venerdì, 26 Febbraio 2021
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Dumbo, elefantino razzista di Roberto Pecchioli

I nani del bollino rosso e degli stereotipi progressisti? Come Peter Pan e gli Aristogatti l’elefantino volante è stato vietato ai bambini. E’ la sentenza del potere globale: “Trasmettono stereotipi e messaggi dannosi e razzisti” di Roberto Pecchioli

La notizia è così folle che sembra inventata da qualche burlone: il film Dumbo, l’elefantino volante, in circolazione dal 1941, è stato vietato ai bambini a cui è destinato. E’ una decisione dei proprietari dei diritti, il gigante dell’intrattenimento Disney, quello di Topolino e Paperino. Stessa sorte per Peter Pan e per Gli Aristogatti. La sentenza- inappellabile come tutte quelle provenienti dai piani alti del potere globale-  è durissima, politicamente ed eticamente corretta: “trasmettono stereotipi e messaggi dannosi e razzisti”.   I film sono ora accompagnati dal bollino rosso (pericolo!) e resteranno visibili agli adulti: gli affari sono affari. La Disney- bontà sua- ha aggiunto una nota. “Includono rappresentazioni negative e/o denigrano popolazione e culture. Piuttosto che rimuovere questi contenuti, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo“. Come è buono lei, diceva con un filo di voce al suo persecutore il ragionier Fracchia di Paolo Villaggio. Melassa dolciastra, la tattica stucchevole del poliziotto buono e di quello cattivo: da un lato si vieta, dall’altro si inventano motivazioni moralistiche. Le nostre sono le generazioni più ingannate della storia, fin dalla tenera infanzia.

Peter Pan – la storia del bambino che non voleva diventare adulto, metafora della nostra civilizzazione stremata – è censurato per l’appellativo di pellirosse nei confronti dei “nativi americani”, che è proibito definire indiani. Gli Aristogatti sono colpevoli di offesa agli asiatici per il personaggio di Shun Gon, il gatto siamese con i denti spioventi, gli occhi a mandorla e le bacchette per mangiare. Dumbo, l’elefantino ridicolizzato per le grandi orecchie che gli serviranno per volare, sconta i versi di una canzone giudicati irrispettosi verso gli schiavi delle piantagioni e la caratterizzazione dei corvi neri.

Ci sono diversi modi di reagire alla cultura della cancellazione: chiamiamola sempre così, d’ora in poi. Uno è ridicolizzarla per svelarne l’assurdità. Un altro è prenderla sul serio e andare fino in fondo, dimostrando che il suo esito è il nulla. Tentiamo entrambe le strade. La premessa è che l’incultura della correttezza politica, velenosa dittatura delle sedicenti vittime, si regge su due dogmi ideologici indimostrati, totem e tabù della grande cancellazione. Il primo è l’antirazzismo ossessivo, rancoroso, permaloso, con evidenti tratti maniacali. Il secondo è un egalitarismo fondato sull’equivalenza. E’ vietato programmaticamente dare giudizi, quindi pensare, valutare, esprimere preferenze, soprattutto verso se stessi e la propria gente, l’atto più naturale di tutti. In sostanza, è impedito essere uomini. Tutto ha un unico colore, che sarà, come nella tavola cromatica, il nero. Buio della mente, notte della ragione. Vietato aprire gli occhi: tutto deve apparire identico.

Si tratta di una posizione ideologica fortissima e totalitaria: l’assenza di verità diventa l’unica verità. Tutto è equivalente nel buio in cui non siamo in grado di vedere, cioè distinguere e valutare. Viviamo in una società accecata. E’ un mondo orribile quello che stanno imponendo alle nuove generazioni. Quasi per scherzo, ho pensato alla mia adolescenza e applicato alcune regole che oggi cercano di imporci. Ho dovuto cancellare – resettare, dice niente il verbo? – gran parte dei modi di dire, fare e pensare in cui sono cresciuto. I discorsi, le metafore, i luoghi comuni diventano tutti sessisti, omofobi, razzisti, offensivi per qualcuno, ad iniziare dalle storielle in cui l’italiano aveva sempre la meglio sull’inglese o sul tedesco. Suprematismo della più bell’acqua.

Ho scoperto la vergogna di apostrofare come “bibini”, tacchini, i tifosi del Genoa, il cui simbolo è il Grifone: antianimalismo. Mi sono consolato immaginando di denunciare l’appellativo di “ciclisti” attribuito ai sampdoriani per la maglia a righe orizzontali: ingiusto disprezzo per chi va su due ruote. Mi è tornata in mente la filastrocca veneta apertamente spregiativa e razzista nei confronti dei vicentini (magnagatti, aggravante antianimalista) e dei veronesi, tutti matti. Vietatissimo dire che Roma è la più bella città del mondo, offesa a Samarcanda e Timbuctù, poiché paragoni e giudizi sono proibiti quanto le graduatorie. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, ma il detto napoletano va censurato, giacché sottintende la bruttezza degli scarafaggi. Se guardiamo all’arte, al cinema, al teatro, alla musica, alla letteratura e a qualsiasi forma di espressione umana, nulla si salverà poiché nulla soddisfa gli assurdi standard dei sociopatici dai quali siamo dominati.

