lunedì, 14 Giugno 2021
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La chiusura della mente europea

Occorre incalzare il nemico “il Grande Reset” e lo dobbiamo fare noi: ripartendo dai fondamentali; dobbiamo rifiutare l’imbroglio del politicamente corretto, che scinde il linguaggio dalla verità di Roberto Pecchioli 

Il Grande Reset è una gigantesca riconfigurazione sociale promossa dalle oligarchie transnazionali, a cui il 2020 ha impresso una formidabile accelerazione. La riflessione parte dal significato delle parole. Resettare significa azzerare. Vasto programma; forse dovremmo prestare più attenzione ai significati, Una frase di Aristotele aiuta a comprendere. “Solo una mente educata può capire un pensiero diverso dal suo senza la necessità di accettarlo.”

Ecco il punto: la diseducazione perseguita tenacemente ha diffuso un’ignoranza soddisfatta, diventata il filo arcobaleno della cancellazione. Ci hanno chiuso la mente sovraccaricandola ed estirpando l’essenziale, capacità e volontà di comprendere. Non abbiamo più i mezzi per capire quello che accade: un esproprio. Non discuteremmo di Grande Reset se non ci avessero resi più ignoranti, incapaci di distinguere la verità dalla menzogna e il reale dal virtuale. Ignoranza fatta di chiusura mentale, pigrizia del pensiero diseducato, inaridito, meno intelligente nel senso autentico del termine: capire e comprendere.        

Da quando esistono strumenti per valutare il quoziente intellettivo si riscontrò, con la diffusione dell’istruzione, della lettura, della libertà di pensiero, un costante aumento dell’intelligenza. Uno studioso neozelandese, James R. Flynn, nel 1987 dimostrò che il Q.I. medio era aumentato di almeno 8 punti in 40 anni. Lo chiamarono effetto Flynn. La tendenza si sta invertendo, l’effetto è capovolto: nei paesi occidentali il Q.I. scende di mezzo punto annuo dal 2000. Stiamo diventando più stupidi. Nulla avviene per caso, dietro le quinte agisce un’intelligenza sopraffina che non potrebbe resettarci se non avesse preventivamente conseguito il nostro imbarbarimento morale e intellettuale.

Il Grande Reset avanza senza essere percepito: il moto è più veloce verso la fine. Adesso, chi l’ha determinato è in grado di dare la spallata decisiva: modificare la nostra natura. E’ l’effetto della civiltà dell’immagine, basata sulla superficialità, l’accumulo indifferenziato di informazioni, lo specialismo che rende esperti solo di un minuscolo ambito della conoscenza. E’ anche l’esito dell’affidamento agli apparati artificiali per compiere qualsiasi operazione cognitiva, disattivando intere aree del cervello. La terza e la quarta rivoluzione industriale- informatica e robotizzazione, non hanno bisogno di intelligenze speculative.

Diventiamo masse che non si pongono domande, addestrate all’uso dei dispositivi informatici, dalla mente binaria come gli apparati tecnici. Il pensiero critico è abolito, la cultura riservata a minoranze destinate al comando: basta l’immagine, il frammento, il flusso di informazioni disperse, delle quali devono essere trattenute solo quelle utili al mercato.

L’uso compulsivo di computer e smartphone diminuisce la capacità di calcolo, concentrazione, ragionamento, inibisce l’esercizio della memoria. Di qui l’impoverimento del linguaggio. Non solo la diminuzione della conoscenza lessicale, ma la perdita della capacità di elaborazione linguistica che permette il pensiero complesso. Di qui anche la progressiva scomparsa di tempi e modi verbali, un pensiero declinato al presente, incapace di proiettarsi nel tempo. L’uomo resettato pensa, parla e si comporta al presente.

Senza le parole, il pensiero è impossibile. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole. Il potere, padrone delle parole, si fa proibizionista. Il sistema di dominio non ha bisogno di nascondersi; dichiara apertamente il suo programma, tanto la maggioranza non è in grado di comprendere.

E’ un mondo abitato da una massa acritica, immersa in paradisi artificiali audiovisivi e chimici in cui l’uomo è un codice numerico. Nel 2020 è avvenuto il salto di qualità. Il potere è diventato biopotere, gestione dei corpi e delle menti. Le masse tornano al ruolo di materiale plastico, in un mondo prigione di cui siamo i detenuti. La ricreazione è finita.  La futura umanità sarà ignorante e meno intelligente. Vivrà di impulsi eterodiretti, istinti primari senza pensiero né spirito. Il Grande Reset ci considera greggi destinate al mattatoio, a cui andremo contenti, poiché la menzogna sarà costante e suadente. Nessuno avrà gli strumenti culturali, intellettuali e morali per oziose speculazioni sul bene e sul male: non “servono” alla vita animale.

