giovedì, 24 Giugno 2021
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Dittatura digitale, la dittatura perfetta

Il mondo ha potuto vedere in azione l’anima tirannica dei proprietari della Rete. Dovremo abituarci a una doppia partita a scacchi ed animare “nuove reti” per costituire spine nel fianco di quelle esistenti di Roberto Pecchioli  

Chiediamo al lettore un esercizio di pazienza: seguirci in un ragionamento complesso, probabilmente troppo lungo per i tempi frenetici del presente. Il titolo è già una tesi: dittatura digitale, dittatura perfetta. Al tempo di Primo de Rivera, in Spagna si instaurò un regime autoritario che somigliava a una dittatura senza mostrarne il volto feroce. La chiamarono “dictablanda”, anziché “dictadura”. Il gioco di parole è perfettamente comprensibile anche in italiano. Bigtech, il partito di Silicon Valley, che qualcuno comincia a chiamare Silicon Bullies, i bulli tecnologici, ha perfezionato e reso scientifica la tendenza: colpa degli algoritmi e della chiusura mentale a cui ci hanno assoggettato.

Bisogna prendere fiato, ragionare e tentare la controffensiva. Non resta molto tempo. Diventa sempre più difficile scrivere una pagina onesta, dinanzi all’egemonia   dell’ottimismo obbligato nel mezzo di una catastrofe assoluta, il rigore del politicamente corretto come condizione della tirannia democratica, l’imposizione di celebrare la rovina e la desolazione come l’alba di un nuovo mondo. Non c’è niente da celebrare, di cui essere orgogliosi, niente che meriti applausi o elogi, eppure la nuova Verità irradia il suo bagliore sullo schermo delle nostre coscienze rischiarate.  

Al presidente degli Stati Uniti è stato decretato l’ostracismo dai gestori universali dell’opinione, messo a tacere dai proprietari del Verbo. I media presentano il presidente della Russia come un fascista rosso o uno Zar redivivo: la sua legittimità non è legittima, anche se è maggioritaria. Al contrario, ci sono i Buoni e i Giusti, di cui non è necessario contare i voti perché la loro immagine afferma di per sé un’immensa popolarità. Questa è la Verità officiata da chi governa la nostra soggettività, i mediatori del linguaggio democratico, fraterno ed egualitario.

Le forze capaci di impedire l’ultima libertà – morire odiando la loro verità – ci educano nella giusta opinione e nei buoni sentimenti, per cui finiamo per amare il Grande Fratello. I contumaci e gli impenitenti sono ricondotti in seno alla verità dal potere della seduzione illuminata e dell’unanimità integrata. Non dobbiamo resistere alla felicità di appartenere al coro della Verità senza dissonanze. I padroni di Big Data sono il Grande Fratello e non c’è vita oltre i loro algoritmi. Il mercante infinito, il mercante del nulla, è il signore della grande democrazia realizzata. Sorridi e ricevi la tua merce in tempo reale, mentre diventi tu stesso un sorriso commerciale, il venditore del tuo cuore, felice tenutario delle tue catene. Fai clic su like e ricevi applausi in forma di icona, baci virtuali senza contatto. Il pollice in posizione verticale dà gioia, riempie di benessere online, la soave convinzione di essere stimati, brillanti opinionisti, padroni dei nostri gesti virtuali.

Viviamo con la certezza inattaccabile, salvo pochi bastian contrari, di abitare il migliore dei mondi. Resistono pochi residui del passato bisognosi di rieducazione. Avanziamo lungo la via della felicità. Affrontiamo gli accidenti del destino (la pandemia che ci sfugge) ma sappiamo combattere con la Scienza e le sue tecnologie liberatrici la morbilità di un virus insolito, percorrendo la via della retta opinione e di una vita piena di felicità. Qualsiasi opposizione è resistenza ostinata, follia fanatica. Il dissidente sarà rieducato finché non imparerà ad amare la Verità e restituire il bene ricevuto. Pessimismo e amarezza sono indizi di sabotaggio, segni di errore o follia.

