sabato, 25 Settembre 2021
HomeNEWS REGIONITorino e PiemonteSarebbe importante potenziare la Casa della salute di Ozzano Monferrato

Sarebbe importante potenziare la Casa della salute di Ozzano Monferrato

La Casa della Salute è una struttura territoriale voluta dalla Regione Piemonte alcuni anni fa, per garantire assistenza medica territoriale in tutte le aree non urbanizzate di Claudio Martinotti Doria

Sarebbe importante potenziare la Casa della salute di Ozzano Monferrato:

–      per far fronte all’emergenza COVID-19 e trarre profitto da quest’esperienza;

–      per fornire una più efficace assistenza sanitaria territoriale alla popolazione più vulnerabile: gli anziani;

–      per dare seguito al protocollo d’intesa firmato recentemente dalla Regione Piemonte per potenziare la medicina territoriale e l’assistenza domiciliare.

Recentemente la Regione Piemonte ha firmato un protocollo (definito “verbale o accordo”) d’intesa con tutte le categorie professionali coinvolte nel progetto, per potenziare e quindi fornire assistenza domiciliare e la medicina territoriale in tutta la giurisdizione regionale. Tale accordo recepisce il protocollo di cure domiciliari che già esisteva, aggiornandolo e potenziandolo, con la condivisione di tutti i protagonisti professionali e istituzionali coinvolti e responsabilizzati nel suo processo d’attuazione.

Tale iniziativa è soprattutto frutto dell’esperienza maturata in conseguenza dell’epidemia di COVID-19 (ed è mirata a contenerlo) che ha intasato gli ospedali quando si sarebbe potuto e dovuto gestirla a livello locale tramite le strutture sanitarie decentrate come i Distretti Sanitari e le Case della Salute e ricorrendo all’assistenza domiciliare organizzata capillarmente e tecnologicamente (ad esempio con delle ambulanze adibite ad ambulatorio e laboratorio mobile). In tal modo inoltre si sarebbero potuti ridurre notevolmente i contagi e i disagi, sia per gli utenti e sia soprattutto per il personale sanitario sottoposto a turni massacranti e a rischi eccessivi.

E’ risaputo che la stragrande maggioranza di coloro che si sono recati in ospedale ai primi sintomi sospetti di COVID-19 non erano “malati” ma erano vittime del terrorismo mediatico che è stato montato per seminare il panico e terrorizzare la popolazione.

Il risultato è stato che gli operatori sanitari ospedalieri hanno dovuto sottrarre tempo prezioso per la cura dei veri malati, e non solo di COVID-19 (gli affetti da altre gravi patologie sono stati le vere vittime dell’inefficiente gestione politica dell’epidemia), per dedicarsi a persone che non erano malate ma ansiose e angosciate, perlopiù asintomatici o semplicemente affetti da influenza stagionale. Inoltre la grande massa di persone recatasi negli ospedali si è esposta al contagio.

Rammento inoltre, per dovere di precisione, che essere positivi al tampone non significa essere malati di COVID-19, sempre che non sia uno dei numerosi falsi positivi, perché i tamponi non sono affidabili, come è stato ormai dimostrato da numerosi test comparativi, oltre che dichiarato recentemente ufficialmente dalla stessa OMS, con specifico riferimento tamponi molecolari RT-PCR, (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction).

Se si fosse ricorso fin da subito al potenziamento dell’assistenza domiciliare e della medicina territoriale le ripercussioni dell’epidemia sarebbero state molto meno gravi e si sarebbero pure salvate molteplici vite umane, perché curandoli ai primi sintomi si sarebbe evitato l’aggravamento della malattia. Inoltre non si sarebbero arrecati i gravissimi e devastanti danni alle attività economiche, che causeranno una diffusa povertà in una nazione già fortemente provata dalle crisi precedenti. Invece ricordo benissimo che per diverse settimane i medici di base e i paramedici (ma anche quelli ospedalieri), pur essendo in “prima linea”, sono stati addirittura lasciati privi di mascherine, guanti, visiere protettive, ecc., cioè di tutti quegli strumenti di prevenzione e cautela indispensabili per ridurre il rischio di contagio, essendo particolarmente esposti purtroppo hanno pagato un caro prezzo per la loro dedizione al dovere e per il loro senso di responsabilità.

Fin dalle settimane successive ai primi casi di COVID-19, già moltissimi medici specialisti avevano individuato le cure appropriate da somministrare fin dai primi sintomi e nelle fasi intermedie, avallate anche da molteplici studi medici e scientifici internazionali pubblicati sulle riviste di settore, che tra l’altro si sono rivelate anche poco dispendiose (da ultimo la “colchicina” che con meno di 9 euro consente di somministrare 120 dosi terapeutiche), soprattutto rispetto agli elevati costi di un ricovero ospedaliero, particolarmente se in terapia intensiva.

In sintesi potremmo dire “meglio tardi che mai”, rendiamo pertanto merito alla la Regione Piemonte che ha capito dove puntare per assicurare la salute alla popolazione riducendo per altro, nel medio e lungo periodo, anche le spese sanitarie. Se c’è qualcosa che si dovrebbe apprendere da quest’angosciante esperienza epidemiologica è appunto che la sanità non dovrebbe mai subire tagli di risorse e semmai dovrebbe essere potenziata nel suo decentramento territoriale, cioè organizzata nel migliore dei modi per operare il più vicino possibile a chi necessita di cure.

