sabato, 19 Giugno 2021
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In quali specifici ambienti si diffonde il modernismo?

Università, seminari delle grandi città: quando i vescovi veneti impedivano ai seminaristi di venire a Roma a studiare per preservarli dal contagio della cultura modernista di Francesco Lamendola  

In quali ambienti specifici si è diffuso il modernismo? Vale la pena di riflettere sulla risposta che dà a questa domanda lo storico Agostino Giovagnoli, romano, classe 1952, professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel saggio Cultura cattolica e crisi modernista (in: La Chiesa e la modernità, a cura di Elio Guerriero, Edizioni San Paolo, 2005, pp. 236-237):

Un “milieu” dove il modernismo trovò un clima favorevole al suo sviluppo è certamente rappresentato da seminari e dalle facoltà teologiche. La maggior parte di queste istituzioni era totalmente refrattaria all’inquietudine spirituale e alla vivacità intellettuale proprie del modernismo. Tuttavia questa chiusura rappresentò paradossalmente un terreno di incubazione favorevole ai fermenti modernisti, creando, attraverso la sofferenza di molti, nascoste esigenze di un altro clima intellettuale e spirituale. La sofferta vicenda di Salvatore Minocchi e il suo difficile itinerario, attentamente tracciati da Agnoletto, sono certamente espressivi di inquietudini tanto diffuse quanto nascoste. Ma, all’opposto, anche le aperture spirituali e culturali che si respiravano in seminari o università ecclesiastiche contrassegnati  da un clima di più elevata intensità, costituirono elementi favorevoli all’incubazione del modernismo. È il caso del Collegio Capranica di Roma o del seminario Apollinare e persino dell’Università Gregoriana, dove pure dominava il neotomismo insegnato dal Billot: si può dire che le migliori istituzioni ecclesiastiche per la formazione dei sacerdoti presenti a Roma favorirono, certo inavvertitamente, la nascita e lo sviluppo del modernismo. Ciò è comprensibile ove si consideri che proprio la collocazione romana favoriva in queste istituzioni una circolazione di cultura ecclesiastica di alto livello, un’atmosfera di ricca e profonda spiritualità e anche un contatto con i principali problemi della Chiesa nel mondo contemporaneo: tutto ciò rispondeva alle ansie nascoste di molti spiriti che proprio a Roma perfezionavano la loro formazione al sacerdozio. Le note pagine di Buonaiuti, malgrado una certa trasfigurazione letteraria, restano in questo senso testimonianza eloquente di una ampiezza di orizzonti, forse inaspettata, della Roma ecclesiastica, pur frammista ad angustie e meschinità. Non è probabilmente senza significato che un futuro papa, formatosi all’Apollinare, come Angelo Giuseppe Roncalli, sia stato accusato di modernismo – come il suo predecessore Benedetto XV – mentre la condanna di questo fenomeno è stata formulata da un papa proveniente da quel Veneto in cui i vescovi impedivano ai seminaristi di venire a Roma a studiare, per preservarli dal contagio della cultura.

Questo, dunque, è il modo in cui i cattolici maggioritari, ultraliberali e neomodernisti considerano la genesi del modernismo e ne analizzano i fattori di diffusione. Nessuna meraviglia, visto che il volume fa parte della Storia del cristianesimo, 1878-2005, curata dall’allora patriarca di Venezia, Angelo Scola, dal teologo Bruno Forte e dal professore Andrea Riccardi: come dire, culturalmente parlando, s’intende, e senza offesa per alcuno, Gesù Cristo fra i due ladroni. È la solita tecnica dei progressisti: mettere in mezzo uno che non è dei loro, e affiancargli almeno due dei loro, in modo da salvare le apparenze del pluralismo e intanto pigliarsi tutto nella sostanza. Ci sarebbe comunque da restare più che sconcertati, se non si tenesse conto di ciò; o meglio ci sarebbe da restare sconcertati se non si conoscesse nulla, o molto poco, della vera dottrina cattolica, così come della vera storia della Chiesa. Perché questi signori, come ogni vincitore che si rispetti, hanno alterato tutto, anche la nozione del vero e anche il passato, col risultato che un cattolico sprovveduto legge una pagina come questa credendo di ricevere una corretta versione – dopotutto, si tratta di una pubblicazione paolina e perciò garantita, in qualche modo, dalla Chiesa stessa – e invece non riceve altro che una versione di comodo, del tutto addomesticata.