Preghiamo di perdonare la lunga premessa, che, se non condivisa, permetterà al lettore di risparmiarsi il resto della riflessione. Che fare, dunque, se il panorama è quello descritto? L’uso della forza non è il principio della vitalità del potere ma della sua disperazione. La forza è sempre l’ultima risorsa. Per questo la nozione di egemonia spiega molto meglio la vitalità del potere. Antonio Gramsci definì lo Stato l’egemonia blindata dalla coercizione. Ciò che intendeva era che sono i processi egemonici, intesi come dominio culturale, a stabilizzare il potere. La coercizione opera laddove il consenso non è sufficiente. Il potere perfetto non è quello che frusta, ma quello che accarezza.

Ciò che sta accadendo con il mondo digitale può essere analizzato in questa chiave. La censura della rete non è una novità; da tempo è in atto un’escalation diretta per ragioni ideologiche contro siti, pagine e profili “di destra”. Lo ammise senza reticenze Mark Zuckerberg alcuni anni fa davanti al Senato degli Stati Uniti: l’ideologia di Silicon Valley è il progressismo tecnoscientifico. Di qui la guerra contro chi non la condivide. 

La sistematicità della censura, tuttavia, è un effetto. La sua causa si trova nella sistematicità della resistenza. Michel Foucault disse che dove c’è potere c’è resistenza. La resistenza può mettere a disagio il potere; la censura è il risultato del disagio. Quando il potere censura, mostra la sua forza ma rivela anche una debolezza. Quella debolezza è stata sfidata, costringendolo ad abbandonare la maschera democratica per rivelare le sue pulsioni repressive. Ecco perché l’approvazione di Trump è cresciuta dal 47% al 51% dopo la censura di Twitter e le azioni della società sono precipitate in borsa.

La destra è censurata perché, in fondo, ha fatto bene il suo mestiere. Isolata dai media tradizionali, ha saputo rifugiarsi nelle reti. Da lì ha lanciato la sua battaglia culturale, la guerriglia digitale. La debolezza delle strutture organizzative è stata compensata da un’ingegnosità praticamente infinita. Assedio di memi; innumerevoli video virali; controinformazione, controcultura digitale; giornali alternativi; dibattiti; resoconti seguiti da milioni di persone affamate di opinioni immuni dalla correttezza politica. La sinistra è stata ampiamente aggirata nell’arena online, restando aggrappata ai giornali che raccolgono la polvere nei bar, e alla TV generalista sempre meno guardata.

Tutto questo deve finire. I proprietari del sistema non permettono che l’egemonia continui ad essere sfidata. Trump è stato un baco del sistema; la destra popolare è un malfunzionamento da riparare. Devono stroncarla sul nascere. Internet voleva essere il punto di arrivo della democrazia, e così la rete ci è stata raffigurata per trent’anni. Alla fine, diventa la levatrice della dittatura perfetta: totale privatizzazione dello spazio pubblico e totale pubblicità della vita privata attraverso la sorveglianza perpetua e onnipresente.

La rimozione degli account di Donald Trump segna un evento, il disvelamento della perfetta dittatura del digitale, poiché l’eliminazione dell’esistenza online implica l’eliminazione dell’esistenza offline. Non serve uccidere, come fecero con Kennedy. Nella nostra società, la politica è mediatica e digitale. Ciò significa che al di fuori delle piattaforme digitali la politica è morta. E’ impossibile fare politica senza esistere digitalmente: uccidere qualcuno digitalmente equivale a ucciderlo politicamente.

