venerdì, 26 Febbraio 2021
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Pastori e mercenari davanti alla morte: la differenza di Francesco Lamendola

La chiesa al tempo del coronavirus? Solo slogan sulle orme di don Abbondio: come può morire in grazia di Dio un sacerdote che ha negato l’ultimo Sacramento a un moribondo? di Francesco Lamendola 

Nel corso di una recente intervista, il giornalista Marco Tosatti ha riferito un episodio del quale è venuto a conoscenza diretta: un sacerdote si è rifiutato d’impartire l’Estrema Unzione a un morente, presso l’ospedale di San Giovanni Rotondo, la famosa Casa del Sollievo della Sofferenza voluta da san Pio da Pietrelcina. Motivo: il timore di essere contagiato dal Covid-19. Il primo impulso sarebbe quello di non credere che una cosa del genere sia potuta realmente accadere; ma poi, inserendola nel quadro generale del momento attuale, e nella linea adottata dal clero cattolico fino dalla proclamazione della pandemia e della relativa emergenza sanitaria, e tenendo conto di quanto zelo esso abbia mostrato non solo nell’assecondare, ma addirittura nel prevenire le abnormi e illegittime pretese del governo italiano in materia di esercizio della libertà di culto (che, essendo regolata da un apposito Concordato, non può essere modificata univocamente da una delle due parti), bisogna arrendersi alla triste realtà e ammettere che fatti del genere non solo accadono, ma accadono con una certa frequenza e probabilmente ciascuno di noi è venuto a conoscerne qualcuno, o personalmente o da persone degne di fede. Sorge perciò la domanda su come sia stato possibile che il clero cattolico sia arrivato a toccare un punto così basso di credibilità verso il proprio gregge e di una così grande infedeltà alla promessa fatta al Signore Gesù Cristo al momento della consacrazione sacerdotale. Non si tratta, si badi, di una questione di carattere o di psicologia individuale; non si discute della mancanza di coraggio di questo o quel singolo sacerdote: si tratta di capire come sia stato possibile che tanti consacrati, con l’avallo e la comprensione dei loro superiori, siano giunti a considerare normale un comportamento di quel genere, dicendo a se stessi e agli altri che non si tratta di codardia e d’infedeltà alla propria missione sacerdotale, ma di senso di responsabilità civile e di ottemperanza alle indicazioni, alle norme e ai protocolli decisi dalle autorità sanitarie e sottoscritti, esplicitamente o implicitamente, dai vescovi e dai superiori degli istituti religiosi. Perché tutto questo si configura, puramente e semplicemente, come il venir meno della carità verso il prossimo, con l’aggravante (e non l’attenuante) di un indirizzo “pastorale” che in qualche modo è stato istituzionalizzato e pertanto offre ai sacerdoti l’alibi di potersi trincerare dietro le disposizioni sanitarie, per giustificare l’ingiustificabile: l’abbandono dei malati e il rifiuto di prestar loro assistenza spirituale e perfino di dar loro i conforti religiosi di fronte a una grave infermità e alla prospettiva della morte imminente.

Evidentemente costoro si sono scordati che la ragion d’essere della Chiesa è proprio la salvezza delle anime; e che il rifiuto di assistere le anime nei momenti difficili della vita equivale al rifiuto di fare la volontà di Dio, a suo tempo liberamente assunta come paradigma della propria vita, e accettata con un giuramento solenne e irrevocabile. La contraddizione è ancor più stridente se si considera che da qualche decennio il clero cattolico ha messo l’azione sociale al centro della propria agenda, fino al punto di relegare le cose dello spirito al secondo posto, e che pertanto la mancata assistenza ai malati corrisponde a un vero e proprio suicidio morale nei confronti della propria missione, e alla dimostrazione clamorosa che tutti i bei discorsi del signor Bergoglio e dei vescovi che con una certa civetteria si compiacciono di autodefinirsi “di strada”, a proposito dell’assistenza ai poveri e agli ultimi, tutte le spettacolarizzazioni, anche di dubbio gusto, come l’allestimento di pranzi per i senza tetto all’interno delle basiliche e la trasformazione delle case di Dio in dormitori per i profughi o sedicenti profughi, altro non sono che vuoti slogan ideologici e chiacchiere insulse, senza alcun costrutto, dal momento che non appena delle situazioni di reale urgenza e reale pericolo bussano alla porta della nostra società, non in maniera sporadica e facilmente trasformabile in passerelle narcisiste, come l’arrivo di questa o quella nave carica di clandestini africani, ma in maniera massiccia e sistematica, investendo la popolazione smarrita e disorientata, ecco che si  assiste a un fuggi, fuggi generale, e ciascuno si affretta a premunire se stesso, a difendere la propria sicurezza, abbandonando il prossimo bisognoso in balia delle circostanze avverse, come fecero il sacerdote e il levita passando accanto all’uomo che i briganti avevano aggredito, spogliato e lasciato semimorto in mezzo alla strada, sulla via di Gerico.

