomo. E della donna. E delle minoranze di ogni tipo. E dell’anticonformismo (in nome di un nuovo e più feroce conformismo). E dell’antipsichiatria. E dell’antifascismo. E dell’antirazzismo. E dell’antiomofobia. E dell’antitransessualismo. E del proibito proibire. E della bellezza che è nella strada (ossia nello sfasciare vetrine e incendiare automobili). E della fantasia al potere. E di Cuba. E del Vietnam. E di Ernesto “Che” Guevara. E di Ho Chi Minh. E della felice libertà di drogarsi a più non posso. E delle comuni dove ci si può accoppiare con chiunque, in qualsiasi momento. E del fa’ ciò che vuoi. E dei Beatles, di Bob Dylan e di Joan Baez. E di tante altre cose che allora potevano sembrare velleitarie e destinate a perdersi nel nulla, dato che si reggevano sul nulla: mentre oggi sono divenute realtà, sono divenute leggi, sono divenute politiche governative, sono divenute le parole d’ordine del Politicamente Corretto; e guai a chi non vi si attiene, guai a chi non le accetta incondizionatamente. E dunque ci si chiede: la deriva totalitaria che oggi si sta attuando con il pretesto dell’emergenza sanitaria, cioè, in teoria, col pretesto della difesa della salute e della vita dei cittadini, in che rapporto sta con quelle utopie, con quegli slogan, con quegli stili, con quelle velleità?

A noi sembra che la marcia verso l’attuale totalitarismo, realizzato dalla generazione del ’68 con cinquant’anni di ritardo, ma comunque pienamente realizzato, comunismo compreso (oggi è un delitto morale possedere due case: la seconda andrebbe regalata ai clandestini, così dice il signor Bergoglio e così si accinge a legiferare il Parlamento occupato da PD e 5 Stelle) e odio della famiglia naturale in cima all’agenda, abbia la sua spiegazione nello stesso DNA della cultura pseudo libertaria di cinquanta o sessanta anni fa, e particolarmente nel suo edonismo esasperato e nel suo naturismo radicale. Non dimentichiamo che quei signori allora si facevano chiamare volentieri figli dei fiori, e sono gli stessi che ora accolgono Greta Thunberg come la nuova sacerdotessa dell’ambientalismo malthusiano: meno esseri umani e più fiorellini, più farfalle e più scoiattoli. L’allusione al mondo incantato di Walt Disney non è casuale: una acuta osservatrice come Silvana De Mari ha spiegato, in un video, che i bambini di quella generazione sono cresciuti non solo coi film di Paperino e Cip e Ciop, ma anche coi documentari della Disney dedicati al mondo della natura: in uno dei quali si vedeva l’orda dei lemming che si precipita verso il mare per annegarsi. Un falso montaggio, ottenuto alternando la migrazione dei piccoli roditori con le paurose scogliere a precipizio, e facendo immaginare che i lemming si suicidassero in massa: cosa assurda e contraria alla verità scientifica, perché nessuna specie vivente, fatta per sopravvivere a ogni costo, contempla una tale “soluzione” ai propri problemi di adattamento all’ambiente. Il messaggio, però, intanto era “passato” nell’immaginario collettivo: se una specie si accorge di essere cresciuta fuori controllo, se si rende conto di essere di peso al resto del mondo vivente, allora è bene che si tolga dai piedi una volta per tutte, o che proceda ad una auto-decimazione, perché voler vivere a ogni costo sarebbe una forma insopportabile di egoismo. E allora come si spiega che oggi la società, e specialmente i vecchi, sia prigioniera di un sentimento in apparenza opposto, quello di voler sopravvivere anche a costo di mandare al diavolo l’economia, di lasciare senza lavoro milioni di persone, di traumatizzare i bambini, insomma di bloccare, sgretolare, devastare tutto l’insieme dell’organismo sociale?

In realtà, la contraddizione è solo apparente. Se si pensa che ogni cosa sia in funzione del principio di piacere, come lo pensavano i figli del’68, si coltiva l’idea che la morte, che è quanto di più contrario si possa immaginare a tale principio, deve essere tenuta lontana ad ogni costo, a qualunque prezzo, con le unghie e coi denti, e sia pure in maniera velleitaria e irrealistica, ad esempio vestendosi da ragazzine quando ormai si è nonne, facendosi innumerevoli lifting come Berlusconi, gonfiandosi le lab bra a dismisura come la signora Gruber, e in ogni caso non parlando mai, per nessuna ragione,  a nessun patto, della sgradita Signora che un brutto giorno busserà alla porta, e alla quale non si potrà far credere che non c’è nessuno in casa. Ora, perfino questa generazione infantile, narcisista, superficiale, che rifiuta l’idea della morte e crede che basti non nominarla per allontanarne lo spettro, prima o dopo finisce per sbattere contro la dura realtà: che si invecchia, che si soffre (non sempre, ma spesso) e che si muore. E come reagisce, se non nell’unica maniera che conosce: rifiutando la vecchiaia, la sofferenze e la morte, e perciò aprendo le porte all’eutanasia come “normale” scelta di auto-determinazione? «Io non voglio invecchiare più, non voglio soffrire, né vorrei morire: dunque frego la morte, e frego Dio (sono le precise parole del protagonista di Anonimo Veneziano, sceneggiatura di Giuseppe Berto; occhio alla data, il film è del 1970) togliendomi la vita cinque minuti prima che essa mi venga tolta da una forza più grande di me». In pratica, si tratta di questo: in una prospettiva radicalmente materialista e immanentista (cui non si sottrae di certo la pseudo chiesa del signore argentino) la morte è il nemico numero uno, e va tenuta lontana fino all’ultimo; e pur di tenerla lontana, vale il prezzo di sfasciare l’intero corpo sociale. Ma quando poi arriva, perché alla fine arriva, questo è  poco ma sicuro, che ci pensi qualcun altro, io me ne vado. Come il regista Monicelli, 95 anni, affetto da tumore alla prostata, che si getta dal quinto piano dell’ospedale. Come messaggio ai giovani sul dovere di affrontar la vita con le sue difficoltà non è bello, ma è coerente col cieco egoismo d’una generazione vuota e parolaia.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 16 Gennaio 2021

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