venerdì, 18 Giugno 2021
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Che fare davanti a un lupo travestito da papa? di Francesco Lamendola

Che fare davanti a un “lupo travestito da papa” e se esercita le sue funzioni in “senso contrario” deve ancora essere riconosciuto tale; e i credenti devono ritenersi legati al dovere dell’obbedienza filiale nei suoi confronti? di Francesco Lamendola 

Ormai da otto anni i cattolici sono alle prese con un problema enorme, straziante e inedito: quello di un papa che non agisce da papa, che non parla come un papa dovrebbe parlare, ma dice e fa delle cose in stridente contrasto col suo ufficio di vicario di Cristo, e addirittura sembra marciare nella direzione opposta a quella che dovrebbe tenere colui che regge il timone della navicella di Pietro. Vi è un aspetto giuridico e canonico di tale problema, se cioè l’elezione di costui debba considerarsi valida oppure no (e, direttamente collegata ad essa, l’altra questione, se le dimissioni del suo predecessore debbano considerarsi valide, e se siano state libere ed effettive, o no) e una questione sostanziale. Un papa che esercita le sue funzioni in senso contrario a ciò che un papa è tenuto a fare per mandato divino, deve ancora essere riconosciuto tale, e i credenti devono ritenersi legati al dovere dell’obbedienza filiale nei suoi confronti? In altre parole: prevale il rispetto dovuto all’autorità, o prevale il rispetto dovuto alla sostanza di quell’autorità, vale a dire il timor di Dio? E c’è dell’altro. Quel che sta facendo il personaggio attualmente insediato quale vescovo di Roma non nasce dal nulla: è il punto d’arrivo, logico e consequenziale, di una linea ideologica e pastorale che prende le mosse (almeno, e sottolineiamo: almeno) dal Concilio Vaticano II, e che è stata portata avanti, sia pure con toni diversi, più sfumati ed ambigui, da tutti i papi che si sono succeduti dopo la morte di Pio XII. Che cosa pensare di quei papi, allora, e di quei pontificati, con tutti i relativi documenti magisteriali e le azioni da essi compiute nel corso degli ultimi cinquantacinque anni? Sono stati papi eretici, o che hanno compiuto atti eretici, ed insegnato la dottrina in maniera oggettivamente eretica, ossia discostandosi dal vero Magistero e perciò tradendo la loro specifica missione e ingannando i fedeli? Oppure non hanno agito con tale intenzione, ma si sono ingannati essi per primi? Non è possibile dare un risposta univoca e complessiva: bisogna scorporare la questione nei suoi vari elementi ed esaminare ciascun singolo pontificato, passare al vaglio i singoli documenti, discorsi, azioni, e solo allora trarre le debite conclusioni.

Questo, però, lo può fare un teologo e un buon conoscitore di storia della Chiesa; non lo può fare il credente comune. E già questo è un elemento di per sé indicativo. Un buon papa, un vero papa (non diciamo un papa santo: la santità non è richiesta ad un papa, anzi diciamo pure che in un certo senso è indesiderata, perché i santi eccedono, sia pure nel bene, mentre i papi devono semplicemente custodire la dottrina con totale fedeltà a Cristo) non opera una tale divisione, non mette i fedeli nella dolorosa condizione di dover controllare, vagliare, verificare, se sta agendo in modo conforme alla sua funzione, e quindi non crea una divisione fra credenti consapevoli e inconsapevoli. Un vero papa è il papa di tutti, dei colti e degli incolti, degli intelligenti e dei meno intelligenti. Egli custodisce la dottrina, preserva la fede e cura la salvezza delle anime: altro non gli viene domandato. Che piaccia alle folle, che strappi gli applausi, che sia gradito ai potenti, che sia invitato all’ONU o al Forum di Davos o al Bilderberg, lui o il suo segretario di Stato, tutto questo non conta, anzi, la verità è che non dovrebbe succedere: quando mai Gesù Cristo piaceva ai potenti? Quando mai veniva applaudito da quelli che contano? E quando mai riceveva inviti dal Sinedrio o dagli anziani del popolo? Non risulta affatto. Al contrario: risulta che il buon Nicodemo, per poter parlare con Lui e ricevere la vera dottrina, era costretto a frequentarlo di notte, di nascosto dagli altri scribi e farisei. Ad ogni modo, il problema è reale: se non si possiede una certa cultura e una certa capacità critica, non ci si rende conto di quel che non è cattolico nell’azione degli ultimi papi e perfino di Bergoglio, che pure si muove con la delicatezza di un bisonte in un negozio di cristalli. Il problema non dovrebbe esistere, e infatti non si era mai posto, perché mai i papi avevano deviato dalla retta dottrina, salvo eccezioni insignificanti; mai avevano intenzionalmente cercato di stravolgerla e sovvertirla, pur se alcuni di essi si sono macchiati di colpe anche gravi, sul piano della condotta morale. E così deve essere: i fedeli devono potersi fidare ciecamente del papa sul piano della dottrina, così come, sul piano umano, i cittadini devono potersi fidare delle pubbliche e legittime autorità. Ma un’autorità che non persegue i fini per i quali è stata istituita, non è più legittima: questo è il punto. Gesù Cristo ha istituito la santa Chiesa per la salvezza delle anime; ma se un papa, o sedicente tale, introduce i demoni pagani nella casa del Signore, se insegna dottrine errate, se dà scandalo bestemmiando pubblicamente (dire che le Persone della Santissima Trinità litigano fra loro di continuo è bestemmiare), allora la sua autorità è automaticamente illegittima, perché va nella direzione opposta alla sua funzione: allontana le anime da Dio anziché avvicinarle e custodirle nella Verità. Che fare, dunque?