Pensare crea problemi: meglio seguire la corrente. Credevamo di avere voce attraverso le procedure dell’intangibile democrazia. Finito, residui di un passato in cui il potere doveva mostrare una certa dissimulazione. Hanno comprovato, con il Coronavirus, che la massa è immobile. Non reagisce, non si oppone: paura più manipolazione. Crede ciò che le viene fatto credere, il cervello ha disattivato i sensori del dubbio, perfino della vecchia, sana diffidenza popolare.

La passività senza intelligenza ci vede con la testa china in fila indiana. Ci rubano le parole, la conoscenza, chiudono la mente: il vero Grande Reset. Nel primo dei racconti di Sherlock Holmes, l’infallibile investigatore afferma che non gli importa di sapere se è la Terra a girare attorno al sole o viceversa. L’una o l’altra possibilità non influisce sul suo lavoro. Era un ignorante, indifferente a qualsiasi cosa esulasse dal suo campo, un “esperto” afflitto dalla sindrome dello specialismo, il prototipo dell’uomo-massa. Costretto dalla complessità del mondo a ridurre il suo ambito di ricerca, perde contatto con la conoscenza e ignora l’enciclopedia del pensiero, proclamando virtù questa carenza.

La chiusura della mente produce danni irreversibili. L’uomo postmoderno crede di sapere tutto, racchiuso negli apparati artificiali che usa come giocattoli. Senza curiosità, svaluta tutto ciò che non comprende con un sapere parcellizzato. Il potere ha diffuso un’ignoranza di massa attraverso cui riesce a far credere quello che le generazioni precedenti non avrebbero accettato per evidenza e senso comune. Meno intelligenti, più conformisti. 

I convitati di pietra del Grande Reset sono l’ignoranza saccente, l’intelligenza declinante, l’irritazione per la complessità, il disprezzo per il dissenso. L’ ignoranza attiva di tanti Sherlock Holmes imprigionati in frammenti staccati di conoscenza. Ne La chiusura della mente americana, Allan Bloom diagnosticò la fine della cultura occidentale dalle università in cui dilagava il relativismo, l’insofferenza per l’obiezione, il politicamente corretto e l’incipiente dittatura degli indignati e degli offesi.

La fonte avvelenata da cui beveva la generazione oggi al potere era la cultura del Grande Rifiuto, la guerra contro i padri promossa dalla scuola di Francoforte. Se non abbiamo più padri, non siamo più figli, dunque neppure eredi. L’uomo è innanzitutto erede: di un passato, di idee, principi e credenze che lo precedono. Arriva nel mondo con una serie di informazioni e conquiste già date e già realizzate. L’ eredità è dissipata.

Non staremmo diventando più ignoranti e meno intelligenti se avessimo reagito al Grande Rifiuto. Affondata ogni autorità, restano due possibilità estreme: l’individualismo senza confini e il totalitarismo. Dal relativismo al nichilismo che diventa pregiudizio universale. Negata la continuità, resta l’attimo.  Con l’abolizione del passato, sottoposto al tribunale della decostruzione, nel regno dei mezzi scambiati per fini, cessa la tensione spirituale.

Francoforte fu responsabile della disumanizzazione dell’arte. Scrive Adorno: “l’arte moderna produce verità solo attraverso la negazione della forma estetica tradizionale e delle norme tradizionali di bellezza”. L’arte decade a bizzarria, ricerca dello stupore, il regno dell’informe, del brutto, del disumano.  I francofortesi hanno forgiato l’Occidente contemporaneo da cui Dio è fuggito dopo aver perso la “D”, ed il Noi sfuma in milioni di atomi diversamente identici. Il soggettivismo ha creato una società decomposta che si trascina in parole d’ordine apparentemente emancipatrici. Si spegne l’immaginazione, che doveva salire al potere destituendo la società repressiva.  