La notizia di oggi è Trump, ma la censura raggiunge potenzialmente tutti i dissidenti. Bigtech ha dimostrato di avere più potere del presidente del paese più importante del mondoche è anche un uomo d’affari miliardario. Twitter, Facebook, Instagram, YouTube, SnapChat, lo hanno rimosso dalle loro reti. Il commercio online, le piattaforme di pagamento come Stripe, PayPal e Shopify guidano il boicottaggio delle sue aziende. Mentre i finti libertari di sinistra giustificano la censura e il boicottaggio monopolistico, Ron Paul, il più importante uomo politico libertario americano, è stato bandito da Facebook per aver pubblicato un’opinione ritenuta errata dalle “norme comunitarie”.

Tutto questo segna la morte della democrazia. E’ la fine dello spazio pubblico come spazio aperto a tutti per il libero dibattito, base del sistema democratico. Non c’è più la piazza pubblica, l’agorà, sostituita da piattaforme digitali private. Non ci sono più cittadini ma utenti. La differenza è evidente: i primi hanno diritti e libertà politiche, i secondi no. L’utente entra in uno spazio pubblico privatizzato decisivo per il processo politico, in cui non vige alcuno Stato di diritto, ma “norme comunitarie” private, ineffabili, elastiche, sulle quali decidono insindacabilmente i padroni delle reti sociali e i loro “sistemi intelligenti”. Uno spazio pubblico monopolizzato da un pugno di colossi contro cui è impossibile competere.

Alcuni tentativi ci sono stati: Parler, ad esempio, network conservatore rapidamente rimosso da Google Play, il sistema delle applicazioni Android, e da Apple Store, l’equivalente per iPhone. Poiché queste misure non sono state sufficienti a distruggerlo, Amazon ha disconnesso i server su cui si appoggiava. La migrazione di utenti doveva essere fermata: Bigtech stava perdendo l’egemonia. Parler ha riferito che nessun provveditore di servizi vuole accoglierla, quindi non può più esistere. Possiamo continuare a parlare di libero mercato?

I dissidenti hanno un difficile compito, raddoppiare le presenze: essere attivi nelle reti alternative, ma restare nelle reti egemoniche. E’ lì che si raggruppa la maggioranza, il terreno di combattimento dove si possono raggiungere milioni di indecisi e di migranti delle idee, ai quali, nonostante la censura, bisogna continuare ad offrire la nostra visione del mondo. Abbondano i sedicenti liberali che non vedono alcun problema. In fin dei conti, sostengono, i Bigtech sono società private, alle quali andrebbe riconosciuta la libertà di censurare. Li paragonano con i giornali o con qualsiasi altra azienda. Patetico confronto ed eccentrico liberalismo. La caratteristica essenziale del mondo digitale è che, oltre a costituire un oligopolio, ha colonizzato lo spazio pubblico, imponendo le proprie regole, lasciandoci privi di reali libertà politiche. C’è di più: il mondo online colonizza la totalità della nostra esistenza, in un folle processo di privatizzazione del pubblico e pubblicizzazione del privato.

Tutte le nostre attività vengono assorbite dalle piattaforme online. Non parliamo più di comunicazione e intrattenimento, ma di lavoro, religione, istruzione, fornitura di servizi pubblici, finanza, acquisti, vendite, politica, sessualità. Da ciò che è tipico della sfera pubblica a ciò che è tipico della sfera privata e intima. La distinzione pubblico -privato si è dissolta. Internet è la sintesi di mondi prima separati. Big Data memorizza la nostra privacy per scopi commerciali e politici, mentre i sistemi di censura e i revisori dei contenuti sopprimono le opinioni dissenzienti. 

La dittatura digitale è la dittatura perfetta. Sembra inevitabileDisattivare il mondo online equivale a disattivare il mondo offline, per la totale interdipendenza delle due dimensioni. Non invano la sociologia afferma che dati e informazioni costituiscono la vera infrastruttura strategica del XXI secolo.