Nella sua Risposta a un sacerdote del 31 gennaio 2021, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò fornisce a tutti, clero e laici, un prezioso prontuario su come regolarsi, materialmente e moralmente, in questi tempi calamitosi, e così conclude:

A ben vedere è proprio per difendere la Comunione gerarchica con il Romano Pontefice che occorre disobbedirgli, denunciare i suoi errori e chiedergli di dimettersi. E pregare Iddio che lo chiami a Sé il prima possibile, se da questo può derivarne un bene per la Chiesa.

L’inganno, il colossale inganno del quale ho scritto in più occasioni, consiste nel costringere i buoni – chiamiamoli così per brevità – a rimanere imprigionati in norme e leggi che viceversa i cattivi usano in fraudem legis. È come se costoro avessero compreso la nostra debolezza: l’essere cioè noi, pur con tutti i nostri difetti, religiosamente e socialmente orientati al rispetto della legge, all’obbedienza all’autorità, all’onorare la parola data, all’agire con onore e lealtà. Con questa nostra debolezza virtuosa, essi si garantiscono da noi obbedienza, sottomissione, al massimo rispettosa resistenza e prudente disobbedienza. Sanno che noi – poveri stolti, pensano – vediamo in loro l’autorità di Cristo e a questa facciamo in modo di obbedire anche se sappiamo che quell’azione, ancorché moralmente irrilevante, va in una direzione ben precisa… (…)

Nessuno di noi vuole comprendere che questa empasse si rompe semplicemente non assecondandola: dobbiamo rifiutare di confrontarci a duello con un avversario che detta le regole a cui solo noi dobbiamo sottostare, lasciando se stesso libero di infrangerle. Ignorarlo. La nostra obbedienza non ha nulla a che vedere né col servilismo pavido, né con l’insubordinazione; al contrario, essa ci consente di sospendere qualsiasi giudizio su chi sia o non sia Papa, continuando a comportarci come buoni Cattolici anche se il Papa ci deride, ci disprezza o ci scomunica. (…) Il paradosso è che per rimanere in Comunione con la Sede Apostolica dobbiamo separarci da colui che dovrebbe rappresentarla, e vederci burocraticamente scomunicati da chi è in stato oggettivo di scisma con se stesso. Il precetto evangelico di «Non giudicare» non deve intendersi nel senso di astenersi dalla formulazione di un giudizio morale, ma dalla condanna della persona, altrimenti saremmo incapaci di porre atti morali. Certo non sta al singolo separare il grano dalla zizzania, ma nessuno deve chiamare zizzania il grano, né grano la zizzania. E chi è insignito dell’Ordine Sacro, tanto più se nella pienezza del Sacerdozio, ha non solo il diritto, ma il dovere di additare i seminatori di zizzania, i lupi rapaci e i falsi profeti. Poiché anche in quel caso vi è, assieme alla partecipazione al Sacerdozio di Cristo, anche la partecipazione alla Sua regale Autorità.

Quello di cui non ci accorgiamo, tanto in ambito politico e sociale quanto in ambito ecclesiastico, è che la nostra accettazione iniziale di un presunto diritto del nostro avversario a compiere il male, basata su un erroneo concetto di libertà (morale, dottrinale, religiosa), ora si sta mutando in una forzata tolleranza del bene mentre il peccato e il vizio sono diventati la norma. Quello che ieri era ammesso come nostro gesto di indulgenza oggi pretende piena legittimità, e ci confina ai margini della società come minoranza in via di estinzione. A breve, coerentemente con l’ideologia anticristica che sovrintende a questo inesorabile mutamento di valori e principi, verrà proibita la virtù e condannato chi la pratica, in nome di un’intolleranza verso il Bene additato come divisivo, integralista, fanatico. La nostra tolleranza verso chi, oggi, si fa promotore delle istanze del Nuovo Ordine Mondiale e della sua assimilazione nel corpo ecclesiale condurrà infallibilmente all’instaurazione del regno dell’Anticristo, in cui i Cattolici fedeli saranno perseguitati come nemici pubblici, esattamente come in epoche cristiane erano considerati nemici pubblici gli eretici. Insomma, il nemico ha copiato, capovolgendolo e pervertendolo, il sistema di protezione della società realizzato dalla Chiesa nelle nazioni cattoliche.