Rifiutare è il primo passo di ogni idea nuova, ma quello successivo è l’alternativa. Manca la pars construens, viviamo nel Grand Hotel Abisso. Anarchismo parolaio, la negazione come fine, i paradisi artificiali destinati a trasportare l’Io oltre le normali potenzialità. Il ruolo degli apparati riservati americani fu decisivo nel diffondere l’uso di sostanze chimiche per indebolire le generazioni. Dilaga la “tolleranza repressiva”, la tendenza a far coincidere progresso tecnologico e emancipazione umana, l’impostura che rende impossibile ogni forma di opposizione. Una confortevole, levigata  non libertà prevale nella civiltà del progresso tecnico. Esercitò una cruciale influenza La personalità autoritaria, opera coordinata da Theodor Adorno. La tesi sulla quale Adorno costruì la trama del progressismo era che l’autorità produce “tendenze antidemocratiche”.

L’esito è disastroso: l’opera di dissoluzione del passato ha prodotto una personalità fragile, affezionata all’apparenza, nemica di tutto ciò che è stabile, impegnata in un gioco senza inizio e senza fine. Adolescenti che non crescono mai, estenuati, privi di energia e decisione, con l’orrore per le responsabilità. Uomini e donne incompiuti. La pellicola si è interrotta, l’amnesia ha bloccato il pensiero. Signorini viziati cui si addice un verso di Calderòn de la Barca: nada me parece justo, en siendo contra mi gusto.  Niente mi sembra giusto se non mi piace.

Una civilizzazione priva di limiti e punti di riferimento è destinata a scomparire. La civiltà, come la natura, ha orrore del vuoto. Rifiutate tutte le fonti, il fiume si è disseccato. Siccità per dispersione. Risultato, l’avvento del provvisorio, il dominio dell’istante.  Ciò che era solido si trasforma in liquido, che, senza forma, acquisisce quella del contenitore. Sconfitta l’autorità, ucciso per la seconda volta Dio– la prima, a opera di Nietzsche, fu piuttosto un appello a richiamarlo in vita – ridicolizzato il Padre, attribuita alla casualità l’appartenenza a una comunità e a una patria, revocata ogni ascrizione – familiare, politica, sentimentale-  la civiltà è dissolta.  

Il potere si rafforza dopo essersi disfatto delle idee, dei costumi, dei principi comunitari, della trascendenza, del limite senza il quale tutto si rovescia in nudo imperio del fare. Sono cresciuti enormemente i metodi di propaganda e manipolazione. Gli psicologi, disse Bertrand Russell, conosceranno diversi metodi per produrre la convinzione che la neve è nera. Pensiamo all’idea che il sesso è una scelta culturale, la maternità un’imposizione, il matrimonio non è l’incontro tra uomo e donna, le razze non esistono, procurarsi la morte è un gesto di civiltà.

L’uomo contemporaneo disprezza quanto ignora, convinto che l’arte, la bellezza ereditata siano “location” per spettacoli, messaggi pubblicitari e foto con al centro “Io”. Gòmez Dàvila gridò invano che le cattedrali non furono costruite dall’ente per il turismo. La neve è nera, se conviene interessa alla megamacchina. Chi si azzarderà ad affermare il contrario, basandosi sulla corrispondenza tra realtà e intelletto, sarà trattato da negazionista, meritevole di esemplare punizione. L’ignorante di ieri sapeva di non sapere, quello di oggi crede a qualsiasi sproposito, purché condiviso dalla maggioranza e rivestito dall’autorità degli “esperti”.

E’ un accecato volontario, manipolato da un sistema educativo che crea ignoranti con titoli accademici, sciocchi di nuovo conio, indocili, arroganti, pieni di sé. Ne scrissero Fruttero e Lucentini ne La prevalenza del cretino. Il progresso, nel quale crede superstiziosamente, ha aperto al cretino contemporaneo, la cui forza è nel numero, “infiniti interstizi, crepe, fessure; gli ha procurato poltrone, sedie, telefoni”. Che cosa avrebbero scritto se avessero conosciuto l’ignorante da tastiera con la vita scandita da mi piace, non mi piace, pollice alzato o rovesciato come la plebe nel Colosseo?

L’ignoranza ha salito gli scalini del governo. Non scegliamo i migliori, ma quelli che ci assomigliano nei difetti. Il partito di “uno vale uno” è diventato maggioranza, immagine autentica della nazione. Affidiamo decisioni capitali ad autentiche nullità, che lasceranno il campo a personaggi di analogo livello.