La prima cosa che si nota, o che  si dovrebbe notare, è che qui si parla del modernismo non come di un’eresia, ciò che è stato a tutti gli effetti sia tecnicamente sia sostanzialmente, ma di un movimento sorto in seno al cattolicesimo, forse un po’ imprudente, forse un po’ impaziente, per certi aspetti, ma sostenuto da elementi del clero che erano press’a poco quanto di meglio offrisse allora la Chiesa sotto il profilo intellettuale e spirituale. È questa  la prima falsificazione, per così dire implicita: l’autore non si prende il disturbo di spiegare perché, pur essendo un’eresia, il modernismo meriti un simile trattamento di favore, pieno d’indulgenza e di simpatia; del resto, non lo potrebbe, se esiste ancora quella cosa che i greci chiamavamo logica: semplicemente, lo presenta in termini simpatici e larvatamente elogiativi, e lascia che sia il lettore a trarne le conclusioni Ecco: l’apostasia della Chiesa del post-concilio nasce da qui, da atteggiamenti come questi. Una minoranza che ha preso la barra di comando dà a credere ai fedeli che è tutto a posto, che la Chiesa procede sulla rotta di sempre, e non c’è alcun motivo per pensare il contrario; e invece la rotta è stata cambiata, diciamo pure che è stata invertita, e la nave di San Pietro si dirige con tutte le vele al vento verso chissà quali lidi sconosciuti, ma questo i comuni fedeli non lo sanno, nessuno lo dice o lo lascia sospettare, e guardando il timoniere si ha l’impressione che sappia benissimo quel che sta facendo, per non parlare del capitano, che si direbbe l’uomo più tranquillo e sicuro che vi sia al mondo. Per entrare nello specifico, punto secondo, si dice che la maggior parte di queste istituzioni era totalmente refrattaria all’inquietudine spirituale e alla vivacità intellettuale proprie del modernismo, il che significa fregiare l’eresia modernista di due attestati di nobiltà: l’inquietudine spirituale (che ricorda il celebre caro fratello ateo, nobilmente pensoso di David Maria Turoldo) e la vivacità intellettuale; e implicitamente suggerire che niente di simile si trovava nelle torpide menti dei preti cattolici non toccati dai fermenti modernisti. E da quando l’inquietudine spirituale, in un sacerdote, è diventata una virtù degna d’ammirazione? L’inquietudine può essere un sentimento positivo per chi è alla ricerca di Dio; ma per un sacerdote è il segno che la sua fede è insicura, tormentata, problematica: e dunque come potrà trasmetterla integra ai fedeli, come potrà aiutarli a restare uniti a Dio, o a trovarlo, nel caso siano ancora alla ricerca?

Essi vedranno e capiranno che lui stesso non è convinto di quel che dice a parole, e ne trarranno le debite concisioni. Una delle cose peggiori che ha fatto il signor Bergoglio è stata quella di dichiarare apertamente, davanti ai fedeli, che lui stesso è pieno di dubbi sulla fede; per non dire della volta in cui ha confessato di essersi rivolto alle cure di una psicanalista ebrea, in una fase della sua vita in cui era spiritualmente in difficoltà. Un sacerdote, figuriamoci il papa, non dovrebbe mai fare questo genere di confessioni; non dovrebbe dire mai alle pecorelle del suo gregge di essere tormentato da dubbi, e ciò non per un atteggiamento di superbia, ma per un senso di responsabilità nei loro confronti: quello di cui hanno bisogno è una guida, non uno che non sa esattamente da che parte si debba andare. E quanto alla psicanalisi, ricorrere ad essa è lecito, anche a un sacerdote, ma sconsigliabile e poco consono al suo stato; in ogni caso non è una di quelle cose che si dovrebbero dire in pubblico, con affettazione di sincerità (del tipo: «Vedete? Io vi dico tutto, non vi nascondo niente, dunque sono una persona trasparente, di me potete fidarvi»), perché vi sono dei casi, e quello del sacerdote è uno di essi, nei quali una sincerità di tal genere non è più una virtù, ma il suo contrario, un sottile veleno che corrode le radici della fede e rischia di produrre un effetto deprimente. La gente pensa: «Se il mio parroco, o il mio vescovo, o addirittura il papa, è pieno di dubbi e non sa come trarsi s’impaccio; se attraversa un periodo nero, e invece di pregare e affidarsi a Dio, all’intercessione dei Santi e della Madonna, si affida allo psicanalista, allora a che serve la fede? È forse un orpello che si indossa quando le cose vanno bene, ma poi, quando si mettono al brutto, sparisce come nebbia al sole?». Terzo: il nostro autore afferma che questa chiusura rappresentò paradossalmente un terreno di incubazione favorevole ai fermenti modernisti, creando, attraverso la sofferenza di molti, nascoste esigenze di un altro clima intellettuale e spirituale. Come dire: sì, l’ambiente della Chiesa cattolica era torpido e arretrato; e sì, la maggior parte del clero era sprofondata nel sonno dell’inconsapevolezza: ma proprio quel clima di chiusura sollecitò, per reazione, e spronò nella loro ansia di verità, quelli che si facevano delle domande, quelli che erano intellettualmente e spiritualmente vivi e che aspiravamo a un altro clima, (e ovviamente a un’altra Chiesa). I quali, poverini, dovettero attraversare molte sofferenze per giungere alla luce (del modernismo), tuttavia ne era valsa la pena. Straordinario! Nemmeno un pensiero è riservato a quelle anime che vennero turbate e fatte soffrire, senza colpa, o che persero la fede a causa di quei preti e quei teologi che stavano entrando nell’ordine d’idee modernista. La pietà dei vincitori va sempre ai loro simili, mai ai diversi e ai vinti. E c’è un’altra ragione per mostrare tanto affetto e compassione per le sofferenze dei poveri modernisti i quali, dissimulando, covavano il veleno dell’eresia nel grembo della loro madre, la Chiesa, in attesa dell’occasione buona per schizzarlo fuori, come quell’Ernesto Buonaiuti che nelle anonime Lettere di un prete modernista avrebbe schizzato il suo veleno contro san Pio X: e cioè che chi descrive in tali termini la crisi modernista sta celebrando in realtà i propri precursori. Infatti la religiosità che si è instaurata nella Chiesa dopo il Concilio è di tipo non solo modernista, ma ultramodernista, essendosi spinta molto, ma molto al di là delle più audaci aspirazioni dei primi modernisti. In altre parole, qui è la Chiesa del post-concilio, ancora cattolica di nome, ma non più cattolica nei fatti (e quanta perfidia, quanta ipocrisia nel conservare il nome di cattolici quando non si è tali, al solo scopo d’ingannare i fedeli!) che celebra se stessa e i propri padri nobili.

