lunedì, 20 Settembre 2021
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Il clero di una volta sbagliava a demonizzare il sesso? di Francesco Lamendola

Permissivismo o perdita della fede? I buoni sacerdoti di una volta erano molto virili perché avevano vinto le tentazioni naturali, anziché ripiegare nella sfera omoerotica di Francesco Lamendola  

La domanda che da molto tempo non cessa di tormentarci è se l’attuale rilassatezza del clero e la sua colpevole indulgenza verso il peccato, che ormai sta arrivando non solo a normalizzarlo, ma in certi casi perfino a glorificarlo, abbia a che fare con l’eccessiva, e non di rado quasi isterica fobia del peccato che si respirava nei seminari prima del Concilio Vaticano II, in particolar modo dei peccati contro la purezza del corpo. È un fatto assodato che non pochi sacerdoti adulti presentavano ai giovani seminaristi i peccati della carne come qualcosa di tanto terribile da far impallidire ogni altro peccato; e che il confessore, nel segreto del confessionale, esercitava talvolta una vera e propria tortura psicologica per farsi raccontare, in tutti i particolari e non senza il sospetto di un segreto, morboso compiacimento da parte sua, quando, come e quante volte il penitente avesse ceduto alla tentazione e si fosse abbandonato ai piaceri carnali, sia quelli solitari, sia quelli con l’altro o col medesimo sesso. Inoltre, cosa più deplorevole di tutte, raramente veniva spiegato al penitente perché è importante che una persona impari a esercitare il dominio sui propri istinti e sulle proprie passioni, mentre la morale di quei rimproveri sembrava ridursi, e rimpicciolirsi, alle dimensioni di un fatto “sporco”, sì, ma estrinseco, avente a che fare unicamente con la carne in se stessa, e non con l’intelligenza, la volontà e la vita dell’anima. Ora, non potrebbe darsi che questa pressione (e repressione) esagerata, questa vera e propria demonizzazione degli istinti carnali, e degli atti sessuali anche più lievi, o magari consumati solo nell’immaginazione, non accompagnata da una vera spiegazione delle ragioni che raccomandano la virtù della purezza, abbia provocato, per reazione, a cinquant’anni di distanza, l’attuale deriva permissivista, per cui vediamo, ad esempio, un sacerdote presentare festosamente sull’altare, davanti ai fedeli riuniti per la santa Messa, due donne che convivono more uxorio, compiacendosi del loro reciproco amore e presentandole come un magnifico esempio di dedizione all’altro e donazione di sé?

C’è una pagina di ricordi d’un sacerdote friulano, ora defunto, Pierantonio Bellina (Venzone, 1941-Basagliapenta di Basiliano, 2007), molto noto nella sua terra perché autore, insieme a Francesco Placereani, di una traduzione integrale della Bibbia in lingua friulana, che si presta a una riflessione su questo argomento (da: Pierantonio Bellina, La fatica di essere prete, a colloquio con Marino Plazzotta Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2007, pp. 89-91):

Quando sono rientrato in seminario in quell’ottobre del 1954, sono andato dal mio confessore e padre spirituale. Come gli ho accennato a quello che mi era successo e gliene parlavo, perché mi sembrava una cosa curiosa, non programmata, né preavvertita, ma moralmente insignificante, fui sottoposto a un incredibile interrogatorio. Il padre spirituale voleva a tutti i costi conoscere tutto di me, del mio corpo, delle mie fantasie, delle mie amicizie, dei miei sguardi e toccamenti, del modo con cui stavo a letto o mi comportavo durante la doccia. Il tutto suggerito non da una umana serenità o da un sincero desiderio di spiegare e consigliare, ma da motivazioni che non esito a definire, se non perverse, distorte ed impertinenti.

Convinto di non aver nulla da rimproverarmi, gli ho raccontato semplicemente che avevo trovato la maniera di passare qualche momento di soddisfazione senza spendere un soldo e senza importunare il prossimo.

[La reazione del confessore] è stata anche spropositata, villana, offensiva, crudele. Ha iniziato a parlarmi del vizio impuro, del vizio solitario, che io non sapevo nemmeno dove stessero di casa. Ha proseguito parlandomi del demonio che già mi tratteneva fra i suoi artigli.  Mi diede subito dei consigli: pensa all’infermo, ai castighi di Dio e non rimanere nemmeno un momento in più nel peccato mortale.  Con lui e gli altri confessori dovevo essere preciso raccontando quante volte, dove e in che modo. Inoltre dovevo tenere un diario personale da mostrare solo a lui, in cui indicavo tutte le tentazioni, le mezze ammissioni, le cadute, con i particolari più umilianti.  Credo si possa parlare tranquillamente di violenza psicologica. Fu in quel torno di tempo che mi parlò per la prima volta del “demonio muto”, una specie di diavolo per me sconosciuto. (…)

Da allora in poi ho saputo che esistono varie qualità di demoni.