Più diventiamo ignoranti, più siamo manipolabili, soggetti a credere ogni menzogna, tra superstizione della tecnica e fede cieca nella scienza. Accogliamo con indifferenza continue deroghe alla sedicente “costituzione più bella del mondo”. L’ignoranza dilaga nelle classi dirigenti, cresciute con i Bignami della conoscenza, convinte, come i quattro amici al bar, che esistano soluzioni semplici a problemi complicati. L’ignoranza soddisfatta è credulona, si accontenta della versione ufficiale, ripetuta sino all’estenuazione – i messaggi passano per sovraccarico – sbuffando contro ogni obiezione. Il suo sapere è fatto di particelle, valuta esclusivamente “ciò che serve”, sfugge come la peste quello che induce a riflettere. Juan Ramòn Jiménez scrisse versi memorabili. “E’ verità, adesso. / Ma è stata talmente menzogna, / che continua ad essere impossibile, sempre.” 

La finestra di Overton non si è aperta da sola, l’hanno spalancata gli stessi che ci hanno sigillato la mente. Non il comunismo, ma il progressismo officiato dalle università americane, emanazioni del potere economico e finanziario che pose in cattedra Marcuse e Adorno. Chi paga i suonatori, decide la musica. L’ignoranza specializzata, la sostituzione dei maestri con gli istruttori, l’abolizione del pensiero libero nascono lì. Il globalismo è un singolare ircocervo: capitalismo nella variante comunista. Privatizzazione oligarchica, potere piramidale, uniti in un regime totalitario che unisce l’aspetto più disumano del capitalismo con quello più atroce del comunismo, coniugando l’alienazione dei rapporti fra gli uomini con un controllo sociale senza precedenti.

La mente si chiude e l’intelligenza cala anche attraverso la diffusione di pratiche il cui scopo è il degrado: la virtualizzazione della vita, la diffusione e banalizzazione delle droghe. Generazioni che vivono nella dipendenza sono burattini senza volontà. Il consumo di stupefacenti è stato un tragico successo del Sessantotto. Ci hanno distrutto e hanno guadagnato somme enormi: oligarchia estrattiva.

Il pifferaio di Hamelin conduceva alla morte con una musica ipnotica. Theodor Adorno riteneva che alcune forme musicali fossero un’arma per distruggere la società.  Il ruolo dell’industria musicale è evidente nell’ istupidimento e imbarbarimento di massa. Marcuse assicurò che la sconfitta del capitalismo avrebbe prodotto una società in cui le massime soddisfazioni sarebbero state legate al sesso. La musica contemporanea tocca lo stesso tasto: trionfo delle pulsioni, istinto, irrazionalità. Ma è il capitalismo a dirigere il gioco.

In un brano di Homo Deus, Yuval Harari constata che un apparato di lettura digitale aggiornato con riconoscimento facciale e sensori biometrici, può dire cosa ci ha fatto ridere, cosa ci ha reso tristi e cosa ci ha fatto arrabbiare. I libri leggeranno noi mentre li leggiamo. Big Data: un cartello di colossi tecnologici sa tutto di tutti, orienta e prevede il futuro attraverso le statistiche elaborate dagli algoritmi. Quando il gioco si fa duro, si abbandonano le finzioni – la costosa, inefficiente democrazia- e si torna all’origine: qualcuno comanda, la moltitudine obbedisce. Il comando funziona poiché possiede tutte le carte del mazzo e determina le regole del gioco: dirigismo autoritario e disprezzo per la persona umana inventata dalla civiltà greca e cristiana.

Di quell’ eredità ci siamo disfatti gaiamente. Pensiamo allo stravolgimento dei processi decisionali affidati alle macchine, alla censura privatizzata delle reti sociali, al controllo capillare della profilazione informatica, l’uso dei dati delle carte magnetiche, l’impianto di sensori nel corpo. La finestra di Overton si è spalancata in concomitanza con il dispiegamento di mezzi tecnici in grado di dirigere le opinioni pubbliche, modificando in profondità convinzioni, principi, linguaggio.

L’oligarchia ha dovuto prima estirpare la cultura, le tradizioni, le comunità e i sentimenti religiosi. Siamo pronti. Non avranno bisogno di imporre la schiavitù, la chiederemo noi stessi, invocheremo le catene in nome della comodità. Il tempo della libertà di parola e di associazione sta finendo: è il distanziamento sociale. L’era dei divieti, della sorveglianza e della delazione avanza con arruolamento di volontari. Divide et impera, la lezione della storia che ogni generazione dimentica. Le ultime sono state allevate nell’ignoranza delle conoscenze che aprono la mente al pensiero libero, che è sempre pensiero critico. Per questo accettiamo modalità di vita zoologiche e zootecniche. Il marchio della Bestia diventa realtà. Bisanzio è presa mentre discutiamo del sesso degli angeli.