Il protocollo che è stato firmato non è la solita dichiarazione d’intenti, cioè di buone intenzioni, che nella maggioranza dei casi non ha alcuna attuazione, ma rimane nell’effimera dimensione dei sogni, ma è un protocollo operativo che prevede la sua capillare diffusione e il monitoraggio tramite verifiche periodiche della sua applicazione, efficacia e funzionalità, in modo da poter intervenire a correggerne eventuali debolezze e migliorarne l’applicazione sul campo.

E’ pertanto logico prevedere per coerenza che, in seguito a tale protocollo, debbano essere rese massimamente funzionali e se necessario potenziate, tutte le strutture territoriali vocate all’assistenza sanitaria e domiciliare su tutto il territorio regionale, soprattutto al di fuori delle aree urbane, cioè nelle cosiddette aree marginali e periferiche, quelle poco antropizzate, come le nostre aree collinari, dove vi sono moltissimi insediamenti che in passato sarebbero stati definiti villaggi, oggi borghi, con poche centinaia di abitanti, prevalentemente anziani, quindi soggetti particolarmente vulnerabili al COVID-19 e alle patologie croniche.

Nell’area dove abito, Ozzano Monferrato, è stata inaugurata, circa un anno fa, una Casa della Salute, divenuta operativa poco prima che scoppiasse pubblicamente l’epidemia, e purtroppo questo tempismo non propriamente fortunato, ha danneggiato sia la struttura sia i suoi utenti, e non certo per responsabilità di qualcuno, ma sono state le circostanze beffarde del Fato, che a volte sembra si diverta a mettere i bastoni fra le ruote anche ai migliori progetti.

La Casa della Salute è una struttura territoriale voluta dalla Regione Piemonte alcuni anni fa, per garantire assistenza medica territoriale in tutte le aree non urbanizzate, si potrebbe definire un Distretto Sanitario potenziato, che, nel limite del possibile, eviti agli utenti di doversi recare negli ospedali cittadini. Una struttura dove poter trovare tutti i servizi di base per far fronte a situazioni e problematiche sanitarie “ordinarie”, visite mediche di base e specialistiche, accertamenti clinici, consulenze, test, assistenza infermieristica, vaccinazioni, ecc..

Essendo stata appena inaugurata, la Casa della Salute di Ozzano non poteva certo essere in grado di far fronte a un’emergenza epidemiologica come quella che si è verificata. Al tempo stesso tutte le risorse finanziarie disponibili sono state dirottate per far fronte all’emergenza COVID, è stato pertanto sospeso ogni potenziamento previsto dall’iniziale (soprattutto “intenzionale”) progetto operativo della struttura, dovuto anche all’isolamento e autoreclusione cui si è dovuta sottoporre la popolazione locale che ha limitato enormemente l’affluenza della stessa alla struttura sanitaria, per timore di contagi. La gente stessa, intimorita dal rischio di contrarre il virus, ha preferito rimanere in casa e non curarsi.

Gli utenti quindi non hanno potuto usufruirne in pieno, se non per alcuni servizi di base, mentre la Casa della Salute avrebbe dovuto costituire un “salto di qualità assistenziale” rispetto a prima, con servizi aggiuntivi, assenti nel Distretto Sanitario precedente.

Per capirci, la Casa della Salute di Ozzano, che ovviamente non serve solo il borgo ma tutto il territorio adiacente composto di diversi comuni e alcune migliaia di abitanti, doveva divenire nelle intenzioni originarie simile alla struttura sanitaria esistente nella vicina cittadina astigiana di Moncalvo, dove si possono ricevere quasi tutti i servizi di assistenza sanitaria necessari nel corso della vita, comprese le cure odontoiatriche, essendoci un ottimo ambulatorio dentistico. Questo era e dovrebbe rimanere l’obiettivo primario della Casa della Salute di Ozzano Monferrato, che deve essere potenziata fornendo quantomeno gli stessi servizi che sono forniti a Moncalvo, evitando in tal modo alla popolazione anziana del luogo di doversi recare nell’Ospedale o nel Distretto Sanitario di Casale Monferrato.

Oltre a quelli già previsti e/o in fase d’implementazione (salvo ritardi e limiti dipendenti dall’emergenza COVID) ritengo siano servizi essenziali da inserire nella struttura, oltre al già citato ambulatorio odontoiatrico (dentistico), anche quello di fisioterapia e riabilitazione, e quello oculistico, tutti e tre molto importanti per una popolazione prevalentemente anziana, con malattie debilitanti e progressive e acciacchi cronici, che essendo perlopiù pensionati al minimo, non possono certo permettersi cure dentistiche o visite oculistiche private, e rischiano col tempo e la trascuratezza della prevenzione, di degenerare in gravi forme di parodontite e in cataratte e altro di ancora più grave e riduttivo delle capacità visive.

Tra l’altro la Casa della Salute di Ozzano è collocata in una posizione molto strategica dal punto di vista territoriale, essendo insediata in uno degli edifici dell’ex Cementificio in località Lavello, a fianco dell’ex statale Casale Asti, strada ad alta percorrenza, dove transitano dalle dodici alle quindicimila autovetture al giorno (argomento problematico sul quale sono già intervenuto varie volte in precedenza), e questo riscontro oggettivo avvalora e sostiene ancor più un potenziamento della struttura sanitaria locale, che avrebbe un alto valore aggiunto dal punto di vista sociale, oltre che costituire un importante segnale istituzionale di attenzione verso una collettività particolarmente provata da questi mesi di stress e limitazione della libertà. Costituirebbe un segno di coerenza e attuazione del Protocollo cui ho fatto riferimento, oltre che un intelligente investimento sanitario che premierebbe nel medio lungo periodo la lungimiranza di coloro che lo hanno attuato, con risparmi evidenti e gratificazione degli utenti.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 27 Gennaio 2021

Most Popular

Recent Comments