venerdì, 17 Settembre 2021
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Trump ha ragione, ma ha sbagliato tutto

Le opinioni eretiche di Michele Rallo

Trump ha ragione, ma ha sbagliato tutto. Ed ha regalato ai poteri forti della finanza globalizzatrice altri quattro anni di tempo per mettere al passo l’America, prima che – é solo questione di tempo – i nodi della globalizzazione economica vengano al pettine. E allora – sono pronto a scommettere – assisteremo a scene ben piú drammatiche che non la pagliacciata di qualche migliaio di bulli con le corna che bivaccano a Capitol Hill.

Mi spiego. Trump ha probabilmente ragione quando dice che la vittoria di Biden é frutto di un colossale broglio organizzato. In America lo pensano in tanti, in tantissimi. Ma lo si sapeva giá da prima delle elezioni. I brogli erano praticamente annunciati; brogli cui noi europei – abituati a meccanismi di voto difficilmente falsificabili – stentiamo a credere. Negli USA, invece, truccare le carte é oltremodo facile. Lo si é sempre fatto, e lo hanno fatto soprattutto i democratici.

Capisco che questa mia affermazione possa apparire sorprendente, ma vi assicuro che é del tutto veritiera. Come é possibile? É possibile perché, nella “patria della democrazia”, per votare non é necessario un documento d’identitá. Basta che il nominativo che si dichiara al seggio risulti iscritto nelle liste elettorali dei democratici, dei repubblicani o degli indipendenti, e il gioco é fatto. A monte, la voter registration non é automatica, ma deve essere esplicitamente richiesta da un soggetto che, anche in questo caso, non é tenuto a presentare un documento di riconoscimento con fotografia.

Si puó facilmente immaginare, perció, quali e quanti brogli possano avvenire con questo sistema: dal singolo individuo che vota dieci volte in dieci diversi seggi elettorali e con dieci diversi nominativi, alla organizzazione di vere e proprie “carovane” che deambulano allegramente da un seggio all’altro. Nel tempo, tutti i tentativi dei repubblicani per introdurre l’obbligo di un documento d’identitá per accedere al voto, sono stati bloccati dai democratici perché, a loro dire, un siffatto provvedimento andrebbe a discapito dell’elettorato nero delle periferie. Di che fare invidia alla piú scalcinata delle repubbliche delle banane. Altro che patria della democrazia!

Ora, partendo da questa “cultura”, era facile immaginare che cosa avrebbe potuto essere organizzato nelle presidenziali di novembre, elezioni che per il mondo dell’alta finanza globalista avevano una valenza di vita o di morte. Lo scrivevo su “Social” del 3 luglio scorso: «La posta in gioco a novembre sará altissima, mille volte maggiore rispetto a quella di una elezione presidenziale “normale”. Il popolo americano dovrá decidere se interrompere definitivamente il processo di globalizzazione economica e di mondializzazione politica, o se rassegnarsi alla resa ai poteri fortissimi che vogliono distruggere gli Stati Nazionali e assoggettare tutti i popoli del mondo al potere ricattatorio dell’alta finanza internazionale. La lotta é solamente agli inizi e sará durissima, senza esclusione di colpi. Prepariamoci ad altri colpi di scena.»

Concetti ribaditi nell’edizione del 6 novembre: «La posta é talmente alta che sará tentata ogni cosa per superare l’ostacolo Trump: dalla eliminazione fisica del soggetto (come a suo tempo fatto con Kennedy) alla fabbricazione di inchieste giudiziarie ad hoc (la mente va al Russiagate dei servizi segreti obamiani), dai brogli elettorali su vasta scala (si teme per il voto “per corrispondenza”) alle piú diverse operazioni non convenzionali (qualcuno pensa anche ad epidemie di incerta origine), fino – addirittura – al proposito di far scoppiare una guerra civile nel caso che Trump riesca, nonostante tutto, a prevalere.»

E aggiungevo: «Hanno suscitato forte preoccupazione le recentissime dichiarazioni di Nancy Pelosi (speaker della Camera dei Rappresentanti ed uno dei massimi esponenti del Partito Democratico) secondo cui Biden verrá eletto «qualsiasi sia il conteggio finale dei voti». Semplice arroganza? Puó darsi. Ammissione di brogli in itinere? Puó darsi. Personalmente, la frase mi sembra piuttosto una minaccia, e con implicazioni assai inquietanti.»

Le cose, poi, sono andate come sono andate. É quasi certo che i brogli ci siano effettivamente stati, sia quelli “tradizionali”, sia soprattutto quelli  del voto postale. Specialmente – guarda caso – negli Stati-chiave, quelli che alla vigilia erano considerati “in bilico”: Pennsylvania, Arizona, Michigan, Wisconsin, fra gli altri.