Cosa fare allora? L’isolazionismo è la decisione peggiore. Dovremo mantenere la presenza nelle reti dove si raggruppa il pubblico indeciso, da conquistare con la battaglia culturale. L’azione deve essere cauta, tesa ad eludere, per quanto possibile, la censura, in attesa e nella speranza che veda la luce qualche nuova rete sociale dotata di propri server. Non possiamo rinchiuderci in una bolla, il ghetto dei già convinti, in cui parleremmo tra di noi. La censura avrebbe vinto definitivamente e la battaglia culturale si ridurrebbe a un raduno di amici.

Quando tutto sembra perduto, tutto è possibile. Possiamo perdere solo le catene che ci hanno imposto. Qualche voce si leva. Angela Merkel considera problematico che i profili del Presidente degli Stati Uniti siano stati definitivamente bloccati perché la libertà di opinione non deve essere determinata dai responsabili delle piattaforme online. Auspica che Stati e parlamenti istituiscano un quadro normativo con cui regolare l’utilizzo delle reti sociali. La cancelliera può piacere o no, ma descrive il quadro e non le piace quello che vede.

I bulli di Silicon Valley, ubriachi di onnipotenza, non ascolteranno.  Sono un’orda sfrenata che non fa giocare Trump perché il pallone è il loro, brucia il campo e chiede alla polizia di sequestrare tutti gli altri palloni, anche quelli fatti di stracci o di carta. E’ una spirale di follia che può avere risvolti negativi. La buona notizia è che i capricci dei bulli digitali hanno portato alla luce molte applicazioni che vivevano ai margini. La migrazione dei nostri messaggi e delle nostre comunicazioni genera una sensazione di abisso; dobbiamo ricominciare da capo, umiliati e indifesi ma svegli.

Se si può mettere a tacere un presidente, significa che il potere sta altrove. Il potere sono loro, Bigtech e Fintech, ed è stato il governo più potente della terra a fornire gli strumenti giuridici. Non parliamo dell’evidente alleanza tra finanza, cupole tecnologiche e apparato militare industriale americano, ma di un regolamento statale. Si tratta della Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996, nato per combattere la pornografia, diventata l’arma con cui Bigtech ha attivato la censura. La norma esenta le reti sociali dalla responsabilità legale per qualsiasi azione intrapresa in buona fede (il giudizio di buona fede è rimesso alla fata turchina) per limitare l’accesso o la disponibilità del materiale che considera osceno, violento, molesto o altrimenti discutibile, indipendentemente dal fatto che tale materiale sia protetto costituzionalmente o meno. Il potere pubblico della patria della libertà ha fornito le forbici per tagliare le opinioni sgradite alla plutocrazia digitale!

Dobbiamo mantenere i nervi saldi e imparare a giocare su più tavoli. Non è opportuno abbandonare le grandi piattaforme. Davide può battere Golia, ma non in campo aperto.  Non dobbiamo fare l’errore di rinchiuderci in quelle che vengono chiamate “camere dell’eco” e ritrovarci in reti che parlano a se stesse. Le nuove aziende, per offrire ciò che milioni di utenti resi orfani dai giganti digitali cominciano a chiedere, devono avere coperture che ancora non esistono. È una strada lunga e difficile, ma è il momento di intraprenderla. Il mondo ha potuto vedere in azione l’anima tirannica dei proprietari della Rete. Dovremo abituarci a una doppia partita a scacchi: attivare ed animare nuove reti e costituire spine nel fianco di quelle esistenti, essere volpi e leoni, come insegnava Nicolò Machiavelli.

Nulla sarà gratis, servito su vassoi d’argento: la libertà si dovrà riconquistare passo dopo passo, pagandola di tasca. Il tiranno digitale potrà essere abbattuto, con perseveranza e coraggio, anche se la sua dittatura sembra perfetta, inattaccabile. Per combatterla, per vincerla, occorre crederci e accettare il rischio. Chi non è disposto a correre qualche rischio per le proprie idee, ha idee che non valgono nulla, oppure è lui a non valere nulla.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni

Del 16 Gennaio 2021

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