C’è il demonio “meridiano”, che ti prende nelle ore più calde della giornata, quando la spossatezza diventa più intensa, i desideri più morbosi e le difese più deboli e sguarnite. Sono momenti tremendi. La miglior tattica è quella di fuggire immediatamente e velocemente.

Più abile e ingordo del demonio meridiano, è il demonio “muto”.

Il demonio muto non ti tormenta, né di giorno né di notte. Ti lascia libero di fare quello che vuoi, senza contrariarti. Anzi, più ne combini e più è contento. Ti aspetta al varco nel momento e nel posto giusto, quello della confessione.

Si sa che certe cose non sono facili da raccontare, per ragioni di pudore, di delicatezza, di decenza, di vergogna. Lui cerca di chiuderti la bocca quando il confessore ti fa certe domande indiscrete e fa in modo che tu taccia per la vergogna e che il confessore ti dia l’assoluzione. La volta successiva tu dovresti raccontare che la volta precedente hai taciuto un peccato mortale e quindi hai fatto una confessione sacrilega, ma, se ti è pesato la prima volta raccontare che sei uno “sporcaccione”, figuriamoci se adesso avrai il coraggio di dire che non solo sei uno sporcaccione, ma uno sporcaccione sacrilego.

Così taci. Taci anche la volta successiva e anche un mese dopo e un anno dopo. Ed intanto i peccati si accumulavano. L’anima sprofonda sempre più nel fango dell’impurità e nell’ottundimento del sacrilegio. Più taci e più sei terrorizzato. Dopo tanto tempo in cui hai esibito una santità e una virtù fasulla ed hai ingannato il tuo padre spirituale, i tuoi compagni, i tuoi superiori e perfino il tuo angelo custode, come potrai svelare il tuo imbroglio colossale? Tutto ciò fino al momento della consacrazione, quando dovrai fare il voto di castità. Ma intanto sei arrivato alla fine e la gente ti crede già mezzo prete ed aspetta di vederti celebrare la messa. Potrai, alla vigilia dell’ordinazione, distruggere il tuo castello di bugie? Il demonio muto ti chiuderà la bocca e te la chiuderà per tutta la vita e soprattutto in punto di morte. Così vai caldo all’inferno, per non aver saputo o voluto raccontare un episodio spiacevole della tua adolescenza. Mentre la gente crederà di aver seppellito un santo od almeno un buon prete, il demonio muto ti trascinerà nel profondo dell’inferno e lì spalancherà la sua bocca sdentata e scellerata per gridarti: “Ti sta bene! Adesso sei mio e nessuno ti toglierà più dai miei artigli!”. È la sua vittoria totale, su tutti i fronti.

Tutto ciò veniva preventivato per una banale, comprensibile, giustificabile omissione!

Ecco come ci era presentato il demonio muto! E come si poteva, a tredici anni, non crederci? Perché io, qualunque cosa tu pensi di me, credevo fermamente a quelle cose e le mie confessioni le facevo seriamente, anche se mi pesavano da morire.

È una testimonianza umana dolente, sofferta, e la l’ascoltiamo perciò con il massimo rispetto; anche se la comprensibile amarezza e il risentimento suscitato nell’autore dal brutto ricordo di quella esperienza lo portano forse un po’ oltre nella serenità del giudizio e compromettono quello sforzo di obiettività che sarebbe stato necessario per trattare un simile tema in un’ottica generale, che trascende la nota meramente personale. Ammettiamo, comunque, che episodi come quello descritto siano stati relativamente frequenti, e cioè che vi fosse un preciso indirizzo pedagogico volto a massimizzare il senso di colpa per i peccati commessi, non solo per quelli gravi ma anche per quelli meno gravi, esercitando sui giovanissimi seminaristi un vero e proprio ricatto psicologico, oltre che morale. E, se è per questo, ammettiamo anche – è doloroso perfino parlarne, ma proprio il naturale pudore rischia di fare il gioco di quello che quel sacerdote chiamava “il diavolo muto” – che in non rari casi erano proprio i sacerdoti, affetti da anomalie psicologiche e morali, a indurre in peccato quegli sventurati giovani, teoricamente affidati alla loro paterna sollecitudine: una cosa talmente orribile da evocare per forza la tremenda maledizione lanciata da Gesù contro i seminatori di scandali (sarebbe meglio per costui se gli fosse legata una macina al collo e venisse precipitato nel mareMt 18,6). Ciò va detto per onestà; come pure si deve prendere atto della strana “distrazione” di quei rettori e di quei sacerdoti che certamente dovevano vedere, o quantomeno intuire, tali comportamenti devianti e abominevoli, ma preferivano voltare la testa dall’altra parte, macchiandosi a loro volta di un gravissimo peccato di omissione o che, peggio ancora, pur conoscendo perfettamente certi misfatti, offrivano al malvagio una implicita solidarietà, rifiutandosi di accogliere le denunce delle vittime, o seppellendole nel silenzio di aridi e inutili procedimenti burocratici. Dopo di che, tornando, per circoscrivere l’argomento, alla testimonianza di don Bellina, ci sembra doveroso osservare che:

1) i sacerdoti confessori e i padri spirituali dei seminari erano molto sovente molto ignoranti e rozzi in fatto di psicologia, semplicemente perché venivano da ambienti “ruvidi”, in genere famiglie contadine numerose, nelle quali certe cose non venivano spiegate dagli adulti, ma gli adolescenti dovevano impararle da soli, alla meno peggio;

2) pertanto l’ignoranza e la rozzezza del padre spirituale erano suppergiù le stesse che un ragazzino avrebbe trovato in casa sua, da parte di suo padre o del nonno o di uno zio, nelle medesime circostanze;

3) l’aria di totale innocenza esibita dal narratore, a tanti anni di distanza, ha qualcosa di falso, perché è impossibile che costui, maturando, non abbia appreso la distinzione fra innocenza e inconsapevolezza; a meno che non faccia rientrare qualunque atto dettato dall’istinto fra le cose perfettamente innocenti, per motivi ideologici e cioè per una forma di rivalsa verso il tipo di educazione ricevuta in seminario;

4) così pure il dilungarsi eccessivo nella descrizione di “demoni” evidentemente presentati come immaginari, e che occupa oltre metà del racconto, ha l’aria voler “demitizzare” non solo la realtà della tentazione e del demonio, ma anche quella del peccato;

5) l’impressione complessiva che il lettore ricava da tutta la storia è quella diametralmente opposta a un analogo racconto contenuto nelle “Confessioni” di Sant’Agostino (nel quale il peccato era costituito da un “innocente” furto di mele; ma in un’altra parte dell’opera si accenna anche al tipo di situazione descritta da don Bellina), vale a dire che tutto quel che fa un bambino o un adolescente deve essere di per sé buono, o in ogni caso non sbagliato, semplicemente perché a lui piace e semplicemente perché lui non ci vede niente di male: come dire che il tribunale della coscienza e non la ragione naturale o la Rivelazione divina (e questo è un concetto positivamente affermato dal signor Bergoglio) è l’ultima istanza in sede di giudizio morale.

In questo tipo di atteggiamento, sostanzialmente edonista e naturalista, è contenuto tutto il male di quel neomodernismo strisciante che, un passo alla volta, è arrivato a insediarsi nel cuore della Chiesa e ha informato di sé la liturgia, la pastorale e perfino il magistero. Pertanto sbagliavano sul piano psicologico molti confessori di una volta; ma sbagliano assai più gravemente, sul piano della dottrina e della morale, i sacerdoti neomodernisti di oggi, per i quali sembra che il concetto stesso di peccato sia evaporato nelle nebbie di lontane superstizioni. È giunto ora il momento di tentare una risposta alla domanda che ci eravamo posta all’inizio. Il permissivismo colpevole di oggi è frutto della sessuofobia esagerata di ieri? Noi crediamo di no, e per diverse ragioni. Prima di tutto, solo in pochi casi – fra i quali, sfortunatamente, quello di Bergoglio, classe 1936, e dei suoi fedelissimi cardinali- si tratta delle stesse persone. I seminaristi che prima del Concilio rimasero traumatizzati dal modo di fare dei loro direttori spirituali in materia di sesso, sono quelli nati negli anni ’40 (come appunto don Bellina), vale a dire che sono sacerdoti in pensione già da molti anni, se pur non sono passati a miglior vita. In secondo luogo il permissivismo di oggi sembra orientato specialmente verso quello che prima del Concilio era chiamato peccato impuro contro natura, e nel Catechismo di Pio X era annoverato fra i quattro peccati più gravi, quelli che gridano vendetta davanti a Dio. E ciò si direbbe più un effetto della sua enorme diffusione nelle alte sfere del clero, ove ha dato origine a vere e proprie lobby, potentissime e ideologicamente sponsorizzate da gesuiti come il diabolico James Martin, per cui sembra più diretto ad autoassolvere quei personaggi che alla liberazione (omo)sessuale dei laici. I buoni sacerdoti di una volta erano molto virili perché avevano vinto le tentazioni naturali, anziché ripiegare nella sfera omoerotica. Infine crediamo che il permissivismo odierno sia frutto di una causa più generale: la perdita della fede. Ed è da lì che si dovrebbe ripartire.

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 07 Febbraio 2021

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