Il sapere dell’uomo massa si frammenta nello specialismo, la tecnica è trasformata in fine. Chi non è e non pensa come tutto il mondo, è eliminato. L’uomo-massa non è il povero o l’operaio, ma l’uomo senza qualità, soddisfatto di sé, non intenzionato a migliorare. La sua cultura è fatta di luoghi comuni, pregiudizi, parole ammucchiate alla rinfusa. Abbagliato dall’ ideologia del progresso, fa tabula rasa: non riconosce modelli o norme. La disillusione postmoderna è orfana anche del futuro, incastrata nell’attimo. L’erede ha rinunciato al lascito e retrocede al pensiero negativo la cui funzione è disfare. Il nichilista, parassita della civiltà, vive per negarla. Sottoposto a negazione costante, l’edificio della civiltà è imploso, travolgendo per primi quelli che hanno acceso la miccia e piazzato la dinamite.

Viandante, sono le tue orme il cammino e nulla più; viandante, non esiste sentiero: si fa la strada nell’andare. Sono versi di Antonio Machado, bellissimi ma raggelanti. Si naviga a vista, cancellando i segnavia della civiltà. Manca il progetto, il senso comune. L’Europa è rimasta senza morale. L’uomo massa non disprezza la morale di ieri in nome di un’altra: l’aspirazione – che il potere asseconda- è vivere senza alcuna morale.

Occorre tornare a quella che Benjamin Constant chiamava libertà degli antichi, il diritto dovere di partecipare, intervenire nella comunità. Una libertà romana, poiché Roma si raccoglieva attorno a una visione del mondo simboleggiata da Giano Bifronte, le cui due teste erano rivolte una all’indietro- il passato- e l’altra avanti, all’avvenire, unite a radicare l’uomo nella continuità.  

Un filmato è diventato virale a Natale. Un uomo esce furtivamente dal portone di casa con in mano una bottiglia e un panettone. Nella strada deserta sente il suono di una sirena e corre impaurito a rinchiudersi nella solitudine dalla quale tentava di evadere. E’ il trionfo del biopotere, l’imposizione del vuoto. L’ essere umano è ridotto a nuda vita, a cui sacrifica tutto, animale senza innocenza.

Le statistiche segnalano un ulteriore crollo delle nascite. Il virus ha fatto da detonatore a un veleno che cova da generazioni; il timore paralizza e rinchiude. Non si mettono al mondo figli per egoismo ed idolatria del presente. Guai a chi costruisce deserti, ammoniva Zarathustra. Ma il deserto più terribile è l’incapacità di guardare in alto, essere bìos, anima, carne e spirito.

La Spagna ha approvato la legge sull’ eutanasia e il suicidio assistito. Molti deputati sono scattati in un applauso. In quell’ applauso alla morte riconosciamo l’incoscienza omicida e suicida di una civilizzazione agonizzante. Non sappiamo difendere la vita, darle una direzione, in compenso legalizziamo l’omicidio benevolo, officiato dallo Stato che rinnega se stesso, assassino a domanda protocollata. Viva la muerte.

L’uomo massa chiama civiltà la rimozione di ciò che lo incomoda nel tragitto del desiderio, del consumo, degli istinti. Accetta di diventare materiale e poi scarto. Prevale uno specialismo di imbarazzante ristrettezza mentale e morale. Lontano è il principio su cui Socrate fondò la gnoseologia occidentale, facendo del non sapere il punto di partenza per una conoscenza costruita sul dibattito. L’uomo postmoderno sa già ciò che vale la pena sapere, racchiuso negli apparati artificiali e non prova interesse se non per gli ultimi ritrovati destinati a diventare oggetti di consumo. Evita tutto ciò che non riesce a padroneggiare con gli strumenti della sua scienza parcellizzata.

Diventiamo atomi rinserrati nell’alveare, connessi ai dispositivi. L’ organo essenziale sono le dita, la soggettività è il codice a barre. Fa sorridere la lezione di Così parlò Bellavista: gli esseri umani si dividono in uomini d’amore o di libertà a seconda se preferiscono vivere abbracciati l’uno con l’altro oppure da soli. Finito il tempo di entrambi: i primi per il distanziamento imposto – le conversazioni di Bellavista oggi sarebbero riunioni clandestine- gli altri perché non sanno che farsene della libertà. Sono hikikomori, il nome giapponese di chi, rinchiuso in casa, vive connesso ai terminali scambiando il virtuale con il reale.