Nel libro del Deuteronomio (18,18-20) c’è un’espressione ancor più severa nei confronti dei falsi profeti e di quanti s’inventano una dottrina eterodossa e abusiva, contraria alla vera intenzione di Dio e perciò gravemente dannosa per la salute delle anime:

18 io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. 19Se qualcuno non ascolterà le parole, che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. 20Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dei, quel profeta dovrà morire.

Mentre monsignor Viganò si limita a dire che i buoni cattolici dovrebbero pregare affinché Dio chiami a sé Bergoglio il prima possibile per il bene della sua Chiesa, l’autore del libro del Deuteronomio (che, non lo si dimentichi, in definitiva è Dio stesso, il quale si è servito di un autore umano solo per scriverlo materialmente, come tutti gli altri testi della Bibbia) dice che il falso profeta e il travisatore della sua Parola devono morire. E ciò con buona pace della pretesa del signor Bergoglio di espungere dal Catechismo della Chiesa cattolica la liceità, in alcuni casi, della pena di morte (§ 2267): uno dei tanti inqualificabili abusi che costui si è arrogato il diritto di compiere nel corso del suo sciaguratissimo pontificato, profittando della sua veste e della sua funzione. In questo abuso maligno, in questa volontà d’ingannare le pecorelle del gregge sfruttando il loro naturale rispetto nei confronti dell’autorità del pontefice, sta l’aspetto più orripilante e, a nostro avviso, demoniaco dell’azione del signor Bergoglio. Al quale poi si aggiunge un altro tratto che è inconfondibilmente satanico, e del quale abbiamo già in diverse occasioni parlato: l’osceno compiacimento di fronte al male compiuto. Chi osserva il suo volto, il suo sorriso, il brillare dei suoi occhi dopo che ha detto una delle sue innumerevoli eresie e bestemmie, per giunta mentre guarda compiaciuto i fedeli, e legge lo sconcerto nei loro volti, ma constata anche la loro incapacità di reagire, proprio perché pensano che un papa non possa mentire o ingannarli, e quindi che le sue parole debbano avere un altro significato da quello che purtroppo hanno, manifestamente e inequivocabilmente (Gesù fa un po’ lo scemola Via Crucis è la storia del fallimento di Dio, e così di seguito): tutto ciò è meno che umano, è demoniaco. Non è umano fare il male, un male così grande, e godere visibilmente della propria azione, osservando il disorientamento e la sofferenza delle vittime della propria malvagità: è da demoni, o da posseduti. Per questo noi riteniamo che si debba pregare molto, ma molto, per l’anima di Bergoglio: crediamo che sia posseduto da uno spirito maligno, e forse non da uno, ma da una legione intera. Preghiamo quindi affinché Dio lo aiuti e lo salvi da una così tremenda condizione – alla quale peraltro egli si è esposto in piena libertà di volere, divorato com’è da una smisurata ambizione e da un tirannico bisogno di primeggiare e dominare, servendosi della maldicenza, dell’inganno e della copertura delle malvagie azioni altrui, come nel caso McCarrick (tutte cose che il suo superiore dei gesuiti aveva già rilevato molti anni fa, dando parere contrario alla sua nomina a vescovo).

Per il resto, monsignor Viganò dà ai fedeli una serie di utili spunti e riflessioni per decidere quale contegno tenere nei confronti di un così grave abuso, anzi, di quello che si può definire come un vero e proprio stupro nei confronti della purezza della fede di milioni di cattolici. E la prima cosa da fare è non obbedire al tiranno, non riconoscere la sua legittima autorità, perché legittima certamente non è. Fino a che punto? Fino a privarsi della santa Messa e dei Sacramenti, in particolare della partecipazione al Sacrificio Eucaristico, per il fatto che nel sacro rito viene pronunciata la formula in unione col nostro papa Francesco? Noi crediamo di no. La santa Messa non è del papa, ma di Cristo: e se il sacerdote, ancorché indegno, o proclamandosi fedele a un papa illegittimo, offre ai fedeli il Corpo di Cristo, perché mai questi dovrebbero privarsi del Pane di vita eterna? Forse perché non c’è la Presenza Reale di Cristo? Ma certo che c’è: Dio non gioca a nascondino coi fedeli.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 02 Febbraio 2021

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