Il meccanismo era sempre lo stesso. Si contavano prima i voti “normali”, che vedevano quasi sempre la vittoria di Trump; poi i voti postali regolari, che confermavano i risultati giá acquisiti; infine, si contavano i voti postali giunti fuori tempo massimo (certamente inammissibili e ipoteticamente truccati) che invece, assai stranamente, andavano quasi tutti a Biden, fino a ribaltare i risultati iniziali. Ogni Stato fissava – autonomamente e illegittimamente – le sue “correzioni” alle regole vigenti: in Pennsylvania – come rivela il giornalista d’inchiesta Stefano Magni – si é deciso di conteggiare voti postali senza neanche un timbro che ne attestasse la spedizione; in Arizona si sono “aspettati” voti postali per una settimana dopo la scadenza legale; in North Carolina il prolungamento fai-da-te é stato addirittura di dieci giorni. E i voti postali sono stati una vera e propria valanga a favore di Biden: ma solo quelli in ritardo, mentre quelli giunti puntualmente premiavano Trump.

Solo dopo questi provvidenziali “aiutini”, si sono proclamati i risultati negli Stati “in bilico”. Stati andati tutti a Biden – ma guarda la combinazione! – mentre giornali e televisioni mainstream facevano a gara (anche in Europa) nel ridicolizzare i tentativi di Trump per ottenere la controprova di una verifica indipendente.

Tutto ció spiega l’ostinato rifiuto del Presidente in carica a riconoscere la vittoria dello sfidante, ed altresí spiega (anche se non giustifica minimamente) la rabbia violenta delle frange piú estreme del trumpismo.

Ma – parliamoci chiaro – il responsabile principale di quanto avvenuto é proprio Donald Trump. Responsabile non certo dell’assalto al Congresso di un pugno di facinorosi. Basta rileggere il testo del suo “discorso incendiario” per averne conferma. Imputargli la paternitá dell’assalto al Congresso é soltanto una manovra dei democratici – l’ennesima – per criminalizzare l’avversario, per delegittimarlo, per avere un pretesto che giustifichi la normativa liberticida che si accingono a varare in nome del politicamente corretto.

No, la colpa di Trump é un’altra. É quella di aver giocato sempre in difesa durante i quattro anni della sua presidenza; salvo, poi, a giocare in attacco (e in modo sbagliato) solo in questi giorni, fuori tempo massimo, quando i suoi avversari avevano oramai vinto la partita, sia pure con metodi non proprio limpidi.

Ha giocato in difesa fin dall’indomani della sua elezione, nel 2016, quando di fatto “grazió” l’avversaria sconfitta, Hillary Clinton, non andando a fondo sulla clamorosa storiaccia (tornata recentemente d’attualitá) delle sue e-mail.

Continuó a giocare in difesa nella vicenda del Russiagate, subendo la campagna diffamatoria dei democratici senza avere il coraggio di denunziare al popolo americano che si trattava soltanto di una manovra di alcuni spioni della sconfitta cordata obamiana.

In difesa anche sui social, accettando che questi si prendessero il lusso di accordare o negare il diritto di esprimersi al Presidente degli Stati Uniti; fino alla ingloriosa conclusione di questi giorni, quando Twitter ha chiuso definitivamente il suo account.

In difesa sulla questione del nero ucciso dalla polizia a Minneapolis e della strumentale campagna “antirazzista” orchestrata da Soros e compagni contro di lui. Anche qui a subire quasi con rassegnazione, senza avere il coraggio di ribaltare le accuse, di spiegare agli americani che la polizia locale (responsabile dell’uccisione di Floyd e di altri eccessi un po’ dappertutto) dipende dai sindaci e dai governatori degli Stati, non dal Presidente e dal governo federale. Nella fattispecie, peraltro, il sindaco di Minneapolis era un democratico, come anche il governatore del Minnesota. Cosí come democratico – consentitemi l’inciso – é il sindaco di Washington, che l’altro giorno avrebbe dovuto schierare (e non l’ha fatto) forze di polizia in numero adeguato a garantire la sicurezza della sede del Congresso.

Trump ha giocato in difesa anche nello Spygate che era sul punto di deflagrare qualche mese fa [vedi “Social” del 29 maggio 2020]. Sembra che fosse pronto a trascinare in tribunale l’ex presidente Obama, con l’accusa di avere utilizzato i suoi uomini nei servizi segreti per “fabbricare” un Russiagate del tutto inesistente. Era tutto pronto, anche con interessanti appendici che riguardavano l’Italia, ma poi non se n’é fatto nulla.

Fino all’ultima partita in difesa, quella di una (mancata) radicale riforma che finalmente garantisse la correttezza delle procedure elettorali. Ultima partita che gli é stata fatale, decretando la sua sconfitta “a tavolino”.

Che cosa chiedeva Donald Trump, e che cosa chiedevano i suoi pur esagitati sostenitori? Solamente che si ricontrollassero le schede in alcuni Stati, quelli dove il risultato ufficiale non era stato “al di sopra di ogni sospetto”. La stessa cosa che, alcuni anni fa, era stata chiesta dal democratico Al Gore, sconfitto dal repubblicano Bush grazie ad una vittoria di misura nello Stato della Florida.

Il fatto é che, se si vogliono sfidare i poteri fortissimi che dominano il mondo, bisogna essere attrezzati per respingere la reazione di quei poteri. Reazione che sará dura, durissima, senza esclusione di colpi, per distruggere l’avversario, per cancellarlo dalla scena politica, per farlo passare come un folle o come un criminale agli occhi dell’opinione pubblica del suo paese e del mondo intero. Questo Trump non lo ha capito. E ne ha pagato lo scotto.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 18 Gennaio 2021

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