Qualcuno, sulle orme di don Abbondio nella sua celebre (e misera) autodifesa davanti al cardinale Federigo Borromeo, potrebbe obiettare che il coraggio, se non si è nati con un cuor di leone,  non ce lo si può dare da soli. Ed è vero: ma il problema è proprio questo, che il cristiano sa che il coraggio, come ogni altra virtù, non viene naturalmente all’uomo secondo il bisogno e le circostanze, ma viene attraverso la fede, come dono di Dio, perché Dio non pone mai sulle spalle dei fedeli un peso che non sono in grado di portare. Perciò, se un sacerdote ha sentito la chiamata divina ed è stato consacrato, deve semplicemente lasciar fare a Dio: quando è di fronte a un problema, e specialmente se quel problema appare superiore alle sue forze, deve dire a Dio, con rispetto, ma soprattutto con fede incrollabile: «O Signore, Tu mi hai chiamato, Tu mi ha voluto al tuo servizio; adesso vieni in mio aiuto, perché ne ho bisogno: non per me stesso, ma per essere un Tuo degno servitore e perché le pecorelle del Tuo gregge hanno bisogno della mia assistenza; o meglio, hanno bisogno della Tua assistenza, e ne hanno bisogno attraverso di me, perché io sono Tuo, e nulla voglio che non sia la Tua volontà, la Tua gloria, la Tua vittoria. Io sono solo un Tuo operaio, un Tuo strumento, e perciò posso esserci, come potrei non esserci; Tu solo sei indispensabile, di Te solo abbiamo tutti bisogno, perché senza di Te siamo poveri, deboli, indigenti, ma con Te siamo forti, consolati, invincibili». E Colui che ha detto (Lc 11,9): Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto; e (Gv 14, 13-14):  Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò, non resterà sordo alle preghiere di chi lo invoca con fede. Perciò il problema è  proprio questo: non il coraggio, ma la fede. Quel sacerdote che ha rifiutato di portare il sacramento dell’Estrema Unzione al moribondo ha mancato di coraggio, perché mancava di fede. Aveva fede nell’amuchina, nella mascherina, nei guanti di gomma, nel distanziamento e nei vaccini, ma non nel Signore Onnipotente. E non è affatto un caso isolato, ma il simbolo di un clero materialista, tutto assorbito dalla prospettiva mondana e dimentico della prospettiva sull’eternità; di un clero che si è scordato che la vita è un pellegrinaggio verso la Casa del Padre e che la morte è il passaggio necessario; un clero che vorrebbe vivere il più a lungo possibile, perché ha smesso di credere alla vita eterna, la considera solo una bella favola, ma intanto è ben deciso a strappare alla morte anche solo un anno, un mese, un giorno di vita in più. Come se l’importante fosse quanto si vive e non come si vive e, soprattutto, come si muore: cioè se si muore in grazia di Dio oppure no. E come può morire in grazia di Dio un sacerdote che ha negato l’ultimo Sacramento a un moribondo? Perché c’è una ed una sola maniera di vivere e morire restando nella grazia di Dio: fare sempre e incondizionatamente la sua santa Volontà, e non la propria.

Per esemplificare questo concetto, ci permettiamo di citare il caso di un umilissimo sacerdote, passato pressoché inosservato al di fuori della cerchia ristretta di quelli che lo conobbero, morto in concetto di santità: il friulano don Matteo Catuzzo di San Vito al Tagliamento (1850-1924), persona dall’animo così squisito che aveva sempre una parola buona per tutti e che avrebbe preferito morire lui stesso piuttosto che abbandonare uno solo dei suoi malati. Profugo a Roma, come tanti della sua terra, dopo il disastro di Caporetto del 1917, si trovava ancora a Roma quando gli venne chiesto se fosse disposto ad assumere il posto di cappellano dell’Ospedale di Santa Maria dei Battuti, nel suo paese natio. Posto che non doveva apparire molto appetibile, visto che già diversi sacerdoti avevano declinato l’invito. E così fece anche lui, in un primo momento: proprio come il profeta Giona, cercò di sottrarsi alla chiamata.  Era vecchio e malfermo in salute; motivi per rifiutare ne aveva. Pure, la sua coscienza non era tranquilla: impossibile chiudere gli orecchi alla voce di Dio: era Lui che lo stava chiamando; impossibile perciò rifiutare. Ed ecco don Matteo accollarsi quella grave responsabilità, in tempi realmente difficili. Il senso e lo scopo della vita di quell’uomo di Dio si possono condensare in queste poche righe di Ivan Trevisan (nel libro collettaneo: Don Matteo Catuzzo, il “santo” di San Vito, a cura di Mario Moro, edito per la ricorrenza dei 150 anni dalla nascita, San Vito al Tagliamento, 2001, pp. 36-37):