Passivi e solitari. Al Grande Reset va benissimo: non gli occorrono masse transumanti. Neppure gli acquisti elementari hanno bisogno della presenza fisica. La pubblicità, sismografo dei cambiamenti sociali, propaganda nuovi ansiolitici, segno che l’homo sapiens esige dosi sempre maggiori di sicurezza artificiale. Per strada, code spettrali e silenziose. La cattività atterrisce, la paura blocca. Taci, il nemico ti ascolta, ma non sai chi è. Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico.”

La chiusura della mente fa sì che manchino le occasioni e le parole per il pensiero critico. Come pensare nel baccano virtuale, tra immagini che cambiano di continuo. L’uomo è antiquato, un puntino nell’universo-macchina. Finisce l’era dell’homo viator, viandante della vita e inizia quella del solitario che non si muove dalla poltrona, le cui gambe diverranno inutili, mediato e invaso dall’immagine, suddito dell’Istante e del Pulsante. Una nuova specie antropologica, in grado di interagire con molteplici dispositivi, ma non con i conspecifici. Individui a cui mancherà l’amore- i più sensibili ne avranno una nostalgia indistinta – e anche l’odio. Vivranno sedati da droghe euforizzanti.

I regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Il potere è apolide, ma ha una sede, gli Stati Uniti, che vivono di riduzionismo, da cui la spinta a semplificare l’ortografia, abolire i generi, i tempi, le sfumature, ovvero a chiudere la mente. E’ una scelta strategica: le masse sono espropriate delle parole, allontanate dalla cultura, ma riempite di “diritti” nella sfera pulsionale, orientate alla perdita di responsabilità a vantaggio della comodità. Eterodirette, credono tutto ciò che viene fatto loro credere, convinte di pensare in autonomia. Si muovono in branco persuase di esercitare la libertà individuale: un impressionante successo del potere.   

Tutto è equivalente, quindi irrilevante. Le nazioni muoiono, sostituite da megacorporazioni con diritto di vita e di morte. La sottomissione avviene attraverso la progressiva chiusura mentale e spirituale. La finzione della democrazia è oltrepassata. Terrore più controllo della comunicazione più forza coattiva. Il Nuovo Ordine si è disfatto dell’illusione democratica e ha preso il controllo diretto delle nostre vite.

Invocheranno il reato di odio per chi dirà male del potere. Ogni dissenso contiene un’avversione. Basta chiamarla odio e iscriverla nel diritto penale, dopo un capillare lavorio di domesticazione dell’opinione. Editti continui, contraddittori e ridicoli regolano gli aspetti più minuti della vita. La reazione? Nulla, o minima.  Viene voglia di “passare al bosco” come il Ribelle di Junger. Il potere stuzzica e sfrutta i nostri vizi per dominarci. Il Grande Reset non ha altro merito che di conoscerci a fondo. Nessun complotto, solo la luciferina capacità di farci amare la servitù volontaria.

Occorre incalzare il nemico, il Grande Reset lo dobbiamo fare noi: ripartire dai fondamentali. Rifiutare l’imbroglio del politicamente corretto, che scinde il linguaggio dalla verità. La neve è bianca, i sessi sono due, il bene e il male esistono, ci sono un padre e una madre, l’erba è verde in primavera. Siamo chiamati a organizzare una resistenza, non un’opposizione. Impoverimento, intrusione del biopotere nella sfera intima, sorveglianza, distruzione della civiltà. Non ci si può limitare ad opporsi a questa o quella politica, ma fondare un radicale antagonismo. Nessuna destra, nessuna sinistra basterà: ci vorrà un fronte, un’alleanza tra i non garantiti di oggi e quelli di domani, poiché il grande reset concentrerà ulteriormente i redditi verso l’alto, schiacciando la libertà e proibendo ogni dissenso. Ne vediamo i segni: la Corte Costituzionale afferma che i diritti si possono derogare per motivi sanitari, la stretta sulla mobilità, la fulminea imposizione della didattica a distanza e del telelavoro. Erano prontissimi e hanno agito senza indugio. Ci siamo lasciati sorprendere; hanno chiuso fabbriche, uffici, negozi, scuole, vietato di vivere. E poi musei, biblioteche, cinema e teatri: la cultura contagia.

E’ un passaggio decisivo, un tornante della storia. Resistere è fare fronte. Oso citare un’esortazione di Antonio Gramsci: istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutta il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni

Del 16 Gennaio 2021

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