A questo punto il Giovagnoli si lancia in un’esaltazione del clima spirituale esistente a Roma, nonostante tutte le chiusure di un clero arretrato, proprio perché essendo nel centro della Chiesa, chi studiava nella Città Eterna aveva la possibilità di venire a contatto con tutte le questioni che si dibattevano allora riguardo alla fede, alla pastorale, agli studi biblici. Tanto è vero che fa l’elogio degli scritti di Buonaiuti e del suo Pellegrino di Roma, ove si esaltano appunto le inquietudini e la tormentosa ricerca della verità da parte di alcuni giovani seminaristi e sacerdoti. E già il titolo di quel libro è tutto un programma: che vuol dire pellegrino di Roma? Un sacerdote che studia a Roma dovrebbe considerarsi un pellegrino alla ricerca di qualcosa che non ha trovato, o non piuttosto un futuro pastore del gregge, ben saldo nel possesso della verità e intellettualmente e moralmente attrezzato per sostenere la fede altrui e dare una risposta persuasiva ai dubbi di quanti vacillano? Subito dopo, ecco il colpo basso: meno male che Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, ha potuto venire dalla sua Bergamo a studiare all’Istituto Apollinare, mentre nel profondo Veneto di san Pio X i vescovi impedivano ai seminaristi di venire a Roma a studiare, per preservarli dal contagio della cultura. Qui ci sono due cose da osservare. La prima è che all’autore quasi cade la maschera dell’imparzialità storica quando si lascia sfuggire, in questo contesto elogiativo delle inquietudini serpeggianti nei seminari e nelle facoltà teologiche romane, che anche Roncalli venne accusato di modernismo. L’accusa, infatti, tutt’altro che infondata (fra l’altro, Roncalli era stretto amico di Buonaiuti), attesta solo una cosa: che il sospetto avanzato da Pio X, che certi seminari fossero divenuti vivai di modernismo, era pienamente giustificato.

Fra l’altro, non appena eletto papa, Giovanni XXIII si diede a preparare quel Concilio che avrebbe posto il neomodernismo al governo della Chiesa: ovvio quindi che chi scrive una pagina come quella sopra citata deve muoversi sul filo del rasoio, da un lato rigettando con sdegno le accuse di modernismo a sacerdoti come il giovane Roncalli, dall’altro esaltando il nobile travaglio interiore di Minocchi, Buonaiuti e altri: cioè dire e non dire, recitare la parte dell’innocenza ingiustamente sospettata e al tempo stesso rivendicare con una certa fierezza le proprie simpatie per l’eresia modernista. Ci vuole un vero equilibrista per fare una cosa similee per farla senza che la maggioranza dei lettori, e dei cattolici in genere, se ne renda conto: eppure diremmo che l’obiettivo è stato pienamente raggiunto. Ed è su testi del genere che i cattolici oggi apprendono cosa è stato il modernismo e cosa è stata la storia della Chiesa nell’ultimo secolo e mezzo, fino ai nostri giorni. La seconda osservazione è che la malignità diventa massima quando si dice che i vescovi (veneti) impedivano ai seminaristi di venire a Roma a studiare, per preservarli dal contagio della cultura: perché il timore dei vescovi non era verso la cultura, ma verso la cattiva cultura permeata di modernismo (e peggio: un sacerdote ci ha detto: andare in Vaticano significa rischiare di perdere la fede). Ciò che si vuol dare a intendere è che la grande città è superiore alla provincia, perché piena di fermenti, mentre in campagna tutto dorme: un’idea che sarebbe piaciuta agli illuministi. Ma la verità è un’altra: che le campagne italiane hanno conservato più a lungo la fede e donato al Paese un clero solido e dei preti santi; mentre i seminari delle grandi città sfornavano piccoli preti eretici e ribelli, nel clima folle del ’68…

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Gennaio 2021

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