Tutti i preti interpellati avevano infatti rifiutato l’invito. Dapprincipio aveva rifiutato anche don Matteo, per la verità. Adducendo dei sacrosanto motivi: l’età, la cronica ”debolezza”, la lontananza (come già detto, egli si trovava ancora a Roma), l’inopportunità di mettersi in viaggio in quella stagione (si era in febbraio). Tuttavia il suo spirito caritatevole lasciò aperto un piccolo spiraglio, offrendosi egli per una “supplenza” nell’attesa che si fosse trovato il soggetto adatto al compito. In quello spiraglio l’amministrazione ospedaliera s’infilò con destrezza e in un amen don Matteo si ritrovò tra le corsie del S. Maria dei Battuti. Venuto per una semplice supplenza, egli ci resterà per il resto della sua vita (la nomina ufficiale arriverà all’incirca dopo un anno). Come mai? Perché questa decisione dopo l’iniziale rifiuto? Oltretutto, quell’immersione nel mondo del dolore doveva provocare non poco disagio al suo animo così sensibile e impressionabile. Eppure egli superò anche questo limite caratteriale. Perché? In nome di che cosa? Ce lo spiega egli stesso in una lettera atta 10 marzo 1924: «Il Signore mi ha posto in ultimo della mia vita in mezzo a questi malati dove muoiono tanti in un anno, onde apparecchiando ed assistendo gli altri a morire, potessi imparare ad apparecchiar eme stesso alla morte».

Dunque, il senso del suo servizio era totalmente proiettato nella dimensione dell’eternità: preparare gli altri al grande salto per preparare se stesso. Qualcuno, probabilmente con un mezzo sorriso e scrollando la testa, sospirava osservando che don Matteo li voleva tutti in Paradiso. Verissimo. Quella era la sua missione: accompagnarli per mano, passo dopo passo, con tenerezza sconfinata, fin sulla soglia del mistero. Tutti in Paradiso! Quel traguardo divenne per lui una santa ossessione. E per esso arrivò a dimenticare se stesso. Perfino i suoi famosi acciacchi e indisposizioni e malanni assortiti. Quando un’agonia si prolungava, pur di assistere i moribondi fino alla fine dimenticava anche sonno e cibo. Le suore dell’ospedale testimonieranno che durante la cura spirituale di don Matteo, nessun degente morì senza i conforti della fede. Fosse giorno o notte, don Matteo era lì, instancabile. In ogni malato vedeva il Cristo crocifisso. Per ognuno aveva parole di attenzione. Di consolazione. Di affabilità cordiale e premurosa. E i malati si affidavamo fiduciosi a lui. Credevano in lui. Perché, se a settant’anni molte cose erano mutate nella vita di don Matteo, inalterato restava il suo “feeling” con la gente. Così le sue visite, che ben presto egli estese a tutti i malati della città, per quanto brevi rappresentavano sempre una gioia e un sollievo. Naturalmente la sua maggior preoccupazione restava sempre quella di avvicinare gli infermi alla fede e di riconciliarli con il Padre. E nessuno, per unanime attestazione, sapeva sottrarsi al fascino della sua persuasiva parola. Ma don Matteo era consapevole di non potere nulla da solo; confesserà: «Mi resta il desiderio di procurare del bene spirituale a queste povere anime prima della loro fine in questo modo, e di questo ne prego il Signore a darmi grazia, ché temo di non riuscire con le mie deboli forze» (10 marzo 1924).

Due mesi esatti dopo aver scritto queste parole e dopo cinque anni di quotidiano apprendistato della morte, quelle “deboli forze” lo tradirono e anche per lui l’ora scoccò. Alle 6 del pomeriggio del 9 maggio 1924, la portinaia dell’ospedale, andata come al solito a chiamarlo per la funzione mariana, lo trovò riverso a terra, privo di sensi. I medici, subito accorsi, diagnosticarono una paralisi, e fu chiaro a tutti che non c’era alcuna speranza. Anche don Matteo, tornato cosciente, capì. Serenamente ricevette i sacramenti. Poi s’accomiatò dalle sorelle, dalle suore, dai medici, dagli amici che gli si stringevano intorno, e lo fece con la formula d’addio più consona al suo stile: con una benedizione.

Il segreto della santità, che comprende anche il coraggio, è tutto qui: rimettersi alla Volontà del Signore, affidarsi totalmente a Lui, lasciare che faccia Lui per mezzo delle nostre povere forze umane. Il clero odierno, figlio del Concilio e del suo nebuloso “spirito”, ha voluto mettere l’uomo al centro di tutto, e ha fallito. O si mette Dio al centro di ogni cosa, come la Chiesa ha sempre fatto in passato e come facevano i nostri nonni, oppure ci si perde di coraggio e si fugge davanti alle tentazioni, come san Pietro nel cortile del sommo sacerdote. Perché le tentazioni, paura compresa, vengono dal Diavolo. Il quale è forte quando la fede è debole; ma è lui a fuggire quando essa è forte.

Del 04 Febbraio 2021

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