Gli esempi sono innumerevoli: non riesco a immaginare nessuna canzone che combini schiavitù, razzismo e sessualità ai limiti della pedofilia come Brown Sugar dei Rolling Stones. Nessun rogo, nessun autodafé contro Mick Jagger, per fortuna, ma ci penseranno, prima o poi. Arriva sempre qualcuno più duro, più puro e più esigente, come scoprì Robespierre quando condussero anche lui alla ghigliottina. Confesso che ho vissuto è il titolo del libro di memorie del poeta Pablo Neruda. Sì, abbiamo vissuto e non possiamo negare noi stessi. Chi scrive deve fare l’unica cosa che gli è familiare: avvertire del pericolo.

Ci attendono giorni oscuri in un mondo tetro in cui dobbiamo alzare la voce. Il mondo, le idee, i costumi che ci hanno reso persone sono il nostro patrimonio indisponibile. Tolgano le loro sporche mani dalle nostre vite. Rubano il presente, negano il futuro, cancellano il passato. Anche la Warner Bros, altro gigante miliardario dell’intrattenimento, ha preso ad avvertire il pubblico che alcuni contenuti contengono “stereotipi etnici e razziali”. Sissignori, gli uomini hanno e sempre avranno stereotipi, etnici, razziali, religiosi, comportamentali, sessuali e di altro tipo. Su di essi hanno fondato le loro civiltà. Non sono forse stereotipi anche l’uguaglianza ossessiva per equivalenza, la negazione dell’esistenza di differenze etniche, razziali e culturali o è vietato dirlo perché queste sono le verità ultime, gli universali indiscutibili del presente perfetto, frutto del progresso illuminato a cui è siamo finalmente pervenuti, noi pochi felici, occidentali al tramonto, dopo trenta secoli di errori e di buio?

Il caso di Dumbo è assolutamente paradigmatico, ad iniziare dei disgustosi avvertimenti diffusi dalla Disney a corredo di quello e di molti altri film. Contengono “rappresentazioni culturali antiquate “. E allora? Il presente, il progresso, sono buoni, veri e giusti, mentre tutto il mondo di ieri va gettato nella spazzatura? Identiche avvertenze potrebbero accompagnare la Bibbia, la Divina Commedia, Shakespeare, la pittura del Rinascimento, la fisica di Newton. Il Corano no, perché i mussulmani, sia detto a loro merito, non ci stanno.

Cominciamo a reagire anche noi.  Il caro, buon Dumbo è un esempio di come la lettura politicamente corretta sia falsa e fuorviante. Riavvolgiamo la pellicola, gettando nella spazzatura le irricevibili avvertenze della Disney. Dal punto di vista di una persona senza ubbie mentali, il razzismo subliminale contro i corvi – che, si sa, sono neri, stesso colore degli afroamericani – è smentito dalla trama. Dopo l’iniziale ostilità contro Dumbo, infatti, sono proprio loro ad aiutare l’elefantino e ad insegnargli a volare. Prendiamole seriamente, le sciocchezze dell’ubriacatura politicamente corretta. Andiamo oltre, accusandoli di essere arrivati in ritardo. Strano davvero che dopo decenni di programmazione, solo adesso la Disney abbia colto il razzismo del film su Dumbo. Le è sfuggito l’antianimalismo, il suo evidente maschilismo, i danni enormi causati dall’elefantino volante presso tante menti gregarie che oggi riscattano con tanta generosità. Il razzismo nei corvi, certo, il perverso Jim Crow, ma che dire delle elefantesse?

Mi autonomino presidente dell’Associazione in difesa dei Pachidermi e delle Pachiderme. Siamo felici per la censura a Dumbo, ma avremmo preferito che la ragione fosse l’offesa arrecata alle elefantesse. Sono loro, infatti, ad emarginare il cucciolo Dumbo per la sua origine e i suoi tratti fisici. Rappresentate come sottilmente razziste, la Disney avrebbe dovuto censurare il maschilismo e l’antianimalismo impliciti nel comportamento attribuito alle femmine di elefante. In più, la vicenda di Dumbo è ambientata in un circo, il che perpetua l’umiliazione e il maltrattamento degli animali. La loro umanizzazione li spoglia delle qualità istintive, ulteriore attentato alla loro dignità. Strano davvero che generazioni di piccoli spettatori si siano commosse davanti alla solidarietà tra diversi (il migliore amico di Dumbo è il topolino Timoteo) e allo sforzo dell’elefantino di superare l’emarginazione. Avrebbero dovuto trasformarsi in feroci razzisti, maschilisti e nemici degli animali. Sottotraccia – quindi ancora più pericolosa per le giovani menti degli spettatori – scorgiamo un elogio delle dipendenze da alcool o da sostanze psicotrope nella scena in cui Dumbo vede una sfilata di elefanti rosa.

Fin qui il sarcasmo, più apparente che reale. I fascisti – smascheriamoli usando il loro rancido vocabolario- sono loro. Indottrinano fin da piccoli, con le grottesche avvertenze per l’uso, simili agli avvisi sulla pericolosità del fumo stampati sui pacchetti di sigarette. I bambini ideali di lorsignori, sudditi e buoni consumatori di domani, credenti della verità ufficiali, ubbidienti alla parola del padrone e formati al suo profano insegnamento, ricordano i Balilla e le Piccole Italiane dell’altro ieri, o se preferite, i Pionieri di rosso vestiti dell’Unione Sovietica. Nulla di nuovo sotto il sole: cambia la musica e mutano i suonatori, ma c’è sempre qualcuno a dirigere l’orchestra, anche in tempi di progresso, libertà, tolleranza, multiculturalismo.

Per rimanere nel mondo Disney, viene riscritto e reso obbligatorio il Manuale delle Giovani Marmotte che tante volte ha tratto d’impaccio Qui, Quo e Qua, nipoti di Paperino, il primo personaggio politicamente corretto. La Disney presto dovrà intonare il mea culpa per Topolino, tutto legge e ordine, intollerabile “stereotipo antiquato”. Forse verrà riabilitato il suo nemico, Pietro Gambadilegno, un diversamente abile costretto all’illegalità dalle discriminazioni della società.

Colpisce davvero il bollino rosso ai film per bambini, come si trattasse di pellicole pulp alla Quentin Tarantino – anch’egli sospetto di razzismo e maschilismo – o esibizioni erotiche di Cicciolina. Soprattutto, indignano i disclaimer, gli avvisi che somigliano alla scusa non richiesta, “excusatio non petita”, autoaccusa manifesta. Non eravamo diventati adulti, riflessivi, in grado di decidere da soli? No, abbiamo sempre più bisogno di precettori, fin da piccolissimi, per il nostro bene. E’ una giungla, là fuori, piena di omofobi, eteropatriarcali, razzisti, maschilisti, suprematisti. Stupisce che le lezioni di uguaglianza e tolleranza provengano da un’iperclasse di miliardari che non estende mai le sue virtuose intemerate all’unica diseguaglianza intollerabile, quella economica tra gli straricchi e il resto del mondo. Sono sempre più simili ai dirigenti comunisti di ieri, di cui si diceva che amassero tanto i poveri da crearne ogni giorno di nuovi.

Il sistema di comunicazione e intrattenimento usa un’arma potentissima per cambiarci in profondità in maniera subdola: le trame di film e telefilm e la scelta delle situazioni nella pubblicità. Non ci facciamo più caso – il trasbordo ideologico ha successo in quanto inavvertito – ma non c’è spettacolo in cui non ci sia tra i protagonisti almeno un omosessuale e una persona, come si dice, di colore. Niente di male, è la fotografia della realtà, ma possibile che non esistano gay malvagi o immigrati dai comportamenti negativi? Abbondano i padri che abbandonano i figli, i mariti che picchiano, uccidono e violentano le compagne. Casi contrari, non pervenuti. Come ti erudisco il pupo, a ogni età. La nuova tavola delle leggi – il decalogo consegnato dal Progresso (Dio è scomparso dai radar) – è stabilita, compilata e imposta da una piccola, potentissima casta di miliardari con base in America, terra della libertà e del Partito Unico del Progresso, dell’Uguaglianza, della Tecnologia e della Cancellazione.

A ben pensarci, hanno ragione a nascondere Dumbo, dolce elefantino volante razzista immaginario. Troppi valori positivi in quel film e negli altri su cui si abbatte la scure degli Offesi, come Via col vento, bestia nera della Grande Cancellazione. C’è un masochismo morale nei progressisti: l’attacco contro Via col vento ha radici più profonde della maschera antirazzista. Dà fastidio che il prodotto più simbolico di Hollywood sia un film femminista in una modalità per loro incomprensibile. Rossella O’Hara è la rappresentazione di una donna che si impadronisce del suo destino. Rompe gli schemi, combatte la sua personale guerra contro tutto ciò che cerca di ingabbiarla e viola la sua autonomia morale. C’è un ulteriore motivo che li fa odiare il film: rappresenta il punto di vista individuale sulla storia, anziché la vulgata collettivista. Rossella e il protagonista maschile, Rhett Butler, mostrano come forti personalità possano trascendere la loro epoca, senza farsi dominare dal condizionamento storico.

A loro modo, sono ribelli, come noi che non crediamo nella grande menzogna; come Dumbo che usa per volare le enormi orecchie per le quali è deriso, stare in alto e di lassù guardare con commiserazione i nani del bollino rosso, delle avvertenze per l’uso e degli stereotipi progressisti.  

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 30 Gennaio 2021

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